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● Regulation & Policy

CLARITY Act: il voto del 15 settembre e la SEC crypto al bivio

Il 15 settembre il Senato USA vota la cloture sulla CLARITY Act e decide se la vigilanza crypto passa dalla SEC alla CFTC. Ma il pavimento antifrode dell'enforcement regge comunque.

Washington si prepara al voto che l’industria delle crypto aspetta da oltre un anno. Il 15 settembre, il giorno dopo il rientro del Senato dalla pausa estiva, alle 14:15 dell’ora della costa Est (le 20:15 in Italia), l’aula affronta la mozione di cloture sulla CLARITY Act, la legge sulla struttura di mercato dei crypto-asset (H.R. 3633) che la Camera dei Rappresentanti ha approvato con 294 voti contro 134 nel luglio del 2025. Il calendario e la posta in gioco sono stati confermati da The Block e ricostruiti da Astraea Counsel.

Non è un voto qualsiasi, e non è nemmeno il voto finale sulla legge: è il passaggio procedurale che decide se il Senato può anche solo cominciare a discuterne il testo. Dietro il tecnicismo, però, c’è una domanda che vale l’intero perimetro regolatorio statunitense. Chi comanda sulle crypto, la SEC o la CFTC? E, di riflesso, chi terrà la penna dell’enforcement negli anni a venire? L’Unione Europea a quella domanda ha già risposto con MiCA; gli Stati Uniti la affrontano solo adesso, con un Bitcoin che venerdì 11 settembre è scivolato poco sotto i 77.000 dollari, circa 66.000 euro secondo CoinGecko, in una settimana pesante anche sul fronte macro.

La tesi di questo articolo è semplice: qualunque cosa accada martedì, il pavimento dell’enforcement antifrode della SEC non si sposta. Il bivio riguarda chi registra e vigila i mercati, non chi persegue chi mente. E anche un sì non basta, perché il calendario della Camera rende quasi impossibile trasformare la CLARITY Act in legge entro il 2026. Vediamo, punto per punto, che cosa si vota, con quali numeri e con quali conseguenze per l’enforcement e per chi investe in Italia.

Che cosa si vota davvero il 15 settembre

Il primo equivoco da sciogliere è cosa sia esattamente questo voto. Il Senato non approva la CLARITY Act il 15 settembre. Vota su una mozione di cloture applicata alla mozione di procedere: in pratica, la richiesta di chiudere il dibattito preliminare e superare l’ostruzionismo per poter aprire la discussione vera e propria sul testo. La cloture richiede 60 voti su 100, la stessa soglia che servirà poi per l’approvazione finale. Il voto è calendarizzato per le 14:15 dell’ora della costa Est, come riportato da The Block.

La distinzione conta perché un sì martedì non produce una legge: apre soltanto la porta agli emendamenti e alla discussione. Un no, invece, ha un peso quasi definitivo. Secondo le ricostruzioni di crypto.news, se la cloture non passa la finestra del 2026 si chiude di fatto: qualsiasi ripartenza richiederebbe un nuovo Congresso dopo il gennaio 2027, oppure un improbabile passaggio nella sessione post-elettorale. Per questo la stampa di settore ha definito il 15 settembre il momento più vicino a un dentro-o-fuori per la regolamentazione federale delle crypto.

Il contesto istituzionale aiuta a capire la fretta. La Camera aveva già fatto la sua parte, approvando la CLARITY Act con un margine largo e bipartisan (294 a 134) nel luglio 2025, con decine di deputati democratici a favore. Da allora il testo è rimasto fermo al Senato, dove il vero collo di bottiglia non sono i voti repubblicani ma la soglia dei 60, che impone di pescare consensi nel campo avversario.

La matematica del voto: perché 60 è un muro

La composizione dell’aula spiega da sola perché il risultato è tutt’altro che scontato. I repubblicani controllano 53 seggi, i democratici 45, gli indipendenti 2 (che votano con i democratici). Se tutti e 53 i repubblicani votassero a favore, il leader della maggioranza John Thune avrebbe comunque bisogno di almeno 7 voti democratici o indipendenti per arrivare a 60. Il problema è che non tutti i repubblicani sono compatti: come nota Crypto Times, senatori come Rand Paul e Josh Hawley sono considerati contrari, e su Thom Tillis persiste l’incertezza. Ogni defezione repubblicana alza di un’unità il numero di democratici da convincere.

