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● Regulation & Policy

Regole sulle stablecoin nel 2026: MiCA, GENIUS Act e l’euro digitale

Le stablecoin valgono oltre 308 miliardi di dollari, ma quasi tutto è in dollari. Tra MiCA, GENIUS Act ed euro digitale, ecco le regole che ridisegnano il mercato nel 2026.

Le stablecoin hanno smesso da tempo di essere una curiosità per addetti ai lavori. A metà agosto 2026 il valore complessivo dei token ancorati a una valuta supera i 308 miliardi di dollari (circa 267 miliardi di euro al cambio attuale), in aumento di oltre il 14% su base annua. Sono il binario su cui viaggia gran parte della liquidità del settore: regolano gli scambi sugli exchange, alimentano i protocolli DeFi, spostano valore tra continenti in pochi secondi. Dietro quella cifra, però, si nasconde un dato che i regolatori europei non riescono a ignorare: quasi tutto quel valore è denominato in dollari.

Per anni questo mercato è cresciuto in un vuoto normativo quasi totale. Nel 2026 quel vuoto si è chiuso, e lo ha fatto sulle due sponde dell’Atlantico quasi in contemporanea: in Europa con MiCA, il cui periodo transitorio per i prestatori di servizi si è concluso il 1 luglio; negli Stati Uniti con il GENIUS Act, la prima legge federale sulle stablecoin, firmata nel luglio 2025 ed entrata nella fase attuativa proprio quest’estate. Due impianti che usano strumenti molto simili per obiettivi opposti. Questa guida spiega, dal punto di vista di chi investe o semplicemente usa stablecoin in Italia, che cosa dicono davvero le nuove regole, chi ci guadagna e chi ci perde, e perché la Banca Centrale Europea ha deciso di rispondere con un euro digitale. In Italia la partita è seguita da due autorità: la Consob per la condotta di mercato e la tutela degli investitori, e la Banca d’Italia per i profili prudenziali e proprio per le stablecoin. Chi vuole il quadro completo dell’attuazione del regolamento nel nostro Paese può partire dalla nostra guida su attuazione, CASP autorizzati e cosa cambia nel 2026.

Che cosa sono le stablecoin, e perché contano così tanto

Una stablecoin è un token il cui valore è ancorato, di norma uno a uno, a un’attività di riferimento: quasi sempre una valuta ufficiale come il dollaro o l’euro, in alcuni casi un paniere di valute o l’oro. L’idea di fondo è offrire la programmabilità di una crypto senza la volatilità di Bitcoin o di Ethereum, che a metà agosto viaggia intorno ai 54.000 euro con oscillazioni giornaliere di migliaia di euro. Una stablecoin, se funziona, vale sempre un dollaro o un euro.

Esistono tre grandi famiglie. Le stablecoin collateralizzate in valuta (USDT, USDC, EURC) tengono, per ogni token in circolazione, una riserva equivalente in contanti e titoli a breve. Quelle collateralizzate in crypto (come DAI) sono sovracollateralizzate con altri asset digitali. Quelle algoritmiche, infine, tentano di mantenere l’ancoraggio manovrando l’offerta senza riserve piene. È stata proprio quest’ultima categoria a innescare la stretta normativa: il collasso di Terra e del suo token UST, nel maggio 2022, bruciò decine di miliardi di dollari in pochi giorni e convinse i legislatori che il settore fosse ormai troppo grande per restare senza regole.

Gli usi sono molteplici: coppia di scambio sugli exchange, garanzia nei protocolli DeFi, strumento di pagamento transfrontaliero, gamba di regolamento tra operazioni. In molte economie ad alta inflazione le stablecoin in dollari sono diventate un bene rifugio digitale, un fenomeno che abbiamo osservato analizzando come gli shock sui prezzi alimentano l’adozione crypto. Ed è qui che scatta l’attenzione dei regolatori: con oltre 300 miliardi di dollari in circolazione, un cedimento disordinato di un grande emittente potrebbe riverberarsi sui mercati monetari, perché a garanzia di quei token ci sono soprattutto titoli di Stato americani.

Il mercato in cifre: oltre 300 miliardi, quasi tutto in dollari

Il mercato è estremamente concentrato. Secondo i dati aggiornati al 13 agosto 2026, USDT di Tether rappresenta circa il 59% dell’offerta totale (intorno ai 182 miliardi di dollari), USDC di Circle circa il 23% (intorno ai 71 miliardi): insieme, i due token pesano per circa l’82% dell’intero settore. Il resto è frammentato tra decine di progetti minori, dalle stablecoin sintetiche come USDe ai token legati a valute diverse dal dollaro.

