Oro contro Bitcoin: il 2026 mette alla prova il debasement trade
Oro e Bitcoin hanno toccato un record e poi corretto nel giro di pochi mesi. Dietro i prezzi c'è un'unica scommessa macro, il debasement trade: ecco cosa significa per chi investe in Italia.
Negli ultimi dodici mesi oro e Bitcoin hanno fatto più o meno la stessa cosa, con tempi diversi: hanno toccato un record e poi hanno corretto. L’oro ha chiuso il 2025 con il miglior anno dal 1979 e a fine gennaio 2026 ha sfiorato i 5.590 dollari l’oncia, per poi perdere circa un quarto del valore e tornare intorno ai 4.100-4.200 dollari (circa 3.700 euro) all’inizio di ottobre. Bitcoin ha segnato il massimo storico a 126.210 dollari il 6 ottobre 2025, è sceso fino alla zona dei 70.000 dollari a metà 2026 e ha recuperato fino a circa 86.000 dollari (poco più di 76.000 euro). A conti fatti, a inizio ottobre 2026 entrambi erano in rosso rispetto a un anno prima.
La domanda su chi sia il miglior bene rifugio è diventata molto meno banale di quanto suggeriscano i titoli. Questo non è un tabellone dei risultati, perché i conti a un anno esatto dal record li abbiamo già fatti in un’analisi dedicata; qui guardiamo alla tesi che sta sotto al confronto: il cosiddetto debasement trade, l’analogia dell’oro digitale e, soprattutto, cosa dovrebbe farne un risparmiatore italiano.
Il 2026 ha complicato il duello tra oro e Bitcoin
Per capire il 2026 bisogna partire dal 2025. Secondo il World Gold Council, l’oro ha guadagnato oltre il 60% in dodici mesi e ha messo a segno più di cinquanta nuovi massimi nel corso dell’anno. È stato, come ha ricordato anche la stampa finanziaria, il miglior anno per il metallo dal 1979. La corsa è proseguita in gennaio, con un’accelerazione finale che ha portato il prezzo a un record vicino ai 5.590 dollari l’oncia (circa 5.000 euro ai cambi odierni).
Poi è arrivata la correzione. Dopo un rialzo così violento, le prese di profitto, un dollaro più fermo e posizioni troppo affollate hanno riportato l’oro intorno ai 4.100-4.200 dollari all’inizio di ottobre, circa il 25% sotto il picco di gennaio e poco sotto i livelli di chiusura del 2025.
Bitcoin ha seguito un copione simile ma sfasato. Il massimo storico a 126.210 dollari risale al 6 ottobre 2025; da lì è partita una discesa profonda, fino alla fascia dei 70.000 dollari nella parte centrale del 2026, seguita da un rimbalzo. All’inizio di ottobre il prezzo viaggiava intorno agli 86.281 dollari, circa il 31% sotto i 124.698 dollari di un anno prima.
Il risultato è che nel 2026, almeno finora, nessuno dei due ha svolto bene il ruolo di porto sicuro lineare. Hanno corso tantissimo nel 2025 e hanno poi digerito i guadagni, quasi in parallelo. Le conversioni in euro di questo articolo usano il cambio di riferimento BCE di inizio ottobre, circa 1,13 dollari per euro.
Che cos’è il «debasement trade»
Il termine debasement trade, reso popolare dagli analisti di JPMorgan guidati da Nikolaos Panigirtzoglou, indica l’acquisto di oro e Bitcoin come copertura contro la svalutazione delle valute fiat. Dietro ci sono il debito pubblico in aumento, i deficit strutturali, le tensioni geopolitiche, un’inflazione che fatica a rientrare e la spinta di alcuni Paesi a ridurre la dipendenza dal dollaro.
La parola chiave è svalutazione: non tanto l’inflazione dei prezzi al consumo, quanto la perdita di fiducia nella capacità delle valute di conservare valore nel tempo. Quando i deficit sono alti e il debito cresce più in fretta dell’economia, gli investitori cercano asset che nessun governo possa stampare a piacimento. L’oro lo è da sempre; Bitcoin si candida a esserlo.
