USDT torna su Bitcoin: Lightning, RGB e la frattura di MiCA
Tether riporta USDT su Bitcoin con RGB e Taproot Assets, e Lightning diventa un binario per il dollaro. In Europa, però, MiCA ha già tolto USDT dai listini autorizzati.
Il 24 settembre 2026 l’amministratore delegato di Tether, Paolo Ardoino, ha condensato in cinque parole una delle storie più importanti dell’anno per Bitcoin. «USDT on Bitcoin. It’s coming home», ha scritto su X, rispondendo al co-fondatore di UTEXO Viktor Ihnatiuk. Poche settimane dopo, la più grande stablecoin al mondo, con una capitalizzazione intorno ai 184 miliardi di dollari secondo CoinGecko, ha ricominciato a muoversi in modo nativo sulla rete che l’aveva vista nascere nel 2014. E lo fa appoggiandosi, tra le altre cose, alla Lightning Network come binario di pagamento.
Per chi legge dall’Europa la notizia ha un sapore paradossale. Mentre Tether lavora per trasformare Bitcoin in un binario globale per il dollaro digitale, nell’Unione Europea l’USDT è stato tolto dai listini delle piattaforme regolamentate: dal 1° luglio 2026 nessun exchange autorizzato sotto MiCA nello Spazio economico europeo offre coppie di scambio in USDT, come ha ricostruito crypto.news. Il risultato è una delle fratture più nette del 2026: il dollaro digitale torna sul protocollo più neutrale che esista proprio mentre il continente che più lo teme lo spinge ai margini. Questo articolo spiega come avviene il ritorno, con quali tecnologie, che cosa cambia per la Lightning Network e perché l’Italia osserva la scena da dietro un muro normativo.
«Il dollaro torna a casa»: che cosa è successo
La frase di Ardoino non è nata dal nulla. È il punto di arrivo di un progetto lungo più di un anno, annunciato per la prima volta nel gennaio 2025 e oggi articolato su due binari tecnologici distinti che convivono. Il primo è Taproot Assets, il protocollo sviluppato da Lightning Labs: Tether ha confermato nel marzo 2026 che l’USDT è operativo su Bitcoin e su Lightning proprio attraverso questa via. Il secondo, più recente, è RGB: la società UTEXO ha avviato l’emissione di USDT tramite il protocollo RGB nella versione 0.11.1, agendo come emittente e distributore in collaborazione con Tether, come riportato da Crypto Briefing.
«For the first time in eight years or nine years, USDT is coming back home», ha dichiarato Viktor Ihnatiuk, co-fondatore di UTEXO, riferendosi al ritorno del token sulla blockchain di origine, in dichiarazioni riprese da Cryptopolitan. UTEXO è una realtà nata come joint venture tra Boosty Venture Studio, Fulgur Ventures e il braccio di investimento di Tether, e ha chiuso un round da 7,5 milioni di dollari guidato dallo stesso gruppo. La società non è un dettaglio: è l’anello commerciale che trasforma una specifica tecnica in un prodotto che wallet ed exchange possono integrare.
Vale la pena insistere su un punto spesso frainteso: non si tratta di un unico evento, ma di una convergenza. Taproot Assets è già in produzione e muove dollari da mesi; RGB arriva ora come seconda strada, con un’enfasi diversa sulla privacy. Tether non ha scelto l’una o l’altra opzione, le sta percorrendo entrambe. E dietro le quinte si muovono anche interlocutori inattesi: Ihnatiuk ha riferito di aver discusso l’adozione dell’USDT su Bitcoin con rappresentanti di Morgan Stanley, un dettaglio ripreso da BeInCrypto che, se confermato nei fatti, segnalerebbe un interesse istituzionale ben oltre la cerchia dei bitcoiner.
Da Realcoin al 2014: una storia che ricomincia
Per capire perché il ritorno abbia tanto peso simbolico bisogna tornare alle origini. L’USDT nasce nel 2014 proprio su Bitcoin, attraverso l’Omni Layer, un protocollo che permetteva di emettere token sulla blockchain di Bitcoin. All’epoca il progetto si chiamava Realcoin. Il problema era pratico: Bitcoin non era pensato per spostare piccole somme in modo rapido ed economico, e con l’aumento delle commissioni muovere dollari sul suo livello base diventava scomodo.
