MiCA, si chiude la consultazione: cosa chiedono BCE ed EBA
Il 30 settembre si chiude la consultazione UE sulla revisione di MiCA. Nell'ultima settimana BCE ed EBA hanno chiesto regole più severe, soprattutto sulle stablecoin.
Il conto alla rovescia è quasi finito. Alle 23:59 (ora di Bruxelles) del 30 settembre 2026 si chiude la consultazione con cui la Commissione europea ha riaperto il regolamento MiCA, il testo che dal 2024 disciplina cripto-attività, stablecoin ed exchange nell’Unione. Attenzione: il 30 settembre non cambia nulla. Nessuna regola nuova entra in vigore, nessun operatore perde la licenza. È soltanto il giorno in cui si chiude la finestra per dire alla Commissione che cosa funziona e che cosa no. Ma è anche il momento in cui le posizioni escono allo scoperto, e nell’ultima settimana due delle voci più pesanti del sistema finanziario europeo hanno depositato le loro.
Il 22 settembre il Sistema europeo di banche centrali (SEBC), cioè la BCE insieme alle banche centrali nazionali, ha consegnato una risposta di 57 pagine. Due giorni dopo, il 24 settembre, è arrivata quella dell’Autorità bancaria europea (EBA). Entrambe puntano nella stessa direzione, e non è quella della semplificazione che buona parte dell’industria sperava: più regole, non meno, soprattutto sulle stablecoin. Sullo sfondo un mercato che intanto corre, con Bitcoin intorno ai 74.000 euro, in rialzo di oltre il 2% in ventiquattro ore. Ecco che cosa è stato chiesto, perché conta e quali sono i prossimi passaggi.
Che cosa si chiude il 30 settembre (e cosa no)
La consultazione mirata è stata aperta il 20 maggio 2026 dalla direzione generale della Commissione che si occupa di stabilità finanziaria (DG FISMA). Sono 86 domande divise in quattro blocchi: definizioni e ambito di applicazione, stablecoin, prestatori di servizi (i CASP) e ciò che oggi resta fuori dal perimetro. La base giuridica sono gli articoli 140 e 142 dello stesso MiCA, che impegnano la Commissione a presentare relazioni sul funzionamento del regolamento.
Il termine, inizialmente fissato al 31 agosto, è stato prorogato di un mese per dare più tempo a operatori, emittenti, banche e autorità di vigilanza. Le risposte confluiranno nelle relazioni attese entro il 30 giugno 2027; solo dopo, ed eventualmente, la Commissione potrà proporre una revisione legislativa vera e propria, la cosiddetta «MiCA 2.0». In altre parole, il 30 settembre non è un traguardo normativo ma un fermo immagine: la fotografia di chi chiede cosa, appena prima che la macchina legislativa si rimetta in moto.
| Data | Tappa |
|---|---|
| 20 maggio 2026 | Apertura della consultazione mirata (86 domande, 4 blocchi) |
| 22 settembre 2026 | Risposta del SEBC (BCE e banche centrali nazionali), 57 pagine |
| 24 settembre 2026 | Risposta dell’EBA (tre priorità) |
| 30 settembre 2026 | Chiusura della consultazione, 23:59 CEST |
| entro 30 giugno 2027 | Relazioni della Commissione (artt. 140 e 142) |
| 2028-2030 (stima) | Eventuale proposta «MiCA 2.0» e applicazione |
Vale la pena distinguere i due binari della revisione. L’articolo 142 impegna la Commissione a riferire su temi specifici, come la finanza decentralizzata e il prestito di cripto-attività, mentre l’articolo 140 prevede una relazione più ampia sull’applicazione complessiva del regolamento. È in questi documenti, non nella consultazione in sé, che prenderanno forma le eventuali proposte di modifica. La consultazione serve a raccogliere le prove sul campo; le relazioni a trasformarle in raccomandazioni.
