Ordinals, Runes e BTCfi: l’economia on-chain di Bitcoin
Dopo la fuga dei turisti, gli Ordinals trovano una seconda vita come garanzia nei prestiti nativi di Bitcoin. Runes, BTCfi e Liquidium disegnano un'economia on-chain piccola ma reale.
Per due anni gli Ordinals sono stati raccontati come una moda: immagini scritte dentro Bitcoin, aste milionarie, marketplace che spuntavano ogni mese. Nel 2026 la moda si è raffreddata. I turisti se ne sono andati, diversi servizi hanno chiuso e i floor delle collezioni restano lontani dai massimi del 2024. Eppure, sotto la superficie, sta prendendo forma qualcosa di più sobrio e più interessante: un’economia di asset nativi di Bitcoin, fatta di artefatti non fungibili (gli Ordinals), di token fungibili (le Runes) e di un livello di credito che trasforma entrambi in garanzia utilizzabile (il BTCfi).
Il segnale più chiaro non è un prezzo, ma un dato di prodotto. Su Liquidium, il principale protocollo di prestito nativo su Bitcoin, sono passati oltre 360 milioni di dollari di prestiti in circa dodici mesi, con più di 75.000 operazioni e oltre 6,3 milioni di dollari di interessi pagati in BTC nativo ai finanziatori, secondo l’analisi pubblicata da Bitcoin Magazine. Questa è la storia di come Bitcoin si è costruito, senza clamore, un piccolo mercato dei capitali on-chain, e di che cosa significa per chi investe dall’Italia.
Dagli JPEG al collateral: la seconda vita degli Ordinals
Nel 2023 e nel 2024 il valore di un Ordinal era quasi tutto narrativa: prima collezione da 10.000 pezzi su Bitcoin, primo blocco quasi pieno riempito da una singola immagine, primo mago inscritto. Era un mercato guidato dallo status e dalla speculazione, con i prezzi delle collezioni gonfiati dalla novità. Il 2026 ha spazzato via quella fase. Il marketplace Magic Eden ha chiuso il trading di Ordinals e NFT su Bitcoin a marzo per concentrarsi su Solana, l’explorer Ord.io ha spento i server a giugno e persino OrdinalsBot, il primo servizio di inscription mai nato, ha avviato la propria liquidazione ad agosto vendendo marchio e codice.
La domanda giusta, a quel punto, non è più «quanto vale questo JPEG» ma «a che cosa serve». E la risposta che sta emergendo è concreta: un Ordinal, o una Rune, diventa qualcosa contro cui prendere in prestito bitcoin senza venderlo. È lo stesso salto che il mondo tradizionale conosce da secoli, quando un bene passa da oggetto da collezione a garanzia accettata da un creditore. Con una differenza sostanziale: qui il prestito, la garanzia e il rimborso vivono tutti sulla stessa catena, senza custodi centrali.
Questa seconda vita spiega perché i numeri di prezzo e i numeri di utilizzo raccontano storie opposte. Le capitalizzazioni sono crollate rispetto al picco, ma il volume dei prestiti, il numero di iscrizioni totali e l’infrastruttura di credito continuano a crescere. Il protocollo è rimasto anche dopo che l’hype se n’è andato, e attorno ad esso si è addensato un tessuto economico più stabile. Per un lettore italiano abituato a valutare un asset in base al reddito che genera, è il passaggio più significativo dall’invenzione stessa degli Ordinals.
Vale la pena fissare subito la tesi di questo articolo. L’economia degli asset nativi di Bitcoin nel 2026 è reale, è nativa e ha superato la fase di consolidamento, ma resta minuscola rispetto a Ethereum ed è divisa in due anime: da un lato la speculazione su memecoin e collezioni, dall’altro l’utilità del credito on-chain. Capire dove finisce una e comincia l’altra è la chiave per non confondere il rumore con il segnale.
Ordinals in breve: cosa sono davvero
Il protocollo Ordinals, creato da Casey Rodarmor ed entrato in funzione il 21 gennaio 2023, fa due cose semplici. Primo, numera ogni singolo satoshi (l’unità minima di Bitcoin, un centomilionesimo di BTC) secondo l’ordine in cui è stato estratto, creando una sorta di matricola per ogni sat. Secondo, permette di allegare dati arbitrari (un’immagine, un testo, un file audio) a uno specifico satoshi attraverso una operazione chiamata inscription. Il risultato è un artefatto digitale che vive interamente dentro Bitcoin, senza contratti intelligenti e senza modifiche al protocollo.