Così l’USDT è migrato altrove. Prima su Ethereum, poi in misura crescente su Tron, rete che ha fatto delle commissioni bassissime la sua ragione d’essere e che è diventata il binario preferito per le rimesse e i pagamenti in dollari nei mercati emergenti. Oggi circa l’85% dell’offerta totale di USDT risiede sulla combinazione di Ethereum e Tron, secondo le stime riportate da Coinspot. Il ritorno su Bitcoin chiude quindi un cerchio durato più di dieci anni e riporta il dollaro digitale sul protocollo che storicamente è stato pensato come riserva di valore più che come sistema di pagamento, una tensione antica tra riserva di valore e mezzo di scambio.
La differenza rispetto al 2014 è che oggi Bitcoin ha strumenti che allora non esistevano: la Lightning Network per i pagamenti rapidi, l’aggiornamento Taproot per contratti più efficienti, e protocolli come Taproot Assets e RGB che permettono di ancorare asset alla blockchain senza appesantirla. In altre parole, l’USDT non torna sulla stessa Bitcoin che aveva lasciato: torna su una Bitcoin dotata di un livello di pagamento maturo.
Due binari per lo stesso dollaro: Taproot Assets e RGB
Taproot Assets e RGB risolvono lo stesso problema con la stessa filosofia di fondo, ma con meccaniche differenti. Entrambi usano la cosiddetta validazione lato client: i dati sullo stato dell’asset non vivono sulla blockchain di Bitcoin, ma nei wallet degli utenti, e sulla catena finisce soltanto un impegno crittografico, un piccolo riferimento che àncora il tutto a una transazione Bitcoin. Il vantaggio è evidente: la blockchain non si gonfia di dati, le commissioni restano contenute e la privacy migliora, perché un osservatore esterno non vede quali asset si stiano muovendo.
Le differenze stanno nei dettagli, e contano. Taproot Assets, sviluppato da Lightning Labs, registra l’impegno all’interno degli output Taproot e si innesta direttamente sul grafo dei canali Lightning già esistenti: un dollaro emesso come Taproot Asset viaggia lungo i bordi della rete, mentre il cuore continua a instradare bitcoin. RGB, le cui radici concettuali risalgono alle idee di Peter Todd del 2014 poi formalizzate da Giacomo Zucco e Riccardo Casatta nel 2016, spinge ancora più in là la logica off-chain: lo stato del contratto resta interamente nei wallet, con un’impronta minima sulla catena. È un approccio più vecchio sulla carta ma più lento ad arrivare in produzione, con un’enfasi marcata sulla riservatezza.
Questa non è l’unica famiglia di soluzioni che prova a mettere asset e logica applicativa su Bitcoin. Chi segue il tema del cosiddetto budget di sicurezza della rete, cioè di come le commissioni possano un giorno sostituire il premio di blocco, troverà utile il nostro approfondimento sul revival di Runes, che affronta lo stesso spazio di progettazione da un angolo diverso. La tabella seguente mette a confronto i due binari del dollaro.
| Caratteristica | Taproot Assets | RGB |
|---|---|---|
| Sviluppo | Lightning Labs | UTEXO per l’emissione USDT, su specifica RGB |
| Validazione | Lato client, impegno negli output Taproot | Lato client, stato interamente off-chain |
| Dove vive lo stato | Wallet, ancorato al grafo dei canali Lightning | Wallet dell’utente (single-use seals) |
| Integrazione Lightning | Nativa, estende i canali esistenti | Collegata tramite UTEXO |
| Radici concettuali | Iterazione recente (2022-2023) | Idea del 2014, formalizzata nel 2016 |
| Priorità dichiarata | Liquidità e interoperabilità | Privacy e minimalismo on-chain |
Come un dollaro viaggia su una rete fatta di bitcoin
Qui sta il punto più controintuitivo dell’intera storia. La Lightning Network è, alla base, una rete di canali finanziati in bitcoin. Due parti bloccano una certa quantità di BTC in un canale e poi si scambiano aggiornamenti firmati che ridistribuiscono quel saldo, senza toccare la blockchain fino alla chiusura. Come funzioni nel dettaglio il routing, cioè il modo in cui un pagamento rimbalza da un canale all’altro fino a destinazione, è un tema tecnico a sé; qui interessa capire dove si inserisce il dollaro.