Sul fronte opposto, in commissione bancaria erano passati dalla parte del sì soltanto due democratici, Ruben Gallego e Angela Alsobrooks. Un gruppo di sette senatori democratici coinvolti nelle trattative (Alsobrooks, Cory Booker, Catherine Cortez Masto, Gallego, John Hickenlooper, Mark Warner e Raphael Warnock) ha fatto sapere il 22 luglio che il testo proposto dai repubblicani era ancora insufficiente, senza impegnarsi a votare la cloture. La distanza tra i due soli sì di commissione e i sette o più necessari in aula è il vero muro davanti a Thune.

GruppoSeggiPosizione attesa sulla cloture
Repubblicani53In gran parte favorevoli, ma con defezioni (Rand Paul, Josh Hawley, forse Thom Tillis)
Democratici45Contrari o indecisi; solo due sì in commissione (Gallego, Alsobrooks)
Indipendenti2Votano con il gruppo democratico
Soglia per la cloture60Servono almeno 7 voti democratici, di più se i repubblicani perdono pezzi

Il conto è impietoso: nella migliore delle ipotesi repubblicana servono sette democratici, nella peggiore nove o dieci. Non stupisce che i mercati delle previsioni, come vedremo, assegnino all’approvazione entro l’anno una probabilità a una cifra o poco sopra.

I tre nodi che bloccano l’accordo

I voti mancanti non sono un capriccio: dietro ci sono nodi politici precisi. Secondo crypto.news, lo stallo ruota attorno a tre questioni. La prima è l’etica e il conflitto di interessi: i democratici chiedono clausole vincolanti sui redditi crypto degli eletti, un tema reso incandescente dai redditi legati alle crypto del presidente Trump nel 2025 (oltre un miliardo di dollari secondo le ricostruzioni della stampa americana). La seconda è la lotta al riciclaggio e la tutela del consumatore, giudicate ancora troppo deboli nel testo repubblicano.

La terza questione è tecnica ma decisiva: come innestare nel testo la parte di competenza della commissione Agricoltura del Senato, che regola la CFTC. Attorno resta acceso il dossier della cosiddetta protezione degli sviluppatori non custodial (la Section 604), che i procuratori distrettuali temono possa creare scudi di fatto per software usati anche da chi delinque, e il capitolo del rendimento sulle stablecoin, dove è in gioco un flusso di ricavi da oltre un miliardo di dollari l’anno per operatori come Coinbase legato ai premi su USDC.

Le divisioni non seguono solo la linea di partito. Anche alcuni repubblicani, come James Lankford e Mike Rounds, hanno sollevato dubbi proprio sul rendimento delle stablecoin, pur mostrandosi disposti a far avanzare il testo cercando modifiche. È l’intreccio classico delle grandi leggi finanziarie: interessi economici enormi, sensibilità diverse dentro ogni schieramento e una soglia dei 60 voti che trasforma ogni singolo malumore in un potenziale veto.

Perché il voto conta per l’enforcement: SEC contro CFTC

Qui si arriva al cuore della vicenda dal punto di vista dell’enforcement. La CLARITY Act non è una legge simbolica: ridisegna chi ha la competenza, e quindi chi può indagare, sanzionare e scrivere le regole del gioco. Come spiega Astraea Counsel, la mossa centrale del testo è attribuire alla CFTC una giurisdizione regolatoria esclusiva sulle transazioni in digital commodity, compresi per la prima volta i mercati spot (cioè a pronti). Fino a oggi lo spot dei token viveva in un vuoto federale, senza un supervisore chiaro; la CLARITY Act lo colmerebbe consegnando quel terreno alla CFTC.

Alla SEC resterebbe comunque un perimetro rilevante. Secondo la sintesi del Congressional Research Service, un digital commodity è un asset digitale il cui valore è intrinsecamente legato all’uso della blockchain, con esplicita esclusione di titoli, derivati e stablecoin. Restano quindi in mano alla SEC gli investment contract classici (secondo il test di Howey), i token con caratteristiche assimilabili a un titolo azionario o a uno strumento di debito, il mercato primario e, soprattutto, il potere antifrode. In altre parole: non è che la SEC sparisce, ma la parte più corposa della vigilanza sui token maturi passerebbe a un’agenzia diversa.

