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● AI x Crypto

Akash 2026: il marketplace GPU che scommette sull’inferenza

Il token AKT corre in ottobre mentre l'intero paniere del compute AI si rivaluta. Ma sotto il rally c'è un marketplace di GPU che sta diventando una piattaforma di inferenza.

Ottobre si è aperto con l’intero paniere del compute AI in rialzo. AKT, il token di Akash Network, viaggia intorno a 0,78 dollari (circa 0,70 euro), con una capitalizzazione vicina ai 233 milioni di dollari e un progresso di quasi il 20% in sette giorni, stando ai dati di CoinGecko. Non è un caso isolato: Render ha superato il miliardo di dollari di capitalizzazione, Nosana ha messo a segno quasi il 50% in una settimana e il clima resta quello di un Uptober in cui Bitcoin è tornato in area 85.000 dollari (circa 75.000 euro) e l’appetito per il rischio è di nuovo acceso. A pochi giorni dal Token2049 di Singapore (7-8 ottobre), le reti di GPU decentralizzate sono di nuovo sotto i riflettori.

La domanda che conta, però, non è quanto sia salito AKT in una settimana, ma cosa ci sia sotto il prezzo. E qui, nel 2026, la risposta è cambiata: Akash non è più soltanto un bazar dove affittare schede grafiche a prezzi bassi. È un marketplace di GPU decentralizzate che sta provando a diventare qualcos’altro, cioè una piattaforma di inferenza per l’intelligenza artificiale. Questa guida spiega come funziona il mercato, perché il baricentro si sta spostando verso l’inferenza, quanto è grande davvero questo business e quali rischi restano per chi guarda ad AKT come a un’esposizione al tema del calcolo.

Che cos’è Akash: il Supercloud delle GPU

Akash Network nasce nel marzo 2018 dal lavoro di Overclock Labs, la società fondata da Greg Osuri e Adam Bozanich con una raccolta seed di circa 1,8 milioni di dollari. L’idea è precisa: costruire un cloud permissionless, un mercato aperto dove chiunque abbia capacità di calcolo inutilizzata possa affittarla, e chiunque ne abbia bisogno possa comprarla senza passare dai grandi fornitori centralizzati. La mainnet è arrivata nel settembre 2020, all’inizio limitata a CPU e storage. Il salto che ha reso Akash rilevante per l’ondata AI è del 31 agosto 2023, con l’aggiornamento Mainnet 6 ribattezzato Supercloud, che ha aperto il marketplace alle GPU: dalle Nvidia H100 e A100 di fascia data center fino alle schede consumer.

Il posizionamento è semplice da enunciare e difficile da realizzare: offrire potenza di calcolo paragonabile a quella dei grandi cloud a una frazione del prezzo, togliendo di mezzo l’intermediario. Al centro c’è un meccanismo d’asta che ribalta la logica dei listini a prezzo fisso, ed è il primo pezzo da capire per orientarsi.

L’asta inversa: come si noleggia una GPU

Su Akash il prezzo non lo espone un listino, lo fanno i fornitori. Il meccanismo è un’asta inversa. Chi vuole affittare capacità (il tenant) scrive un file di configurazione chiamato SDL, lo Stack Definition Language, in cui descrive cosa gli serve: l’immagine Docker da eseguire, il numero e il tipo di GPU (per esempio una H100), CPU, memoria e storage. Pubblica il manifesto on-chain e i provider rispondono con le loro offerte, al ribasso. Il tenant non è obbligato a scegliere l’offerta più bassa: può pesare reputazione, data center e affidabilità. Quando accetta un’offerta nasce il lease, il contratto di noleggio.