La numerazione dei sat non è un dettaglio tecnico fine a sé stesso: è ciò che rende ogni satoshi potenzialmente unico e collezionabile. La teoria ordinale definisce livelli di rarità che vanno dal comune al mitico, a seconda della posizione del sat nella storia della catena (il primo sat di un blocco, il primo di un periodo di difficoltà, il primo di un’epoca di halving). Tutto questo è calcolato da un software indicizzatore chiamato ord, che legge la blockchain e ricostruisce la numerazione: la rete Bitcoin non sa nemmeno che gli Ordinals esistono.
Rodarmor ha sempre rifiutato l’etichetta di NFT. In un’intervista a TechCrunch ha spiegato di preferire l’espressione «digital artifact», artefatto digitale, perché a suo dire «the term NFT feels tainted», il termine NFT è ormai contaminato dalle promesse mancate e dai metadati che puntano a server esterni. La distinzione è tecnica oltre che culturale: un Ordinal contiene il file dentro la transazione, mentre gran parte degli NFT su altre catene conserva solo un link a un’immagine ospitata altrove.
Due innovazioni precedenti hanno reso tutto questo possibile. SegWit, attivato nel 2017, ha separato i dati di firma (il witness) dal resto della transazione e ha dato loro uno sconto di peso, di fatto abbassando il costo di scrivere dati voluminosi. Taproot, attivato nel novembre 2021, ha ampliato lo spazio utilizzabile in quel witness. Gli Ordinals non sono quindi un attacco a Bitcoin né una scappatoia: sfruttano capacità che la comunità ha aggiunto deliberatamente, come nota anche la ricostruzione tecnica di Chainalysis. È un punto importante quando arriveremo alla guerra culturale sul cosiddetto spam.
Il perno da tenere a mente è che l’Ordinal è prima di tutto un modo di marcare e trasferire un satoshi con un contenuto attaccato. Questa natura minimale è ciò che, tre anni dopo, permette di usarlo come garanzia: chi presta bitcoin sa esattamente quale sat riceverà in caso di mancato rimborso, perché quel sat è identificabile in modo univoco sulla catena.
Runes: la gamba fungibile dell’economia on-chain
Se gli Ordinals sono gli oggetti unici, le Runes sono la moneta di scambio. Sono un protocollo per creare token fungibili direttamente su Bitcoin, lanciato dallo stesso Rodarmor il giorno dell’halving di aprile 2024. Le Runes sono nate per correggere gli errori del loro predecessore, lo standard BRC-20, che dal 2023 aveva permesso di creare token attraverso inscription in formato JSON ma in modo inefficiente e dipendente da indicizzatori esterni. Le Runes usano invece il modello UTXO di Bitcoin in modo nativo e lasciano molte meno tracce sulla catena.
Il risultato pratico è visibile nei numeri. Il BRC-20, che al picco del 2023 aveva sfiorato il miliardo di dollari di capitalizzazione complessiva secondo Decrypt, si è poi drasticamente ridimensionato, con scambi giornalieri di poche decine di milioni di dollari concentrati quasi solo su ORDI e SATS. Le Runes hanno preso il testimone come standard fungibile di riferimento, con una capitalizzazione di categoria attorno ai 133 milioni di dollari secondo CoinGecko. Chi vuole capire come si crea concretamente un token di questo tipo può leggere la nostra guida pratica a etch e mint delle Runes.
Come quasi tutti i mercati memecoin, anche quello delle Runes è estremamente concentrato. Un solo token, DOG (nome completo DOG•GO•TO•THE•MOON, distribuito con un airdrop ai primi utenti degli Ordinals), vale da solo circa 104 milioni di dollari, quasi il 78% dell’intera categoria. Dietro di lui il vuoto: MAGIC•INTERNET•MONEY si aggira sui 14 milioni, Pups sotto i 5, e la coda lunga scende rapidamente sotto il milione. È la fotografia di un settore dove la liquidità premia pochi nomi e abbandona tutti gli altri.
Un dettaglio interessante lega Runes e credito. Su Liquidium, come vedremo, le Runes hanno superato Ordinals e BRC-20 come collaterale più usato. La ragione è banale ma dice molto: un token fungibile è più facile da prezzare e da liquidare di un oggetto unico, quindi si presta meglio a fare da garanzia in un prestito. La gamba fungibile e quella non fungibile dell’economia on-chain non competono, si completano.
