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● Macro & TradFi

DXY a 102: la Fed verso la pausa, ma il dollaro sale sull’euro

Il lavoro USA crolla a 29.000 posti e l'ottobre della Fed vira sulla pausa, eppure il DXY tocca 102. Il motivo non è a Washington ma a Parigi: ecco cosa significa per Bitcoin.

Il 9 ottobre 2026 l’indice del dollaro, il DXY, viaggia intorno a quota 102, dopo aver toccato un massimo di diciotto mesi vicino a 102,5 appena quattro giorni prima, secondo i dati di Trading Economics. È il biglietto verde più forte da oltre un anno. Eppure, nelle stesse ore, i mercati dei futures sui tassi hanno smesso di scommettere su un rialzo della Federal Reserve alla riunione del 27-28 ottobre: la probabilità di una pausa è salita intorno al 77%. Un dollaro che accelera mentre la banca centrale frena: è il paradosso che struttura questa settimana, e scioglierlo è l’unico modo per capire cosa sta facendo Bitcoin, scivolato sotto i 73.000 euro.

La spiegazione da manuale la conoscono tutti: dollaro forte, condizioni finanziarie più strette, asset rischiosi sotto pressione, e un DXY che per anni si è mosso in direzione opposta al prezzo di Bitcoin. Ma stavolta il manuale inganna. La corsa del DXY verso 102 non racconta un’economia americana in forma smagliante né una Fed aggressiva: racconta la crisi fiscale e politica dell’Europa, con l’euro precipitato a un minimo di diciassette mesi. Il DXY è per il 57,6% un indice dell’euro, e questo, non la politica della Fed, è ciò che lo ha spinto in alto. Questa guida parte da qui per spiegare che cos’è davvero l’indice del dollaro, perché conta per le crypto e come leggerlo senza cadere nella trappola di scambiare un euro debole per un dollaro invincibile.

Il paradosso di ottobre: la Fed frena, il dollaro accelera

Partiamo dal copione che non ha funzionato. Quando il mercato smette di temere un rialzo dei tassi e inizia a prezzare una pausa, di norma succedono tre cose in sequenza: i rendimenti dei titoli di Stato scendono, il dollaro perde terreno e gli asset rischiosi, Bitcoin compreso, respirano. È esattamente ciò che è parso accadere nelle ore immediatamente successive al dato sul lavoro americano del 2 ottobre: i futures azionari sono saliti e i rendimenti del Tesoro sono arretrati, perché un’economia che rallenta toglie urgenza alla Fed.

Poi, però, il dollaro ha fatto l’opposto di quanto previsto dal manuale. Nei giorni seguenti il DXY è passato da circa 101,5 del 1 ottobre a un massimo di diciotto mesi vicino a 102,5 il 5 ottobre, per poi assestarsi intorno a 102 il 9 ottobre: un guadagno di circa il 3% in un mese, con l’indice vicino ai livelli più alti dell’anno proprio mentre la probabilità di un rialzo Fed a ottobre crollava da circa il 70% a circa il 20%. Un’analisi di Vantage lo ha sintetizzato senza giri di parole: l’indice del dollaro ha segnato un massimo di diciotto mesi mentre le scommesse sul rialzo svanivano.

Come è possibile? La risposta è che il DXY non misura il dollaro in assoluto, ma il dollaro contro un paniere di altre valute. E se quelle valute, soprattutto l’euro, si indeboliscono più in fretta del dollaro, l’indice sale anche quando la Fed diventa più accomodante. In altre parole, il DXY di ottobre non è la fotografia di una Fed falco: è la fotografia di un’Europa in difficoltà. Per capirlo bisogna prima chiarire che cosa c’è dentro questo indice.