Il 2026 ha mostrato come questo scambio funziona nella pratica. Dopo lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, in primavera, molti investitori hanno privilegiato Bitcoin rispetto all’oro: gli ETF spot su Bitcoin hanno registrato afflussi per tre mesi consecutivi fino a maggio, mentre i fondi sull’oro faticavano a recuperare i deflussi di marzo. Poche settimane dopo la direzione si è invertita e JPMorgan ha segnalato deflussi sincronizzati da entrambi, letti come uno smontaggio della scommessa.
La lezione è che oro e Bitcoin sono spesso due gambe della stessa operazione macro, ed è per questo che a volte si muovono insieme. Quando il mercato teme per il valore della moneta, li compra tutti e due; quando quella paura rientra o quando i tassi reali risalgono, li vende tutti e due. Il contesto dei tassi, in particolare la linea della Federal Reserve nell’era Warsh, resta la variabile che accende o spegne l’intera operazione.
La tesi dell’«oro digitale»: da dove nasce
Il paragone con l’oro si regge su alcuni pilastri: il tetto rigido di 21 milioni di unità, l’assenza di un emittente centrale, la possibilità di trasferire valore senza intermediari, la divisibilità e la resistenza alla censura. Bitcoin, in questa lettura, sarebbe una forma di scarsità programmata e digitalmente nativa, pensata per un’economia che vive sempre più online.
C’è poi l’argomento della scarsità matematica. L’offerta di nuovi Bitcoin si dimezza ogni quattro anni con l’halving e si fermerà definitivamente a 21 milioni di unità, mentre quella dell’oro cresce lentamente ma senza un tetto. A questo si aggiunge un argomento generazionale: per molti investitori più giovani un asset nativo digitale, trasferibile in pochi minuti oltre i confini, è più intuitivo di un lingotto in cassetta di sicurezza.
Nessuno ha fatto più di Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, per portare questa tesi nel dibattito ufficiale. Fink ha definito più volte Bitcoin oro digitale e una copertura contro la svalutazione delle valute, parlando di uno strumento legato alla paura: si compra, ha spiegato, quando si teme per la tenuta della propria moneta nazionale.
La prova che la tesi abbia presa istituzionale è il successo dell’ETF iShares Bitcoin Trust (IBIT) di BlackRock, diventato il più grande fondo spot su Bitcoin al mondo per masse gestite. Il messaggio è semplice: per chi nasce in un contesto digitale, Bitcoin sarebbe l’oro di questo secolo. È una narrazione efficace, ma non priva di crepe.
Dove l’analogia si incrina
Chi tratta Bitcoin come oro al portatore trascura alcune differenze sostanziali, che il 2026 ha reso evidenti.
- Volatilità: la volatilità annualizzata di Bitcoin viaggia tra il 70% e l’80%, contro il 15%-20% dell’oro, circa quattro volte tanto.
- Storia: l’oro è moneta da millenni ed è la seconda valuta di riserva detenuta dalle banche centrali; Bitcoin esiste da poco più di sedici anni.
- Riserve ufficiali: nessuna grande banca centrale detiene Bitcoin come riserva, mentre quasi tutte accumulano oro.
- Domanda reale: l’oro ha un pavimento di domanda da gioielleria e industria; Bitcoin dipende quasi solo dai flussi finanziari.
- Rischi tecnologici: Bitcoin affronta rischi normativi, di custodia e, in prospettiva, legati al calcolo quantistico, timori sollevati anche da Ray Dalio.
Il punto non è che una delle due tesi sia falsa, ma che l’oro ha corretto in modo ordinato mentre Bitcoin si è mosso con strappi molto più ampi. Sono due beni scarsi, ma con profili di rischio diversi, e questa distinzione conta più di ogni slogan.