Il passaggio non è neutro. La CFTC è storicamente un’agenzia più piccola della SEC per bilancio e personale, tarata sui derivati e non sulla vigilanza di massa di milioni di risparmiatori al dettaglio. Spostare il baricentro dallo Howey test e dalla logica della causa civile verso un modello di registrazione e vigilanza dei mercati significa cambiare non solo l’insegna sull’ufficio, ma la filosofia stessa dell’enforcement.

Il test della blockchain matura e la soglia del 20%

Il meccanismo che decide se un token finisce sotto la CFTC o resta alla SEC è il concetto di blockchain matura. Non c’è un elenco di token privilegiati, nessuna esenzione con il nome di Bitcoin o Ethereum scritta nella legge. C’è invece una definizione: una blockchain è matura, e il relativo token diventa digital commodity, quando il suo valore deriva soprattutto dall’uso della rete e non dallo sforzo dei promotori, quando nessuna persona o gruppo la controlla in modo unilaterale e quando gli insider detengono meno di circa il 20% dell’offerta o del controllo. Quella soglia del 20%, spiega Astraea Counsel, è la cosa più vicina a una linea netta che la legge contenga, ed è il numero che conta davvero.

La procedura è altrettanto importante. Un emittente, un affiliato o un sistema di governance decentralizzato possono autocertificare la maturità di una blockchain. Scatta allora una presunzione relativa: l’agenzia ha 60 giorni per contestarla, e gli eventuali ricorsi finiscono davanti a un tribunale federale. È un modello che sposta l’onere e i tempi, e che apre uno spazio di contenzioso tutto nuovo, non più sulla domanda «è un titolo?» ma sulla domanda «questa rete è davvero decentralizzata e matura?».

Chi conosce la storia recente dell’enforcement crypto vede il filo rosso. Per anni la SEC ha combattuto caso per caso sul confine tra titolo e non-titolo, dalla causa a Ripple a quella a Terraform. La CLARITY Act prova a sostituire quel confine mobile, costruito dai giudici, con un criterio scritto e verificabile. Il rischio, avvertono i critici, è che la soglia del 20% diventi essa stessa un terreno di gioco per strutture societarie e distribuzioni pensate apposta per superarla.

Cosa cambia (e cosa no) per chi applica le regole

Vale la pena mettere in fila cosa succede all’enforcement nei due scenari, perché è qui che si annida l’equivoco più diffuso. Molti leggono il voto del 15 settembre come un referendum sul fatto che le crypto siano o no sotto controllo. In realtà, quello che è davvero in ballo è chi vigila i mercati e come vengono scritte le regole, non se le frodi vengano perseguite. La componente antifrode resta in piedi in entrambi i casi.

DimensioneSe la cloture passaSe la cloture fallisce
Chi vigila lo spotPercorso verso la CFTC come regolatore dei digital commodityResta il quadro attuale: SEC sui titoli, CFTC sui derivati
Regole scritteVerso un rulebook di legge, difficile da smontareRegole via proposta SEC (Regulation Crypto Assets) e rilascio interpretativo, revocabili
TempiComunque lunghi: emendamenti, Camera, conferenzaImmediati ma fragili
AntifrodeInvariata: la SEC continua a perseguire chi ingannaInvariata
ReversibilitàBassa: una legge dura nel tempoAlta: linee guida e proposte si possono ritirare

La lettura corretta è questa: la CLARITY Act è una legge sul perimetro e sulla certezza, non un condono per i truffatori. Anche nella versione più favorevole all’industria, chi mente agli investitori resta nel mirino. Cambia semmai l’indirizzo a cui bussare per registrarsi e la solidità giuridica delle regole, che una legge rende molto più difficili da ribaltare con un cambio di amministrazione.

C’è poi una questione di risorse che l’aula non può ignorare. Trasferire alla CFTC la vigilanza su un mercato spot fatto di milioni di conti al dettaglio significa chiedere a un’agenzia storicamente sottodimensionata di assumere personale, costruire competenze e finanziarsi; la stessa Astraea Counsel ricorda che il testo prevede una contribuzione a carico dell’industria per un periodo iniziale. La transizione richiederebbe comunque anni, e nel frattempo il rischio è un regime più leggero proprio nella fascia in cui i piccoli risparmiatori sono più esposti. È il rovescio della medaglia della certezza: regole più chiare, ma un supervisore da attrezzare quasi da zero sul terreno che conta di più per il pubblico.

