Tasse crypto: lo scostamento e il 26% nella Manovra 2027
Il 13 ottobre il Parlamento vota lo scostamento che finanzia la Manovra 2027. Da quel voto, e dal DDL atteso il 20 ottobre, dipende se le plusvalenze crypto torneranno al 26% dal 2027.
Oggi, 13 ottobre 2026, a Montecitorio non si parla di criptovalute. Eppure il voto in calendario alla Camera è il primo tassello concreto della partita che deciderà quanto pagheranno di tasse gli investitori italiani in Bitcoin ed Ethereum a partire dal 2027. Il Parlamento è chiamato ad autorizzare lo scostamento di bilancio, l’atto che apre lo spazio finanziario della Manovra 2027. È dentro quella legge, attesa in Parlamento intorno al 20 ottobre, che si capirà se l’aliquota sulle plusvalenze cripto resterà al 33% o tornerà al 26%.
La connessione non è immediata, ma è stretta. Un taglio d’imposta costa gettito, e il tono con cui il governo arriva a questa manovra, fatto di prudenza e di margini contati, pesa sulle probabilità che una riduzione, per quanto piccola, trovi spazio nel testo. Qui mettiamo in fila il voto di oggi, il calendario che porta alla legge di bilancio, la proposta che punta al 26% e i numeri che la rendono più o meno plausibile. Nessuna norma fiscale sulle crypto è ancora scritta nero su bianco: siamo nella settimana in cui si decide la cornice dentro cui potrà, o non potrà, entrare.
Il voto di oggi e perché riguarda chi ha crypto
Il calendario d’Aula parla di Documento di programmazione di finanza pubblica (DPFP) e di Relazione sullo scostamento: due passaggi tecnici, non la legge di bilancio vera e propria. Il DPFP ha sostituito la vecchia NADEF e fissa gli obiettivi di finanza pubblica; la Relazione chiede al Parlamento di autorizzare più deficit rispetto alla traiettoria concordata con Bruxelles. Al Documento basta la maggioranza semplice; per lo scostamento serve invece la maggioranza assoluta di ciascuna Camera, un passaggio più impegnativo che il governo deve incassare prima di poter costruire la manovra.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha presentato la richiesta come «un passo consapevole di scostamento rispetto alla linea di prudenza», una rotta da confermare «in un momento come questo in cui si annunciano nuvoloni all’orizzonte». Sul fronte opposto, il senatore a vita Mario Monti ha annunciato il voto contrario, e le opposizioni hanno depositato risoluzioni alternative. Con la maggioranza di governo l’esito è atteso in direzione del via libera, ma il margine politico è più sottile di quanto i numeri d’Aula lascerebbero pensare.
Perché tutto questo riguarda chi detiene crypto? Perché la fiscalità delle cripto-attività non si cambia con un decreto isolato: si muove dentro la legge di bilancio. La decisione sul 33% o sul 26% per il 2027 non sta nel voto di oggi, ma nel testo che arriverà in Parlamento solo dopo che lo spazio finanziario sarà stato autorizzato. Il voto sullo scostamento è la porta; la stanza dove si deciderà l’aliquota è la Manovra.
Che cos’è lo scostamento di bilancio (e perché serve)
Lo scostamento di bilancio è l’autorizzazione con cui il Parlamento consente al governo di spendere in deficit più di quanto previsto dalle regole europee. In questo caso l’appiglio giuridico è la cosiddetta clausola nazionale di salvaguardia (in gergo europeo National Escape Clause, NEC), che permette di escludere dal percorso di aggiustamento alcune spese ritenute prioritarie. Il governo la invoca per due voci su tutte: difesa e sicurezza energetica, che pesano in parti sostanzialmente uguali.
I numeri, fissati dal Documento di programmazione di finanza pubblica, descrivono una manovra costruita su margini stretti. Lo scostamento vale circa 28,8 miliardi di euro sul biennio 2027-2028, pari a circa 0,6 punti di PIL l’anno. Con la deroga il rapporto deficit/PIL sale al 3,4% nel 2027, contro il 2,8% che si avrebbe senza; il debito resta intorno al 138,5% del prodotto; la crescita è stimata a un modesto +0,8% per il 2027, dopo un +1% nel 2026 rivisto al rialzo.