La posta in gioco: semplificare o rafforzare
La consultazione nasce dentro l’agenda della competitività europea, quella del rapporto Draghi: ridurre gli oneri, tagliare la burocrazia, evitare che le imprese scappino verso Dubai o gli Stati Uniti. Molti operatori speravano quindi in un alleggerimento: soglie proporzionate per le piccole realtà, meno adempimenti sul libro bianco, una ricalibratura delle regole sulle stablecoin. Il tema lo avevamo affrontato quando la revisione era ancora una battaglia aperta, tra chi vuole semplificare e chi vuole rafforzare le tutele.
Le risposte depositate nell’ultima settimana spostano l’ago verso il secondo campo. Né la BCE né l’EBA parlano di sconti: parlano di lacune da colmare, di rischi sottovalutati, di rendimenti da vietare. È un segnale che pesa, perché sono proprio le autorità tecniche che la Commissione ascolta di più quando scrive le sue relazioni. Chi si aspettava una MiCA più leggera dovrà fare i conti con un pressing istituzionale che va nella direzione opposta.
La BCE alza la posta: stop ai rendimenti mascherati
Il cuore della risposta del SEBC è la guerra ai rendimenti. MiCA già oggi vieta agli emittenti di stablecoin di pagare interessi a chi detiene il token: se compri un euro digitale privato, non ti spetta una cedola. Ma il divieto si ferma all’emittente. Il SEBC osserva che nel frattempo le stablecoin sono state trasformate in strumenti che generano rendimento attraverso prestito, staking o altre strutture stratificate, aggirando il divieto per via indiretta.
La richiesta è netta: il divieto «non dovrebbe limitarsi ai casi in cui i CASP offrono servizi disciplinati dal MiCAR, ma dovrebbe applicarsi anche a servizi non regolamentati, come prestito, indebitamento e staking di cripto-attività». Nel mirino finiscono anche i programmi fedeltà, gli incentivi di liquidity mining tipici della DeFi, gli sconti sulle commissioni e i servizi in bundle: tutto ciò che, di fatto, restituisce al possessore un premio per tenere fermo il token. Per la BCE è la stessa cosa di un interesse, solo travestita.
La logica è quella della sovranità monetaria. Se una stablecoin in dollari offre un rendimento, per quanto mascherato, diventa un sostituto del deposito bancario e un veicolo di «dollarizzazione digitale», un timore che la presidente della BCE Christine Lagarde ripete da mesi. Vietare ogni forma di rendimento serve a tenere le stablecoin nel loro ruolo di mezzo di pagamento, non di prodotto di risparmio. È una posizione coerente ma severa, che una parte dell’industria giudica punitiva.
Riserve: via il tetto fisso, dentro i «secchielli» di liquidità
Sul secondo fronte, invece, il SEBC apre a una modifica che l’industria chiede da tempo, anche se per ragioni diverse. Oggi MiCA impone agli emittenti di token collegati a una valuta di tenere una quota minima delle riserve in depositi bancari: almeno il 30% per le stablecoin ordinarie, che sale al 60% per quelle giudicate «significative» (le più grandi e diffuse). Il problema è che parcheggiare decine di miliardi in banca crea un rischio circolare: se molti possessori chiedono il rimborso in contemporanea, l’emittente deve ritirare i depositi di colpo, e la banca che quei soldi li ha prestati va in tensione.
La proposta del SEBC è sostituire quelle percentuali fisse con un sistema di «secchielli» basato sulle scadenze di liquidità. Per le stablecoin significative, il 40% delle riserve dovrebbe essere disponibile entro un giorno lavorativo e il 60% entro cinque giorni; per le altre, le soglie scenderebbero al 20% e al 30%. L’idea è misurare la vera capacità di rimborsare in fretta, non la quota parcheggiata in un certo tipo di attività. Un cambio di filosofia che ricorda, guarda caso, le critiche che l’industria muove da due anni. Il nodo, come sempre, è il tasso di interesse: quando i rendimenti europei e americani divergono, il denaro fermo in banca rende meno dei titoli di Stato, e la politica dei tassi della Fed di Warsh rende il confronto ancora più impietoso.