Con Taproot Assets, l’USDT non sostituisce i bitcoin nei canali: vive ai bordi della rete. Un utente detiene dollari in un wallet compatibile, ma quando effettua un pagamento il valore attraversa il cuore della rete come bitcoin, per poi essere riconvertito in dollari all’altro capo. La conversione avviene ai margini, spesso tramite un meccanismo di quotazione su richiesta in cui un nodo fornisce un prezzo per lo scambio. Il risultato è elegante: non serve costruire una rete di canali completamente nuova per ogni asset, perché si riutilizza la liquidità in bitcoin già esistente.
Il rovescio della medaglia è altrettanto importante. Questo schema introduce una dipendenza dalla liquidità in bitcoin lungo il percorso e rende la gestione della rete più complessa: più asset competono per gli stessi canali, e i nodi di instradamento devono mantenere scorte adeguate. È uno dei motivi per cui la frammentazione della liquidità, già un problema con il solo BTC, diventa potenzialmente più acuta quando sullo stesso tessuto viaggiano dollari e, in prospettiva, altre valute. In sintesi: Bitcoin resta il livello di regolamento e di instradamento, il dollaro è un passeggero che sale e scende alle fermate.
La posta in gioco: Tether contro Tron
Dietro la retorica del ritorno a casa c’è una partita commerciale molto concreta. Con una capitalizzazione intorno ai 184 miliardi di dollari, l’USDT è di gran lunga la stablecoin dominante, e la quota maggiore della sua offerta si regola oggi su Tron, la rete che ha costruito il proprio successo sulle commissioni quasi nulle e sulla diffusione nei corridoi delle rimesse asiatiche e latinoamericane. Per Tether, dipendere così tanto da una singola rete è un rischio strategico oltre che un vincolo commerciale.
Riportare l’USDT su Bitcoin significa diversificare i binari di regolamento e riconquistare volume. Significa anche appoggiarsi alla rete più neutrale e decentralizzata del settore, un argomento che pesa quando la posta in gioco è la credibilità di una riserva di valore privata grande quanto il bilancio di una banca centrale di medie dimensioni. La scelta di percorrere due protocolli in parallelo, Taproot Assets e RGB, va letta in questa chiave: Tether non vuole scommettere su una singola tecnologia, vuole presidiare lo spazio.
C’è poi una dimensione quasi geopolitica. In un momento in cui gli Stati Uniti hanno abbracciato le stablecoin in dollari con una legge federale dedicata e l’Europa le ha invece irrigidite, spostare il dollaro digitale sul protocollo più difficile da censurare ha un valore che va oltre la tecnica. Non sorprende che l’operazione venga descritta come un tentativo di erodere la posizione di Tron, come sottolinea l’analisi di Cryptopolitan.
Lo stato della rete Lightning nel 2026
Il ritorno del dollaro arriva in un momento in cui la Lightning Network sta attraversando una fase di consolidamento, non di espansione dei numeri grezzi. Secondo la ricerca pubblicata da Spark, a maggio 2026 la capacità pubblica della rete era di circa 4.898 BTC distribuiti su circa 41.080 canali e 17.438 nodi. Ai prezzi di inizio ottobre 2026, quei bitcoin valgono oltre 350 milioni di euro: una cifra significativa, ma inferiore al picco di 5.637 BTC toccato a dicembre 2025, con un arretramento di circa il 13% in pochi mesi.
Anche il numero di nodi racconta un consolidamento: dai circa 20.700 del picco del 2022 si è scesi sotto i 17.500. Non è necessariamente un segnale negativo. Una rete con meno nodi ma più capitalizzati e meglio gestiti può essere più efficiente nell’instradare pagamenti, anche se solleva interrogativi sulla decentralizzazione. Sul fronte dell’uso, il volume mensile dei pagamenti ha superato 1,17 miliardi di dollari a novembre 2025, con circa 12 milioni di transazioni stimate verso la fine dell’anno. Va ricordato che questi numeri sottostimano la realtà: i canali privati, usati dai wallet mobili, non vengono conteggiati.
| Metrica | Ultimo dato (mag. 2026) | Riferimento storico |
|---|---|---|
| Capacità pubblica | circa 4.898 BTC | picco 5.637 BTC (dic. 2025) |
| Nodi pubblici | circa 17.438 | picco circa 20.700 (2022) |
| Canali pubblici | circa 41.080 | in calo dal picco di fine 2025 |
| Volume pagamenti | oltre 1,17 mld USD/mese (nov. 2025) | circa 12 mln transazioni (fine 2025) |
Il quadro, insomma, è quello di una rete che si assesta su basi più solide proprio mentre le viene chiesto di fare qualcosa di nuovo: trasportare non solo bitcoin ma anche dollari tokenizzati. La domanda implicita è se un’infrastruttura che si sta restringendo possa reggere un carico qualitativamente diverso.
