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● Regulation & Policy

Euro digitale e MiCA: la moneta pubblica entra nel trilogo decisivo

Mentre MiCA disciplina le cripto e le stablecoin private, l'UE costruisce l'altra metà: l'euro digitale. Il trilogo entra nel vivo e l'Italia prova a orientarne le regole sulle commissioni.

Il 10 settembre 2026 i negoziatori di Parlamento europeo, Consiglio e Commissione si sono ritrovati a Bruxelles per il secondo trilogo sull’euro digitale, la moneta pubblica che la Banca centrale europea vuole affiancare al contante. Pochi giorni prima l’Italia aveva messo sul tavolo una proposta concreta: azzerare le commissioni sui pagamenti in euro digitale sotto i 10 euro, o al massimo fissare un tetto di due centesimi, per proteggere i piccoli esercenti. La misura, anticipata da Euronews, sarebbe stata accolta con favore dalla stessa BCE.

La notizia è passata quasi in sordina in un mese dominato dalle cripto (Bitcoin viaggia intorno ai 67.600 euro, in rialzo di oltre il 24% in trenta giorni secondo CoinGecko) e dalle scadenze regolatorie statunitensi. Eppure è un tassello centrale della strategia europea sulla moneta digitale. Con MiCA l’Unione ha scritto le regole per le cripto e per le stablecoin private; con l’euro digitale prova a costruire l’altra metà del disegno, una moneta pubblica che nessun emittente privato o straniero controlla. Ecco a che punto è la legge, dove si sta litigando e come l’euro digitale si incastra con l’attuazione di MiCA.

Due metà della stessa strategia: MiCA e l’euro digitale

MiCA (il regolamento UE 2023/1114) disciplina dal 30 dicembre 2024 gli emittenti di cripto-attività e i prestatori di servizi, i cosiddetti CASP, con il periodo transitorio chiuso in tutta l’Unione il 1° luglio 2026. È il rulebook del lato privato: token, exchange, custodi e soprattutto stablecoin, che MiCA chiama token di moneta elettronica (EMT) e token collegati ad attività (ART). In Italia la vigilanza è ripartita tra Consob, per la condotta di mercato e la tutela degli investitori, e Banca d’Italia, per gli aspetti prudenziali e sulle stablecoin.

L’euro digitale è tutt’altra cosa. Non è una cripto e non è una stablecoin: è moneta di banca centrale, l’equivalente digitale delle banconote, emessa direttamente dalla BCE. Le due iniziative rispondono però alla stessa domanda di fondo: come resta sovrana la moneta europea quando i pagamenti si spostano online, le infrastrutture sono in gran parte statunitensi e circa il 99% delle stablecoin è denominato in dollari. MiCA agisce sul fronte difensivo, ponendo limiti alle stablecoin non in euro usate come mezzo di pagamento; l’euro digitale è la mossa offensiva, un’alternativa pubblica e in euro che non dipende da nessun operatore privato.

Per questo un articolo sull’attuazione di MiCA non può ignorare l’euro digitale: sono due capitoli della stessa politica monetaria e regolamentare. E proprio ora quel secondo capitolo entra nella fase decisiva del negoziato europeo.

Il contesto aiuta a capire l’urgenza. In gran parte dell’area euro l’uso del contante ai punti vendita è in calo strutturale, mentre cresce quello di carte, wallet e app, spesso gestiti da circuiti e grandi piattaforme extraeuropei. Una moneta pubblica esiste ancora in forma fisica, le banconote, ma non ha un equivalente digitale accessibile a chiunque senza passare da un intermediario privato. L’euro digitale nasce per colmare questo vuoto: dare ai cittadini la possibilità di detenere e usare moneta di banca centrale anche online, mantenendo un ancoraggio pubblico in un ecosistema di pagamenti sempre più privato e concentrato.