Oro e Bitcoin a confronto
La tabella seguente mette in fila i principali numeri dei due asset a inizio ottobre 2026. I valori in euro sono conversioni al cambio di riferimento del momento e vanno letti come ordini di grandezza.
| Metrica | Oro | Bitcoin |
|---|---|---|
| Prezzo (inizio ottobre 2026) | circa 3.700 € / oncia (circa 4.150 $) | circa 76.500 € (86.281 $) |
| Record storico | circa 5.000 € / oncia (circa 5.590 $, gennaio 2026) | circa 112.000 € (126.210 $, 6 ottobre 2025) |
| Calo dal massimo | circa -25% | circa -31% |
| Volatilità annualizzata | 15%-20% | 70%-80% |
| Capitalizzazione | circa 29.000 miliardi di $ | circa 1.700 miliardi di $ |
| Offerta | oltre 215.000 tonnellate estratte, in crescita dell’1-2% l’anno | tetto fisso di 21 milioni, quasi 20 milioni già emessi |
| Principali acquirenti istituzionali | banche centrali | ETF spot e tesorerie aziendali |
Il dato che salta all’occhio è la scala. La capitalizzazione dell’oro, stimata intorno ai 29.000 miliardi di dollari, resta oltre quindici volte quella di Bitcoin. L’altra differenza è la volatilità, che cambia completamente il modo in cui i due asset vanno dosati in un portafoglio.
Perché l’oro è esploso nel 2026 (e poi ha corretto)
La corsa dell’oro non è nata dal nulla. A spingerla sono stati gli acquisti delle banche centrali, la volontà di alcuni Paesi di ridurre l’esposizione al dollaro, un debito pubblico globale in crescita, le tensioni geopolitiche e l’attesa di tassi in calo. È la versione più classica del debasement trade, quella in cui l’oro fa il suo mestiere di riserva di valore.
La ricerca di J.P. Morgan è tra le più nette: la banca stima un prezzo medio vicino ai 6.000 dollari l’oncia entro l’ultimo trimestre del 2026 e fino a 6.300 dollari entro fine 2027. Greg Shearer, responsabile metalli preziosi della banca, segnala l’accelerazione cinese, con importazioni nette per 317 tonnellate nel primo trimestre e la banca centrale di Pechino passata da circa una tonnellata al mese a cinque o otto tonnellate.
Sul fronte della domanda finanziaria, anche gli ETF sull’oro sono tornati a raccogliere dopo anni di flussi altalenanti, mentre il calo dei rendimenti reali attesi ha reso il metallo, che non paga cedole, relativamente più appetibile. È l’altra faccia del debasement trade: non solo paura, ma anche convenienza relativa quando i tassi scendono.
La correzione successiva non contraddice questa tesi di fondo, la ridimensiona. Dopo un anno da oltre il 60%, un rientro del 25% è fisiologico. Lo stesso Shearer indica come principale rischio ribassista uno scenario in cui crescita e occupazione americane restano solide ma l’inflazione riaccelera, costringendo la Federal Reserve a rialzare i tassi: in quel caso l’oro soffrirebbe.
Le banche centrali comprano oro, non Bitcoin
C’è un acquirente che l’oro ha e Bitcoin non ha: il settore ufficiale. Secondo il World Gold Council, le banche centrali hanno comprato circa 863 tonnellate di oro nel 2025 e il ritmo è proseguito nel 2026, con acquisti netti record per un secondo trimestre.
| Periodo | Acquisti netti (tonnellate) | Nota |
|---|---|---|
| 1° trimestre 2026 | circa 244 | +3% su base annua |
| 2° trimestre 2026 | circa 289 | record per un 2° trimestre, +62% sulle 178 del 2025 |
| Stima intero 2026 | circa 750-850 | in linea con le circa 863 del 2025 |
I numeri arrivano dalle rilevazioni riprese da Mining.com e Kitco. Nell’indagine 2025 del World Gold Council, inoltre, il 95% delle banche centrali si aspettava un aumento delle riserve auree complessive nei dodici mesi successivi. È una domanda strutturale e poco sensibile al prezzo, molto diversa dai flussi finanziari.
Le motivazioni sono note: diversificare le riserve, ridurre l’esposizione al dollaro e proteggersi dal rischio di sanzioni. Il congelamento delle riserve russe nel 2022 ha insegnato a molte banche centrali che l’oro fisico, custodito in patria, è l’unico asset di riserva che nessuno può bloccare da remoto. È una domanda politica, prima ancora che finanziaria.
Per Bitcoin l’equivalente non esiste. L’unica eccezione rilevante a livello statale è El Salvador, che accumula BTC nelle proprie riserve dal 2021; nessuna grande banca centrale, invece, lo detiene come asset di riserva. È una delle differenze più profonde tra i due beni rifugio.