Il pagamento passa da un deposito in escrow: il tenant finanzia un conto da cui il protocollo preleva a ogni blocco l’importo dovuto al provider, fino a esaurimento o fino alla chiusura del lease. Due dettagli contano per chi costruisce. Il primo: l’escrow accetta anche USDC e token via IBC, quindi si può pagare senza mai detenere AKT. Il secondo: lo storage effimero è l’impostazione di default, quello persistente va richiesto esplicitamente, un vincolo reale per i carichi con stato. La documentazione ufficiale descrive questa struttura in dettaglio, dalle sezioni del file SDL alla denominazione dei prezzi (akash.network/docs).

Il ciclo di vita di un lease non è privo di attriti. Se un provider va offline o le sue prestazioni calano, il tenant può chiudere il lease e riaprire l’asta, ma il carico non migra da solo: ridondanza e failover restano a carico di chi distribuisce l’applicazione. È una differenza sostanziale rispetto a un cloud gestito, dove il fornitore garantisce livelli di servizio contrattuali. Su Akash la reputazione del provider, la sua storia di uptime e la scelta del data center diventano parte della decisione d’acquisto, non un dettaglio tecnico: in assenza di SLA formali, è il mercato a fare da filtro.

Questo è il cuore del marketplace di GPU che dà il nome a tutta la categoria. Ma è anche la parte del business su cui è più difficile fare margine, ed è la ragione per cui, nel 2026, Akash ha spostato parte delle sue ambizioni più in alto nello stack.

Il pivot del 2026: da bazar di GPU a piattaforma di inferenza

Affittare GPU grezze è un mestiere da commodity: chi vende capacità compete quasi solo sul prezzo, e un’asta inversa accentua la corsa al ribasso. Nel mondo dell’AI il valore si sposta più in alto, verso l’inferenza, cioè l’esecuzione di modelli già addestrati per rispondere a richieste, far girare chat, agenti e API. È lì che Akash ha concentrato gli sforzi nel 2026, e il motivo è anche commerciale: l’inferenza è un consumo ricorrente, più appiccicoso di un noleggio spot di schede, e genera ricavi a ogni chiamata invece che solo al momento del lease.

Il prodotto di punta è AkashML, un servizio di inferenza gestita che espone modelli aperti (Llama, DeepSeek, Qwen e altri) tramite API, appoggiandosi alla rete di provider sottostante. Accanto ci sono Akash Chat, l’interfaccia conversazionale rivolta all’utente finale, e la piattaforma Akash Agents per lanciare agenti con pochi clic, arrivata a marzo 2026. La logica è netta: invece di vendere soltanto la scheda, Akash prova a vendere ciò che la scheda produce, cioè il servizio che ci gira sopra.

Lo spostamento verso l’alto nello stack ha una logica difensiva, oltre che di ricavi. Vendere capacità grezza espone alla guerra dei prezzi con chiunque abbia schede da affittare; offrire inferenza gestita, con modelli pronti all’uso, API stabili e un’esperienza da prodotto, crea un rapporto più duraturo con lo sviluppatore. È la stessa traiettoria seguita dai grandi cloud, che hanno smesso da tempo di vendere solo server per vendere servizi gestiti. La scommessa di Akash è che si possa fare lo stesso in modo decentralizzato, tenendo i prezzi bassi grazie all’asta sottostante.

I numeri di throughput raccontano una crescita rapida. Nel report del primo trimestre 2026, Akash dichiarava che AkashML elaborava circa 1,7 miliardi di token al giorno su OpenRouter, il servizio che smista le richieste tra i vari fornitori di inferenza (report Q1 2026). Da lì, secondo i dati della società, il volume è cresciuto a più riprese nel corso dell’anno, arrivando nell’ordine delle decine di miliardi di token al giorno entro metà 2026. Tra i clienti citati figurano Venice, ElizaOS, Morpheus e Gensyn, progetti che usano la rete per inferenza di produzione o per far girare agenti autonomi.

