MiCA al bivio: semplificare le regole o rafforzare le tutele
Il 30 settembre si chiude la consultazione UE sulla revisione di MiCA. Due spinte opposte, semplificare per competere o rafforzare per proteggere, disegneranno la MiCA 2.0.
Mancano pochi giorni. Alle 23:59 del 30 settembre 2026 si chiude la consultazione mirata con cui la Commissione europea sta rimettendo mano al regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets, Reg. UE 2023/1114), la legge che disciplina le cripto-attività nell’Unione. È un passaggio insolito: MiCA è pienamente applicabile solo dalla fine del 2024, e già Bruxelles si chiede se le sue regole vadano riscritte.
Il mercato, per ora, guarda altrove. Bitcoin viaggia poco sotto i 75.000 euro, sospinto dai flussi e dal risiko macro. Ma per gli operatori europei la partita vera si gioca a Bruxelles, e ha due anime opposte. Da un lato la pressione a semplificare, per non soffocare un settore già in affanno di competitività; dall’altro quella a rafforzare, per chiudere i buchi che la prima versione di MiCA ha lasciato aperti. La revisione dovrà tenere insieme le due cose, oppure scegliere. E la scelta racconta molto di come l’Europa immagina il proprio ruolo nell’economia digitale del prossimo decennio.
Il conto alla rovescia del 30 settembre
La consultazione è stata aperta il 20 maggio 2026 e, dopo una proroga dal 31 agosto, chiude il 30 settembre. Sul tavolo ci sono 86 domande, organizzate in quattro blocchi: definizioni e perimetro, stablecoin, prestatori di servizi (i CASP) e ciò che oggi resta fuori dal regolamento. La base giuridica sono gli articoli 140 e 142 di MiCA, che impongono alla Commissione di riferire al Parlamento e al Consiglio sull’andamento del mercato e sull’adeguatezza delle regole.
Le risposte confluiranno nelle relazioni della Commissione attese entro il 30 giugno 2027, che potrebbero accompagnarsi a una proposta legislativa di modifica: la cosiddetta MiCA 2.0. Colpisce la velocità. Di norma una legge europea di questa portata viene rivista dopo anni di applicazione; qui la Commissione ha aperto il cantiere quando il regolamento era pienamente operativo da appena diciotto mesi. Il motivo è dichiarato: la revisione è parte dell’agenda di semplificazione e competitività dell’esecutivo europeo, non un semplice tagliando tecnico.
MiCA in due minuti: cosa è già in vigore
Prima di capire dove va, conviene ricordare dove siamo. MiCA è entrato in vigore il 29 giugno 2023, ma le sue regole si sono attivate a scaglioni: dal 30 giugno 2024 quelle sulle stablecoin (i token collegati ad attività, ART, e quelli di moneta elettronica, EMT), dal 30 dicembre 2024 l’autorizzazione dei prestatori di servizi e le norme sugli abusi di mercato. L’ultima tappa è caduta il 1 luglio 2026, con la fine del periodo transitorio previsto dall’articolo 143: da quel giorno, servire clienti europei senza autorizzazione è fuorilegge.
| Data | Tappa |
|---|---|
| 29 giugno 2023 | MiCA entra in vigore |
| 30 giugno 2024 | Si applicano le regole sulle stablecoin (ART ed EMT, Titoli III e IV) |
| 30 dicembre 2024 | Si applicano autorizzazione CASP e abusi di mercato (Titoli II, V, VI, VII) |
| 1 luglio 2026 | Fine del periodo transitorio (art. 143): fuori chi non è autorizzato |
| 20 maggio 2026 | La Commissione apre la consultazione mirata di revisione |
| 30 settembre 2026 | Chiusura della consultazione (86 domande, 4 blocchi) |
| 30 giugno 2027 | Relazioni della Commissione (artt. 140 e 142), possibile MiCA 2.0 |
| 2028-2030 (stima) | Eventuale entrata in applicazione di una MiCA rivista |
In Italia il regolamento è stato recepito con il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che ha designato due autorità: la Consob per la condotta di mercato e la tutela degli investitori, la Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali e per le stablecoin. Alla chiusura del transitorio i soggetti abilitati con sede in Italia erano nove: otto CASP (CheckSig, Conio, CryptoSmart, Hercle, Hodlie, Olliv Italia, Riv Digital, Young Platform) più Banca Sella, notificata come intermediario già vigilato, secondo il comunicato congiunto Consob e Banca d’Italia. Sul piano europeo, il registro pubblico conta circa 359 CASP autorizzati, secondo il conteggio di casptracker.eu aggiornato al 24 settembre, distribuiti in modo molto disomogeneo tra i Paesi membri (come vedremo più avanti). Grazie al passaporto unico, chi ottiene la licenza in un Paese può operare in tutta l’Unione.