La mappa 2026: Ordinals, BRC-20 e Runes a confronto
Le tre famiglie di asset nativi condividono la stessa catena ma hanno logiche diverse. Gli Ordinals scrivono contenuti unici, il BRC-20 è il primo tentativo (imperfetto) di token fungibili, le Runes sono la versione matura. La tabella seguente riassume le differenze che contano per un investitore, non per uno sviluppatore.
| Caratteristica | Ordinals | BRC-20 | Runes |
|---|---|---|---|
| Tipo di asset | Non fungibile (artefatto unico) | Fungibile (token) | Fungibile (token) |
| Anno di nascita | Gennaio 2023 | Marzo 2023 | Aprile 2024 |
| Creatore | Casey Rodarmor | Anonimo (Domo) | Casey Rodarmor |
| Meccanismo | Dati inscritti su un sat | Inscription in JSON | Modello UTXO nativo |
| Efficienza on-chain | Media (file completo) | Bassa (molte inscription) | Alta (poche tracce) |
| Dipende da indicizzatori | Sì (ord) | Sì (fragile) | Meno |
| Esempio di punta | NodeMonkes, Taproot Wizards | ORDI, SATS | DOG |
| Uso come collaterale | In crescita | Marginale | Maggioritario su Liquidium |
La lettura orizzontale della tabella racconta un’evoluzione. Bitcoin ha imparato prima a marcare oggetti unici (Ordinals), poi a emettere token in modo grezzo (BRC-20), infine a farlo in modo pulito (Runes). Ogni passaggio ha ridotto lo spreco di spazio nei blocchi e ha reso gli asset più adatti a essere maneggiati da infrastrutture serie come i protocolli di prestito. Non è un caso che l’ultimo arrivato, le Runes, sia anche quello che domina il collaterale.
Resta un limite comune a tutte e tre le famiglie: dipendono, in misura diversa, da software di indicizzazione che leggono la catena e ricostruiscono lo stato. Bitcoin di per sé vede solo satoshi e transazioni. Questa dipendenza è meno grave delle sue caricature (chiunque può far girare un indicizzatore e verificare), ma spiega perché il livello applicativo di Bitcoin resti più fragile e più lento di quello di catene progettate attorno agli smart contract.
BTCfi: il livello che dà utilità agli asset di Bitcoin
BTCfi è l’abbreviazione di Bitcoin DeFi: l’insieme di protocolli che permettono di mettere a reddito o a garanzia i bitcoin (e gli asset costruiti su Bitcoin) senza affidarli a un intermediario centralizzato. È il pezzo che mancava. Per anni chi voleva usare i propri BTC nella finanza decentralizzata doveva spostarli su Ethereum o su altre catene tramite un bridge, accettando il rischio che quel ponte venisse svuotato da un exploit. Il BTCfi nativo prova a fare la stessa cosa restando sulla catena di origine.
Le dimensioni vanno lette con onestà. Secondo la ricerca di Spark, il BTCfi custodisce oggi circa 91.000 BTC, pari allo 0,46% circa dell’offerta di Bitcoin in circolazione, in calo di circa il 10% rispetto ai 101.700 BTC del massimo. Il segmento delle sidechain e delle Layer 2 è quello che ha sofferto di più, con un crollo di circa il 74% dal picco di circa 9,1 miliardi di dollari di ottobre 2025. Per capire quanto sia ancora presto, basta il confronto: su Ethereum la DeFi impegna circa il 15% dell’offerta di ETH, oltre trenta volte la penetrazione di Bitcoin.
Il panorama è dominato da pochi protocolli, ciascuno con un approccio diverso al problema di far fruttare BTC. La tabella seguente riassume i principali, con i valori bloccati stimati da Spark.
| Protocollo | Modello | Valore bloccato (stima) |
|---|---|---|
| Babylon | Staking nativo di BTC (i bitcoin restano sulla catena) | oltre 4 miliardi di dollari |
| Solv Protocol | BTC produttivo e token di riserva | circa 2,15 miliardi (19.456 BTC) |
| Lombard | Liquid staking token su BTC | circa 1,5 miliardi |
| tBTC (Threshold) | BTC tokenizzato con custodia decentralizzata | circa 578 milioni |
| Stacks (sBTC) | Layer dedicata agli smart contract su BTC | circa 437 milioni |
| Core DAO | Sidechain con staking di BTC | circa 314 milioni (5.541 BTC) |
Non tutti questi modelli sono ugualmente nativi. Alcuni, come tBTC, restano forme di tokenizzazione che portano il bitcoin su un’altra catena; altri, come Babylon, permettono ai BTC di restare fisicamente su Bitcoin e di essere vincolati tramite script. La distinzione è cruciale per il tema di questo articolo, perché il pezzo più interessante per gli Ordinals e le Runes non è lo staking, ma il prestito con garanzia che avviene interamente sulla Layer 1.
Guillaume Girard, analista di Bitcoin Magazine e investment associate presso UTXO Management, sintetizza così il motivo per cui questo approccio sta trovando un pubblico: le transazioni, scrive, sono garantite in modo nativo sulla blockchain di Bitcoin, «no wrapping, no bridging, just Bitcoin», cioè senza involucri sintetici e senza ponti verso altre catene. È un messaggio che parla direttamente alla mentalità conservatrice del detentore tipico di bitcoin, quello che preferisce rinunciare a un rendimento pur di non esporsi al rischio di un bridge.