Che cos’è l’euro digitale (e cosa non è)

Nella definizione della BCE, l’euro digitale sarebbe una forma digitale del contante, emessa dalla banca centrale e disponibile per tutti nell’area dell’euro. In pratica, moneta pubblica elettronica che affianca (non sostituisce) banconote e monete. Alcune caratteristiche di progetto sono già definite. Sarebbe distribuito con un modello a due livelli, cioè non dalla BCE direttamente ai cittadini ma attraverso banche e prestatori di servizi di pagamento. Funzionerebbe online e offline, come un contante digitale. Non pagherebbe interessi e non sarebbe programmabile, cioè non si potrebbero incorporare condizioni automatiche nell’uso dei fondi. Prevederebbe infine un limite massimo di detenzione per ciascun portafoglio.

È utile chiarire cosa l’euro digitale non è. Non è Bitcoin né un asset volatile da investimento: un euro digitale varrà sempre un euro. Non è una stablecoin privata come USDC o EURC, che è moneta elettronica emessa da una società sotto MiCA. Non è nemmeno un deposito bancario, che resta un credito verso una banca commerciale. La tabella seguente mette a confronto le quattro forme di moneta con cui un cittadino europeo ha a che fare.

CaratteristicaEuro digitaleStablecoin (EMT)Deposito bancarioContante
EmittenteBCEBanca o istituto di moneta elettronicaBanca commercialeBCE
NaturaMoneta pubblicaMoneta privata (e-money)Moneta privata (credito)Moneta pubblica
InteressiNoNoPossibiliNo
Quadro di regoleRegolamento dedicato (fuori MiCA)MiCA, Titolo IVCRD e CRRCorso legale
TutelaMoneta legale, garanzia della BCERimborso alla pari, riserve segregateGaranzia depositi fino a 100.000 euroMoneta legale
LimitiTetto di detenzioneCap sui non-euro come mezzo di pagamentoNessunoNessuno

Dietro queste distinzioni c’è un principio che gli economisti chiamano unicità della moneta: un euro deve valere un euro qualunque sia la sua forma, che si tratti di contante, di deposito bancario o di euro digitale. A garantirlo è proprio la moneta di banca centrale, l’ancora del sistema, in cui tutte le altre forme sono convertibili alla pari. Le stablecoin private, per quanto regolate da MiCA, restano promesse di un emittente; l’euro digitale sarebbe invece una passività diretta della BCE, senza rischio di credito. È questa la ragione di fondo per cui l’Eurosistema considera la moneta pubblica un bene da preservare anche nell’era digitale, e non un residuo del passato.

Perché l’euro digitale non rientra in MiCA

Molti lettori danno per scontato che qualsiasi euro su blockchain finisca sotto MiCA. Non è così. L’articolo 2 del regolamento esclude espressamente dal proprio campo di applicazione la moneta emessa dalle banche centrali quando agiscono in qualità di autorità monetarie, così come la BCE e le banche centrali nazionali. L’euro digitale sarà quindi disciplinato da un proprio regolamento dedicato, non da MiCA. È la stessa logica per cui restano fuori dal regolamento anche i depositi bancari (soggetti alle direttive CRD e CRR) e le banconote.

La distinzione non è un tecnicismo. Significa che l’euro digitale non avrà bisogno di un white paper come un token privato, non passerà per l’autorizzazione CASP e non sarà soggetto ai poteri di vigilanza sugli emittenti privati. La sua governance è quella dell’Eurosistema e del regolamento europeo che il trilogo sta definendo. Al tempo stesso, lo stesso MiCA prova a difendere lo spazio dell’euro: l’articolo 23 fissa un tetto (1 milione di transazioni o 200 milioni di euro al giorno) all’uso come mezzo di scambio delle stablecoin non denominate in euro, per evitare che un dollaro tokenizzato diventi la valuta di fatto dei pagamenti quotidiani in Europa.