Che cos’è il DXY e perché un indice a sei valute può ingannare

Il Dollar Index nasce nel 1973, subito dopo la fine del sistema di Bretton Woods, con un valore base di 100 fissato a marzo di quell’anno. Oggi è amministrato da ICE (Intercontinental Exchange) e misura il valore del dollaro rispetto a un paniere fisso di sei valute, calcolato come media geometrica ponderata e aggiornato in continuazione durante le sessioni di mercato. Un valore di 102 significa, in prima approssimazione, che il dollaro è circa il 2% sopra quel riferimento del 1973 rispetto al paniere, al netto di tutte le ponderazioni.

Per dare un senso al numero serve un po’ di storia. Il DXY ha toccato il suo massimo storico a 164,72 nel febbraio 1985, alla vigilia degli accordi del Plaza che avrebbero poi indebolito il dollaro, e il minimo assoluto a 70,698 nel marzo 2008, nel pieno della crisi finanziaria. Il picco del ciclo recente è stato 114,78 nel 2022, quando la Fed alzava i tassi a razzo. Visto su questa scala, un DXY a 102 racconta un dollaro forte ma lontano dagli estremi: sopra la media di lungo periodo, non su un record assoluto. È un’informazione che ridimensiona i titoli più allarmistici.

Il punto cruciale, e la ragione per cui l’indice può ingannare, è la composizione del paniere, rimasta sostanzialmente invariata dal 1999, quando le valute europee pre-euro furono consolidate nella moneta unica. Ecco i pesi ufficiali pubblicati da ICE:

ValutaPeso nel DXY
Euro (EUR)57,6%
Yen giapponese (JPY)13,6%
Sterlina britannica (GBP)11,9%
Dollaro canadese (CAD)9,1%
Corona svedese (SEK)4,2%
Franco svizzero (CHF)3,6%

Due osservazioni cambiano il modo di leggere ogni titolo che parla di «dollaro forte». La prima: con il 57,6% del peso, l’euro domina l’indice al punto che il DXY è, in pratica, un proxy inverso del cambio EUR/USD. Quando leggete «il DXY sale», nella stragrande maggioranza dei casi state leggendo «l’euro scende». La seconda: il paniere comprende solo sei valute di Paesi ricchi e non include né lo yuan cinese, né il peso messicano, né il won coreano, nonostante Cina e Messico siano tra i maggiori partner commerciali degli Stati Uniti. È un termometro con un unico grande sensore puntato sull’Europa, e quasi cieco sul resto del mondo.

Il lavoro USA che ha cambiato tutto: 29.000 posti e una Fed in pausa

Il 2 ottobre il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato il report sull’occupazione di settembre, ed è stato un dato gelido. L’economia americana ha creato appena 29.000 posti di lavoro non agricoli, contro attese di consenso vicine a 84.000, e il tasso di disoccupazione è salito al 4,2% dal 4,1%. Non solo: le revisioni hanno tagliato di 60.000 unità i mesi precedenti, con luglio corretto addirittura a una perdita di 10.000 posti e agosto limato a 133.000, mentre la crescita salariale è scesa al ritmo annuo più basso da maggio 2021. I numeri sono sulla pagina ufficiale del BLS e sono stati ripresi da CNBC.

Per i mercati, un mercato del lavoro così debole è paradossalmente una buona notizia: toglie alla Fed ogni urgenza di alzare ancora i tassi. La probabilità di una pausa alla riunione del 27-28 ottobre, misurata dallo strumento CME FedWatch, è balzata intorno al 77%, mentre le scommesse su un rialzo sono crollate da circa il 70% a circa il 20%. Il giudizio più netto è arrivato da Mohamed El-Erian, consulente economico capo di Allianz e docente alla Wharton School, che in un intervento a Yahoo Finance ha definito il mercato del lavoro «debole su tutta la linea» e ha concluso che il dato «metterà la Fed decisamente in pausa per ottobre».