Il pavimento antifrode che regge in ogni caso

La prova che l’antifrode sia un pavimento e non una variabile arriva dagli ultimi diciotto mesi. La SEC guidata da Paul Atkins ha archiviato una dopo l’altra le cause per mancata registrazione: Coinbase a febbraio 2025, poi Kraken, ConsenSys e Cumberland, quindi Binance e la chiusura del contenzioso con Ripple. Eppure, secondo i dati di Cornerstone Research, le azioni crypto del 2025 sono scese a 13 contro le 33 dell’anno precedente (meno 60%), con sanzioni per circa 142 milioni di dollari, ma le poche azioni avviate dalla nuova gestione erano tutte casi di frode. La ritirata ha riguardato la teoria della registrazione, non la caccia agli imbrogli.

La macchina che alimenta questi casi è rimasta accesa. A febbraio 2025 la SEC ha creato la Cyber and Emerging Technologies Unit (CETU), una squadra di specialisti anti-frode che ha sostituito la precedente unità cripto, come annunciato dalla stessa SEC. A questa si affianca il programma di taglie per gli informatori, che nell’anno fiscale 2025 ha ricevuto circa 27.000 segnalazioni e distribuito oltre 60 milioni di dollari a 48 whistleblower. Non è un caso che l’Italia risulti tra i primi cinque Paesi stranieri per numero di segnalazioni inviate alla SEC.

Il caso simbolo resta Terraform. Do Kwon, dopo l’accordo civile da circa 4,47 miliardi di dollari con la SEC nel 2024, è stato condannato a 15 anni di carcere nel dicembre 2025 in sede penale a New York, come riportato da CoinDesk. Accanto ci sono i casi del 2026, dalla presunta truffa da centinaia di milioni di PGI Global ai finti bot di trading basati sull’intelligenza artificiale contestati a Nathan Fuller. Il messaggio è coerente: il perimetro si è spostato dalla domanda «hai registrato?» alla domanda «hai mentito?», ma non si è mai spento.

Vale la pena ricordare come funziona quella macchina. Il programma per gli informatori paga taglie comprese tra il 10% e il 30% delle somme recuperate quando le sanzioni superano il milione di dollari, un incentivo che continua ad attirare segnalazioni da tutto il mondo, Italia inclusa. La CETU, dal canto suo, filtra e istruisce i casi con specialisti di analisi on-chain e di frodi tecnologiche. È l’infrastruttura che ha retto anche mentre la SEC archiviava le cause per mancata registrazione: cambia il tipo di caso, non la capacità di aprirlo.

Se il voto passa: la strada (lunga) verso una legge

Immaginiamo lo scenario ottimista per l’industria: la cloture passa. Anche in quel caso, il traguardo resta lontano. La cloture apre soltanto la discussione; poi servono gli emendamenti in aula, un nuovo voto finale al Senato, la riconciliazione con il testo della Camera e l’eventuale passaggio in conferenza. Ognuno di questi passaggi richiede tempo, e il tempo è esattamente ciò che manca.

Il vero collo di bottiglia, spiega crypto.news, è il calendario della Camera. L’ufficio del capogruppo di maggioranza Tom Emmer ha cancellato le settimane del 21 e del 28 settembre, tagliando otto giornate legislative già previste. Alla Camera restano pochi giorni di voto dopo il Labor Day, con l’aula che lascia Washington intorno al 17 settembre e non rientra fino a dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Con i deputati che se ne vanno appena due giorni dopo il voto atteso al Senato, completare emendamenti, approvazione alla Camera ed eventuale conferenza entro l’anno diventa quasi impossibile.

Non sorprende che i mercati delle previsioni riflettano questa fatica: la stessa crypto.news segnala probabilità di promulgazione entro il 2026 intorno al 18%, in linea con le stime di Polymarket e Galaxy, crollate dai massimi di inizio anno. In pratica, anche un sì martedì somiglia più a un primo tempo che a un fischio finale.