Cambia anche la geografia della vigilanza. MiCA poggia su una rete di autorità nazionali (in Italia Consob e Banca d’Italia) coordinate a livello europeo da ESMA ed EBA, con poteri di autorizzazione, ispezione e sanzione sugli operatori privati. L’euro digitale, invece, sarebbe governato dall’Eurosistema, cioè dalla BCE insieme alle banche centrali nazionali, sulla base del regolamento che i colegislatori stanno negoziando. Sono due architetture parallele: una disciplina il mercato privato delle cripto e delle stablecoin, l’altra definisce come funziona una moneta pubblica. Confonderle porta a errori ricorrenti, come pensare che la BCE possa vietare Bitcoin o che l’euro digitale abbia bisogno di una licenza CASP.

Sovranità monetaria: il 99% delle stablecoin è in dollari

Il motore dell’euro digitale è politico prima che tecnico. Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE e responsabile del progetto, ha riassunto il problema in un intervento del 19 giugno 2026: «Fronteggiamo una grossa dipendenza nei pagamenti digitali al dettaglio, dove facciamo largamente affidamento a soluzioni e infrastrutture di pagamento non europee», ha detto secondo l’ANSA, aggiungendo che «abbiamo bisogno di integrare il contante fisico col suo equivalente digitale».

Il punto dolente è il dominio del dollaro. Con circa il 99% delle stablecoin denominato in valuta statunitense, la presidente della BCE Christine Lagarde ha avvertito che questa dipendenza rischia di trasformarsi in una vera e propria «dollarizzazione digitale» dell’Europa (CoinDesk). La sua tesi, però, è più sottile di un semplice appello a creare stablecoin in euro: secondo Lagarde la risposta migliore non è imitare il modello americano ma costruire un’infrastruttura pubblica basata sulla moneta di banca centrale. È esattamente ciò che l’euro digitale vuole essere.

Le stablecoin in euro, per ora, restano una nicchia: valgono complessivamente poco più di mezzo miliardo di dollari a fronte di un mercato globale che supera i 300 miliardi. Senza un’alternativa pubblica credibile, l’Europa rischia di affidare la spina dorsale dei pagamenti digitali a operatori che rispondono a regole (e a interessi) di un altro continente. La posta in gioco, insomma, è la stessa che ha spinto Bruxelles a scrivere MiCA: chi controlla la moneta digitale controlla una leva di sovranità.

La dimensione geopolitica è esplicita. Con il GENIUS Act gli Stati Uniti hanno dato una cornice federale alle stablecoin in dollari, incoraggiandone di fatto l’espansione globale come strumento di proiezione della valuta americana. Per l’Europa, lasciare che i pagamenti digitali quotidiani si spostino su dollari privati significherebbe cedere una parte di autonomia nella politica monetaria e nei sistemi di pagamento. In questa lettura l’euro digitale non è un vezzo tecnologico ma una polizza sulla sovranità: uno strumento che resta disponibile e funzionante anche se, in una crisi, un fornitore extraeuropeo decidesse (o fosse costretto) a interrompere il servizio.

A che punto è la legge: il trilogo entra nel vivo

L’euro digitale non è ancora legge, ma il processo è più avanzato di quanto molti credano. La Commissione ha presentato il pacchetto legislativo nel giugno 2023: tre regolamenti collegati, uno per l’istituzione dell’euro digitale, uno per la sua fornitura nei Paesi che non hanno l’euro e uno sul corso legale del contante, come ricostruisce Diritto Bancario. Dopo la fase preparatoria dell’Eurosistema, nell’ottobre 2025 il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di proseguire verso la fase successiva.

Sul fronte legislativo, il Consiglio dell’UE ha adottato la propria posizione il 19 dicembre 2025. Il Parlamento europeo è arrivato dopo: la commissione ECON ha approvato il mandato il 23 giugno 2026 e la plenaria lo ha confermato il 9 luglio con 416 voti a favore, 169 contrari e 22 astenuti, affidando la squadra negoziale al relatore spagnolo Fernando Navarrete Rojas del PPE (ANSA Europa). Il Parlamento chiede un sistema accessibile, sicuro, gratuito per le operazioni di base e con un alto livello di tutela della privacy. Il primo trilogo si è tenuto il 13 luglio, il secondo il 10 settembre; l’obiettivo dichiarato è chiudere l’accordo politico entro la fine del 2026, così da consentire una possibile prima emissione intorno al 2029.