Attenzione, però, a non confondere una pausa con l’inizio di un ciclo di tagli. Le proiezioni di settembre e i verbali della riunione, di cui parleremo più avanti, continuano a indicare l’inflazione come la preoccupazione dominante e tengono vivo un rialzo per dicembre. La pausa di ottobre è una conseguenza del lavoro debole, non una resa sull’inflazione. Per il quadro completo della svolta attesa dalla banca centrale abbiamo scritto in dettaglio nell’analisi su la pausa di ottobre e il lavoro debole.

Perché il dollaro sale lo stesso: la risposta è a Parigi, non a Washington

Se la Fed sta per fermarsi, e il dollaro di norma si indebolisce quando la Fed si ferma, perché il DXY è su un massimo di diciotto mesi? Perché il motore non è americano, è europeo. Ricordate il 57,6%: il destino dell’indice lo decide l’euro, e l’euro sta vivendo una settimana drammatica. Il 5 ottobre la moneta unica è scivolata a un minimo di diciassette mesi vicino a 1,116 contro il dollaro, il livello più basso da maggio 2025, e il 9 ottobre resta sotto quota 1,12, a circa 1,1226, in calo di oltre il 3,3% sul mese secondo Trading Economics.

Dietro il crollo c’è la crisi fiscale e politica dell’Europa. In Francia i timori sul debito hanno riportato lo spread tra i titoli di Stato francesi (OAT) e quelli tedeschi (Bund) sui livelli più ampi dalla crisi del debito del 2012, mentre in Spagna il primo ministro Pedro Sánchez ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre, aggiungendo rischio politico a mercati già nervosi. Lo ha raccontato tra gli altri CNBC: è stata la debolezza dell’euro, non la forza del dollaro, a rompere al ribasso l’intervallo laterale in cui il cambio si muoveva dall’estate 2025.

Il meccanismo è quello classico di una crisi di fiducia sul debito sovrano. Quando gli investitori dubitano della sostenibilità dei conti pubblici di un grande Paese dell’area euro, chiedono rendimenti più alti per detenerne i titoli, lo spread si allarga e parte dei capitali cerca riparo altrove, spesso proprio nel dollaro. La BCE, che ha appena concluso un ciclo di rialzi, ha poco margine per difendere la moneta senza riaccendere il dibattito sulla frammentazione dell’area. Il risultato è un euro che scende per ragioni tutte interne all’Europa, con la Fed quasi spettatrice.

Il dato che riassume tutto è la simmetria: l’euro ha perso circa il 3,3% sul mese, il DXY ne ha guadagnato circa il 3%. Dato che l’euro pesa per quasi tre quinti dell’indice, il «record del dollaro» di ottobre è quasi interamente debolezza europea travestita da forza americana. Lo confermano le previsioni delle banche. Nel suo outlook mensile sui cambi, il team di ricerca di MUFG guidato da Derek Halpenny ha tagliato le stime sull’euro: «Abbiamo abbassato le nostre previsioni su EUR/USD per riflettere il cambio di vista sulla Fed», scrive la banca, che ora vede il cambio a 1,1200 a fine 2026 e un dollaro ancora sostenuto dai rendimenti elevati (MUFG Research).

I quattro canali: come il DXY arriva fino a Bitcoin

Perché un indice valutario dovrebbe interessare chi investe in crypto? Perché il dollaro è l’unità di conto del sistema finanziario globale, e la sua forza si trasmette agli asset rischiosi attraverso almeno quattro canali distinti.

  • Il denominatore. Bitcoin è quotato in dollari. A parità di tutto il resto, un dollaro più forte riduce il prezzo in dollari di qualsiasi asset globale, dalle materie prime all’oro fino alle crypto: è pura aritmetica del cambio.
  • La propensione al rischio. Un dollaro che corre è spesso sintomo di avversione al rischio globale e di fuga verso la liquidità: quando gli investitori cercano riparo nel biglietto verde, vendono ciò che è volatile, e Bitcoin resta uno degli asset più volatili in circolazione.
  • Liquidità e tassi reali. Un dollaro forte inasprisce le condizioni finanziarie mondiali, soprattutto per le migliaia di miliardi di debito in dollari contratti fuori dagli Stati Uniti. E se i rendimenti reali salgono, aumenta il costo-opportunità di detenere un asset che non paga cedole, come Bitcoin.
  • La narrativa del debasement. Nel lungo periodo la tesi rialzista su Bitcoin e oro è la svalutazione del potere d’acquisto delle valute fiat. Un dollaro ciclicamente forte mette temporaneamente in sordina quella narrativa, anche se non la cancella.