La cornice: l’agenda Draghi e la corsa alla semplificazione
Per leggere questa revisione bisogna alzare lo sguardo dal solo mondo cripto. Da un anno l’Unione ragiona ossessivamente di competitività, sotto la spinta del rapporto firmato da Mario Draghi nel settembre 2024, che ha messo nero su bianco un’accusa netta: l’eccesso di regole frena le imprese europee e le rende incapaci di competere con Stati Uniti e Cina. A un anno di distanza, nel settembre 2025, la Commissione ha organizzato una conferenza di verifica con la presidente von der Leyen e lo stesso Draghi, rilanciando una serie di pacchetti di semplificazione (i cosiddetti Omnibus, poi il Digital Omnibus), il progetto di un 28esimo regime societario e l’Unione del risparmio e degli investimenti.
La revisione di MiCA nasce dentro questa cornice. Non a caso, la Commissione descrive la consultazione come uno strumento per capire se gli oneri regolatori possano essere «semplificati, ridotti o eliminati». Non è un dettaglio semantico: significa che, a differenza di molti riesami tecnici, il punto di partenza politico non è «cosa aggiungere» ma «cosa alleggerire». È una prospettiva che apre una possibilità e nasconde un rischio, perché lo stesso questionario che chiede dove tagliare chiede anche dove estendere il perimetro. Le due domande convivono nello stesso documento, e questo è il cuore della tensione.
Il primo fronte: semplificare per non perdere pezzi
Il fronte della semplificazione parte da un dato scomodo. Nonostante il numero di licenze cresca ogni settimana, la fine del transitorio ha fatto una strage di operatori: secondo un’analisi ripresa da più testate, alla vigilia della scadenza di luglio solo una piccola minoranza dei prestatori pre-esistenti, intorno al 7%, aveva effettivamente in mano una licenza MiCA. Il resto ha dovuto chiudere, fondersi o uscire dal mercato europeo. La conformità costa: governance, capitale prudenziale, controlli di cybersicurezza, tutele per i clienti, dialogo continuo con il supervisore. Sono costi fissi che un grande exchange assorbe senza problemi e che schiacciano una start-up.
Chi difende la semplificazione non nega la necessità delle regole, ne contesta la mancanza di proporzionalità. Jeremy Baumann, COO di SwissBorg, prevede un mercato fatto di operatori meno numerosi ma più solidi: MiCA, ha detto, alza gli standard richiesti per servire i clienti europei e riduce il numero degli operatori poco strutturati, ma quando i grandi exchange globali arretrano si apre spazio per i player europei più attrezzati. È una lettura ottimista della selezione in corso. Meno ottimista quella di chi teme che la selezione premi solo i colossi.
Sul principio di proporzionalità l’europarlamentare Ondřej Kovařík, tra i negoziatori originari di MiCA, è stato netto: non si possono trattare allo stesso modo i grandi exchange globali quotati a Wall Street e una piccola azienda che avvia un’attività cripto. Sulla stessa linea Faustine Fleuret, responsabile degli affari pubblici di Morpho ed ex presidente dell’associazione francese ADAN, che ha più volte criticato l’assenza di graduazione: MiCA, ha osservato, tratta nello stesso modo una piccola start-up e un colosso internazionale, senza calibrare gli obblighi in base alle dimensioni o al rischio effettivo dell’operatore.
Il secondo fronte: rafforzare per colmare i vuoti
Sul versante opposto c’è chi ricorda che MiCA, per quanto ampio, lascia scoperte intere aree del mondo cripto. Il quarto blocco della consultazione è dedicato proprio a questo: cosa resta fuori dal perimetro e se valga la pena farlo entrare. L’elenco è lungo e include la finanza decentralizzata, lo staking non custodito, i prestiti, gli NFT emessi in serie, i depositi tokenizzati, i wrapped asset, i token di governance e le esposizioni sintetiche. Ognuno di questi capitoli è un potenziale ampliamento delle regole, non una loro riduzione.