DataTappa
Giugno 2023La Commissione presenta il pacchetto legislativo (euro digitale, fornitura nei Paesi non euro, corso legale del contante)
Nov. 2023 – ott. 2025Fase preparatoria dell’Eurosistema; a ottobre 2025 il Consiglio direttivo BCE decide di proseguire
19 dic. 2025Il Consiglio UE adotta la propria posizione negoziale
23 giu. 2026La commissione ECON del Parlamento approva il mandato (43 sì, 14 no, 1 astenuto)
9 lug. 2026La plenaria conferma il mandato negoziale (416 sì, 169 no, 22 astenuti)
13 lug. 2026Primo trilogo
10 set. 2026Secondo trilogo a Bruxelles
Fine 2026Obiettivo: accordo politico sul testo
2a metà 2027Sperimentazione con circa 36 prestatori di servizi di pagamento
Circa 2029Possibile prima emissione (decisione non ancora presa)

Nel frattempo la parte tecnica non è ferma. Durante la fase preparatoria l’Eurosistema ha lavorato al regolamento di schema, alla selezione di potenziali fornitori e alle scelte di design su funzione offline, privacy e limiti. La decisione politica e quella operativa procedono in parallelo: la BCE non emetterà nulla senza la legge, ma vuole farsi trovare pronta se e quando l’accordo arriverà. È anche il motivo per cui l’orizzonte del 2029 resta indicativo e legato a un solo presupposto, ripetuto in ogni documento ufficiale: l’approvazione della normativa da parte di Parlamento e Consiglio.

Consiglio contro Parlamento: i nodi del negoziato

Consiglio e Parlamento hanno chiuso i rispettivi mandati, ma restano lontani su diversi punti che contano per banche, esercenti e cittadini. La ricostruzione dello studio Freshfields aiuta a mappare le distanze. Il primo terreno di scontro è chi fissa il limite di detenzione: il Parlamento vuole affidarlo alla Commissione con un atto delegato (su raccomandazione della BCE), mentre il Consiglio preferisce mantenere il controllo degli Stati membri con una decisione di esecuzione a maggioranza qualificata rafforzata.

Ci sono poi le persone giuridiche (il Parlamento propone un divieto quasi totale di detenere euro digitale, salvo l’accumulo temporaneo dei pagamenti in entrata), il modello di remunerazione e i tetti alle commissioni, e le regole di accettazione obbligatoria, con eccezioni per le micro e piccole imprese. Anche sulla privacy le due istituzioni condividono l’obiettivo ma divergono sui dati che banche e banca centrale potranno trattare. La tabella riassume le principali divergenze.

NodoParlamento europeoConsiglio UE
Chi fissa il limite di detenzioneLa Commissione, con atto delegato su raccomandazione BCEIl Consiglio, con decisione di esecuzione a maggioranza qualificata rafforzata
Persone giuridicheDivieto quasi totale (salvo accumulo temporaneo dei pagamenti in entrata)Flessibilità alla BCE, anche con limite pari a zero
Modello di remunerazioneTetti transitori prorogabili a tempo indeterminato se ritenuti utiliFase transitoria di durata massima decennale
Commissioni ai commerciantiTetti per singolo esercente presso ciascun PSPTetti fissati a livello nazionale
Accettazione obbligatoriaEccezioni per micro e piccole impreseIl pagatore sceglie tra online e offline dove è obbligatoria
PrivacyEnfasi sull’allineamento al GDPRRegole specifiche di verifica dei dati