| Aspetto | Regola MiCA attuale | Proposta SEBC |
|---|---|---|
| Depositi bancari, token ordinari | almeno il 30% delle riserve | 20% entro 1 giorno lavorativo, 30% entro 5 giorni |
| Depositi bancari, token significativi | almeno il 60% delle riserve | 40% entro 1 giorno lavorativo, 60% entro 5 giorni |
| Criterio | quota fissa parcheggiata in banca | scadenze di liquidità («secchielli») |
| Rendimenti indiretti | non disciplinati | da vietare (prestito, staking, incentivi) |
Quando una stablecoin diventa «significativa»
Per capire perché il vincolo del 60% fa così discutere bisogna sapere quando scatta. MiCA distingue tra stablecoin ordinarie e stablecoin «significative», e sono queste ultime a subire le regole più severe: riserve più prudenti, requisiti patrimoniali maggiori e, soprattutto, la vigilanza diretta dell’EBA accanto a quella nazionale. Non è un dettaglio da giuristi: è il motivo per cui è proprio l’Autorità bancaria europea, e non solo le autorità dei singoli Paesi, a dettare la linea in questa consultazione.
Una stablecoin viene classificata come significativa quando soddisfa almeno tre di una serie di criteri fissati dal regolamento. Tra i principali:
- più di 10 milioni di detentori;
- un valore emesso superiore a 5 miliardi di euro;
- un numero molto elevato di transazioni giornaliere o un controvalore quotidiano molto alto;
- un ruolo rilevante per la stabilità finanziaria o per i pagamenti transfrontalieri.
Le più grandi stablecoin in dollari superano queste soglie senza difficoltà, ed è la ragione per cui BCE ed EBA guardano al segmento con tanta attenzione: un token molto diffuso che perde l’ancoraggio può propagare tensioni all’intero sistema dei pagamenti, non solo ai suoi possessori.
La sponda dell’EBA: schemi multi-emittente, classificazione, lending
Due giorni dopo la BCE, l’Autorità bancaria europea ha reso pubbliche le sue priorità per la revisione, e il messaggio è coerente: MiCA lascia scoperti spazi di tutela dei consumatori man mano che spuntano prodotti e modelli di business nuovi. L’EBA indica tre aree su cui intervenire, e riserva il linguaggio più duro alla prima.
La priorità numero uno sono gli schemi multi-emittente esteri, cioè le stablecoin emesse in parallelo dentro e fuori dall’UE con lo stesso nome e lo stesso valore. L’EBA chiede di rafforzare il quadro perché questi schemi presentano «rischi significativi o molto significativi»: un token può essere venduto come conforme a MiCA mentre solo una parte limitata delle riserve si trova davvero nell’Unione, e in un’ondata di rimborsi l’emittente europeo potrebbe non avere abbastanza attività locali per pagare tutti. È il classico problema del backing frammentato tra giurisdizioni.
La seconda priorità è la classificazione: decidere se un token è un e-money token, un asset-referenced token o «altro» resta, dice l’EBA, «una sfida per l’industria e per le autorità di vigilanza», con costi e ritardi evitabili nel lancio dei prodotti e un freno all’innovazione. La terza riguarda il prestito di cripto-attività: l’EBA «incoraggia la Commissione a considerare la regolamentazione del crypto-lending, anche quando i CASP facilitano l’accesso a protocolli di prestito decentralizzati». Suggerisce inoltre di rivedere la quota minima di riserve da tenere in depositi, in linea con quanto propone il SEBC.
| Priorità EBA | Che cosa chiede | Rischio segnalato |
|---|---|---|
| Schemi multi-emittente esteri | rafforzare il quadro sugli schemi con emittenti dentro e fuori UE | «significativi o molto significativi» |
| Classificazione | chiarire ambito e definizioni delle cripto-attività | costi e ritardi evitabili, freno all’innovazione |
| Prestito e DeFi | regolare il crypto-lending, anche l’accesso ai protocolli DeFi tramite CASP | lacune nella tutela dei consumatori |
Il paradosso Tether: la BCE dà ragione a chi criticava
C’è un’ironia difficile da ignorare nella proposta sulle riserve. Il vincolo dei depositi bancari, quello che ora il SEBC vuole ammorbidire, è la ragione principale per cui Tether, l’emittente della stablecoin più grande al mondo (USDT), ha deciso di non chiedere mai la licenza MiCA. Già nell’ottobre 2024 l’amministratore delegato Paolo Ardoino aveva avvertito che l’obbligo di tenere in banca una fetta consistente delle riserve avrebbe creato rischi sistemici sia per le banche sia per gli emittenti.