Il linguaggio del ministro è la parte più eloquente. In audizione davanti alle Commissioni Bilancio, Giorgetti ha avvertito che «non siamo più nell’età dell’oro in cui gli scostamenti si potevano fare tranquillamente perché non esistevano regole», e ha definito la crescita all’1% «un mezzo miracolo» viste le tensioni internazionali. È il quadro mentale con cui l’esecutivo si avvicina alla legge di bilancio: ogni euro di deficit in più va giustificato, e le priorità dichiarate (difesa, energia, potere d’acquisto delle famiglie) non includono, almeno per ora, un taglio alle imposte sulle cripto-attività. Il contesto macro non aiuta: con i rendimenti dei titoli di Stato e il costo della liquidità globale che restano i veri rubinetti dei mercati crypto, come abbiamo visto parlando di repo e SOFR, ogni punto di spread in più sul debito rende il governo più restio ad allargare i cordoni della borsa.
Il calendario della Manovra 2027: le date che contano
La legge di bilancio non nasce in un giorno. Segue un percorso scandito da tappe fisse, e per le crypto conta sapere in quale tappa, e non prima, la questione dell’aliquota può materializzarsi. Ecco la sequenza, con l’effetto pratico di ogni passaggio.
| Data | Passaggio | Cosa comporta per le crypto |
|---|---|---|
| 2 ott 2026 | DPFP approvato dal Consiglio dei ministri | Fissa obiettivi e deficit; nessun dettaglio fiscale né riferimento alle cripto |
| 13 ott 2026 | Voto su scostamento e DPFP (Camera, poi Senato) | Autorizza lo spazio finanziario; è la porta d’accesso alla manovra |
| circa 15 ott 2026 | Documento programmatico di bilancio (DPB) inviato a Bruxelles | La Commissione UE inizia a valutare i saldi; vincolo esterno sui margini |
| circa 20 ott 2026 | Disegno di legge di bilancio in Parlamento | Primo testo in cui l’aliquota crypto 2027 potrebbe comparire (o restare assente) |
| circa 24 nov 2026 | Valutazione della Commissione UE sul DPB | Giudizio europeo sui conti pubblici italiani |
| entro 31 dic 2026 | Approvazione definitiva della legge | Ultima finestra per gli emendamenti; oltre, scatta l’esercizio provvisorio |
Due cose vanno sottolineate. La prima: il DPFP approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre non conteneva alcun riferimento alle cripto-attività, perché quel documento fissa solo i saldi, non le singole misure. La seconda: anche se il disegno di legge di bilancio arrivasse intorno al 20 ottobre senza una norma sulle crypto, la partita non sarebbe chiusa. L’iter parlamentare, con la sua ondata di emendamenti, prosegue fino alla fine dell’anno, ed è lì che una proposta può ancora trovare, o perdere, lo spazio. Il calendario completo della manovra si chiude il 31 dicembre: oltre quella data scatterebbe l’esercizio provvisorio.
Dove siamo oggi: 26% nel 2025, 33% nel 2026, 2027 da scrivere
Per capire la posta in gioco serve ricordare dove ci troviamo, perché il sistema italiano vive una fase a più velocità che confonde anche gli operatori. Le plusvalenze su cripto-attività sono inquadrate come redditi diversi di natura finanziaria (art. 67, comma 1, lett. c-sexies, del TUIR) e scontano un’imposta sostitutiva.
Il percorso normativo è questo. La legge 207/2024 (Bilancio 2025) ha programmato l’aumento dal 26% al 33% e, soprattutto, ha cancellato dal 1 gennaio 2025 la franchigia di 2.000 euro che esentava i piccoli guadagni: da allora si tassa dal primo euro. La legge 199/2025 (Bilancio 2026) ha confermato il 33% a partire dal 1 gennaio 2026. Il risultato è un calendario fiscale a tre tempi che si incrociano.