È qui che si capisce la filosofia del fondatore. Osuri ha riassunto la logica del pivot con una frase diventata ricorrente nei materiali della società: «l’AI si muove in mesi, l’energia si muove in anni» (Akash, report Q1 2026). Tradotto: software e modelli cambiano a una velocità con cui hardware ed energia non possono tenere il passo, quindi chi controlla il livello di inferenza, flessibile e aggiornabile, cattura più valore di chi possiede soltanto i capannoni pieni di schede.

Quanto è grande davvero l’inferenza di Akash

Il throughput impressiona, ma va messo in prospettiva, perché i token al giorno non sono ricavi. Una comparazione tra i fornitori di inferenza presenti su OpenRouter, pubblicata su GitHub e riferita alla finestra tra febbraio e maggio 2026, colloca AkashML all’ultimo posto tra i cinque provider confrontati per ricavi stimati nel periodo, dietro NovitaAI, Chutes, Venice e la stessa Phala (comparazione OpenRouter). Nella stessa rilevazione NovitaAI stimava diversi milioni di dollari, mentre AkashML si fermava a poche decine di migliaia, complice il fatto di essere attivo da appena un mese nella finestra osservata.

Il dato va preso per quello che è: una stima su un singolo canale, in una finestra specifica, quando AkashML era appena partito. Da allora i volumi sono cresciuti molto e OpenRouter è solo uno dei modi in cui arrivano i clienti (molti, come Venice o ElizaOS, usano direttamente le API). Ma il messaggio di fondo resta: la domanda di inferenza esiste ed è reale, però il mercato dell’inferenza a pagamento è affollato e dominato da operatori più grandi, e la quota di Akash, per ora, è piccola. Il pivot è la strategia giusta; non è ancora un business di scala.

I numeri del marketplace e il divario di trasparenza

Il livello sottostante, quello del noleggio puro di GPU, racconta una storia più dura. La fotografia completa e indipendente più recente resta il report di Messari sul primo trimestre 2026 (i dati di Q2 e Q3 non erano ancora stati pubblicati al momento di scrivere), e i numeri non sono esaltanti.

Metrica (Q1 2026)ValoreVariazione
Provider attivi58minimo storico
GPU disponibili334-57,5% sul trimestre
Utilizzo delle GPUcirca 33,7%due terzi ferme
Nuovi lease43.540+27,1% sul trimestre
Ricavi da leasecirca 253.000 $-45% sul trimestre
Ricavi 2025 (intero anno)circa 3,15 mln $+128% su base annua
Fonte: Messari, State of Akash Q1 2026.

Il quadro è quello di un’offerta che si contrae mentre la domanda, misurata in numero di lease, cresce: più contratti, ma di taglia più piccola e a prezzi più bassi, con i ricavi da noleggio in calo del 45% sul trimestre precedente, intorno ai 253.000 dollari (Messari). Su base annua il 2025 si era chiuso a circa 3,15 milioni di dollari, in crescita del 128%, ma resta una cifra minuscola per gli standard del settore.

Qui si apre un divario di trasparenza che vale la pena segnalare. Nello stesso trimestre in cui Messari traccia 253.000 dollari di ricavi da lease, Akash festeggiava sul proprio blog il superamento dei 5 milioni di dollari di spesa di calcolo (report Q1 2026). Le due cifre non si contraddicono per forza: i 5 milioni sono una spesa cumulata di sempre e su tutti i prodotti (inferenza gestita inclusa), i 253.000 dollari sono ricavi da lease on-chain di un singolo trimestre. Il problema è che Akash non ha mai pubblicato una riconciliazione tra le due metriche, e questa opacità è esattamente ciò che rende difficile valutare la vera dimensione economica della rete.

Quanto costa una GPU su Akash

Il risparmio è l’argomento di vendita storico, e in parte regge ancora. Su Akash un’ora di H100 costa indicativamente tra 1,30 e 2 dollari (circa 1,15-1,80 euro), contro i 4-7 dollari e oltre dei grandi cloud a seconda della formula.