Liquidium e il prestito nativo: gli Ordinals diventano garanzia
Liquidium è il caso di studio che meglio incarna la seconda vita degli Ordinals. È un protocollo di prestito peer-to-peer costruito sulla Layer 1 di Bitcoin: chi possiede un Ordinal, una Rune o un token BRC-20 può depositarlo come garanzia e ricevere in cambio bitcoin in prestito, senza cederne la proprietà a una piattaforma centralizzata. Chi ha liquidità, dall’altra parte, la presta e incassa gli interessi. Il tutto senza spostare nulla fuori da Bitcoin.
Il meccanismo si regge su due strumenti tecnici. Il primo sono le PSBT (Partially Signed Bitcoin Transactions), transazioni firmate parzialmente che permettono a più parti di costruire insieme un’operazione senza mai consegnare le proprie chiavi. Il secondo sono i DLC (Discreet Log Contracts), una forma di contratto condizionale su Bitcoin che blocca la garanzia in una sorta di deposito a garanzia programmato: se il debitore rimborsa entro la scadenza, riottiene il suo Ordinal; se non rimborsa, l’artefatto passa automaticamente al creditore. Nessun custode umano tocca mai i fondi.
I numeri, già citati in apertura, danno la misura del fenomeno: oltre 360 milioni di dollari di prestiti, più di 75.000 operazioni e oltre 6,3 milioni di dollari di interessi pagati in bitcoin nativo nell’arco di circa dodici mesi. Ma il dato che sorprende è la composizione del collaterale: secondo Bitcoin Magazine, le Runes hanno superato sia gli Ordinals sia i BRC-20 come garanzia più usata. Il credito on-chain di Bitcoin, insomma, è già entrato nella fase in cui a contare è la fungibilità della garanzia, non il suo prestigio.
Restano rischi specifici che vanno capiti prima di firmare qualsiasi cosa. Un prestito con DLC è a termine fisso: se non si rimborsa entro la scadenza, la garanzia è persa, senza le chiamate di margine graduali tipiche della finanza tradizionale. In un mercato illiquido come quello degli Ordinals, inoltre, il valore della garanzia può muoversi bruscamente, e i tassi offerti (in alcune campagne promozionali persino a doppia o tripla cifra su base annua) riflettono proprio questa volatilità. Rendimenti alti significano rischi alti, una regola che vale on-chain come altrove.
Il punto di fondo è che Liquidium ha trovato un uso per cui esiste una domanda reale e ripetuta, non una tantum. Un detentore che crede nel proprio Ordinal ma ha bisogno di liquidità immediata non deve più svenderlo sul mercato: lo impegna, ottiene bitcoin e lo riscatta più tardi. È esattamente la funzione che la finanza svolge da sempre, riprodotta senza banche e senza bridge, ed è la ragione per cui questa parte dell’economia on-chain è sopravvissuta alla fine dell’hype.
Perché «nativo» conta: niente wrapping, niente bridge
La parola chiave di tutta questa economia è «nativo». Per capire perché sia così importante, conviene ricordare come funzionava la versione precedente. Per usare i propri bitcoin nella DeFi bisognava depositarli presso un custode o un contratto che ne emetteva una versione tokenizzata su un’altra catena (il cosiddetto wrapped bitcoin), oppure trasferirli tramite un bridge. Entrambe le strade aggiungono un anello di fiducia in più, e proprio i bridge sono stati per anni il bersaglio preferito degli attacchi più costosi della storia crypto.
Il BTCfi nativo elimina quell’anello. Ordinals e Runes non lasciano mai Bitcoin, i prestiti si regolano con transazioni Bitcoin e le garanzie sono bloccate da contratti Bitcoin. Non c’è un token sintetico che può sganciarsi dal suo sottostante, non c’è un ponte che può essere prosciugato. Questo non azzera i rischi (restano quelli del codice, della liquidità e della custodia delle chiavi), ma li riporta tutti sotto lo stesso modello di sicurezza che protegge i bitcoin stessi. È la stessa logica del denaro duro che rende Bitcoin attraente come riserva di valore, applicata al livello degli asset, un tema che abbiamo esplorato parlando delle proprietà monetarie di oro e Bitcoin.
C’è anche una lettura più ampia. Mentre negli Stati Uniti la SEC apre la strada alla tokenizzazione di azioni e strumenti finanziari tradizionali, come raccontiamo nell’analisi sulla Innovation Exemption per le azioni tokenizzate on-chain, Bitcoin sta costruendo la propria economia di asset dal basso, partendo non dalla finanza regolamentata ma dalla cultura del possesso diretto. Sono due strade opposte verso lo stesso mondo, quello in cui gli asset vivono su una catena pubblica.