Due esempi rendono l’idea. La DeFi è quasi interamente esterna a MiCA, perché il regolamento disciplina gli intermediari e non il codice: dove non c’è un operatore identificabile da autorizzare, non c’è nemmeno soggetto responsabile verso l’utente, come abbiamo raccontato analizzando perché la finanza decentralizzata resta fuori. I derivati sono un altro buco: perpetual, future e CFD sono strumenti finanziari sotto la MiFID II, vigilati dalla Consob e non da MiCA, con la conseguenza che lo spot è coperto ma i derivati no. Per chi mette al primo posto la protezione del risparmiatore, sono lacune da chiudere. Verena Ross, presidente dell’ESMA, lo ripete da tempo con una formula diventata quasi uno slogan: le regole di MiCA proteggeranno gli investitori solo se applicate in modo effettivo, non solo sulla carta.
La stablecoin è il vero campo di battaglia
Se c’è un tema in cui semplificazione e competitività si saldano, è quello delle stablecoin. Il mercato globale vale oltre 300 miliardi di dollari ed è ancorato per più del 99% al dollaro; i token in euro conformi a MiCA valgono una frazione minima, intorno allo 0,2% del totale. L’industria sostiene che non sia un caso, ma il risultato di regole troppo rigide.
Tre nodi tornano in ogni memoria depositata. Primo, il divieto di riconoscere interessi ai detentori: una stablecoin in euro non può girare al cliente il rendimento generato dalle riserve, così l’utente in cerca di remunerazione va altrove, verso i token in dollari o verso strutture di rendimento fuori dal perimetro regolato. Secondo, la composizione delle riserve, che MiCA impone in larga parte (almeno il 30%, il 60% per i token significativi) in depositi bancari. Terzo, il tetto per le stablecoin non in euro, che scatta oltre un milione di transazioni o 200 milioni di euro di controvalore al giorno usati come mezzo di scambio, obbligando l’emittente a sospendere l’emissione. Coinbase e altri operatori chiedono di ricalibrare riserve, remunerazione e modello di multi-emissione per rendere i token in euro davvero competitivi.
| Tema | Regola MiCA oggi | Cosa chiede la revisione |
|---|---|---|
| Interessi ai detentori | Vietati | Consentire una qualche remunerazione |
| Riserve | Almeno 30% (60% per i token significativi) in depositi bancari | Ricalibrare la composizione |
| Tetto token non in euro | Stop all’emissione oltre 1 mln di transazioni o 200 mln di euro al giorno come mezzo di scambio | Alzare o rivedere il limite |
| Multi-emissione dentro e fuori UE | Quadro incerto | Chiarire le regole per gli emittenti globali |
| Quota di mercato in euro | Circa lo 0,2% del totale | Rendere competitivi i token in euro |
Dietro il tecnicismo c’è una questione di sovranità monetaria. La forza del dollaro, che si riflette anche nell’andamento del dollar index sopra quota 100, si estende ai suoi token: finché le stablecoin in euro restano marginali, i pagamenti on-chain europei corrono su binari americani. Semplificare le regole diventa allora una mossa geopolitica, non solo un favore all’industria. La stessa Banca centrale europea insegue lo stesso obiettivo per una via diversa, l’euro digitale, il cui negoziato legislativo è in corso con l’ambizione di chiudersi entro fine anno.
Chi vigila su chi: la battaglia sulla centralizzazione
C’è un secondo modo di intendere la semplificazione: non meno regole, ma meno autorità. Oggi il regolamento è unico, ma a farlo rispettare sono ventisette vigilanze nazionali, con il rischio che qualcuno autorizzi con la mano più leggera. Il tema è esploso dopo la peer review dell’ESMA su Malta, del luglio 2025, che pur riconoscendo buone risorse all’autorità maltese ha rilevato che alcune questioni rilevanti non erano state pienamente risolte al momento del rilascio di una licenza. Un assist perfetto a chi teme la corsa al ribasso tra giurisdizioni.