FornitorePrezzo indicativo H100 (per ora)Note
Akash~1,30-2,00 $ (~1,15-1,80 €)asta inversa, prezzo fatto dai provider
io.net~1,90-3,00 $ (~1,70-2,70 €)orchestrazione di cluster
AWS (Capacity Blocks)~3,90 $ (~3,50 €)prenotazione a blocchi
AWS P5 (on-demand)~6,90 $ (~6,15 €)on-demand
Azurespesso 7-10 $ (~6-9 €)on-demand
Valori indicativi, variano per regione, impegno e disponibilità; le fonti divergono anche del doppio. Fonte: Yellow Research.

Due avvertenze. La prima: questi valori sono indicativi e oscillano molto per regione, impegno pluriennale e disponibilità, al punto che fonti diverse divergono anche del doppio (Yellow Research). La seconda, più importante: il vantaggio di prezzo si sta assottigliando, perché i concorrenti decentralizzati si fanno la guerra sul prezzo e i grandi cloud hanno introdotto formule più flessibili. Un noleggio di 48 ore su una H100 che su Akash, ai prezzi di tabella, può aggirarsi sui 60 euro, sui cloud tradizionali supera facilmente i 170-300 euro. Il divario resta, ma non è più l’abisso di un paio d’anni fa.

AKT, inflazione e il burn che quasi non brucia

AKT (5 ottobre 2026)Valore
Prezzo~0,78 $ (~0,70 €)
Capitalizzazione~233 mln $ (~208 mln €)
Variazione 7 giorni+19,7%
Offerta circolante~298,5 mln AKT
Offerta massima~388,5 mln AKT
Massimo storico8,07 $ (apr 2021, circa -90%)
Fonte: CoinGecko, 5 ottobre 2026.

AKT è il token che fa funzionare il mercato: serve a pagare (insieme a USDC e token IBC), a garantire la rete tramite staking e a votare le proposte di governance. L’offerta è inflazionistica ma con un tetto: una proposta approvata a marzo 2025 (la Proposal 283) ha abbassato l’inflazione massima dal 13% all’8% annuo, mentre una proposta gemella ha alzato al 50% la quota di nuova emissione che va al community pool anziché agli staker, comprimendo il rendimento reale di chi mette AKT in staking.

Un punto spesso trascurato riguarda proprio lo staking. Con metà della nuova emissione dirottata al community pool, il rendimento reale di chi blocca AKT è risicato e, in diversi momenti del 2026, negativo una volta scontata l’inflazione. Significa che vincolare i token per contribuire alla sicurezza della rete non è stato necessariamente un affare, e che la ragione per detenere AKT resta legata più all’aspettativa di apprezzamento che a un flusso di reddito. È un altro tassello della stessa domanda di fondo: dove si crea, e dove si trattiene, il valore.

Il meccanismo più citato è il Burn Mint Equilibrium (BME), attivato a marzo 2026 con l’aggiornamento Mainnet 17. In teoria è un sistema deflazionistico: il tenant brucia AKT per ottenere un credito di pagamento agganciato al dollaro, e il provider viene pagato in AKT al momento del regolamento. In pratica, come molti hanno notato, è un «burn che quasi non brucia»: i token bruciati servono a coprire un credito in dollari, quindi la distruzione netta è vicina allo zero, a meno che AKT non si apprezzi tra l’emissione del credito e il regolamento.

È il punto sollevato con più forza da chi critica il modello. L’analista Zoha Imdad Ali, in un’analisi per TECHi, ha osservato che Akash non pubblica quanti AKT vengano effettivamente distrutti al netto dal BME, e che senza quel dato il token non può dimostrare di catturare il valore che la rete genera (TECHi). È la tensione centrale di tutta la tesi d’investimento su AKT: l’uso può anche essere reale e in crescita, ma se il token non intercetta quel valore in modo trasparente, il prezzo resta guidato più dalla rotazione di settore che dai fondamentali.