La frattura europea: perché in UE l’USDT è sparito dai listini
Mentre Tether riporta il dollaro su Bitcoin, l’Europa ha fatto il percorso inverso. Con l’entrata in vigore piena del regolamento MiCA, le piattaforme autorizzate nello Spazio economico europeo hanno dovuto rimuovere le coppie di scambio in USDT. Coinbase si è mossa già a dicembre 2024; Crypto.com, Binance e Kraken hanno completato la rimozione entro il 31 marzo 2025; altri operatori, come Revolut, hanno seguito. Dal 1° luglio 2026, con la fine dei periodi transitori, nessun exchange autorizzato sotto MiCA nell’area offre lo scambio di USDT, come documentato da crypto.news.
La ragione non è un divieto specifico contro Tether, ma una scelta dell’azienda. Per offrire una stablecoin al pubblico europeo, MiCA richiede l’autorizzazione come emittente di token di moneta elettronica (EMT), con obblighi stringenti su riserve e trasparenza, tra cui la detenzione di una quota rilevante delle riserve in depositi presso banche dell’area (fino al 60% per i token considerati significativi). Tether ha scelto di non chiedere questa autorizzazione, giudicando l’obbligo sui depositi bancari troppo oneroso. Il risultato: diversi miliardi di dollari di USDT in circolazione nell’area sono rimasti senza una sede di scambio regolamentata.
Attenzione a non leggere male la situazione: detenere USDT resta legale, e l’ESMA ha chiarito che custodia e trasferimenti non sono vietati. Ciò che non è più possibile è comprarlo o venderlo su una piattaforma autorizzata nell’UE. Ed è qui che il ritorno su Bitcoin assume un significato quasi beffardo: il dollaro digitale si trasferisce sul protocollo più neutrale del mondo proprio mentre l’ordinamento europeo lo spinge fuori dai canali ufficiali. Gli Stati Uniti hanno preso la direzione opposta con il GENIUS Act, la prima regola federale vincolante sulle stablecoin.
L’alternativa in euro: EURC, EURI e i sette EMT di MiCA
Se il dollaro di Tether è fuori, che cosa usano gli europei? La risposta sono le stablecoin in euro autorizzate come token di moneta elettronica sotto MiCA. Alla fine del primo trimestre 2026 risultavano sette EMT in euro autorizzati: EURC, EURS, EURI, EUROe, EURCV, EURQ ed EURR. La più grande per capitalizzazione è EURC, la stablecoin di Circle, emessa tramite Circle Mint Europe SAS, un istituto di moneta elettronica autorizzato dall’autorità francese ACPR dal 1° luglio 2024, lo stesso giorno in cui sono entrate in vigore le norme MiCA sulle stablecoin.
Accanto a EURC si collocano prodotti come EURI, emesso da Banking Circle sotto la vigilanza dell’autorità lussemburghese CSSF, pensato per un’utenza più istituzionale. Il punto importante, però, è un altro: queste stablecoin in euro vivono quasi tutte su reti come Ethereum, Solana o altre blockchain compatibili, non su Bitcoin e Lightning. La storia del dollaro che torna su Bitcoin, insomma, al momento non ha un equivalente in euro. Chi in Italia volesse un token in euro conforme a MiCA che viaggi nativamente su Lightning, oggi non lo trova.
È una lacuna che definisce la posizione competitiva dell’Europa in questa partita. L’infrastruttura di pagamento più promettente di Bitcoin si sta riempiendo di dollari, mentre l’euro regolamentato resta su binari diversi. Per ora il mercato europeo guarda il treno passare; se e quando un emittente deciderà di portare un EMT in euro su Taproot Assets o RGB, la dinamica potrebbe cambiare in fretta.
Consob, Banca d’Italia e il perimetro italiano
Dal punto di vista italiano, è utile chiarire chi vigila su che cosa. Il decreto legislativo 5 settembre 2024, n. 129, che adatta l’ordinamento nazionale a MiCA, assegna i ruoli: la Consob è l’autorità competente per la condotta di mercato e la tutela degli investitori, mentre la Banca d’Italia sovrintende agli aspetti prudenziali e, soprattutto, agli emittenti di token collegati ad attività (ART) e di token di moneta elettronica (EMT), cioè le stablecoin. In altre parole, se una stablecoin in euro vuole essere offerta in Italia, è la Banca d’Italia il riferimento sul versante dell’emittente.