Su questo l’Italia gioca un ruolo di primo piano. La Consob, insieme alla francese AMF e all’austriaca FMA, ha firmato un position paper per chiedere la vigilanza diretta dell’ESMA sui CASP di rilievo europeo; la Commissione ha poi rilanciato con un pacchetto di integrazione e vigilanza dei mercati, sostenuto anche da un parere favorevole della BCE. Verena Ross ha difeso l’idea sostenendo che una vigilanza più integrata renderebbe il mercato europeo più competitivo su scala globale e permetterebbe di seguire senza soluzione di continuità gli operatori transfrontalieri. Ma non tutti sono d’accordo: Irlanda, Lussemburgo e Malta frenano, e Faustine Fleuret ha avvertito che accentrare i poteri a Bruxelles rischia di rallentare le decisioni e di penalizzare proprio i piccoli. Semplificare accentrando, per qualcuno, significa aggiungere un livello, non toglierlo.
La geografia della licenza: una mappa a più velocità
Il passaporto unico doveva cancellare i confini, ma la fotografia del registro racconta un’Europa a più velocità. Le licenze si concentrano in pochi Paesi, e la classifica dice molto su dove le imprese scelgono di mettere radici e su quali autorità si stanno costruendo una reputazione da hub. La Germania guida con ampio margine, spinta da una pattuglia di banche che hanno aggiunto i servizi cripto alla loro offerta; seguono a distanza Francia e Paesi Bassi.
| Paese | CASP autorizzati |
|---|---|
| Germania | 95 |
| Francia | 36 |
| Paesi Bassi | 29 |
| Cipro | 25 |
| Malta | 22 |
| Spagna | 15 |
| Lussemburgo | 13 |
| Irlanda | 12 |
| Italia | 9 |
Dietro i numeri c’è la posta in gioco della revisione. La presenza di piccole giurisdizioni come Malta e Cipro nelle prime posizioni alimenta il sospetto della corsa al ribasso, cioè che qualcuno conceda licenze con criteri meno esigenti per attrarre operatori. È esattamente la preoccupazione che spinge la Consob e le altre autorità a chiedere più poteri per l’ESMA. I nove soggetti italiani, in fondo alla classifica dei grandi Paesi, raccontano invece un mercato interno ancora piccolo, dove la crescita passa più dagli operatori esteri con passaporto che dai campioni nazionali. La geografia della licenza è, in filigrana, la geografia del potere regolatorio europeo.
Il peso della carta: libro bianco, marketing e recesso
Non tutta la semplificazione è controversa. Buona parte delle domande della consultazione riguarda oneri burocratici su cui esiste un consenso più ampio. Il libro bianco (il documento informativo che accompagna l’offerta di un token) è oggi un adempimento pesante anche per progetti minori; le comunicazioni di marketing devono rispettare requisiti stringenti; il diritto di recesso di quattordici giorni, pensato per proteggere chi compra in fase di offerta, mal si adatta a un asset che si muove del 10% in un’ora. La Commissione chiede se questi obblighi possano essere alleggeriti senza indebolire le tutele.
Un capitolo a parte è la classificazione. MiCA fatica a incasellare figure nate dopo la sua stesura: wrapped asset, token di governance, esposizioni sintetiche, quote di fondi tokenizzate e NFT emessi in serie vivono in una zona grigia dove operatori e autorità arrivano spesso a conclusioni diverse. Chiarire questi confini è tecnicamente semplificazione, ma nella pratica può spostare interi segmenti dentro o fuori dal perimetro, con effetti tutt’altro che neutri sui costi e sulle responsabilità di chi li emette o li custodisce.
L’Italia nella morsa: pochi abilitati, adozione bassa, tasse alte
Vista dall’Italia, la questione della competitività ha contorni ancora più marcati. I nove soggetti abilitati con sede nazionale sono pochi rispetto ai grandi hub europei, e il mercato interno resta piccolo. Secondo l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, in Italia possiede cripto-attività circa il 7% dei consumatori, poco meno di tre milioni di persone: la quota più bassa tra i grandi mercati dell’Europa occidentale, dietro Spagna, Germania e Francia. Una base di utenti ridotta rende più difficile, per un CASP italiano, ammortizzare i costi fissi imposti da MiCA.