Chi fornisce le GPU: la stretta dell’offerta

C’è un paradosso al cuore di Akash nel 2026: la domanda cresce, ma l’offerta si è ridotta a un minimo storico. Cinquantotto provider attivi e 334 GPU disponibili, in calo di oltre la metà sul trimestre precedente, sono numeri che non si conciliano con l’idea di una rete in piena espansione. La ragione è prima di tutto economica. In un’asta inversa i margini del fornitore sono sotto pressione costante, e con un utilizzo del 33,7% una scheda resta ferma per due terzi del tempo. Una H100 da 25.000-30.000 dollari che, a quei tassi di utilizzo, rende forse qualche centinaio di euro al mese lordi non ripaga l’investimento in tempi ragionevoli. È un conto puramente illustrativo, ma spiega perché i provider se ne vanno: il rendimento non copre capitale, energia e manutenzione.

C’è anche una barriera tecnica: diventare provider ha storicamente richiesto di gestire un cluster Kubernetes, competenza che taglia fuori la maggior parte dei possessori di hardware. La risposta di Akash è su due fronti. Dall’alto c’è StarCluster, una rete di GPU di proprietà del protocollo finanziata in prima fase tramite i Starbonds (uno strumento di investimento regolamentato negli Stati Uniti, con un tetto d’offerta fino a 75 milioni di dollari), pensata per portare in rete migliaia di GPU Nvidia Blackwell gestite da operatori professionali selezionati, i Nodekeeper, spesso data center con contratti di fornitura elettrica a lungo termine. Dal basso c’è Homenode, lanciato in accesso anticipato a febbraio 2026, che permette ai possessori di schede come le RTX 4090 e 5090 di diventare provider senza toccare Kubernetes. A fare da collante, la proposta AEP-53 sugli incentivi on-chain ai provider, che però introduce un rischio di diluizione, perché quegli incentivi si pagano emettendo altri AKT.

Perché l’offerta torni a crescere servono due cose insieme: schede nuove in rete e un utilizzo abbastanza alto da rendere redditizio tenerle accese. StarCluster punta sul primo fronte, portando hardware di fascia alta gestito da professionisti; Homenode allarga la base abbassando la barriera tecnica. Ma entrambi funzionano solo se la domanda, soprattutto quella ricorrente dell’inferenza, riempie le GPU. Senza quel riempimento, aggiungere capacità peggiora il tasso di utilizzo invece di migliorarlo, e gli incentivi in AKT finiscono per diluire i detentori senza creare un mercato sano. È il nodo che Akash deve sciogliere nei prossimi trimestri.

Fiducia contro verifica: il calcolo riservato

C’è un ostacolo all’adozione seria che il prezzo da solo non risolve: la fiducia. Affittare la GPU di uno sconosciuto significa affidargli i propri dati e, spesso, i pesi di un modello. Per un’azienda che tratta informazioni sensibili o soggette al GDPR è un rischio difficile da accettare. La risposta di Akash nel 2026 è il calcolo riservato (confidential compute), portato alla rete a fine luglio 2026 con la specifica AEP-83. L’idea: far girare il carico dentro un ambiente di esecuzione affidabile (TEE) basato su AMD SEV-SNP o Intel TDX lato CPU e sulla modalità confidential delle GPU Nvidia, così che nemmeno il proprietario della macchina possa vedere dati e modello. Secondo Osuri la cifratura della memoria è gestita direttamente dalla CPU, e il carico diventa inaccessibile al sistema operativo del provider, all’hypervisor e a chi ha accesso fisico all’infrastruttura (Akash). Tutto si attiva con una riga di SDL (basta impostare il parametro tee su cpu-gpu), e un servizio di attestazione permette al tenant di verificare di trovarsi davvero dentro un enclave genuino prima di inviare i segreti.