Il vero dato politico è un altro: la quasi totalità del mercato è denominata in dollari, mentre le stablecoin in euro valgono, tutte insieme, una frazione trascurabile del totale. È questa asimmetria a spiegare gran parte delle scelte normative europee. La tabella qui sotto riassume i principali token e il loro stato di conformità a MiCA.

TokenEmittenteAncoraggioCap. di mercato (circa)Conforme MiCA?
USDTTetherDollaro USA182 mld $No
USDCCircleDollaro USA71 mld $
USDeEthenaDollaro (sintetico)alcuni mld $No
DAI / USDSSky (ex MakerDAO)Dollaro USAalcuni mld $No
EURCCircleEuro430 mln $
EURCVSociété GénéraleEuro138 mln $

Le cifre di USDT e USDC sono stime ricavate dalle quote di mercato; quelle dei token in euro sono valori puntuali al 28 giugno 2026. Sono numeri che si muovono di continuo, ma la gerarchia resta stabile: due giganti in dollari, tutto il resto molto più piccolo.

MiCA: come l’Europa distingue EMT e ART

Il regolamento europeo MiCA (Regolamento UE 2023/1114) non parla di stablecoin ma le divide in due categorie tecniche. I token di moneta elettronica (EMT, e-money token) sono ancorati a una singola valuta ufficiale: rientrano qui USDC, ancorato al dollaro, ed EURC, ancorato all’euro. Sono disciplinati dal Titolo IV e trattati quasi come moneta elettronica. I token collegati ad attività (ART, asset-referenced token) sono invece ancorati a un paniere di valute, materie prime o crypto, e ricadono nel Titolo III con regole ancora più severe.

Per emettere un EMT bisogna essere una banca o un istituto di moneta elettronica (EMI) autorizzato. Gli obblighi principali sono stringenti e riguardano la sostanza del prodotto:

  • riserve pari al 100% del circolante, separate dal patrimonio dell’emittente e custodite in modo sicuro;
  • diritto di rimborso alla pari, in qualsiasi momento e senza costi, per chi detiene un EMT;
  • divieto di corrispondere interessi o rendimenti ai detentori sulla base del semplice possesso;
  • un documento informativo (white paper), requisiti di capitale e regole sui conflitti di interesse.

La tempistica è ormai storia: le regole su EMT e ART si applicano dal 30 giugno 2024, quelle sui prestatori di servizi e sull’abuso di mercato dal 30 dicembre 2024, mentre il periodo transitorio previsto dall’articolo 143 si è chiuso il 1 luglio 2026. In Italia il decreto di attuazione (D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129) affida la condotta di mercato alla Consob e i profili prudenziali, incluse le stablecoin, alla Banca d’Italia. Sopra determinate soglie (numero di detentori, valore delle riserve, volume di transazioni) un token diventa significativo e passa sotto la vigilanza diretta dell’Autorità bancaria europea (EBA).

Il tetto dei 200 milioni: la regola che spaventa gli emittenti

C’è una norma di MiCA che gli emittenti americani temono più di ogni altra. Per gli EMT non denominati in una valuta dell’Unione, quando sono usati come mezzo di scambio per beni e servizi all’interno dell’area, il regolamento fissa un tetto: un milione di transazioni al giorno oppure 200 milioni di euro di valore giornaliero. Superata la soglia, l’emittente deve sospendere l’emissione di nuovi token finché l’utilizzo non rientra sotto il limite.

L’obiettivo è dichiarato: limitare la penetrazione delle stablecoin in dollari nei circuiti di pagamento europei, una priorità che la BCE ha portato al tavolo durante i negoziati. La regola non colpisce il trading in sé, ma l’uso come moneta per acquistare cose. È una scelta chirurgica, pensata per fare in modo che i pagamenti quotidiani in Europa non finiscano per correre su binari in dollari.

Gli effetti si vedono già. Sulle sedi regolamentate europee la quota di USDC è cresciuta fino a superare nettamente quella di USDT, un ribaltamento rispetto all’era pre-MiCA in cui era Tether a dominare i volumi. Il tetto, di fatto, spinge silenziosamente il continente verso un regolamento in euro.

Il caso USDT: perché Tether ha lasciato l’Europa

USDT è la stablecoin più grande del mondo, eppure non è conforme a MiCA, e Tether ha dichiarato di non avere intenzione di richiedere l’autorizzazione. La conseguenza è stata una progressiva uscita dalle sedi regolamentate: Coinbase ha aperto le danze a dicembre 2024, seguita nei mesi successivi da Binance, Kraken e Crypto.com, che hanno rimosso le coppie in USDT per gli utenti retail dell’area SEE.