- Plusvalenze 2025: aliquota 26%, da dichiarare nel 2026.
- Plusvalenze 2026: aliquota 33%, da dichiarare nel 2027.
- Plusvalenze 2027: 33% a legislazione vigente, ma è proprio questo l’anno che la Manovra può riportare al 26%.
Il tutto mentre i prezzi restano volatili: al 13 ottobre Bitcoin viaggia intorno ai 74.600 euro ed Ethereum intorno ai 2.240 euro, una fotografia che cambia di giorno in giorno e che amplifica l’effetto di qualunque aliquota sulle plusvalenze effettivamente realizzate. Per avere un’idea di quanto il quadro di prezzo si sia mosso nell’ultimo anno, abbiamo usato il rapporto fra oro e Bitcoin come termometro del ciclo. La differenza fra pagare il 26% o il 33% su quelle plusvalenze non è teorica: su un guadagno di 10.000 euro sono 700 euro in più o in meno in dichiarazione.
La proposta che punta al 26%: l’Intergruppo e le quattro misure
Sul fronte opposto alla prudenza di Giorgetti si muove chi chiede di riportare l’aliquota al 26%. La spinta più organizzata arriva dall’Intergruppo parlamentare «Asset Digitali, Blockchain e Bitcoin», presieduto dall’onorevole Marcello Coppo, che il 24 settembre ha presentato alla Camera una bozza tecnica con quattro interventi sulla fiscalità delle cripto-attività. Il gruppo di lavoro fiscale è stato coordinato da Ferdinando Ametrano, amministratore delegato e fondatore di CheckSig, il primo operatore autorizzato come CASP in Italia sotto MiCA.
Le quattro misure, riassunte dallo stesso CheckSig, sono: il ritorno dell’aliquota al 26% dal 1 gennaio 2027, allineandola agli altri redditi di natura finanziaria; la deducibilità dei costi sostenuti per le operazioni, come già avviene per azioni, obbligazioni e valute estere; la possibilità di compensare le minusvalenze su crypto con le plusvalenze su altri strumenti finanziari, e viceversa, oggi vietata; una rideterminazione annuale del costo di carico con imposta sostitutiva al 21%, sul modello delle partecipazioni.
Attenzione a cosa questa proposta è, e cosa non è. Non è un emendamento già depositato né un disegno di legge: è un documento tecnico ancora da verificare con uffici parlamentari, ministeri e amministrazioni competenti. In altre parole, un punto di partenza per il negoziato, non una norma a un passo dall’approvazione. Ametrano ha sintetizzato la logica dell’iniziativa a Digitech: «Oggi il fisco penalizza chi acquista direttamente cripto-attività, anche quando si affida a un operatore italiano autorizzato».
A corredo, l’Intergruppo ha diffuso i dati di un proprio sondaggio: il 55% degli italiani sarebbe favorevole a tassare i guadagni crypto come azioni e obbligazioni, il 68% riterrebbe che gli investitori debbano essere liberi di investire in cripto, e un ritorno al 26% peserebbe meno dello 0,01% del gettito fiscale complessivo dello Stato. Vanno presi per quello che sono, numeri di una rilevazione commissionata da chi sostiene la misura: la stessa indagine stima al 28% la quota di italiani che possiede, ha posseduto o segue le crypto, molto più alta del 7% circa (circa 2,8 milioni di persone) misurato a gennaio dall’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, probabilmente per un perimetro di domanda diverso.
Perché 29 miliardi di scostamento pesano sulla partita del 26%
Qui si chiude il cerchio con il voto di oggi. Una manovra che chiede al Parlamento di autorizzare quasi 29 miliardi di deficit aggiuntivo, giustificandoli con difesa ed energia, parte con poco margine per concedere sconti fiscali di qualunque natura. Ogni misura che riduce il gettito deve trovare una copertura, e in un bilancio che Giorgetti stesso descrive come un «mezzo miracolo» le coperture sono merce rara.