Non bisogna però idealizzare. «Nativo» non significa «senza rischi», e la maggior parte del valore del BTCfi è ancora concentrata nello staking e nei prodotti a garanzia, non nel trading attivo, segno che il settore è mosso più dalla ricerca di rendimento prudente che da un’attività speculativa vivace. La domanda vera dei prossimi anni è se questa base nativa saprà crescere di ordini di grandezza o se resterà una nicchia sofisticata per un pubblico ristretto.
Il mercato in numeri: prezzi, volumi e capitalizzazioni
I prezzi aiutano a inquadrare la scala reale del fenomeno. Al momento di scrivere, Bitcoin viaggia attorno ai 74.000 euro (circa 84.500 dollari), con una capitalizzazione di circa 1.700 miliardi di dollari e una quotazione ancora del 33% sotto il massimo storico di 126.080 dollari toccato il 6 ottobre 2025, secondo CoinGecko. È il contesto in cui va letto tutto il resto: gli asset nativi valgono una frazione minuscola della rete che li ospita.
| Asset o metrica | Valore (27 settembre 2026) | Note |
|---|---|---|
| Bitcoin (BTC) | circa 73.996 euro (84.540 dollari) | Capitalizzazione circa 1.700 miliardi di dollari |
| ORDI (BRC-20) | circa 4,22 euro (4,83 dollari) | Capitalizzazione circa 101 milioni, rank 290, circa 95% sotto il massimo |
| Categoria Runes | circa 133 milioni di dollari | DOG da solo circa 104 milioni (78%) |
| BTCfi (valore bloccato) | circa 91.000 BTC | Circa lo 0,46% dell’offerta di Bitcoin |
| Liquidium (prestiti cumulati) | oltre 360 milioni di dollari | Oltre 75.000 operazioni in circa 12 mesi |
Un confronto rende bene le proporzioni. ORDI, il più grande token BRC-20, e DOG, la più grande Rune, capitalizzano circa 100 milioni di dollari ciascuno e insieme rappresentano la stragrande maggioranza dell’intera economia dei token fungibili su Bitcoin. Sommando ORDI e l’intera categoria Runes si arriva ad appena un paio di centinaia di milioni di dollari: cifre da media azienda, non da rivoluzione finanziaria. Chi si avvicina a questi asset deve mettere in conto una liquidità sottile e movimenti di prezzo violenti, come il calo del 7% in un giorno registrato da ORDI mentre scriviamo.
Sul fronte dell’attività di mercato, i dati raccolti da KuCoin mostrano un settore vivo ma ridimensionato: le iscrizioni totali hanno superato i 107 milioni entro gennaio 2026, mentre il volume mensile di scambi degli Ordinals è oscillato tra i 33 e i 53 milioni di dollari nel primo trimestre. A marzo 2026 si sono contate 59.585 vendite con 14.909 acquirenti distinti, un prezzo medio di 785 dollari e meno dell’1% di wash trading, segno che chi resta sul mercato lo fa per interesse reale e non per gonfiare i volumi.
La distanza dai massimi conta, ma va contestualizzata. Il prezzo di Bitcoin oscilla in un intervallo ampio e la sua traiettoria di breve periodo è oggetto di dibattito, come abbiamo discusso chiedendoci se il ritorno sopra certe soglie fosse un rally vero o uno short squeeze. Per l’economia degli asset nativi, però, il prezzo di BTC è più sfondo che protagonista: quello che conta è se l’infrastruttura di credito continua a macinare volumi anche quando i floor scendono, e finora la risposta è stata sì.
Le fee, il budget di sicurezza e il nodo di lungo periodo
C’è una ragione per cui l’economia degli asset nativi interessa anche a chi degli JPEG non sa che farsene: le commissioni. Ogni inscription, ogni etch di una Rune, ogni prestito regolato on-chain paga una fee ai miner. In un futuro in cui il sussidio di blocco continuerà a dimezzarsi, quelle commissioni diventeranno la principale fonte di reddito della rete, e quindi la base del suo budget di sicurezza.
Oggi però siamo lontani da quello scenario. Secondo The Block, nel 2026 le fee sono scese ai minimi degli ultimi dodici mesi, e diverse rilevazioni le collocano attorno allo 0,69% del reddito dei miner, il livello più basso da dieci anni. In cifre assolute parliamo di circa 300.000 dollari al giorno di commissioni, contro un sussidio di blocco che vale circa 45 milioni di dollari al giorno. Il sussidio, fissato a 3,125 BTC per blocco dopo l’halving del 2024, si dimezzerà di nuovo attorno al 2028 scendendo a 1,5625 BTC.