Il «bid» su Bitcoin: ETF spot e tesorerie aziendali
La domanda istituzionale di Bitcoin arriva da un posto diverso. Da un lato gli ETF spot, con BlackRock in testa, che hanno aperto la porta a fondi pensione, consulenti e investitori retail che non vogliono gestire chiavi private. Dall’altro le tesorerie aziendali, a partire da Strategy (l’ex MicroStrategy) e dall’ondata di società che hanno messo Bitcoin in bilancio.
È una base di acquirenti più pro-ciclica di quella dell’oro. Gli ETF comprano quando il prezzo sale e il clima è favorevole, e vendono in fretta quando la paura rientra: lo smontaggio sincronizzato di maggio, con deflussi contemporanei da fondi su oro e Bitcoin, lo ha mostrato con chiarezza. Le banche centrali, al contrario, comprano oro anche quando scende.
Il modello delle tesorerie aziendali ha poi un punto debole. Molte di queste società comprano Bitcoin a leva, finanziandosi con debito o emettendo azioni quando il titolo tratta a premio sul valore degli asset. Finché il prezzo sale il meccanismo si autoalimenta; quando scende, lo stesso meccanismo può andare in reverse, con vendite forzate o diluizioni. È un acceleratore, non un pavimento.
Questa differenza di committenti spiega buona parte dei comportamenti dei due asset sotto stress. L’oro ha un pavimento più solido perché il suo principale acquirente non ragiona in termini di rendimento trimestrale; Bitcoin, per ora, resta più legato all’appetito per il rischio e ai flussi dei fondi.
Correlazione, volatilità e costruzione di portafoglio
Oro e Bitcoin sono sostituti o complementi? La risposta dipende dal regime di mercato. Nei momenti di debasement trade tendono a muoversi insieme, perché rispondono alla stessa paura; nei crolli improvvisi, invece, Bitcoin può scendere con le azioni tecnologiche mentre l’oro tiene. La correlazione, insomma, non è stabile.
In un classico portafoglio 60/40, l’oro ha storicamente svolto il ruolo di assicurazione a basso costo: tende a salire quando azioni e obbligazioni soffrono insieme, come è accaduto nel 2022. Bitcoin, in quegli stessi episodi, si è spesso comportato come un attivo rischioso, amplificando le perdite invece di attenuarle. Per questo i due non sono intercambiabili nella funzione di copertura.
La volatilità cambia tutto. Con Bitcoin che oscilla circa quattro volte più dell’oro, per far pesare allo stesso modo il rischio dei due asset bisogna tenerne quantità molto diverse: una piccola fetta di Bitcoin può contribuire al rischio del portafoglio quanto una fetta di oro parecchie volte più grande. È il motivo per cui la maggior parte dei gestori prudenti tiene posizioni contenute in Bitcoin e più ampie in oro.
Sul lungo periodo i rendimenti raccontano l’altra faccia della medaglia. Nel decennio 2012-2022, ricorda la stessa analisi di investing.com, Bitcoin ha reso in termini reali oltre il 3.700% contro circa il 30% dell’oro, ma con cali che hanno più volte superato il 70%. È il classico scambio tra rendimento atteso e sopportazione del dolore.
Cosa dicono gli esperti
Ray Dalio, fondatore di Bridgewater, è il pragmatico del denaro forte. Tratta sia l’oro sia Bitcoin come hard money, moneta che non si può stampare, ma preferisce il metallo. Al podcast All-In, il 4 marzo 2026, ha detto che «c’è un solo oro» e che l’oro è «la moneta più consolidata», elencando i limiti di Bitcoin: nessun sostegno delle banche centrali, assenza di privacy e la minaccia futura del calcolo quantistico. Ne tiene circa l’1% in portafoglio e suggerisce di destinare al denaro forte una quota intorno al 15%. In agosto, davanti al rischio di una crisi del debito, ha consigliato di guardare sia all’oro sia a Bitcoin.
Larry Fink rappresenta il ponte istituzionale. Per lui Bitcoin è oro digitale e un legittimo strumento di diversificazione contro la svalutazione, a patto di tenerne una quota piccola. È la posizione che ha spinto BlackRock a costruire il più grande ETF spot del settore e che ha dato alla tesi dell’oro digitale la sua copertura più autorevole.