Il punto chiave, che molti dimenticano, è che questi canali si attivano con intensità diversa a seconda del perché il dollaro si muove. Un dollaro forte per fuga verso la sicurezza (come nel marzo 2020) travolge Bitcoin. Un dollaro forte perché l’euro è debole per ragioni politiche europee, come oggi, trasmette molto meno ai mercati crypto. Ed è qui che entra in gioco la correlazione.

La correlazione inversa non è una legge: i regimi del 2026

Per anni analisti e trader hanno trattato la relazione inversa tra DXY e Bitcoin come una legge di natura: dollaro su, Bitcoin giù. La realtà è più sfumata. La correlazione esiste, ma è instabile e dipende dal regime di mercato. Nell’ultimo quinquennio si è mossa in una fascia ampia, grosso modo tra -0,4 e -0,8, e l’arrivo degli ETF spot su Bitcoin l’ha ulteriormente indebolita, perché i flussi istituzionali seguono logiche proprie, spesso scollegate dal cambio, come spiega anche l’accademia di OSL.

Il 2026 ha offerto esempi da manuale di quanto il legame possa cambiare segno. In primavera la correlazione a 30 giorni ha toccato circa -0,90, la più estrema dal 2022, un periodo in cui dollaro forte e Bitcoin debole si muovevano in perfetta opposizione. Ma a marzo, per qualche settimana, il legame è diventato addirittura positivo: DXY e Bitcoin sono saliti insieme, con l’indice intorno a 100 e Bitcoin verso i 73.000 dollari. La tabella seguente riassume i regimi recenti.

RegimePeriodoCorrelazione DXY-BTCCosa la guidava
Opposizione estremaPrimavera 2026circa -0,90Dollaro forte da Fed falco, risk-off
Co-movimento positivoMarzo 2026positiva (breve)Liquidità e flussi ETF sopra il cambio
Media di lungo periodo2021-2026da -0,4 a -0,8Inversa ma variabile
Debolezza europeaOttobre 2026debole, rumorosaDXY su per l’euro, non per gli USA

La lezione operativa è semplice: oggi la salita del DXY è un movimento di valore relativo (euro debole), non uno shock di liquidità made in USA. Per questo la sua trasmissione a Bitcoin è più debole e rumorosa del solito, e sarebbe un errore leggere il massimo di diciotto mesi dell’indice come un segnale meccanico di vendita sulle crypto.

Bitcoin sotto 73.000 euro: ma stavolta non è colpa del dollaro

Che cosa sta facendo Bitcoin mentre il dollaro corre? Il 9 ottobre la criptovaluta vale circa 73.443 euro, in calo dello 0,9% sulla giornata e del 3,3% sulla settimana, con una capitalizzazione intorno a 1.476 miliardi di euro secondo CoinGecko. In dollari siamo poco più di 80.000, circa un terzo sotto il massimo storico di circa 126.000 dollari toccato il 6 ottobre 2025, esattamente un anno fa.

La tentazione è attribuire la debolezza al dollaro forte. Ma i tempi non tornano: Bitcoin ha accusato il colpo peggiore dopo il 7 ottobre, quando sono usciti i verbali della riunione Fed di settembre, che hanno mostrato divisioni profonde tra i membri e hanno tenuto vivo lo scenario di un rialzo a dicembre. È la prospettiva di tassi ancora alti più a lungo, non il cambio EUR/USD, a pesare sugli asset rischiosi. Ne abbiamo parlato nell’analisi su come i verbali della Fed hanno frenato l’Uptober.