Il suo esempio era diretto: una stablecoin con 10 miliardi di euro di riserve dovrebbe tenerne 6 in depositi; se la banca ne presta il 90%, restano liquidi solo 600 milioni, insufficienti a fronteggiare rimborsi improvvisi per miliardi. Sulla garanzia europea sui depositi, ferma a 100.000 euro, Ardoino era stato tranchant: «se hai un miliardo di euro, è come sputare su un fuoco». Tether ha preferito rinunciare al mercato europeo piuttosto che spostare le riserve dai titoli di Stato statunitensi verso le banche commerciali.
Due anni dopo, sono proprio le banche centrali a dare in parte ragione a quella critica, riconoscendo che il vincolo fisso sui depositi espone il sistema bancario alle oscillazioni della domanda di rimborso. La convergenza, però, finisce qui: mentre Ardoino voleva meno vincoli, il SEBC ne chiede di nuovi sui rendimenti. Il risultato netto, per gli emittenti, resta un quadro più stretto, non più largo.
Perché le riserve pesano: il caso Circle e l’euro debole
Se Tether è uscita dalla porta, Circle è entrata dalla finestra: la sua USDC è stata la prima stablecoin globale a ottenere l’autorizzazione europea, tramite una licenza di istituto di moneta elettronica in Francia. Ma anche per Circle le regole sulle riserve non sono neutre. Con una capitalizzazione di USDC nell’ordine di decine di miliardi di dollari, la classificazione come emittente «significativo» costringe a tenere una quota molto grande delle riserve in depositi bancari europei, a un rendimento di norma inferiore a quello dei titoli di Stato USA a breve termine. In un contesto di tassi divergenti, è un costo che si sente.
È anche il motivo per cui il mercato delle stablecoin in euro resta minuscolo. Su un mercato globale che supera i 300 miliardi di dollari, i token in euro pesano una frazione minima, mentre la quasi totalità è denominata in dollari. La stessa EURC di Circle, pur essendo la principale stablecoin in euro, vale appena qualche centinaio di milioni. Vietare i rendimenti e complicare la gestione delle riserve rischia, avverte l’industria, di rendere ancora meno attraente proprio quell’euro digitale privato che l’Europa vorrebbe far crescere per ridurre la dipendenza dal dollaro.
Qui sta la tensione di fondo della revisione: le stesse autorità che vogliono un euro più forte nel mondo digitale sono anche quelle che impongono i vincoli più stringenti a chi prova a emetterlo. Il rischio è un cortocircuito, in cui la tutela della sovranità monetaria finisce per soffocare gli strumenti che dovrebbero difenderla.
C’è anche una dimensione competitiva. Se le regole rendono poco redditizio emettere una stablecoin in euro conforme, il rischio è che gli operatori restino sui token in dollari, già dominanti, e che l’Europa continui a pagare in moneta altrui la propria vita digitale. È il paradosso che le proposte di questi giorni provano a risolvere, senza però rinunciare al controllo: più vincoli sui rendimenti, ma anche riserve gestite in modo più realistico.
La risposta pubblica e quella privata: euro digitale e Qivalis
Alla domanda «chi emette moneta digitale in euro?» l’Europa sta rispondendo su due binari. Il primo è pubblico: l’euro digitale della BCE, la valuta digitale di banca centrale che ha superato la fase preparatoria ed è ora nel trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione. Se la legislazione sarà approvata entro fine 2026, un progetto pilota potrebbe partire nel 2027 e la prima emissione arrivare intorno al 2029. Non pagherà interessi, avrà un limite di detenzione per non svuotare i depositi bancari e, nelle intenzioni, servirà da ancora pubblica in un ecosistema di pagamenti sempre più privato e sempre più in dollari.