Se il voto fallisce: SEC e CFTC restano il piano B

Lo scenario opposto, il fallimento della cloture, non lascia un vuoto assoluto. È la lettura che offre il CEO di Coinbase Brian Armstrong: la chiarezza, dice, arriverà comunque, dal Senato oppure dalle agenzie. In un intervento ripreso da Bitcoin.com, Armstrong ha sintetizzato la questione con l’idea che «CLARITY is coming either way», tracciando due percorsi paralleli: quello legislativo del 15 settembre e quello regolatorio delle agenzie. La CFTC guidata da Mike Selig, sempre secondo la stessa fonte, ha già dato mandato agli uffici di costruire una categoria di registrazione per il mercato dei crypto-asset, una rete di sicurezza pronta a scattare se il Congresso resta fermo.

Sul versante SEC il piano B è ancora più avanzato. Ad agosto 2026 la Commissione ha proposto per iscritto la Regulation Crypto Assets, un pacchetto di circa 400 pagine con tre vie di uscita per gli emittenti (un’esenzione per le startup, una per la raccolta di capitali su due livelli e un porto sicuro che permette a un token di uscire dallo status di titolo). L’analisi di Sidley Austin ne ricostruisce i meccanismi; il periodo di consultazione pubblica si chiude intorno al 20 ottobre. A monte c’è il rilascio interpretativo congiunto SEC-CFTC del marzo 2026, che ha stabilito che la maggior parte dei crypto-asset non sono titoli, come sintetizzato dalla stessa SEC.

La differenza, però, è la solidità. Regole d’agenzia e proposte di rulemaking restano il regime di fatto, ma sono strumenti amministrativi: possono essere ritirati, riscritti o congelati da una diversa maggioranza alla Commissione. È esattamente la fragilità che la CLARITY Act, se diventasse legge, andrebbe a coprire.

Il nodo della reversibilità: Trump v. Slaughter

Il motivo per cui l’industria insiste tanto su una legge, e non si accontenta delle regole d’agenzia, ha un nome preciso: reversibilità. Una linea guida dello staff, un rilascio interpretativo o una proposta di regola vivono finché la maggioranza politica che li sostiene resta al suo posto. Una legge, invece, richiede un altro passaggio parlamentare per essere smontata.

Il tema è diventato più concreto con la sentenza Trump v. Slaughter, decisa dalla Corte Suprema il 29 giugno 2026 con un 6 a 3 che ha superato il precedente Humphrey’s Executor del 1935. Come spiega lo studio Holland & Knight, la decisione indebolisce le tutele che proteggevano i vertici delle agenzie indipendenti dalla rimozione discrezionale del presidente, SEC e CFTC comprese. Tradotto: la spinta pro-crypto di oggi poggia su commissari più esposti al ciclo politico di quanto non fossero in passato.

A completare il quadro c’è l’annuncio dell’uscita della commissaria Hester Peirce, la più favorevole all’industria, prevista per novembre 2026. Con una commissione già ridotta a soli membri repubblicani dopo l’addio di Caroline Crenshaw a inizio anno, la mancanza di una legge lascia l’intero impianto appeso a equilibri che possono cambiare in fretta. È questo il vero argomento di chi chiede il sì martedì: non tanto il contenuto delle regole, quanto la loro durata.

La voce dei critici: la SEC come Crypto Promotion Commission

Non tutti applaudono. Sul fronte opposto, l’organizzazione Better Markets ha usato parole durissime contro la direzione presa dalla SEC. Il direttore per la politica sui titoli Benjamin Schiffrin ha sostenuto che, sotto la guida di Atkins, la Commissione è diventata «la Commissione per la promozione delle crypto» («the Crypto Promotion Commission»), accusandola di esentare il settore proprio dagli obblighi di registrazione pensati per proteggere gli investitori, come si legge sul sito di Better Markets.

La replica di Atkins è di segno opposto. Il presidente della SEC ha rivendicato di aver «messo fine alla regolamentazione tramite enforcement», come riportato dagli atti della sua audizione ripresi dal Harvard Law School Forum on Corporate Governance, e ha descritto il compito della Commissione con la formula «tracciare linee chiare in termini chiari» («draw clear lines in clear terms»), citata nel comunicato della SEC. Due visioni inconciliabili: per Atkins la vecchia SEC puniva senza regole chiare; per Better Markets la nuova SEC smonta le regole chiedendo poco in cambio.

Questo scontro pesa sul voto del 15 settembre. Parte dei democratici che Thune deve convincere condivide le preoccupazioni di Better Markets sulla tutela del consumatore e sul conflitto di interessi. Per loro, votare la cloture significherebbe blindare per legge un approccio che considerano troppo permissivo. Ecco perché la partita non è solo aritmetica, ma di merito.