Attenzione a non confondere due cose diverse: riservato non vuol dire verificabile. Un TEE protegge la confidenzialità dei dati e attesta che stai eseguendo l’immagine che hai chiesto, ma non dimostra che il provider abbia eseguito il modello giusto producendo il risultato corretto; e la fiducia resta ancorata ai produttori del chip (Intel, AMD, Nvidia), oltre a essere esposta ad attacchi side-channel. Le tecniche che puntano a una verifica senza fiducia, come zkML e opML, offrono garanzie più forti ma con un costo computazionale ancora molto alto. Per Akash il calcolo riservato è un passo avanti concreto sulla privacy, non la soluzione al problema della verifica.

Resta una domanda pratica: quanti provider dispongono davvero dell’hardware necessario. Il calcolo riservato richiede CPU e GPU di generazione recente con le estensioni giuste, e con un parco fornitori ridotto ai minimi non è scontato che l’opzione sia disponibile ovunque. Akash non ha pubblicato quanti dei suoi provider offrano effettivamente un TEE, il che rende la funzione, per ora, più una promessa architetturale che una capacità diffusa. Sul fronte opposto c’è Phala Network, che sulla tecnologia TEE ha costruito l’intera proposta e parte quindi avvantaggiata su questo specifico terreno.

L’addio a Cosmos e la nuova chain

Il cambiamento strutturale più grande nella storia di Akash è in corso: la rete sta lasciando la propria blockchain sovrana basata su Cosmos SDK. L’annuncio risale all’ottobre 2025, quando Osuri ha spiegato che mantenere una chain dedicata, con la sicurezza garantita da enormi quantità di AKT in staking, è inefficiente dal punto di vista del capitale (The Block). La proposta formale è la AEP-79, Akash on Shared Security: invece di pagare la sicurezza bloccando AKT, Akash vuole appoggiarsi alla sicurezza condivisa di una chain più grande, con un modello pay-per-use, mantenendo l’interoperabilità IBC (AEP-79). A metà 2026 la chain di destinazione non è ancora stata scelta: Solana è considerata una candidata forte, in una valutazione che la società descrive come una delle più ampie mai fatte, su circa quindici ecosistemi. La chiusura è attesa entro fine 2026.

A dare un’accelerata è stata una vicenda di licenze. Ad aprile 2026 un componente critico dell’ecosistema Cosmos SDK ha cambiato licenza, passando da una licenza permissiva a una che vieta l’uso commerciale senza un accordo separato. Osuri l’ha definita pubblicamente una mossa «ostile», perché avrebbe impedito ad Akash di usarlo in produzione e di offrirlo come servizio a terzi (X). È un pezzo importante del contesto della migrazione e un rischio di esecuzione da non sottovalutare: cambiare la chain di base di una rete viva non è un’operazione banale.

Per il lettore non tecnico il senso è questo: oggi Akash paga la propria sicurezza chiedendo ai possessori di AKT di immobilizzare grandi quantità di token; domani vorrebbe comprarla da una rete più grande solo quando serve. Il vantaggio sarebbe liberare capitale e ridurre i costi di gestione di una catena propria. Il nodo irrisolto è cosa ne sarà dello staking di AKT: Osuri ha detto che non sparirà, ma si evolverà in qualcosa di diverso, senza però che sia stato pubblicato un disegno tecnico definitivo. Fino ad allora, resta una promessa con un punto interrogativo sopra.

La concorrenza e il benchmark CoreWeave

Akash non è sola. Il settore delle reti di GPU decentralizzate è una manciata di progetti con approcci diversi.

ProgettoTokenPrezzo (~€)Capitalizzazione7 giorniSpecializzazione
AkashAKT~0,70~208 mln €+19,7%mercato GPU ad asta inversa, pivot inferenza
RenderRENDER~1,86~961 mln €+9,0%rendering e compute, filiera OTOY
io.netIO~0,15~63 mln €in rialzoorchestrazione di cluster su Solana
NosanaNOS~0,58~57 mln €+49,9%inferenza a basso costo su Solana
PhalaPHA~0,05-0,07~50-60 mln €in rialzocalcolo riservato TEE-native
Fonte: CoinGecko, 5 ottobre 2026. Valori arrotondati.