Il secondo binario è privato e, a sorpresa, bancario. Un consorzio di grandi banche europee ha creato una società apposita, Qivalis, con sede ad Amsterdam, per emettere una stablecoin in euro conforme a MiCA, attesa nella seconda metà del 2026. Tra i soci ci sono UniCredit e Banca Sella, due nomi italiani, accanto a ING, CaixaBank, Danske Bank, SEB, Raiffeisen, KBC, DekaBank e BNP Paribas. È la prova che le banche non vogliono lasciare il campo delle stablecoin agli emittenti americani, e che l’euro tokenizzato può diventare terreno di competizione anche per chi ha già la fiducia dei risparmiatori, senza dover chiedere fiducia a un emittente nuovo.
DeFi, staking e lending: i vuoti che tutti vogliono colmare
Il quarto blocco della consultazione riguarda ciò che oggi resta fuori dal perimetro: finanza decentralizzata, staking, prestito, mercati predittivi, perpetual e depositi tokenizzati. È il capitolo più delicato, perché tocca il confine tra ciò che MiCA può regolare (gli intermediari) e ciò che sfugge alla presa (il codice). Il regolamento, per sua natura, disciplina chi offre un servizio, non gli smart contract in quanto tali; ma quasi nessun protocollo è davvero privo di intermediari, tra front-end, chiavi di amministrazione, tesorerie e governance concentrata.
Sia il SEBC sia l’EBA spingono per portare il prestito di cripto-attività dentro il perimetro, compreso il caso in cui un exchange autorizzato faccia da porta d’accesso a un protocollo DeFi. È una mossa che, se accolta, cambierebbe le carte: lo staking custodial oggi è considerato un servizio accessorio, quello non custodial resta fuori; il lending non è un servizio CASP autonomo. La revisione potrebbe cancellare buona parte di queste zone grigie. Abbiamo spiegato in dettaglio perché, allo stato attuale, la finanza decentralizzata resta fuori da MiCA e quanto sia stretta la deroga per i servizi «pienamente decentralizzati».
Il problema pratico è che «decentralizzato» non è quasi mai un sì o un no. La consultazione stessa elenca gli indicatori che spostano l’ago: chi controlla il front-end, chi detiene le chiavi di amministrazione, come è distribuita la governance, chi incassa le commissioni, se i contratti sono aggiornabili. Più questi elementi sono concentrati, più è facile individuare un operatore da autorizzare; ma nei protocolli davvero diffusi la responsabilità si sfuma tra migliaia di indirizzi, e non c’è nessuno a cui bussare quando qualcosa va storto.
Il rischio, per l’industria, è duplice. Se il perimetro si allarga troppo, molti protocolli si troveranno senza un soggetto autorizzabile e dovranno scegliere tra bloccare l’accesso agli utenti europei o operare in una zona di illegalità di fatto. Se invece resta com’è, i risparmiatori continuano a esporsi a prodotti senza tutele, senza un responsabile in caso di perdita, senza le protezioni che MiCA garantisce sul mercato spot regolato. Nessuna delle due strade è indolore.
La partita italiana: nove abilitati, vigilanza e competitività
Per l’Italia la revisione ha un peso specifico. Il decreto legislativo 129/2024 ha affidato la vigilanza a due autorità: la Consob per la condotta e la tutela degli investitori, la Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali e le stablecoin. Alla chiusura del periodo transitorio, il 1 luglio 2026, le due autorità hanno certificato nove soggetti abilitati: otto CASP (CheckSig, Conio, CryptoSmart, Hercle, Hodlie, Olliv Italia, Riv Digital, Young Platform) più Banca Sella. Un numero contenuto, che riflette una scelta di rigore più che una carenza di domanda.
Il confronto europeo racconta un mercato ancora sbilanciato. Secondo il registro casptracker.eu, a fine settembre 2026 i CASP autorizzati nell’area SEE erano 359: la Germania guida con 95, seguono Francia (36), Paesi Bassi (29), Cipro (25), Malta (22), Spagna (15), Lussemburgo (13), Irlanda (12) e Italia (9). Con un’adozione retail tra le più basse dei grandi Paesi UE e una tassazione che resta un tema aperto, la competitività italiana passa anche dalle regole fiscali: non a caso l’Intergruppo parlamentare ha chiesto il ritorno all’aliquota del 26% dal 2027, contro il 33% oggi previsto.