Lo specchio europeo: l’UE l’arbitro l’ha già scelto

Visto dall’Italia, tutto questo ha il sapore di un film già visto, ma con un finale diverso. L’Unione Europea la domanda «chi comanda sulle crypto?» se l’è posta anni fa e ha risposto con un regolamento unico, il MiCA (Regolamento (UE) 2023/1114), già pienamente in vigore. Non c’è una guerra di competenze tra due agenzie da risolvere con un voto: il perimetro è fissato per legge, e non dipende dall’umore di una maggioranza o dalla tenuta di un singolo commissario.

In Italia il quadro è chiaro. La Consob vigila su condotta e tutela degli investitori, la Banca d’Italia sugli aspetti prudenziali e sulle stablecoin (i token collegati ad attività, ART, e quelli di moneta elettronica, EMT), secondo il decreto legislativo 129 del 2024. I derivati su crypto, che siano futures o perpetui, restano strumenti finanziari sotto MiFID II, vigilati dalla Consob. Chi voglia operare come fornitore di servizi deve ottenere l’autorizzazione prevista dal regime, un percorso che abbiamo raccontato nel dettaglio nella guida alla licenza CASP in Italia.

AspettoStati Uniti (CLARITY / SEC-CFTC)UE e Italia (MiCA / Consob)
Fonte delle regoleLegge ancora da approvare più regole d’agenziaRegolamento (UE) 2023/1114 già in vigore
Chi decide il perimetroConteso tra SEC e CFTCFissato per legge: Consob (condotta) e Banca d’Italia (prudenziale/stablecoin)
CategorieDigital security, digital commodity, stablecoinToken collegati ad attività (ART), moneta elettronica (EMT), altri crypto-asset
Strumenti derivatiCFTCMiFID II, vigila la Consob
Rischio di marcia indietroAlto finché non c’è una leggeBasso: modificare un regolamento UE richiede anni

La differenza filosofica è netta. Gli Stati Uniti stanno ancora decidendo chi tiene la penna; l’Europa la penna l’ha già consegnata, accettando in cambio un perimetro più rigido e meno flessibile. Non esiste un equivalente europeo del digital commodity affidato a un regolatore delle materie prime: nell’UE un crypto-asset a pronti è materia da fornitore di servizi sotto MiCA, non da autorità sulle commodity.

Che cosa significa per l’investitore italiano

La prima cosa da dire a chi investe dall’Italia è rassicurante: il voto del 15 settembre non cambia le regole a cui è soggetto. In Italia e nel resto dell’Unione si applica MiCA, con la vigilanza di Consob e Banca d’Italia, a prescindere da come andrà a Washington. Nessuna tutela viene meno e nessun obbligo scompare per effetto di una decisione del Senato americano.

Detto questo, l’esito conta eccome, ma per vie indirette. Le piattaforme globali, la disponibilità di alcuni token, i flussi delle stablecoin in dollari e la fiducia complessiva del mercato dipendono anche da quello che gli Stati Uniti decidono di essere. Un dettaglio va sottolineato: l’esenzione per la raccolta di capitali contenuta nella proposta SEC è riservata a soggetti statunitensi, quindi un progetto con base in Italia non potrebbe comunque usarla. La partita americana, insomma, si gioca soprattutto sulle piattaforme e sui capitali, non sul quadro giuridico domestico.

C’è poi il contesto di prezzo e di calendario. Bitcoin è scivolato poco sotto i 77.000 dollari, circa 66.000 euro (CoinGecko), con Ethereum intorno ai 2.100 euro, oltre un terzo sotto il massimo storico di inizio ottobre 2025. E il voto sulla CLARITY Act cade in una settimana densa, con la decisione della Federal Reserve attesa il giorno dopo, il 16 settembre. Come abbiamo osservato analizzando la correlazione tra azioni e crypto nei giorni macro e nel resoconto della settimana decisiva tra Tesoro e Fed, in queste finestre la politica e la macro tendono a muovere i prezzi più dei fondamentali. Sul nodo del rendimento delle stablecoin, così centrale nello stallo americano, vale la pena guardare anche a cosa si muove in Europa, dove abbiamo raccontato il progetto della stablecoin in euro delle banche. E chi teme che meno cause per registrazione significhino meno controlli farebbe bene a ricordare quanto pesano davvero le regole antiriciclaggio, tema che abbiamo misurato in un’analisi dedicata a costi e benefici dell’antiriciclaggio crypto.