Perché queste divergenze contano? Perché determinano quanto l’euro digitale sarà davvero usabile e quanto peserà sulle banche. Un limite di detenzione troppo basso lo rende poco utile; troppo alto, rischia di svuotare i depositi. Regole di remunerazione e commissioni troppo generose scaricano costi sul sistema bancario; troppo rigide, tolgono agli intermediari l’incentivo a distribuirlo. La presidenza di turno del Consiglio ha spinto per tenere il dossier in movimento dopo la pausa estiva, ma il compromesso finale dovrà tenere insieme interessi opposti: sovranità monetaria, stabilità delle banche, tutela dei consumatori e sostenibilità per gli esercenti.

La mossa italiana: commissioni azzerate sotto i 10 euro

È in questo quadro che si inserisce la proposta italiana di inizio settembre. Secondo l’esclusiva di Euronews, Roma ha suggerito di esentare dalle commissioni i pagamenti sotto i 10 euro, applicando al massimo un tetto di due centesimi (0,02 euro) sulla commissione a carico dell’esercente per le operazioni di piccolo importo. I diplomatici europei si sono detti aperti persino all’ipotesi di una commissione netta pari a zero. Lo schema sarebbe temporaneo, così da lasciare alla BCE il tempo di raccogliere dati prima di proporre eventualmente un modello definitivo.

La logica è di adozione: se pagare in euro digitale costa quanto (o meno di) una carta, i piccoli commercianti hanno un incentivo ad accettarlo, e senza accettazione diffusa nessuna moneta digitale decolla. Non a caso la proposta è vista con favore dalla comunità delle banche centrali, BCE inclusa. Per l’Italia è anche una mossa di leadership nel negoziato: entrare nel merito delle regole d’uso, e non solo dei principi, è il modo in cui un Paese prova a orientare il testo finale. La partita sulle commissioni si intreccia con quella, più delicata, sul limite di detenzione.

Il limite di detenzione e il timore della disintermediazione

Il nodo più tecnico, e più politico, è quanto euro digitale si potrà tenere nel portafoglio. Le cifre discusse ruotano attorno ai 3.000 euro, con ipotesi che arrivano fino a 5.000. Il tetto non è ancora fissato, ma serve a un obiettivo preciso: evitare che, in caso di tensione, i cittadini spostino in massa i risparmi dai conti bancari alla moneta di banca centrale, considerata più sicura. È il rischio della disintermediazione, o di una corsa agli sportelli in versione digitale.

I numeri di una simulazione della BCE aiutano a capire la posta. In uno scenario di panico, con un limite fissato a 3.000 euro, potrebbero uscire fino a 699 miliardi di euro dai depositi bancari, pari all’8,2% dei depositi a vista al dettaglio, spingendo una dozzina di istituti in difficoltà di liquidità (Investing.com, dati BCE via Reuters). In uno scenario ordinario, in cui i cittadini non sfruttano tutto il plafond, l’uscita si fermerebbe attorno ai 100 miliardi, entro i requisiti di liquidità del settore. Per attenuare il rischio, il regolamento prevede due meccanismi: nessun interesse sull’euro digitale (così non compete con i depositi remunerati) e un sistema di waterfall che riversa automaticamente sul conto bancario gli importi eccedenti il tetto. È lo stesso motivo per cui la scelta tra chi tiene i fondi e con quali tutele resta centrale anche per la custodia delle cripto in banca.

C’è anche un meccanismo speculare al waterfall, la cosiddetta reverse waterfall: se un pagamento supera il saldo in euro digitale, la parte mancante viene prelevata automaticamente dal conto bancario collegato, così da non bloccare l’operazione. La stessa simulazione della BCE stima che un limite di 3.000 euro ridurrebbe la redditività del capitale delle banche (il ROE) di circa 30 punti base in media, con differenze marcate da Paese a Paese e un impatto maggiore per gli istituti piccoli e al dettaglio. La BCE avverte inoltre che le cifre sulle uscite potrebbero essere sovrastimate, perché non tengono conto del fatto che molti correntisti hanno più di un conto.