All’estremo opposto c’è Peter Schiff, storico sostenitore dell’oro. Secondo Schiff, Bitcoin ha fallito la prova dell’oro digitale e si è trasformato in un asset «anti-oro»: la corsa del metallo nel 2025, mentre Bitcoin arrancava, sarebbe la dimostrazione che non è una riserva di valore ma, a suo giudizio, uno «schema Ponzi decentralizzato». Lo ha ribadito più volte nel 2026.
La verità, probabilmente, sta nel mezzo, e il 2026 ha dato munizioni a tutti e tre. Chi preferisce l’oro ha visto il metallo reggere meglio; chi crede in Bitcoin ha visto il recupero dai minimi estivi; chi invita alla prudenza ha avuto ragione sulla volatilità.
Come un investitore italiano può avere esposizione
Per l’oro le strade sono tre. L’oro fisico (lingotti e monete d’investimento), che in Italia e nell’Unione europea gode dell’esenzione IVA riservata all’oro da investimento. Gli ETC ed ETP a replica fisica, che seguono il prezzo senza il problema della custodia. E le azioni delle società minerarie, che però aggiungono rischio d’impresa.
Per Bitcoin le opzioni principali sono due: l’acquisto diretto su un exchange con custodia personale delle chiavi, oppure i prodotti quotati. Qui c’è un vincolo europeo da conoscere: la normativa UCITS non consente ETF spot su singole criptovalute, quindi in Europa il retail passa per gli ETP, strumenti a replica fisica che però comportano un rischio di emittente e di controparte. La custodia diretta elimina quel rischio ma ne introduce un altro, quello della gestione delle chiavi.
Attenzione ai costi, che nel lungo periodo pesano. Gli ETP hanno commissioni annue di gestione e spread di negoziazione; l’oro fisico comporta costi di custodia, assicurazione e uno scarto tra prezzo di acquisto e di vendita. La custodia diretta di Bitcoin è quasi gratuita in termini monetari, ma richiede competenze e disciplina per evitare errori irreversibili, dalla perdita delle chiavi alle truffe.
Sul piano delle regole, in Italia la vigilanza spetta a Consob e alla Banca d’Italia, che sotto il regolamento europeo MiCA autorizzano e controllano i fornitori di servizi in cripto-attività. Consob ha più volte richiamato i risparmiatori sulla volatilità del settore e sul rischio di piattaforme abusive, un monito che vale a maggior ragione per uno strumento che oscilla come Bitcoin.
Fisco e regole in Italia: oro, Bitcoin e il nodo del 26%
Dal lato fiscale, oro e Bitcoin partono da punti simili ma non identici. Sull’oro da investimento non si paga IVA, mentre le plusvalenze realizzate dalla vendita scontano in Italia un’imposta sostitutiva del 26%. Chi non è in grado di documentare il prezzo di acquisto si trova per di più una base imponibile calcolata in modo forfettario e penalizzante.
Per le criptovalute l’aliquota di riferimento è anch’essa il 26% sulle plusvalenze, dopo l’eliminazione della vecchia soglia di esenzione. Il tema però è in movimento: la direzione della tassazione cripto è uno dei nodi della Manovra, tra l’ipotesi di un innalzamento e il mantenimento del 26%, come abbiamo ricostruito nel pezzo sul DPFP e la Manovra 2027.
Sullo sfondo c’è la partita sul dollaro. Le nuove regole americane sulle stablecoin, a partire dal GENIUS Act, stanno ridisegnando il lato valutario del debasement trade: più il dollaro digitale si rafforza, più cambia il contesto in cui oro e Bitcoin competono come alternative alla moneta tradizionale.
Allocazione pratica: quanto oro, quanto Bitcoin
Non esiste una risposta valida per tutti, ma alcuni riferimenti aiutano. Dalio parla di una quota intorno al 15% in denaro forte, oro e Bitcoin insieme, come miglior rapporto tra rendimento e rischio. Molti consulenti tradizionali si fermano a un 5-10% di oro e a un 1-5% di Bitcoin, proprio per via della differenza di volatilità.