Ci sono tre ragioni per cui, in questo contesto, un taglio dell’aliquota crypto parte in salita. Primo: lo spazio aperto dallo scostamento è già vincolato, destinato esplicitamente a difesa e sicurezza energetica, non a riduzioni d’imposta su una categoria di investimenti. Secondo: la cornice politica è di consolidamento, non di espansione; il messaggio del ministro alle Camere è stato di rigore, e una riduzione d’aliquota mal si concilia con quella narrazione. Terzo: il vincolo esterno. Il Documento programmatico di bilancio va a Bruxelles intorno al 15 ottobre e la Commissione valuterà i saldi a fine novembre; con il deficit al 3,4% e il debito oltre il 138%, il governo ha un incentivo a non aprire fronti che riducano le entrate.
Non è una previsione sul merito, ma una lettura delle condizioni. Le stesse istituzioni che oggi votano lo scostamento saranno chiamate, fra pochi giorni, a decidere se dentro quei margini risicati trovi posto anche una riduzione per gli investitori in cripto-attività. La prudenza esibita oggi non depone a favore.
Il controargomento: un taglio quasi invisibile per le casse
Eppure la lettura opposta ha i suoi argomenti, ed è qui che il caso dell’Intergruppo diventa interessante. Se il ritorno al 26% vale davvero meno dello 0,01% del gettito, come sostengono i promotori, allora l’ostacolo non è aritmetico: con o senza i 29 miliardi di scostamento, una misura così piccola non sposta i saldi. Il vero nodo diventa politico e di priorità, non di copertura.
Il ragionamento dei sostenitori poggia su tre pilastri. Il primo è di equità: il 33% rende la cripto-attività detenuta direttamente più tassata di quasi tutti gli altri strumenti finanziari (azioni e obbligazioni al 26%, titoli di Stato al 12,5%), una penalizzazione difficile da giustificare sul piano della coerenza del sistema. Il secondo è il rischio di fuga: AssoCASP, l’associazione degli operatori crypto presieduta da Fabrizio Vedana, ha sostenuto in audizione al Senato che un’aliquota troppo alta spinge i risparmiatori verso l’autocustodia o giurisdizioni meno trasparenti, riducendo il gettito anziché aumentarlo. Il terzo è di competitività: un’Italia allineata al 26% è più attrattiva per operatori e capitali, mentre un 33% isolato rischia di far perdere base imponibile.
Chi invece difende il 33% ricorda che l’aumento fu deciso per fare cassa (la proposta originaria del governo, nell’ottobre 2024, era un salto addirittura al 42%, poi ridimensionato) e che ogni riduzione, per quanto piccola, è un segnale in controtendenza rispetto alla linea di rigore. La verità è che il taglio non si decide sui numeri del gettito, ma sul messaggio politico che il governo vuole mandare con la sua ultima manovra piena di legislatura.
Cosa cambierebbe davvero con il 26% (le quattro misure)
Ridurre tutto all’aliquota sarebbe un errore. Delle quattro misure della bozza, la più citata è il 26%, ma le altre tre cambierebbero la vita fiscale di chi investe in modo forse più profondo. Ecco il confronto fra regime vigente e proposta.
| Aspetto | Oggi (legge vigente) | Proposta Intergruppo (dal 2027) |
|---|---|---|
| Aliquota sulle plusvalenze | 33% dal 2026 | 26% |
| Deducibilità dei costi | Riconoscimento limitato | Costi deducibili come per azioni e obbligazioni |
| Compensazione delle perdite | Minusvalenze crypto solo contro plusvalenze crypto (c-sexies), riporto 4 anni | Compensazione incrociata con altri strumenti finanziari |
| Rideterminazione del costo | Affrancamento straordinario chiuso il 30 nov 2025 | Rideterminazione annuale con sostitutiva al 21% |
| Stablecoin in euro (EMT) | 26% | 26% (invariato) |
La misura tecnicamente più rilevante è la terza, la compensazione incrociata. Oggi le minusvalenze realizzate sulle crypto vivono in un recinto a parte: la lettera c-sexies del TUIR consente di usarle solo contro altre plusvalenze crypto, con riporto fino a quattro anni. Azioni, obbligazioni ed ETP, invece, condividono il cosiddetto zainetto fiscale della lettera c-ter, dove le perdite di uno strumento abbattono i guadagni di un altro. Poter travasare una perdita su Bitcoin contro un guadagno su un’azione, e viceversa, cambierebbe radicalmente la pianificazione fiscale del risparmiatore.