A complicare il quadro c’è la leva fiscale. Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze cripto sono tassate al 33%, contro il 26% degli anni precedenti, e la soglia di esenzione è sparita. L’associazione di categoria AssoCASP, presieduta da Fabrizio Vedana, ha sostenuto in audizione che un’aliquota così alta rischia di spingere i risparmiatori verso l’autocustodia o verso piattaforme estere meno trasparenti, riducendo il gettito invece di aumentarlo. È lo stesso ragionamento della proporzionalità applicato alla fiscalità: regole troppo severe non fanno sparire l’attività, la spostano dove è più difficile controllarla. Per l’Italia, la revisione di MiCA e il dibattito fiscale nazionale sono due facce della stessa domanda sulla competitività.
Il paradosso della prima della classe
C’è un’ironia di fondo in tutta questa autocritica. L’Europa è stata la prima grande giurisdizione al mondo a darsi un quadro completo e organico per le cripto-attività, mentre gli Stati Uniti procedono ancora per approssimazioni. A metà settembre 2026 il Congresso ha affossato il CLARITY Act, la legge che avrebbe ripartito le competenze sul mercato cripto: la mozione di chiusura del dibattito non ha raggiunto i sessanta voti necessari, lasciando SEC e CFTC a scrivere le regole per via amministrativa. Sul fronte stablecoin gli USA hanno il GENIUS Act, approvato nel 2025, ma il resto resta un mosaico. Il Regno Unito, dal canto suo, costruisce il proprio regime per fasi.
| Giurisdizione | Quadro | Stato | Impostazione |
|---|---|---|---|
| Unione europea | MiCA (regolamento unico) | In vigore, ora in revisione | Regole complete prima del mercato |
| Stati Uniti | GENIUS Act (stablecoin) + azione di SEC e CFTC | CLARITY Act bocciato, regole per via amministrativa | Frammentata, guidata dalle agenzie |
| Regno Unito | Regime FCA e Bank of England | In costruzione | Graduale, per fasi |
Il paradosso è che l’essere arrivati primi si è trasformato, agli occhi di alcuni, in uno svantaggio: chi scrive le regole per primo si carica dei costi dell’incertezza e degli errori di taratura, mentre chi arriva dopo può copiare le parti buone. Coinbase, che pure ha scelto l’Europa come mercato regolato di riferimento, invita a non buttare via il vantaggio: Katie Harries, responsabile delle politiche per l’Europa dell’exchange, ha definito MiCA uno standard globale precoce per regole chiare e armonizzate, chiedendo però miglioramenti mirati e non una riscrittura dei principi di fondo. È la posizione mediana: correggere, non demolire.
Cosa può davvero cambiare con MiCA 2.0
Al netto delle prese di posizione, quali modifiche sono realistiche? Le più probabili riguardano le stablecoin: una ricalibratura delle riserve e, forse, l’apertura a una qualche forma di remunerazione, insieme a regole più chiare per gli emittenti che operano sia dentro sia fuori dall’Unione. Sul fronte CASP è possibile l’introduzione di soglie di proporzionalità, requisiti alleggeriti per i soggetti più piccoli o meno rischiosi. Poi ci sono le decisioni di perimetro su DeFi, NFT e derivati, che potrebbero chiarire una volta per tutte chi entra e chi resta fuori, e il capitolo dell’equivalenza con Paesi terzi come Regno Unito e Svizzera.
Serve però realismo sui tempi e sull’ambizione. Peter Kerstens, consigliere della Commissione e tra gli artefici di MiCA, ha frenato gli entusiasmi da riscrittura: non crede, ha detto, che il regolamento sia già superato. Il messaggio che arriva da Bruxelles è quello di un intervento chirurgico, non di una rifondazione. Chi si aspetta una MiCA radicalmente diversa rischia di restare deluso; chi teme uno smantellamento delle tutele, probabilmente si preoccupa troppo.
I rischi delle due strade
Entrambe le direzioni hanno un prezzo. Semplificare troppo, o nel modo sbagliato, significa indebolire proprio le protezioni che hanno reso MiCA credibile: l’Europa ha costruito il suo quadro anche sulla lezione dei crolli del 2022, da Terra a FTX, e allentare le maglie sulle riserve, sulla segregazione dei fondi dei clienti o sui libri bianchi potrebbe riaprire porte che il regolamento aveva chiuso. La competitività conquistata abbassando gli standard è fragile, perché il primo scandalo la cancella.