Privacy, offline e nessuna programmabilità

La paura più diffusa, alimentata da anni di dibattito sulle CBDC, è quella di una moneta di Stato che sorveglia ogni acquisto o che può essere spenta o vincolata a distanza. Il testo in discussione prova a disinnescarla su tre fronti. Primo, la privacy: il regolamento adotta i principi di privacy by design e privacy by default e, secondo la ricostruzione di Diritto Bancario, prevede tecnologie come le prove a conoscenza zero per verificare le transazioni senza esporre i dati personali, con la BCE che non avrebbe accesso all’identità di chi paga.

Secondo, la funzione offline: i pagamenti senza connessione avverrebbero tramite dispositivi con memoria locale e sarebbero riservati come il contante (con il rovescio della medaglia che, se si perde il dispositivo, i fondi non si recuperano). Terzo, la non programmabilità: l’euro digitale, ribadisce la BCE, non consentirebbe di incorporare condizioni automatiche nell’uso del denaro, smontando lo spauracchio della moneta a scadenza o vincolata. Resta la tensione, comune a tutti i pagamenti regolati, tra riservatezza e obblighi antiriciclaggio, la stessa che pesa sull’intero settore cripto come raccontiamo nell’analisi sull’antiriciclaggio nel 2026.

Modello a due livelli: il ruolo di banche e PSP

Nel disegno dell’Eurosistema la BCE emette l’euro digitale ma non lo distribuisce direttamente ai cittadini. Il modello è a due livelli: sono banche e prestatori di servizi di pagamento a offrire conti, app, carte e assistenza, esattamente come oggi fanno con il contante e i pagamenti elettronici. Le banche temono la disintermediazione, ma allo stesso tempo restano il canale attraverso cui l’euro digitale arriva agli utenti, e su questo si gioca il modello di remunerazione ancora in discussione. Il costo per il settore bancario dell’area euro è stimato dalla BCE tra 4 e 5,8 miliardi di euro.

La macchina si metterà davvero alla prova con la sperimentazione: prevista nella seconda metà del 2027, durerà circa un anno e coinvolgerà attorno a 36 prestatori di servizi di pagamento e migliaia di volontari. Secondo le ricostruzioni di Euronews parteciperebbero anche operatori italiani. Vale la pena ricordare che l’Italia ha già la sua prima banca autorizzata da Banca d’Italia a operare come CASP sotto MiCA (Banca Sella), segno che l’ecosistema dei servizi digitali sulla moneta, pubblici e privati, si sta costruendo in parallelo.

Cosa cambia per chi usa cripto e stablecoin

Per chi investe o usa cripto, l’euro digitale non è un concorrente diretto di Bitcoin o degli altri asset a offerta scarsa. È moneta pubblica pensata per i pagamenti, non uno strumento di investimento: non paga interessi, ha un tetto di detenzione e non promette rendimenti. Chi cerca protezione dall’inflazione o diversificazione continuerà a guardare ad altre classi di attività, come discutiamo nell’analisi su oro e Bitcoin in portafoglio.

Il vero impatto è sulla struttura dei pagamenti e sulle stablecoin. L’euro digitale offrirebbe un binario di regolamento pubblico e a costo contenuto, in concorrenza indiretta con le stablecoin in euro (come EURC) sul terreno dei micro-pagamenti e degli scambi quotidiani. Non le sostituisce e non le vieta: le stablecoin restano disciplinate da MiCA e utili per usi specifici (dai mercati cripto alla finanza decentralizzata), mentre le rampe di accesso tra euro digitale, stablecoin e conti bancari diventeranno un tassello dell’infrastruttura. La convivenza, più che la sostituzione, è lo scenario realistico.