La quarta misura, la rideterminazione annuale al 21%, metterebbe a regime quell’affrancamento straordinario che l’Italia ha già sperimentato: l’ultima finestra, con sostitutiva al 18% sul valore al 1 gennaio 2025, si è chiusa il 30 novembre 2025. Un meccanismo ricorrente permetterebbe di aggiornare ogni anno il costo di carico pagando un’imposta ridotta, utile soprattutto a chi ha acquistato anni fa a prezzi molto bassi e si ritrova una plusvalenza latente enorme.
Le stablecoin in euro restano al 26% in ogni caso
C’è un pezzo del quadro fiscale che la Manovra non deve toccare, perché è già scritto e vale a prescindere dalla partita sul 33%: le stablecoin in euro. La legge di bilancio 2026 (art. 1, comma 28, della legge 199/2025) ha previsto che i token di moneta elettronica (EMT) ancorati all’euro e conformi a MiCA scontino il 26%, non il 33%. La ratio: sono strumenti di pagamento, non veicoli speculativi, e la conversione fra euro ed EMT in euro non genera plusvalenza.
Significa che, anche se il 33% su Bitcoin ed Ethereum restasse in piedi, una stablecoin in euro conforme continuerebbe a godere dell’aliquota più bassa. Attenzione però al confine: passare da Bitcoin a una stablecoin in euro resta un evento potenzialmente tassabile al 33%, perché si realizza la plusvalenza sul Bitcoin. Il regime agevolato riguarda la detenzione e la movimentazione dell’EMT in euro, non l’uscita da un altro crypto-asset.
Il tema si intreccia con la mappa degli operatori ammessi. Dopo la stretta ESMA sulle stablecoin non conformi, che spinge fuori dall’Unione i token senza autorizzazione MiCA entro gennaio 2027, l’euro-EMT conforme diventa di fatto l’unica stablecoin con un trattamento fiscale e regolamentare pienamente in regola. Non è un caso che anche le banche italiane stiano passando dalla difesa all’attacco proprio su custodia, ETP e stablecoin: il perimetro conforme è dove si concentra l’interesse degli operatori vigilati, mentre Consob e Banca d’Italia restano le autorità di riferimento per la condotta di mercato e per il profilo prudenziale.
Il contesto che non cambia: DAC8, monitoraggio e controlli
Mentre la politica discute l’aliquota, la macchina della trasparenza fiscale va avanti per conto suo, e non dipende da quale numero uscirà dalla Manovra. Chiunque detenga crypto deve fare i conti con un impianto di obblighi che il dibattito sul 26% non sfiora nemmeno.
I pilastri sono tre. Primo, il monitoraggio: le cripto-attività vanno indicate nel quadro RW (ora quadro W nei modelli più recenti, codice bene 21), senza alcuna soglia minima, a differenza dei conti esteri. Secondo, la patrimoniale: un’imposta sul valore delle cripto-attività pari allo 0,2% annuo sul controvalore al 31 dicembre, dovuta a prescindere dal luogo di custodia (non è l’IVAFE, è un tributo dedicato). Terzo, lo scambio di dati: il recepimento della direttiva DAC8 (D.Lgs. 194/2025) obbliga gli exchange UE a comunicare i dati dei clienti all’Agenzia delle Entrate, con la prima trasmissione fissata al 30 giugno 2027.