Rafforzare senza misura ha il difetto opposto. Se il perimetro si allarga a DeFi, staking e derivati senza tenere conto di come funzionano davvero queste tecnologie, il risultato non è più protezione ma più fuga: capitali, sviluppatori e imprese che si spostano verso Dubai, Singapore o gli Stati Uniti, lasciando in Europa un mercato più regolato ma più povero. Il compito di MiCA 2.0 è trovare il punto in cui una regola in più aggiunge fiducia senza sottrarre innovazione. Non è un equilibrio facile, e nessuna consultazione, per quanto dettagliata, può calcolarlo con precisione.
Cosa succede dopo il 30 settembre
La chiusura della consultazione non è un traguardo, ma la linea di partenza. Da ottobre la Commissione analizzerà le risposte e preparerà le relazioni previste per il 30 giugno 2027; solo allora si capirà se ci sarà una proposta legislativa e in quale direzione. Un’eventuale modifica dovrà poi attraversare il negoziato tra Parlamento e Consiglio, con i suoi tempi e i suoi compromessi. Nella migliore delle ipotesi, una MiCA rivista diventerebbe applicabile verso la fine del decennio, tra il 2028 e il 2030.
Per chi investe o opera in Italia, i segnali da tenere d’occhio sono chiari: la sorte delle regole sulle stablecoin, che deciderà se i token in euro potranno finalmente crescere; l’esito della partita sulla vigilanza, che dirà quanto peso avrà la Consob rispetto a un’ESMA più forte; e l’evoluzione dell’euro digitale, il progetto pubblico che corre in parallelo a quello privato. Il 30 settembre l’Europa non sceglierà tra semplificare e rafforzare: raccoglierà le richieste per farlo. Ma la direzione che prenderà nei mesi successivi dirà molto di che tipo di potenza digitale vuole essere.
Domande frequenti
Che cos’è la revisione di MiCA e perché conta la scadenza del 30 settembre 2026?
La revisione è una consultazione mirata aperta dalla Commissione europea il 20 maggio 2026 e in chiusura il 30 settembre 2026: raccoglie 86 domande su come funziona MiCA e su cosa resta fuori dal suo perimetro. Le risposte alimenteranno le relazioni previste dagli articoli 140 e 142 del regolamento, attese entro il 30 giugno 2027, e potrebbero portare a una proposta legislativa di modifica, la cosiddetta MiCA 2.0.
MiCA verrà semplificata o resa più severa?
Le due cose insieme, con ogni probabilità. La consultazione fa parte dell’agenda di semplificazione e competitività della Commissione, quindi punta ad alleggerire alcuni oneri (libro bianco, comunicazioni di marketing, diritto di recesso); allo stesso tempo chiede se ampliare il perimetro a DeFi, staking, prestiti, NFT in serie e derivati, oggi in tutto o in parte esclusi. La direzione finale dipenderà da come la Commissione bilancerà le due spinte.
Cosa cambia per le stablecoin con la revisione di MiCA?
Le stablecoin sono il fronte più caldo. Le regole attuali vietano di riconoscere interessi ai detentori, impongono riserve in gran parte in depositi bancari e limitano l’uso come mezzo di pagamento delle stablecoin non in euro. L’industria chiede di ricalibrare riserve, remunerazione e modello di multi-emissione per rendere più competitivi i token in euro, che oggi valgono una frazione minima di un mercato dominato al 99% dal dollaro.
MiCA sta rendendo l’Europa meno competitiva sulle cripto?
È il cuore del dibattito. I costi fissi di conformità (governance, capitale, cybersicurezza, tutele per i clienti) pesano soprattutto sui piccoli operatori, e diverse voci del settore avvertono che senza proporzionalità l’Europa rischia di spingere imprese e capitali verso Dubai o gli Stati Uniti. Altri ribattono che regole chiare, applicate davvero, sono un vantaggio competitivo e stanno lasciando un mercato con meno operatori ma più solidi.
Quando entrerà in vigore la MiCA 2.0?
Non prima di qualche anno. La consultazione chiude il 30 settembre 2026, le relazioni della Commissione sono attese entro il 30 giugno 2027 ed eventuali modifiche dovranno poi passare per il negoziato legislativo tra Parlamento e Consiglio. Nella migliore delle ipotesi una MiCA 2.0 diventerebbe applicabile verso la fine del decennio, indicativamente tra il 2028 e il 2030.
Anneke de Vries scrive di regolamentazione cripto per HOGE Wire e segue da vicino l’attuazione di MiCA in Italia e in Europa.