Vale anche la pena di sfatare un timore ricorrente in questo periodo dell’anno. L’ottobre 2026 ha segnato il primo anniversario del crollo del 10 ottobre 2025, quando una cascata di liquidazioni da circa 19 miliardi di dollari, innescata dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, fece precipitare Bitcoin da 126.000 a 106.000 dollari in un solo giorno (CCN). Quest’anno non si è ripetuto nulla di simile: nessun annuncio-shock sui dazi, nessuna liquidazione di massa, solo una discesa ordinata guidata dalla macro. Per il confronto di lungo periodo tra le due grandi riserve di valore rimandiamo al nostro bilancio su oro e Bitcoin un anno dopo il record.

Fed contro BCE: il differenziale che conta davvero

Alla base della forza strutturale del dollaro c’è il differenziale di tassi. Dopo il rialzo del 16 settembre, deciso con un voto unanime 12-0 e confermato dai verbali pubblicati il 7 ottobre, la Fed ha portato il tasso sui federal funds al 3,75-4,00%, il primo rialzo in tre anni. La Banca Centrale Europea, dal canto suo, è ferma al 2,50% sul tasso di deposito dal 10 settembre. Il divario di circa 137 punti base a favore del dollaro è la calamita che attrae capitali verso gli asset in dollari, anche quando la Fed fa una pausa.

Banca centraleTasso di riferimentoUltima decisioneFine ottobre
Federal Reserve3,75-4,00%Rialzo 25 pb (16 set)27-28 ott: pausa attesa (circa 77%)
BCE2,50% (deposito)Rialzo 25 pb (10 set)29 ott: nessuna variazione attesa

C’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più nitida. Le altre due valute pesanti del paniere, lo yen (13,6%) e la sterlina (11,9%), sono rimaste relativamente stabili in queste settimane. Se non sono state loro a muovere il DXY, e non è stata la Fed, resta solo l’euro. Il massimo di diciotto mesi dell’indice del dollaro è, per costruzione matematica, soprattutto il racconto di una moneta unica sotto attacco.

I punti ciechi del DXY: Cina, stablecoin e riserve

Proprio la vicenda di ottobre, un indice ai massimi per colpa dell’euro e non del dollaro, mette a nudo i limiti strutturali del DXY. Sono almeno tre, e ciascuno riguarda da vicino chi guarda alle crypto.

La Cina e i mercati emergenti. Il paniere non contiene lo yuan, né alcuna valuta emergente. La stessa Federal Reserve calcola un indice più completo, il Nominal Broad Dollar Index (serie H.10), che pesa circa 26 valute e assegna al renminbi un peso intorno al 16%: una misura molto più fedele della forza commerciale reale del dollaro, consultabile sul sito della Fed. DXY e Broad Dollar Index possono divergere, e quando lo fanno è spesso il secondo a dire la verità.

Le stablecoin. Gran parte della domanda globale di dollari passa ormai per le rotaie delle crypto. Le stablecoin in circolazione valgono oltre 300 miliardi di dollari e sono per circa il 99% denominate in dollari, con USDT intorno al 59% del mercato e USDC al 23% (CoinGecko). È domanda reale di dollari digitali, soprattutto nei mercati emergenti, del tutto invisibile al DXY. Su come le nuove regole stiano formalizzando questo canale abbiamo scritto nell’analisi sul GENIUS Act e le stablecoin.

Le riserve valutarie. Il dollaro resta la valuta di riserva dominante, ma la sua quota è scesa a circa il 57% delle riserve ufficiali globali, dal 71% circa del 2000, secondo i dati COFER del Fondo Monetario Internazionale. È una de-dollarizzazione lenta, non un crollo, ma ricorda che il valore del dollaro ha dimensioni che nessun indice a sei valute può catturare.