Il messaggio per il contribuente è che la dichiarazione non è facoltativa, qualunque sia l’aliquota. Lo ha ricordato con nettezza l’avvocato e dottore commercialista Carlo Alberto Micheli in un’intervista: «la dichiarazione delle monete virtuali non è un’opzione», e tenerle in autocustodia o su un exchange «è indifferente» rispetto all’obbligo. Non è solo un tema italiano: perfino la SEC ha aperto all’autocustodia ridisegnando il proprio enforcement, segno che il nodo custodia contro dichiarazione è ovunque al centro. Chi aspetta di sapere se pagherà il 26% o il 33% per decidere se dichiarare sta guardando il problema sbagliato: l’obbligo esiste già oggi, al 33%.
Cosa fare adesso, mentre la partita è aperta
Nell’attesa, l’incertezza sull’aliquota non giustifica l’immobilismo. Ci sono mosse sensate che prescindono dall’esito della Manovra.
- Tracciare il costo di carico: senza documentazione, l’Agenzia può considerare il costo pari a zero e tassare l’intero ricavo. Il metodo è LIFO o costo medio ponderato, come chiarito dalla Circolare 30/E del 2023.
- Valutare le minusvalenze entro fine anno: chi ha perdite latenti può decidere se realizzarle prima del 31 dicembre, ricordando però che oggi si compensano solo con altre plusvalenze crypto.
- Non rinviare la dichiarazione: obblighi e scadenze (saldo a giugno, dichiarazione in autunno) non cambiano con il dibattito sull’aliquota.
- Distinguere gli strumenti: un ETP su Bitcoin, un wallet in autocustodia e una stablecoin in euro hanno regimi diversi; la stessa esposizione economica può pagare aliquote diverse a seconda del contenitore.
La regola d’oro resta quella di sempre: la pianificazione fiscale si fa prima del 31 dicembre, non a dichiarazione aperta. E se il 26% dovesse arrivare per il 2027, riguarderà i guadagni futuri, non quelli già realizzati nel 2025 e nel 2026, che restano ancorati alle aliquote dei rispettivi anni.
L’Italia nel confronto europeo: il 33% è davvero un’eccezione?
Un modo per giudicare se il 33% sia troppo è guardare fuori dai confini. Con l’aumento del 2026 l’Italia si è portata in cima alla classifica europea delle aliquote piatte sulle plusvalenze crypto, superando anche la Francia. Ecco il quadro comparato dei principali regimi.
| Paese | Aliquota sulle plusvalenze crypto | Note |
|---|---|---|
| Italia | 33% (26% per gli EMT in euro) | Franchigia abolita; nessuna esenzione per periodo di detenzione |
| Francia | 31,4% (PFU) | Esenzione fino a 305 euro di cessioni l’anno |
| Germania | 0% se detenute oltre 1 anno | Sotto l’anno tassate, con soglia di 1.000 euro |
| Portogallo | 28% se detenute meno di 365 giorni | Esenti oltre i 365 giorni |
| Regno Unito | 18% o 24% | Esenzione annua ridotta a 3.000 sterline |
| Stati Uniti | Fino al 37% (breve termine) o 0/15/20% (lungo) | Trattate come property; nuovo Form 1099-DA |
Due modelli emergono. Da un lato i Paesi che premiano la detenzione di lungo periodo (la Germania azzera l’imposta dopo un anno, il Portogallo dopo 365 giorni); dall’altro quelli che applicano un’aliquota piatta a prescindere dal tempo di possesso, come l’Italia e la Francia. Nel secondo gruppo l’Italia, al 33%, è oggi la più onerosa: la Francia si ferma al 31,4% e il Regno Unito, pur fuori dall’UE e senza MiCA, resta sotto il 25%. Riportare l’aliquota al 26% ricollocherebbe l’Italia nella media, senza trasformarla in un paradiso fiscale. È, in fondo, l’argomento di equità dell’Intergruppo tradotto in numeri comparati.