Qui sta il paradosso che gli Ordinals hanno reso evidente. Quando le Runes sono state lanciate, il giorno dell’halving di aprile 2024, la corsa a coniarle ha fatto schizzare le commissioni medie oltre i 100 dollari a transazione, con blocchi che raccoglievano milioni di dollari di sole fee, come documentato da CoinDesk. Quella dimostrazione di forza ha però un rovescio: gli stessi che considerano le inscription uno spreco stanno di fatto scoraggiando l’unica attività che oggi genera domanda robusta di spazio nei blocchi. Samuel Patt, co-fondatore di OP_NET, ha definito questa tensione una «great irony», una grande ironia, in dichiarazioni riportate da Cryptonews: chi vuole affamare Bitcoin dei dati potrebbe affamarlo anche delle commissioni di cui avrà bisogno.
Per l’investitore la conseguenza è indiretta ma reale. Un’economia di asset nativi che genera transazioni a pagamento è, nel lungo periodo, un contributo alla sicurezza della rete su cui poggia l’intero investimento in Bitcoin. Non è la giustificazione morale che i sostenitori degli Ordinals a volte ne fanno, ma è un fatto economico che pesa nel dibattito su cosa Bitcoin debba o non debba ospitare.
BIP-110 e la guerra culturale su cosa appartiene a Bitcoin
Non tutti nella comunità Bitcoin accettano gli Ordinals. Lo sviluppatore Luke Dashjr, storico contributore di Bitcoin Core, li ha definiti apertamente «spam» che sfrutta un difetto del software per aggirare i limiti storici sui dati, in dichiarazioni riportate da The Block, e filtra le inscription nel pool di mining OCEAN e nel client Bitcoin Knots. Dall’altra parte, la maggioranza degli sviluppatori considera le inscription transazioni valide come le altre: chi paga la commissione ha diritto a usare lo spazio nel blocco.
Questa frattura ha avuto due esiti opposti nel giro di un anno. Da un lato, Bitcoin Core con la versione 30 ha rilassato il limite di default sui dati arbitrari inseribili tramite l’operazione OP_RETURN, una modifica discussa e approvata nella pull request 32359 su GitHub, che di fatto riconosce l’uso della catena per dati non monetari. Dall’altro, i critici hanno tentato la strada opposta con la proposta BIP-110, pensata per soffocare le inscription a livello di regole di consenso.
Il verdetto è arrivato dai miner. La segnalazione obbligatoria per BIP-110 è partita il 7 agosto 2026 al blocco 961.632, ma ha raccolto solo il 2,5% circa del sostegno degli hashrate contro il 55% necessario per attivarsi. La catena di minoranza ha estratto appena due blocchi prima di fermarsi, mentre oltre il 99% della potenza di calcolo è rimasta sulla catena principale. In pratica il tentativo è fallito prima ancora di iniziare.
Sul fallimento di BIP-110 è intervenuto anche Michael Saylor, presidente di Strategy e maggiore detentore aziendale di bitcoin, che ha liquidato la vicenda con una formula diventata virale: «Bitcoin is working as designed», Bitcoin funziona come progettato, in dichiarazioni riprese da CoinDesk. La lettura di Saylor è che il protocollo abbia resistito a un tentativo di modifica non condiviso, esattamente come dovrebbe fare un sistema che cambia solo con un consenso schiacciante. Per gli Ordinals, il messaggio è chiaro: la loro esistenza non dipende più dal permesso di nessuno.
Fisco italiano: come si tassano Ordinals, Runes e prestiti BTCfi
Chi opera dall’Italia deve fare i conti con un quadro fiscale che nel 2026 è diventato più pesante. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze sulle cripto-attività sono tassate con un’imposta sostitutiva del 33%, sette punti in più rispetto al 26% precedente, come confermano le analisi di Agenda Digitale. L’aliquota ridotta del 26% sopravvive solo per gli stablecoin ancorati all’euro (i cosiddetti EMT sotto MiCA), non certo per Ordinals, Runes o token BRC-20.
Sono cadute anche le vecchie tutele. La franchigia di 2.000 euro sotto la quale le plusvalenze non erano tassate è stata abolita, quindi ogni guadagno è imponibile fin dal primo euro. Va poi ricordato che, secondo la prassi dell’Agenzia delle Entrate, la permuta tra cripto-attività diverse (per esempio scambiare bitcoin con un Ordinal, o una Rune con un’altra) è considerata un evento realizzativo: genera plusvalenza tassabile anche se non si è mai tornati a euro. È un punto che molti collezionisti scoprono troppo tardi.