Render arriva dal rendering grafico e dalla filiera di OTOY, con una capitalizzazione di gran lunga maggiore (CoinGecko). io.net punta sull’orchestrazione di cluster di GPU su Solana. Nosana si concentra sull’inferenza a basso costo, anch’essa su Solana, ed è stata il nome più caldo del paniere nell’ultima settimana. Phala Network ha costruito la propria tesi sul calcolo riservato ed è quindi il concorrente più diretto proprio sul fronte TEE. Nessuno di questi, però, dà la misura del problema quanto il confronto con un operatore centralizzato.

Vale la pena ricordare che i numeri dichiarati da queste reti vanno presi con cautela. Più di una, in passato, ha comunicato conteggi di GPU molto più alti di quelli verificabili sui rispettivi explorer, gonfiati da hardware registrato ma non realmente disponibile. È un settore giovane, in cui la trasparenza delle metriche è ancora disomogenea e la distanza tra capacità annunciata e capacità utilizzabile può essere ampia. Anche per questo il confronto con un operatore quotato e soggetto a rendicontazione come CoreWeave resta il termine di paragone più onesto.

Quel confronto è CoreWeave. Quotata al Nasdaq, non è un token ma è il metro della scala reale: nel secondo trimestre 2026 ha fatto circa 2,6 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 112% su base annua, con un portafoglio ordini arretrato intorno ai 104 miliardi (CNBC). In un solo trimestre CoreWeave incassa diverse volte l’intero fatturato annuo stimato del settore GPU decentralizzato, che le ricerche di mercato collocano nell’ordine dei 180-220 milioni di dollari (Yellow Research). Il CEO Michael Intrator ha riassunto la dinamica in modo netto: il vero limite non è più se le aziende vogliano usare l’AI, ma quanto in fretta si riesca a consegnare capacità cloud affidabile e ad alte prestazioni. È il contesto in cui Akash deve ritagliarsi uno spazio: non come alternativa di scala ai giganti, ma come opzione più economica e aperta per chi non ha bisogno dei loro vincoli, in un mondo in cui perfino i miner di Bitcoin convertono megawatt al calcolo AI.

Consob, MiCA e il fisco italiano

Per un lettore italiano la cornice regolamentare conta. AKT è un token con funzione infrastrutturale, usato per pagare servizi di calcolo, garantire la rete e votare: si legge come utility token, periferico rispetto al cuore di MiCA, che disciplina soprattutto gli emittenti di stablecoin (ART ed EMT) e i fornitori di servizi sulle cripto-attività (CASP). In Italia la vigilanza è divisa: Consob presidia trasparenza, condotta di mercato e autorizzazione dei CASP, mentre Banca d’Italia si occupa degli aspetti prudenziali e delle stablecoin, secondo il decreto che ha recepito MiCA in Italia (D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129) (Consob). Chi noleggia GPU su Akash, di per sé, non compie un’operazione regolata da MiCA; chi acquista e rivende AKT sul mercato è un investitore in cripto-attività come un altro.

Un’avvertenza sui Starbonds che finanziano StarCluster: sono uno strumento di investimento regolamentato negli Stati Uniti, non un prodotto pensato per il retail europeo, e vanno tenuti distinti dal token AKT. Sul fronte statunitense, dove si decide buona parte delle regole che poi fanno scuola, il quadro resta in movimento, con una SEC che negli ultimi mesi ha cambiato pelle. Sul piano fiscale italiano, dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate con aliquota al 33%, dopo che la legge di bilancio ha eliminato la vecchia soglia di esenzione da 2.000 euro; le stablecoin in euro qualificate come EMT restano invece al 26% (Agenda Digitale). Le plusvalenze vanno in dichiarazione nel quadro RT, il monitoraggio dei saldi nel quadro RW, ed eventuali ricompense da staking di AKT seguono le regole dei redditi da cripto-attività.