Un esempio pratico chiarisce la differenza. Chi oggi tiene una parte del capitale in una stablecoin in euro per muoversi rapidamente tra exchange e protocolli, domani potrebbe usare l’euro digitale per la spesa quotidiana e riservare la stablecoin all’operatività on-chain. La stablecoin resta programmabile e integrabile nei contratti intelligenti; l’euro digitale no, per scelta esplicita. Le due cose non si escludono: convivono, con ruoli diversi. Per gli investitori il punto da ricordare è che l’euro digitale non offre rendimento e ha un tetto, quindi non è un parcheggio per la liquidità in eccesso ma un mezzo di pagamento. La ricerca di rendimento continuerà a passare da depositi, obbligazioni, fondi e, per chi accetta il rischio, dalle cripto.

Il bivio transatlantico: moneta pubblica contro stablecoin privati

La strategia europea appare ancora più nitida se confrontata con quella statunitense, che va nella direzione opposta. Con l’ordine esecutivo 14178 del gennaio 2025, l’amministrazione USA ha vietato alle agenzie federali di sviluppare, emettere o promuovere una CBDC, puntando invece sulle stablecoin private in dollari come veicolo dei pagamenti digitali (Reed Smith). A questo si è aggiunto il GENIUS Act, che ha dato un quadro federale agli emittenti di stablecoin.

Ne esce un bivio netto: gli Stati Uniti regolano il privato e vietano il pubblico; l’Unione europea regola il privato con MiCA e costruisce il pubblico con l’euro digitale. Sono due scommesse diverse sul futuro della moneta digitale, entrambe motivate dalla stessa parola, sovranità. Il fronte legislativo americano, del resto, è tutt’altro che concluso, come mostra il voto sul CLARITY Act atteso in questi giorni, che ridisegna il confine tra SEC e CFTC. Per gli investitori europei, la conseguenza pratica è che la moneta con cui pagano e quella con cui speculano seguiranno regimi giuridici sempre più distinti.

Il resto del mondo si muove su un terzo binario. La Cina ha già portato il suo yuan digitale (e-CNY) ben oltre la fase sperimentale, mentre il Regno Unito studia una possibile sterlina digitale senza aver ancora deciso se emetterla, affiancando in parallelo un regime per le stablecoin sistemiche. Convivono così tre approcci: chi punta soprattutto sulle stablecoin private (Stati Uniti), chi costruisce una moneta pubblica digitale regolando al tempo stesso quella privata (Unione europea) e chi ha già una CBDC operativa su larga scala (Cina). L’Europa prova a tenere insieme innovazione privata e presidio pubblico, senza replicare né il laissez-faire americano né il modello statalista cinese.

L’Italia in prima linea: da Panetta a Cipollone

L’euro digitale ha una forte impronta italiana. Fabio Panetta ha guidato il progetto alla BCE prima di diventare governatore della Banca d’Italia, lasciando il testimone proprio a Cipollone. Da Roma, Panetta ha ripetuto che l’euro digitale «non è una minaccia per le banche, ma un’opportunità», e che la tecnologia può rendere più funzionale l’uso della moneta ma non può sostituire le banche centrali nel garantire la fiducia su cui la moneta stessa si regge (Pagamenti Digitali).

Anche l’Associazione bancaria italiana si è mostrata favorevole al progetto, con una posizione più aperta rispetto a parte del sistema bancario franco-tedesco, preoccupato per i limiti di detenzione. Banca d’Italia, dal canto suo, non è solo un osservatore: ha contribuito con le proprie infrastrutture alle sperimentazioni europee sulla moneta di banca centrale on-chain. La proposta sulle commissioni sotto i 10 euro conferma questa linea: un’Italia che, sul dossier euro digitale, prova a stare dalla parte di chi scrive le regole, e non solo di chi le subisce.