Il caso degli NFT, categoria in cui rientrano gli Ordinals, resta il più incerto. Le indicazioni più recenti suggeriscono di tassarli in base alla loro finalità (collezionismo, investimento o utilità), il che lascia spazio a interpretazioni diverse a seconda di come viene usato l’artefatto. In ogni caso valgono gli obblighi di monitoraggio nel quadro RW e la dichiarazione delle plusvalenze nel quadro RT, mentre dal 2027 la direttiva europea DAC8 imporrà agli exchange la comunicazione automatica dei dati al fisco, riducendo lo spazio per chi conta sull’opacità.
E i prestiti BTCfi? Prendere bitcoin in prestito impegnando un Ordinal non è di per sé una vendita, quindi in linea di principio non realizza una plusvalenza al momento dell’operazione. Ma la situazione si complica se la garanzia viene liquidata in caso di mancato rimborso (un evento che assomiglia a una cessione) o se gli interessi incassati come finanziatore vengono qualificati come reddito. Vista l’assenza di una prassi consolidata, chi usa questi strumenti dovrebbe conservare una documentazione dettagliata di ogni operazione e valutare il supporto di un commercialista esperto di cripto-attività.
MiCA e la vigilanza: dove finiscono NFT e cripto-attività
Sul piano regolamentare, il riferimento è il regolamento europeo MiCA, pienamente operativo dopo la fine del periodo transitorio italiano il 1 luglio 2026. In Italia la vigilanza è ripartita tra due autorità, come stabilito dal decreto legislativo 129/2024: la Consob si occupa della condotta di mercato e della tutela degli investitori, mentre la Banca d’Italia presidia gli aspetti prudenziali e gli stablecoin (ART ed EMT). I derivati su cripto, come i perpetual, restano invece sotto la MiFID II e la competenza della Consob, non sotto MiCA.
La domanda che interessa gli Ordinals è se rientrino o meno in MiCA. La regola generale è che gli NFT unici e non fungibili sono esclusi. Ma la sostanza prevale sulla forma: secondo l’analisi di CMS, una grande serie o collezione emessa in migliaia di pezzi quasi identici, oppure una frazione di NFT, può essere considerata di fatto fungibile e quindi ricadere nel perimetro del regolamento. Un singolo artefatto d’arte resta fuori; una collezione da 10.000 pezzi trattata come un token potrebbe non esserlo.
Per il BTCfi il nodo è diverso. MiCA regola i fornitori di servizi (gli exchange, i custodi, gli emittenti), non il protocollo in sé. Un prestito peer-to-peer eseguito da contratti Bitcoin senza un intermediario che detiene i fondi sfugge alle categorie classiche della vigilanza, e resta un’area grigia che le autorità europee non hanno ancora affrontato in modo organico. È lo stesso dibattito, ancora aperto, che attraversa tutta la finanza decentralizzata e di cui abbiamo scritto analizzando il tentativo di semplificare o rafforzare le regole MiCA.
Il messaggio per l’investitore italiano è duplice. Comprare e vendere Ordinals o Runes attraverso una piattaforma regolamentata rientra in un quadro sempre più definito, con obblighi di trasparenza e di identificazione. Ma usare protocolli nativi come Liquidium significa muoversi in un territorio dove la protezione normativa è minima e la responsabilità ricade quasi interamente sull’utente. La libertà del BTCfi nativo è reale, e lo sono anche i suoi rischi.
I rischi da mettere in conto
L’economia degli asset nativi è affascinante, ma è anche uno dei territori più rischiosi delle crypto. Il primo problema è la liquidità: con volumi mensili di poche decine di milioni di dollari e un prezzo medio di vendita sotto i 1.000 dollari, uscire da una posizione al momento sbagliato può voler dire accettare uno sconto pesante o non trovare affatto un compratore. La liquidità sottile amplifica ogni movimento, sia in salita sia in discesa.
Il secondo rischio è la custodia. Gli Ordinals e le Runes si conservano in wallet che l’utente controlla direttamente, e questo significa che la sicurezza dipende interamente da lui. I drainer, gli script malevoli che svuotano i wallet dopo una firma ingannevole, restano una minaccia costante, e nel mondo delle inscription un errore di firma può costare un intero artefatto in modo irreversibile. La stessa autonomia che rende attraente il BTCfi nativo scarica sull’utente responsabilità che nella finanza tradizionale sono di qualcun altro.
Ci sono poi i rischi del codice. Non tutto il BTCfi è nativo come Liquidium: diversi protocolli usano forme di tokenizzazione e ponti, e la storia del 2026 ricorda quanto siano fragili. Solv Protocol, secondo la ricostruzione di Spark, ha subìto a marzo una vulnerabilità di doppio conio che ha portato al furto di 38 SolvBTC, per un valore di circa 2,7 milioni di dollari. Anche i prestiti nativi hanno il loro tallone d’Achille: la scadenza fissa dei DLC non perdona ritardi, e la garanzia si perde senza il preavviso graduale di una chiamata di margine.