Un punto spesso frainteso: il protocollo in sé, che si tratti di Lightning, Taproot Assets o RGB, non è regolamentato e non ha un soggetto da autorizzare. MiCA non disciplina il software, disciplina gli emittenti e i prestatori di servizi. Il perimetro regolato comincia quando qualcuno offre al pubblico un servizio di scambio, custodia o emissione. I derivati su cripto, come futures e perpetui, restano invece fuori da MiCA e ricadono sotto la MiFID II, con la Consob come vigilante.
Per l’investitore italiano c’è poi il capitolo fiscale, che non dipende da quale protocollo si usi ma da come il legislatore classifica le plusvalenze cripto. Il tema è caldo e in evoluzione, come abbiamo raccontato analizzando il nodo dell’aliquota nel percorso verso la Manovra 2027. In concreto, muovere USDT su Bitcoin non cambia gli obblighi dichiarativi: ciò che conta resta la natura dell’operazione e l’eventuale realizzo.
Washington, Wall Street e il GENIUS Act
Il contrasto con gli Stati Uniti aiuta a inquadrare la scommessa di Tether. Dove l’Europa ha alzato barriere, Washington ha costruito una cornice che legittima le stablecoin in dollari come strumento di pagamento, separandole dal perimetro dei titoli finanziari. Questa divergenza regolatoria, che si intreccia con il più ampio scontro negli USA sulle competenze tra federazione e singoli Stati, rende il dollaro digitale ancora più centrale nella strategia americana e più marginale in quella europea.
In questo contesto si spiega anche l’attenzione istituzionale. Oltre alle indiscrezioni su Morgan Stanley, c’è una lettura più ampia offerta da chi ha costruito questi strumenti. Secondo Elizabeth Stark, co-fondatrice di Lightning Labs, i Taproot Assets possono contribuire a una vera e propria «rinascita di Bitcoin» (Bitcoin Renaissance), trasformando la rete da semplice riserva di valore a infrastruttura finanziaria, come riportato da The Block. È una visione ambiziosa, che però deve ancora fare i conti con i numeri reali di adozione.
Vale la pena ricordare che Bitcoin non è l’unico terreno su cui si gioca la finanza on-chain costruita attorno alla sua base monetaria. Progetti storici provano da anni ad aggiungere contratti e DeFi al mondo Bitcoin, un confronto che abbiamo affrontato mettendo a paragone Stacks e Rootstock. Le stablecoin su Lightning sono solo l’ultimo capitolo di una ricerca più lunga.
Allarme sicurezza: Core Lightning e i nodi non aggiornati
Proprio mentre la rete si prepara a trasportare dollari, è arrivato un promemoria sgradito sul fatto che gestire infrastruttura per il denaro richiede disciplina operativa. Il 2 ottobre 2026 il team di Core Lightning, una delle principali implementazioni della rete, ha diffuso un avviso di sicurezza: alcuni aggressori stavano prendendo di mira i nodi che eseguivano ancora la versione 26.06.7 o precedenti, secondo quanto riportato da crypto.news.
La correzione era già disponibile: la versione 26.06.8, rilasciata il 22 settembre 2026, risolveva diversi problemi, tra cui crash dei nodi, un consumo eccessivo di memoria attraverso l’interfaccia REST e un difetto nella chiusura dei canali che, in alcune circostanze, poteva portare un utente a perdere fondi a causa di una penale. Il team non ha reso pubblici i dettagli degli attacchi né se vi siano state perdite, una scelta prudente per non offrire informazioni agli aggressori mentre i nodi venivano aggiornati.
L’episodio è un monito tempestivo. Una rete di pagamento che aspira a muovere non solo bitcoin ma anche dollari tokenizzati deve poter contare su operatori che aggiornano il software in tempo. Il rischio non è teorico: ogni nodo è un piccolo sistema sempre connesso, con chiavi che controllano fondi reali, e la superficie d’attacco cresce con la complessità. L’aggiunta di asset multipli come l’USDT non fa che aumentare la posta.
I nodi irrisolti: jamming, liquidità e quantum
Il ritorno del dollaro non cancella i problemi strutturali della Lightning Network, anzi ne accentua alcuni. Il primo è il cosiddetto channel jamming: un attaccante può instradare pagamenti verso sé stesso e non completarli, tenendo occupati i canali fino allo scadere dei timelock. Poiché esiste un tetto rigido di 483 pagamenti pendenti per direzione, saturare gli slot è relativamente economico. Non risultano sfruttamenti su larga scala, ma il problema resta aperto, e le soluzioni proposte, basate su reputazione e cauzioni, non sono ancora adottate ovunque.