C’è poi un dettaglio che rende l’Italia più protagonista di quanto sembri: l’AMLA, la nuova autorità antiriciclaggio europea con sede a Francoforte, è presieduta da Bruna Szego, italiana, per anni a capo della vigilanza antiriciclaggio in Banca d’Italia. E la Consob ha co-firmato, insieme ai colleghi francesi e austriaci, la proposta di accentrare a livello europeo la vigilanza sui grandi CASP. L’Italia, insomma, non subisce la revisione: contribuisce a scriverla.
Sul fronte interno, intanto, il Tesoro ha messo la vigilanza cripto sotto osservazione: dalla fine del 2025 un comitato che riunisce MEF, Banca d’Italia, Consob, IVASS e Covip valuta i rischi delle cripto-attività per famiglie, banche e fondi pensione. È il segnale che, oltre alle regole europee, anche Roma vuole tenere sotto controllo l’esposizione del risparmio nazionale a un mercato ancora giovane e volatile.
Verso una «SEC europea»?
Dietro il dibattito sui contenuti ce n’è un altro sull’architettura: chi deve vigilare? Oggi MiCA prevede un unico regolamento ma 27 vigilanze nazionali, con il passaporto che consente di operare in tutta l’Unione partendo da un solo Paese. La revisione di Malta condotta dall’ESMA nel 2025 ha acceso i riflettori sul rischio di «corsa al ribasso», con giurisdizioni più accomodanti di altre. Da qui la spinta, avviata proprio da Consob, AMF e FMA, a spostare la vigilanza sui grandi operatori direttamente all’ESMA. La Commissione ha rilanciato con un pacchetto che va oltre, e la BCE lo ha sostenuto.
Per l’ESMA sarebbe un salto di ruolo: da coordinatore a vigilante diretto, sul modello della SEC americana. Gli Stati membri più piccoli, che sul rilascio delle licenze hanno costruito un vantaggio competitivo, resistono. La presidente dell’ESMA Verena Ross, che lascerà l’incarico il 31 ottobre 2026, ha difeso «un aumento mirato e proporzionato della vigilanza a livello UE, concentrato sulle entità autenticamente paneuropee e sistemiche», sostenendo che le società transfrontaliere potrebbero essere vigilate senza soluzione di continuità da un’unica autorità. Scrivere buone norme, in altre parole, serve a poco se poi la vigilanza resta disomogenea.
UE contro USA: due strade divergenti
Il confronto con gli Stati Uniti aiuta a capire la direzione europea. Il GENIUS Act, la legge federale sulle stablecoin di pagamento entrata in vigore nel 2025, vieta anch’esso agli emittenti di pagare interessi. La differenza è a valle: negli USA la questione se gli exchange o i protocolli possano offrire rendimenti resta contesa, mentre il SEBC vuole chiudere ogni scappatoia. E se l’Europa discute di come stringere, oltreoceano la legge sulla struttura del mercato (il CLARITY Act) si è arenata al Senato a metà settembre 2026, lasciando il testimone alle agenzie.
Il timore, tra gli operatori, è che un giro di vite indiscriminato colpisca soprattutto i piccoli. Ondřej Kovařík, europarlamentare tra i negoziatori di MiCA, ha messo in guardia dal trattare «allo stesso modo» i grandi exchange globali quotati negli USA e «una piccola startup che gestisce un business cripto». È la questione della proporzionalità: regole pensate per i giganti possono diventare un muro invalicabile per chi nasce oggi. Non stupisce che la stessa SEC stia sperimentando con le azioni tokenizzate mentre Bruxelles ragiona su come chiudere i varchi.