Rischi e nodi ancora aperti

Nonostante l’accelerazione, l’euro digitale resta un cantiere aperto e non privo di scetticismo. C’è chi si chiede se serva davvero, in un continente dove i pagamenti elettronici funzionano già bene; chi teme i costi per le banche e l’effetto sui depositi; chi non è convinto dalle garanzie di privacy. E c’è il fattore tempo: senza una legge approvata entro il 2026, l’obiettivo del 2029 rischia di slittare. Sono tensioni che, nei giorni di forte volatilità sui mercati, si intrecciano con quelle più ampie sulla moneta e sul rischio, come mostra la correlazione tra azioni e cripto nelle giornate macro. I principali nodi ancora sul tavolo del trilogo sono questi:

  • il livello definitivo del limite di detenzione, ancora oggetto di negoziato
  • il modello di remunerazione e i tetti alle commissioni per banche e commercianti
  • il trattamento delle persone giuridiche
  • l’equilibrio tra tutela della privacy e obblighi antiriciclaggio
  • i tempi: senza accordo entro il 2026, l’orizzonte del 2029 si allontana

La critica più insidiosa non è tecnica ma di opportunità: serve davvero una moneta pubblica digitale dove carte e app funzionano già bene? La risposta dell’Eurosistema è che il punto non è sostituire ciò che funziona, ma non dipendere in modo esclusivo da infrastrutture private e straniere per una funzione essenziale come i pagamenti. Molto dipenderà dall’adozione reale: senza incentivi chiari per esercenti e cittadini, anche la moneta meglio disegnata rischia di restare inutilizzata. È la ragione per cui dettagli apparentemente minori, come le commissioni sotto i 10 euro, pesano quanto i grandi principi.

La sostanza, però, non cambia. Con MiCA l’Europa ha imposto regole a un mondo, quello delle cripto e delle stablecoin private, che prima ne aveva poche. Con l’euro digitale prova a fare qualcosa di più ambizioso: mettere una moneta pubblica sul terreno digitale prima che lo occupino stabilmente attori privati e stranieri. Il trilogo dei prossimi mesi dirà quanto di questo disegno diventerà legge.

Domande frequenti

L’euro digitale è una criptovaluta?

No. L’euro digitale è moneta di banca centrale (una CBDC), l’equivalente digitale delle banconote emesso dalla BCE. Un euro digitale vale sempre un euro, non è volatile come Bitcoin e non è una stablecoin privata come USDC. Per questo resta fuori dal perimetro di MiCA, che disciplina invece le cripto e le stablecoin emesse da soggetti privati.

Quanto euro digitale si potrà detenere?

Il tetto non è ancora fissato. Le cifre discusse ruotano attorno ai 3.000 euro per portafoglio, con ipotesi fino a 5.000, e servono a evitare che troppi depositi lascino le banche. Una simulazione della BCE stima che con un limite di 3.000 euro, in uno scenario di panico, potrebbero uscire fino a 699 miliardi di euro dai depositi bancari.

L’euro digitale rientra in MiCA?

No. L’articolo 2 di MiCA esclude la moneta emessa dalle banche centrali quando agiscono come autorità monetarie. L’euro digitale sarà quindi disciplinato da un proprio regolamento dedicato, non da MiCA, così come restano fuori da MiCA anche i depositi bancari e il contante.

L’euro digitale sostituirà il contante o le stablecoin?

No. La BCE lo presenta come complemento del contante, non come sostituto: chi vuole potrà continuare a pagare in banconote. Sul fronte privato, l’euro digitale conviverà con le stablecoin regolate da MiCA e con le cripto, offrendo però un’opzione di pagamento pubblica e a costo contenuto.

Quando arriva l’euro digitale?

Dipende dalla legge. Se il trilogo si chiude con un accordo entro fine 2026, la BCE punta a una sperimentazione nel 2027 e a una possibile prima emissione intorno al 2029. La decisione finale di emettere l’euro digitale, però, non è ancora stata presa.

Anneke de Vries è redattrice senior della sezione regolamentazione di HOGE Wire e segue l’attuazione di MiCA e la politica monetaria europea.

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