Il calendario da tenere d’occhio

Per orientarsi nelle prossime settimane, conviene fissare le date che contano davvero, dentro e fuori l’aula del Senato:

  • 14 settembre: il Senato rientra dalla pausa estiva.
  • 15 settembre, ore 14:15 della costa Est (20:15 in Italia): voto di cloture sulla CLARITY Act, servono 60 voti.
  • 16 settembre: decisione di politica monetaria della Federal Reserve, uno snodo macro per tutti gli asset di rischio.
  • Intorno al 17 settembre: la Camera lascia Washington e non rientra fino a dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre.
  • Circa 20 ottobre: si chiude la consultazione pubblica sulla proposta SEC di Regulation Crypto Assets.
  • Novembre 2026: uscita prevista della commissaria Hester Peirce dalla SEC.
  • 2027: probabile finestra per il voto finale sulla regola SEC e, in caso di stop martedì, per una ripartenza della CLARITY Act con il nuovo Congresso.

Il quadro complessivo è quello di un sistema che prova a passare dall’enforcement caso per caso a un rulebook stabile, ma che rischia di restare a metà del guado. Se la cloture passa, la strada verso una legge esiste ma è lunga e in salita; se fallisce, la SEC e la CFTC restano il piano B, con tutta la fragilità di regole che si possono ritirare. In entrambi i casi, per chi indaga sulle frodi, il lavoro non cambia. E per l’investitore italiano, coperto da MiCA, il vero segnale non è chi vince martedì, ma quanto in fretta gli Stati Uniti smetteranno di litigare su chi tiene la penna.

Domande frequenti

Che cos’è il voto di cloture della CLARITY Act del 15 settembre?

È un voto procedurale del Senato degli Stati Uniti, fissato per il 15 settembre 2026 alle 14:15 dell’ora della costa Est. Non approva la legge: serve a chiudere il dibattito sulla mozione di procedere e a superare l’ostruzionismo. Richiede 60 voti su 100. Se li ottiene, il Senato può iniziare a discutere e a emendare il testo; se non li ottiene, la finestra del 2026 si chiude quasi del tutto.

Se passa la CLARITY Act, la SEC perde il controllo sulle crypto?

Non del tutto. La legge sposterebbe verso la CFTC la vigilanza sullo spot dei digital commodity, cioè dei token legati a una blockchain considerata matura, ma la SEC manterrebbe la competenza sugli investment contract, sui token con caratteristiche di titolo e, soprattutto, il potere di perseguire le frodi. Cambierebbe chi registra e vigila i mercati, non chi punisce chi inganna gli investitori.

La SEC smette di perseguire le frodi crypto?

No. Anche dopo aver archiviato le cause per mancata registrazione contro Coinbase, Kraken e altri, la SEC ha continuato a portare avanti i casi di frode. La Cyber and Emerging Technologies Unit, il programma di taglie per gli informatori e la condanna a 15 anni di Do Kwon nel dicembre 2025 mostrano che il pavimento antifrode regge. Il perimetro si è spostato dalla domanda «hai registrato?» alla domanda «hai mentito?».

La CLARITY Act cambia qualcosa per chi investe in Italia?

Direttamente poco: in Italia e nell’Unione Europea si applica MiCA, con la vigilanza di Consob e Banca d’Italia, a prescindere dal voto americano. Indirettamente conta molto, perché l’esito statunitense influisce sulle piattaforme globali, sulla disponibilità dei token e sui flussi delle stablecoin. Va ricordato che l’esenzione per la raccolta di capitali della proposta SEC è riservata a soggetti statunitensi, quindi un progetto italiano non potrebbe usarla.

Che cosa succede se il voto del 15 settembre fallisce?

La legge federale sulla struttura di mercato slitta, con ogni probabilità, al nuovo Congresso del 2027. Ma il vuoto non è totale: la CFTC di Mike Selig sta preparando una categoria di registrazione per il mercato dei crypto-asset e la SEC ha già la sua proposta di Regulation Crypto Assets e il rilascio interpretativo del marzo 2026. Regole d’agenzia ed enforcement resterebbero il piano B, con il limite di poter essere ritirate da una nuova amministrazione.

Di Anneke de Vries, redazione Regulation di HOGE Wire.

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