La logica della parità di rischio porta a conclusioni coerenti: siccome Bitcoin oscilla circa quattro volte più dell’oro, una piccola posizione in Bitcoin e una più ampia in oro possono contribuire allo stesso rischio complessivo. Ribilanciare periodicamente, vendendo ciò che è salito troppo e ricomprando ciò che è sceso, è spesso più importante della scelta iniziale.
Un esempio aiuta a fissare le proporzioni. Su un portafoglio di 100.000 euro, un profilo prudente potrebbe tenere 8.000 euro in oro e 2.000 in Bitcoin: quest’ultima posizione, pur essendo un quarto della prima, contribuisce a una fetta di rischio paragonabile proprio per via della volatilità. Chi ha una tolleranza più alta può alzare entrambe, restando però consapevole che la parte in Bitcoin può dimezzarsi in poche settimane.
La domanda giusta, insomma, raramente è «oro o Bitcoin». Per un investitore con orizzonte lungo è più spesso «quanto oro e quanto Bitcoin», con dimensioni molto diverse e la consapevolezza che la seconda posizione è la più nervosa delle due. Nulla di quanto scritto qui è una raccomandazione d’investimento.
Scenari verso fine 2026 e il 2027
I prossimi mesi ruotano attorno a pochi appuntamenti. Il primo è la Federal Reserve, con le riunioni del 27-28 ottobre e di dicembre: il mercato si aspetta una pausa dopo i dati deboli sul lavoro, come abbiamo spiegato parlando della probabile pausa di ottobre. Tassi più bassi tendono ad aiutare sia l’oro sia Bitcoin.
Il secondo filo è il debasement trade stesso. Se tornano i timori sul debito americano e sulla tenuta del dollaro, gli afflussi possono ripartire su entrambi i fronti; se invece la crescita resta solida e l’inflazione riaccelera, lo scenario si rovescia. J.P. Morgan, come detto, resta costruttiva sull’oro con un obiettivo vicino ai 6.000 dollari l’oncia entro fine 2026 e ai 6.300 entro il 2027.
Per Bitcoin pesano invece la dinamica post-halving e i flussi degli ETF, più che le banche centrali. La morale del 2026 è che oro e Bitcoin possono muoversi insieme e poi divergere nel giro di settimane. Per questo, più che scegliere un vincitore, ha senso capire quale ruolo ciascuno dei due può giocare e dimensionarlo di conseguenza.
Domande frequenti
Conviene di più l’oro o Bitcoin nel 2026?
Nel 2026, finora, l’oro ha retto meglio: è sceso meno dal proprio record e con oscillazioni molto più contenute. Bitcoin ha recuperato bene dai minimi estivi, ma resta più volatile. Sul lunghissimo periodo Bitcoin ha reso molto di più, al prezzo di cali anche superiori al 70%.
Perché l’oro è salito così tanto nel 2025?
L’oro ha chiuso il 2025 con oltre il 60% di rialzo, il miglior anno dal 1979, spinto dagli acquisti record delle banche centrali, dalla riduzione della dipendenza dal dollaro, dal debito pubblico in crescita e dalle tensioni geopolitiche. A inizio 2026 ha toccato un record vicino ai 5.590 dollari l’oncia, per poi correggere.
Bitcoin è davvero «oro digitale»?
In parte. Condivide con l’oro la scarsità (tetto di 21 milioni) e l’assenza di un emittente, ma se ne distingue per la volatilità molto più alta, la storia breve, l’assenza di riserve ufficiali e i rischi tecnologici. È più corretto considerarlo un bene rifugio giovane e ad alto rischio che un sostituto dell’oro.
Quanto oro e quanto Bitcoin tenere in portafoglio?
Non c’è una regola unica. Ray Dalio indica una quota intorno al 15% di denaro forte complessivo; molti consulenti si fermano a un 5-10% di oro e a un 1-5% di Bitcoin, proprio per la maggiore volatilità del secondo. L’importante è dimensionare la posizione in base al rischio che si è disposti a sopportare.
Come sono tassati oro e Bitcoin in Italia?
L’oro da investimento è esente IVA, ma le plusvalenze da vendita scontano un’imposta del 26%. Anche le plusvalenze in criptovalute sono tassate al 26%, con la soglia di esenzione ormai eliminata e la possibile revisione dell’aliquota al centro del dibattito sulla Manovra.
A cura della redazione Macro e Mercati di HOGE Wire.