| Tema | UE (MiCA / proposta SEBC) | USA (GENIUS Act) |
|---|---|---|
| Interesse pagato dall’emittente | vietato | vietato |
| Rendimenti indiretti (lending, staking, exchange) | il SEBC vuole vietarli | conteso, non vietato in modo uniforme |
| Riserve | depositi bancari 30/60%, verso «secchielli» di liquidità | prevalenza di titoli di Stato USA a breve |
| Struttura del mercato | consultazione aperta, possibile «MiCA 2.0» dal 2027 | CLARITY Act arenato al Senato (set. 2026) |
Cosa succede dopo il 30 settembre
Chiusa la finestra, la palla torna alla Commissione. Gli uffici di Bruxelles analizzeranno le centinaia di risposte, quelle di BCE ed EBA in testa, e le tradurranno nelle relazioni previste dagli articoli 140 e 142, attese entro il 30 giugno 2027. Solo a quel punto si capirà se serve una revisione legislativa: la «MiCA 2.0» non è un atto già scritto, ma un’ipotesi che dipende da ciò che le relazioni raccomanderanno. Se ci sarà, seguirà l’iter ordinario tra Parlamento e Consiglio, con un’applicazione difficilmente prima del 2028-2030.
Nel frattempo MiCA resta pienamente in vigore così com’è: le regole di oggi non cambiano, la vigilanza continua, l’enforcement pure. La posta della revisione, semmai, è la fiducia: un intervento troppo aggressivo rischia di spingere gli operatori fuori dall’UE, uno troppo timido di lasciare scoperti i risparmiatori. Non tutti pensano che serva riscrivere tutto. Katie Harries, responsabile delle politiche per l’Europa di Coinbase, sostiene che MiCA abbia «fissato uno standard globale precoce» e che servano «miglioramenti mirati, non una riapertura dei principi fondamentali». È la linea di chi teme che, aprendo il cofano, si finisca per smontare più del necessario.
Per l’investitore italiano il messaggio pratico è semplice: le tutele di MiCA valgono solo con operatori autorizzati, verificabili nel registro pubblico; i rendimenti facili sulle stablecoin, oggi in una zona grigia, sono esattamente ciò che le autorità vogliono chiudere; e la prossima grande partita non è una regola in arrivo domani, ma la relazione del 2027 che ne deciderà la direzione. Vale la pena tenere d’occhio quella scadenza tanto quanto il prezzo di Bitcoin.
Domande frequenti (FAQ)
Cosa cambia il 30 settembre 2026 con MiCA?
Non cambia nulla a livello di regole. Il 30 settembre 2026 si chiude solo la consultazione con cui la Commissione europea raccoglie pareri sulla revisione di MiCA. Nessuna norma nuova entra in vigore e nessun operatore perde la licenza: le risposte serviranno alle relazioni attese entro il 30 giugno 2027.
Cosa hanno chiesto la BCE e l’EBA nella revisione di MiCA?
Il SEBC (BCE e banche centrali nazionali) chiede di estendere il divieto di rendimento sulle stablecoin anche a prestito, staking e servizi indiretti, e di sostituire le quote fisse di riserve in depositi con soglie di liquidità. L’EBA indica tre priorità: schemi multi-emittente esteri, chiarezza sulla classificazione e regolamentazione del crypto-lending, anche in ambito DeFi.
MiCA vieta i rendimenti sulle stablecoin?
Oggi MiCA vieta agli emittenti di pagare interessi a chi detiene una stablecoin, ma non disciplina i rendimenti generati da terzi tramite prestito, staking o incentivi. Il SEBC, nella sua risposta del settembre 2026, chiede di estendere il divieto anche a questi rendimenti indiretti.
Quali sono gli exchange e i CASP autorizzati MiCA in Italia?
Alla fine del periodo transitorio, il 1 luglio 2026, Consob e Banca d’Italia hanno indicato nove soggetti abilitati: otto CASP (CheckSig, Conio, CryptoSmart, Hercle, Hodlie, Olliv Italia, Riv Digital, Young Platform) e Banca Sella. A livello europeo i CASP autorizzati erano 359 a fine settembre 2026, con la Germania in testa.
Cos’è la «MiCA 2.0» e quando arriverà?
«MiCA 2.0» è il nome informale dell’eventuale revisione legislativa di MiCA. Non è ancora una proposta ufficiale: dipenderà dalle relazioni che la Commissione presenterà entro il 30 giugno 2027. Se sarà proposta, l’iter tra Parlamento e Consiglio porterà a un’applicazione difficilmente prima del 2028-2030.
Anneke de Vries è Regulation Lead di HOGE Wire e segue l’attuazione di MiCA in Europa.