Rischi e prospettive: cosa guardare dopo Token2049

Tirando le somme, Akash nel 2026 è un caso di scuola della tensione tra narrazione e fondamentali. La narrazione (compute decentralizzato per l’AI) è forte, e il pivot sull’inferenza è la mossa giusta. I fondamentali on-chain, nei dati indipendenti disponibili, restano piccoli, e l’offerta di GPU si è contratta.

I rischi principali sono tre. Il primo è il value-capture: finché il BME resta un burn che quasi non brucia e i dati netti non vengono pubblicati, è difficile legare il prezzo di AKT all’uso della rete. Il secondo è l’offerta: senza un’inversione nel numero di provider, la rete rischia di non reggere la domanda che dice di attrarre. Il terzo è l’esecuzione: la migrazione a una nuova chain, e la scelta stessa della chain, sono operazioni delicate.

Sul fronte dei catalizzatori i prossimi mesi offrono diversi appuntamenti: il Token2049 di Singapore del 7-8 ottobre, la scelta della chain di destinazione attesa entro fine anno, l’eventuale pubblicazione dei dati Messari di Q2 o Q3 e un numero concreto su quanti provider offrano davvero il calcolo riservato. Da non dimenticare il contesto macro: gran parte del rally tra settembre e ottobre è stata rotazione di settore e appetito per il rischio, con le aspettative sui tassi della Fed a fare da sfondo. Se quel vento gira, il paniere del compute AI, AKT compreso, tende a muoversi insieme, al rialzo come al ribasso.

Per chi guarda ad Akash come esposizione al tema, la sintesi è questa: tecnologia reale e in evoluzione, pivot strategico sensato, ma un token la cui capacità di catturare valore è ancora tutta da dimostrare.

Domande frequenti

Che cos’è Akash Network in parole semplici?

Akash è un mercato di calcolo cloud decentralizzato dove si affittano GPU e CPU tramite un’asta inversa: chi offre capacità fa un prezzo al ribasso e chi ne ha bisogno sceglie l’offerta. Dal 2023 supporta le GPU Nvidia per l’AI e nel 2026 ha aggiunto servizi di inferenza gestita come AkashML.

Conviene affittare GPU su Akash rispetto ai grandi cloud?

Sul prezzo spesso sì: un’ora di H100 su Akash costa indicativamente tra 1,15 e 1,80 euro, contro diversi euro sui cloud tradizionali. Il vantaggio però si sta riducendo, e vanno considerati l’affidabilità, l’offerta di GPU limitata e il fatto che si affitta la macchina di un provider spesso anonimo.

A cosa serve il token AKT?

AKT serve a pagare i servizi di calcolo (insieme a USDC e token IBC), a garantire la rete tramite staking e a votare le proposte di governance. Il meccanismo Burn Mint Equilibrium brucia AKT per i pagamenti, ma la distruzione netta è vicina allo zero, quindi il legame tra prezzo e uso della rete resta dibattuto.

Perché Akash sta lasciando la blockchain Cosmos?

Perché mantenere una chain sovrana con la sicurezza garantita da AKT in staking è considerato inefficiente dal punto di vista del capitale. Con la proposta AEP-79 Akash vuole passare a una sicurezza condivisa pay-per-use su una chain più grande, mantenendo l’interoperabilità IBC; la chain di destinazione non è ancora stata scelta.

Come vengono tassate in Italia le plusvalenze su AKT?

Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate al 33%, dopo l’eliminazione della vecchia soglia di esenzione da 2.000 euro; le stablecoin in euro qualificate come EMT restano al 26%. Le plusvalenze vanno nel quadro RT della dichiarazione e i saldi nel quadro RW.

Marcus Okafor è senior editor di HOGE Wire e segue l’intersezione tra intelligenza artificiale e cripto.

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