Il secondo nodo è la liquidità. Gestire la liquidità in entrata, aprire e bilanciare canali, è l’ostacolo pratico che tiene lontani molti utenti dall’autogestione. Molti finiscono per usare wallet custodial, comodi ma in contraddizione con lo spirito di autocustodia di Bitcoin. Con l’arrivo di dollari tokenizzati, la concorrenza per la stessa liquidità nei canali rischia di peggiorare la frammentazione, un costo nascosto che raramente finisce nei titoli entusiastici.
C’è infine il dibattito sul calcolo quantistico. Alcune voci, come quella di Udi Wertheimer, hanno definito Lightning fragile in uno scenario post-quantistico, perché la chiusura forzata di un canale espone una chiave pubblica che un computer quantistico potrebbe, in teoria, attaccare prima dello scadere del timelock. Altri hanno ridimensionato l’allarme: un computer quantistico crittograficamente rilevante non esiste ancora. È un rischio da monitorare, non un’emergenza del 2026.
Che cosa aspettarsi
Il banco di prova dei prossimi mesi è semplice da enunciare e difficile da superare: i due binari del dollaro su Bitcoin riusciranno a conquistare volumi reali, o resteranno una curiosità per addetti ai lavori? Tron non starà a guardare, e la comodità di un sistema già rodato è un vantaggio enorme. La vera metrica da seguire non è l’annuncio, ma quanti wallet ed exchange integreranno effettivamente Taproot Assets e RGB, e con quale esperienza d’uso.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la domanda chiave è se e quando un emittente porterà un EMT in euro conforme a MiCA su queste infrastrutture. Finché ciò non accadrà, il continente resterà spettatore di una rivoluzione dei pagamenti giocata in dollari. Sul piano tecnico, infine, vale la pena tenere d’occhio il consolidamento dei nodi, l’adozione di standard come i pagamenti riutilizzabili e la disciplina con cui gli operatori terranno aggiornata l’infrastruttura. Il dollaro è tornato a casa; resta da vedere se la casa è pronta ad accoglierlo su scala.
Domande frequenti
Che cos’è l’USDT sulla Lightning Network?
È la stablecoin in dollari di Tether che circola su Bitcoin e sulla sua Lightning Network tramite protocolli come Taproot Assets e RGB. Il dollaro viene rappresentato come asset ancorato a Bitcoin, mentre la rete continua a instradare pagamenti in bitcoin, convertendo il valore ai margini del percorso.
Qual è la differenza tra RGB e Taproot Assets?
Entrambi usano la validazione lato client e ancorano solo un impegno crittografico a Bitcoin, ma Taproot Assets, sviluppato da Lightning Labs, registra l’impegno negli output Taproot e si innesta sui canali Lightning esistenti, mentre RGB mantiene lo stato del contratto interamente nei wallet degli utenti, con un’enfasi maggiore sulla privacy.
Posso comprare USDT in Italia nel 2026?
Detenere e trasferire USDT resta legale, ma dal 1° luglio 2026 nessun exchange autorizzato sotto MiCA nell’area europea offre coppie di scambio in USDT, perché Tether non ha chiesto l’autorizzazione come emittente di token di moneta elettronica. Gli investitori europei si orientano verso stablecoin in euro conformi a MiCA come EURC.
La Lightning Network è sicura per gli stablecoin?
La rete è funzionante e usata in produzione, ma presenta rischi da gestire: vulnerabilità del software dei nodi, come mostrato dall’avviso di Core Lightning dell’ottobre 2026, il problema irrisolto del channel jamming e la tendenza a usare wallet custodial. La sicurezza dipende molto dalla disciplina operativa di chi gestisce i nodi.
Quali stablecoin in euro sono autorizzate sotto MiCA?
Alla fine del primo trimestre 2026 risultavano sette token di moneta elettronica in euro autorizzati sotto MiCA: EURC, EURS, EURI, EUROe, EURCV, EURQ ed EURR. La più diffusa è EURC di Circle, emessa tramite un istituto di moneta elettronica autorizzato in Francia.
Marcus Okafor scrive di Bitcoin, infrastrutture di pagamento e regolamentazione crypto europea per HOGE Wire.