Infine, i dati. Dopo l’uscita di Magic Eden dal mercato Bitcoin, molte fonti aggregate riportano floor e capitalizzazioni datati o poco affidabili, e diverse pagine mostrano conversioni in dollari basate su prezzi di BTC vecchi di mesi. Chi valuta una collezione dovrebbe ragionare in bitcoin, non in euro convertiti da fonti terze, e verificare i prezzi su più marketplace prima di decidere.
Cosa guardare nei prossimi mesi
Il primo indicatore da seguire è il collaterale. Se le Runes continueranno a crescere come garanzia più usata su Liquidium, e se il volume dei prestiti supererà stabilmente i massimi attuali, sarà la prova che l’uso del credito on-chain non è un fuoco di paglia ma una funzione strutturale. Al contrario, un ristagno segnalerebbe che il BTCfi nativo ha trovato il suo tetto naturale in una nicchia di appassionati.
Il secondo è il rapporto tra fee e sicurezza. Man mano che ci si avvicina all’halving del 2028, la quota di reddito dei miner che arriva dalle commissioni tornerà al centro del dibattito. Un’economia di asset nativi capace di generare domanda costante di spazio nei blocchi diventerebbe un argomento potente a favore della sostenibilità di lungo periodo di Bitcoin, mentre commissioni perennemente sotto l’1% terrebbero viva la preoccupazione sul budget di sicurezza. Il contesto macro, dai tassi della Fed alla propensione al rischio, resterà lo sfondo che decide quanta liquidità arriva a questi mercati di frontiera.
Il terzo è la chiarezza regolamentare. Le linee guida dell’ESMA sui criteri per distinguere NFT unici e serie fungibili, e una prassi fiscale italiana più definita sui prestiti garantiti da cripto, potrebbero cambiare in modo sensibile la convenienza di questi strumenti. Per ora l’economia degli asset nativi di Bitcoin resta piccola, volatile e poco protetta, ma ha smesso di essere solo una moda: è diventata, nel silenzio dopo l’hype, un mercato dei capitali in miniatura che funziona davvero.
Domande frequenti
Cosa sono gli Ordinals su Bitcoin?
Gli Ordinals sono un protocollo, attivo dal gennaio 2023, che numera ogni singolo satoshi e permette di allegargli dati come immagini o testi, creando artefatti digitali che vivono interamente dentro Bitcoin. A differenza di molti NFT, il contenuto è scritto sulla catena e non in un server esterno. Il creatore Casey Rodarmor li chiama artefatti digitali proprio per distinguerli dagli NFT tradizionali.
Che differenza c’è tra Ordinals e Runes?
Gli Ordinals servono a creare oggetti unici e non fungibili, mentre le Runes sono un protocollo per emettere token fungibili su Bitcoin, lanciato da Rodarmor nell’aprile 2024. Le Runes hanno sostituito il precedente standard BRC-20 perché usano il modello UTXO di Bitcoin in modo più efficiente e lasciano meno tracce sulla catena. In sintesi, gli Ordinals sono la gamba non fungibile e le Runes quella fungibile della stessa economia on-chain.
Si può usare un Ordinal come garanzia per ottenere un prestito?
Sì. Protocolli nativi come Liquidium permettono di depositare un Ordinal, una Rune o un token BRC-20 come garanzia e ricevere bitcoin in prestito, senza cedere le proprie chiavi a una piattaforma centralizzata. Il prestito è gestito da contratti Bitcoin (PSBT e DLC) che restituiscono la garanzia al rimborso o la trasferiscono al creditore in caso di mancato pagamento. Nel 2026 su Liquidium sono passati oltre 360 milioni di dollari di prestiti.
Come si tassano gli Ordinals in Italia nel 2026?
Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze sulle cripto-attività, Ordinals compresi, sono tassate con un’imposta sostitutiva del 33%, e la vecchia franchigia di 2.000 euro è stata abolita. L’aliquota ridotta del 26% vale solo per gli stablecoin ancorati all’euro. Anche la permuta tra cripto diverse è un evento tassabile, e restano gli obblighi di monitoraggio nel quadro RW.
Cos’è il BTCfi e quanto è grande?
Il BTCfi è la finanza decentralizzata costruita nativamente su Bitcoin, che permette di mettere a reddito o a garanzia i bitcoin senza bridge verso altre catene. Nel 2026 custodisce circa 91.000 BTC, pari a circa lo 0,46% dell’offerta in circolazione, contro circa il 15% dell’offerta impegnata nella DeFi di Ethereum. È quindi un settore reale ma ancora agli inizi.
Articolo a cura di Marcus Okafor, redazione HOGE Wire.