Cosa dice la Fed del dollaro: Warsh e il cambio come segnale

C’è un ultimo motivo per non liquidare il DXY come un indicatore di nicchia: lo guarda la Fed stessa. Nel suo intervento alla conferenza di Jackson Hole del 28 agosto, il presidente Kevin Warsh ha elencato esplicitamente i segnali di mercato che la banca centrale monitora, e tra questi ha incluso «il valore del dollaro sul mercato dei cambi, il costo e la disponibilità del credito e il prezzo di un ampio paniere di materie prime» (Federal Reserve).

È un’affermazione meno ovvia di quanto sembri: fa del cambio una variabile di politica monetaria a doppio senso. Il DXY riflette le scelte della Fed, ma allo stesso tempo le condizioni finanziarie che il dollaro trasmette rientrano tra ciò che la Fed osserva per decidere la mossa successiva. Per ricostruire la filosofia della Fed targata Warsh rimandiamo alla nostra guida su come l’era Warsh muove le crypto.

C’è anche un risvolto pratico per ottobre. Se la Fed considera il valore del dollaro parte delle condizioni finanziarie, allora un biglietto verde ai massimi di diciotto mesi fa già una parte del lavoro di una stretta monetaria: raffredda l’economia senza bisogno di toccare i tassi. È un argomento in più, accanto al mercato del lavoro debole, a favore di una pausa alla riunione di fine mese. Paradossalmente, un dollaro forte può rendere la Fed meno aggressiva, non di più.

Per l’investitore italiano: euro debole, P&L e le regole Consob

Per chi ragiona in euro, la lettura del DXY va ribaltata. Se il DXY sale perché l’euro è debole, allora il rendimento in euro di un asset quotato in dollari come Bitcoin è, a parità di prezzo in dollari, migliore di quanto appaia agli occhi di un investitore americano. In pratica un euro debole fa da cuscinetto: nel mese appena trascorso Bitcoin è sceso meno in euro di quanto sia sceso in dollari, perché la moneta unica ha perso terreno nel frattempo. È lo stesso meccanismo che, in un regime di dollaro forte, attenua le perdite ma limita anche i guadagni di chi compra in euro.

Sul piano delle regole, la distinzione conta. In Italia le crypto spot e i servizi di exchange e custodia ricadono sotto il regolamento europeo MiCA, con Consob a vigilare su condotta di mercato e tutela degli investitori e Banca d’Italia sugli aspetti prudenziali e sulle stablecoin. I derivati in crypto, invece, come CFD, perpetual e futures, sono strumenti finanziari sotto la direttiva MiFID II, sempre vigilati da Consob, con una leva massima per la clientela retail fissata dall’ESMA a 2:1 sulle crypto. In un regime di dollaro forte e alta volatilità, aumentare la leva per inseguire il cambio è il modo più rapido per trasformare una tesi corretta in una liquidazione.

La strada verso dicembre: cosa guardare dopo il 28 ottobre

La pausa di ottobre non chiude la partita, la sposta. Ecco gli appuntamenti che decideranno la direzione del dollaro, e di riflesso delle crypto, da qui a fine anno.

DataEventoPerché conta
14 ottobre (atteso)CPI di settembreUltimo grande dato sull’inflazione prima del FOMC
27-28 ottobreRiunione FOMCPausa come scenario base (circa 77%)
29 ottobreRiunione BCENessuna variazione attesa, possibile fine del ciclo
8-9 dicembreRiunione FOMCRialzo ancora possibile secondo le proiezioni di settembre
11 dicembreScadenza di bilancio USARischio di shutdown e di blackout dei dati macro

Lo scenario base è un dollaro che resta forte finché l’Europa resta fragile e la Fed tiene aperta la porta a dicembre. I rischi per questo scenario sono due e opposti: una soluzione politica in Francia che faccia rimbalzare l’euro (DXY giù, respiro per le crypto), oppure un CPI di settembre più caldo del previsto che rimetta sul tavolo il rialzo di ottobre (dollaro ancora più forte, pressione sugli asset rischiosi). Tra i due, il mercato oggi prezza il primo come più probabile, ma la storia del 2026 insegna a non dare mai per scontata la traiettoria del dollaro.