Cosa aspettarsi dal 20 ottobre in poi
Riavvolgiamo il filo. Oggi il Parlamento autorizza lo spazio finanziario; intorno al 15 ottobre il DPB va a Bruxelles; intorno al 20 arriva il disegno di legge di bilancio. È da quel testo che arriverà la prima risposta concreta: se il governo avrà inserito una norma sulle crypto, o se avrà lasciato la materia fuori rimandandola al negoziato parlamentare.
Gli scenari sono tre. Nel primo, il governo recepisce (in tutto o in parte) la richiesta dell’Intergruppo e scrive il 26% nel testo: sarebbe il segnale più forte, ma mal si concilia con la retorica di rigore di questi giorni. Nel secondo, il testo tace e la partita si sposta sugli emendamenti, con esito aperto fino a dicembre: lo scenario più coerente con le premesse. Nel terzo, nulla si muove e il 33% resta in vigore anche per il 2027, lasciando alla prossima legislatura l’eventuale correzione.
Per chi investe, il consiglio operativo non cambia con lo scenario: dichiarare correttamente al 33% per il 2026, tracciare i costi, tenere d’occhio il testo della manovra quando uscirà. Il 26%, se arriverà, sarà un miglioramento prospettico, non retroattivo. E la lezione del voto di oggi è proprio questa: in un bilancio costruito su 29 miliardi di deficit autorizzato e su tanta prudenza dichiarata, persino uno sconto fiscale che vale meno dello 0,01% del gettito deve guadagnarsi il suo posto. Non per quanto costa, ma per il messaggio che manda.
Domande frequenti
Qual è l’aliquota sulle plusvalenze crypto in Italia nel 2026?
Nel 2026 le plusvalenze su cripto-attività come Bitcoin ed Ethereum sono tassate al 33%, dopo che la legge 207/2024 e la legge 199/2025 hanno confermato l’aumento dal precedente 26%. La franchigia di 2.000 euro è stata abolita dal 2025, quindi si tassa dal primo euro. Fanno eccezione i token di moneta elettronica in euro conformi a MiCA, che restano al 26%.
Le tasse sulle crypto torneranno al 26% nel 2027?
Non è ancora deciso. Esiste una proposta dell’Intergruppo parlamentare, presentata il 24 settembre 2026, per riportare l’aliquota al 26% dal 2027, ma è una bozza tecnica, non ancora un emendamento. La decisione dipenderà dal disegno di legge di bilancio atteso intorno al 20 ottobre e dal successivo iter parlamentare, che si chiude il 31 dicembre.
Che cos’è lo scostamento di bilancio votato il 13 ottobre 2026?
È l’autorizzazione con cui il Parlamento consente al governo più deficit rispetto alle regole europee, in questo caso circa 28,8 miliardi sul biennio 2027-2028 tramite la clausola nazionale di salvaguardia, destinati a difesa ed energia. Non riguarda direttamente le crypto, ma apre lo spazio finanziario della Manovra 2027, la legge dentro cui si deciderà l’aliquota.
A quale aliquota pago le plusvalenze crypto realizzate nel 2025?
Le plusvalenze realizzate nel 2025 si tassano al 26% e si dichiarano nel 2026. Quelle realizzate nel 2026 si tassano al 33% e si dichiarano nel 2027. L’aliquota segue l’anno di realizzo, quindi un eventuale ritorno al 26% nel 2027 non sarebbe retroattivo sui guadagni già maturati.
Devo dichiarare le crypto anche se non le vendo?
Sì. Le cripto-attività vanno indicate nel quadro RW (o quadro W) per il monitoraggio, senza soglia minima, ed è dovuta la patrimoniale dello 0,2% annuo sul valore al 31 dicembre, a prescindere dal luogo di custodia. L’obbligo esiste indipendentemente dalla vendita e dall’aliquota in discussione, e dal 2027 si aggiungerà lo scambio automatico di dati DAC8.
Anneke de Vries è senior editor di HOGE Wire e segue la regolamentazione delle cripto-attività per l’edizione italiana.