Come leggere il DXY senza farsi ingannare

Riassumiamo in una regola operativa ciò che questa settimana ha insegnato. Il DXY è un termometro, non un grilletto: dice qualcosa sulla temperatura del sistema, ma non è un segnale di acquisto o di vendita da eseguire a occhi chiusi.

  • Chiediti sempre il perché. Un dollaro forte per fuga verso la sicurezza è un segnale ribassista potente per le crypto; un dollaro forte perché l’euro è debole per ragioni europee, come oggi, lo è molto meno.
  • Incrocia gli indicatori. Confronta il DXY con EUR/USD e con il Broad Dollar Index della Fed: se la «forza del dollaro» sparisce nel confronto, stai guardando debolezza altrui, non forza propria.
  • Non confondere il livello con la politica. Un indice ai massimi di diciotto mesi e una Fed che sta per mettersi in pausa possono convivere, ed è esattamente ciò che accade adesso.
  • Guarda oltre il paniere. Stablecoin, riserve e yuan raccontano un dollaro che il DXY non misura.

Chi ha letto il massimo del DXY come una sentenza ribassista sulle crypto ha sbagliato bersaglio: la vera pressione su Bitcoin questa settimana è arrivata dai verbali della Fed e dallo spettro di un rialzo a dicembre, non dal cambio EUR/USD. Il dollaro a 102 è, prima di tutto, un euro a 1,12.

Domande frequenti

Perché il DXY sale se la Fed sta per mettere in pausa i rialzi?

Perché il DXY è per il 57,6% un indice dell’euro, e la sua corsa recente nasce dalla debolezza dell’euro, sceso a un minimo di 17 mesi vicino a 1,116 contro il dollaro il 5 ottobre per la crisi fiscale francese, non dalla forza intrinseca del dollaro. Un euro in calo di circa il 3,3% sul mese vale quasi tutto il +3% mensile del DXY.

Quanto vale il DXY oggi e cosa significa per Bitcoin?

Il 9 ottobre 2026 il DXY è intorno a 102, su un massimo di circa 18 mesi. Storicamente un dollaro forte pesa sulle crypto, ma la correlazione inversa non è una legge: oggi la pressione su Bitcoin, sceso sotto i 73.000 euro, arriva più dai verbali della Fed del 7 ottobre, che tengono vivo un rialzo a dicembre, che dal cambio.

La Fed alzerà ancora i tassi a ottobre 2026?

Probabilmente no. Dopo il dato debole sul lavoro di settembre, appena 29.000 posti creati, i mercati assegnano circa il 77% di probabilità a una pausa alla riunione del 27-28 ottobre. Un rialzo resta però possibile a dicembre, perché i verbali e le proiezioni di settembre indicano un’inflazione ancora elevata.

Perché l’euro è così debole nell’ottobre 2026?

Per la crisi fiscale e politica in Europa: lo spread tra titoli di Stato francesi (OAT) e tedeschi (Bund) è tornato ai massimi dal 2012, e la Spagna ha convocato elezioni anticipate per il 29 novembre. Questo ha spinto l’euro sotto 1,12 contro il dollaro, trascinando in alto il DXY, di cui l’euro pesa il 57,6%.

Il DXY misura davvero la forza del dollaro nel mondo?

Solo in parte. Il DXY pesa sei valute di Paesi ricchi e non include yuan, peso messicano o won; l’indice del dollaro ampio della Fed (serie H.10, circa 26 valute, con il renminbi al 16%) è una misura più fedele. Inoltre gran parte della domanda globale di dollari passa oggi per le stablecoin, oltre 300 miliardi quasi tutte in dollari, che il DXY non vede.

Liam Brennan copre macroeconomia e TradFi per HOGE Wire.

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