Dietro la scelta c’è una precisa tesi industriale. Il CEO di Tether, Paolo Ardoino, ha criticato più volte le regole europee sulle riserve, sostenendo che l’obbligo di tenere una quota rilevante (fino al 60% per i token significativi) sotto forma di depositi bancari esporrebbe gli emittenti proprio al rischio delle banche durante le ondate di rimborso. Nel suo esempio, un emittente con 10 miliardi di euro di riserve, costretto a parcheggiarne 6 in depositi non assicurati, si troverebbe con appena 600 milioni prontamente disponibili se gli utenti chiedessero il rimborso del 20% del circolante, con il rischio di trascinare a fondo sia le banche sia l’emittente. Ardoino ha definito l’impianto un rischio sistemico per la stabilità bancaria europea e ha presentato l’addio all’Unione come una scelta a tutela degli utenti che usano USDT come unica opzione di dollaro stabile.

Il punto pratico per il lettore italiano è semplice: detenere USDT non è illegale, ma è diventato più difficile comprarlo e venderlo su una piattaforma regolamentata. Tether ha scommesso sulla propria enorme franchigia in dollari a scapito del mercato europeo. Sui numeri la scelta appare per ora razionale, ma cede ai rivali i binari regolamentati del continente.

USDC ed EURC: la conformità come strategia

Circle ha imboccato la strada opposta. È stata il primo emittente globale a conformarsi a MiCA, grazie a una licenza EMI francese concessa dall’ACPR ed efficace dal 1 luglio 2024. Da quel giorno ha potuto emettere in modo nativo, per la clientela europea, sia USDC (dollaro) sia EURC (euro).

All’epoca dell’annuncio, il fondatore e CEO Jeremy Allaire ha dichiarato che fin dalla fondazione Circle ha cercato di costruire un’infrastruttura per le stablecoin solida, conforme e ben regolamentata, definendo l’adesione a MiCA una pietra miliare per portare la valuta digitale verso l’adozione di massa. Il responsabile della strategia, Dante Disparte, ha parlato di un passo avanti non solo per Circle ma per l’intero ecosistema finanziario digitale europeo.

Il risultato è che la conformità si è trasformata in un vantaggio competitivo: USDC ha conquistato la maggioranza dei volumi sulle sedi regolamentate europee ed EURC è diventata la prima stablecoin in euro. Il contrasto con Tether è la spaccatura che definisce il settore nel 2026: scommettere sulle regole, oppure scommettere sulla scala fuori dalle regole.

Le stablecoin in euro: piccole ma in rapida crescita

Il mercato delle stablecoin in euro è ancora minuscolo, ma cresce in fretta. Nell’anno chiuso il 28 giugno 2026 la capitalizzazione complessiva dei token in euro conformi a MiCA è salita del 128%, arrivando a circa 674 milioni di dollari. EURC di Circle domina con 430 milioni (in aumento del 109,8%), seguita da EURCV di Société Générale a quota 138 milioni (con un balzo del 180,6%) e dalla nuova arrivata EURI di Banking Circle. Il numero di token censiti è passato da cinque a otto dopo la scadenza di fine giugno.

TokenEmittenteCap. di mercato (28 giu 2026)Crescita su 12 mesi
EURCCircle430,4 mln $+109,8%
EURCVSociété Générale (SG-Forge)137,8 mln $+180,6%
EURIBanking Circle51,1 mln $nuovo entrante

Nonostante la crescita, l’insieme dei token in euro vale appena lo 0,22% di un mercato globale da oltre 300 miliardi: quello che il rapporto definisce, senza mezzi termini, un errore di arrotondamento nei flussi mondiali. Il campo si sta però popolando: accanto ai nomi in tabella figurano altri emittenti autorizzati come Membrane Finance (EUROe), Quantoz (EURQ) e StablR (EURR), mentre un consorzio di decine di banche europee sta preparando una propria stablecoin in euro, in attesa dei via libera regolamentari. L’ambizione dichiarata è offrire un’alternativa continentale al predominio del dollaro.

Il GENIUS Act: la risposta americana

Dall’altra parte dell’oceano, gli Stati Uniti hanno scelto un approccio speculare. Il GENIUS Act (Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act), firmato il 18 luglio 2025, è la prima legge federale sulle stablecoin e crea la categoria delle payment stablecoin, le stablecoin da pagamento. Gli obblighi ricalcano da vicino quelli europei: riserve uno a uno in attività liquide di alta qualità (titoli di Stato a breve, depositi bancari assicurati), rendicontazione mensile delle riserve, divieto di pagare interessi o rendimenti ai detentori, procedure di rimborso e piena disciplina antiriciclaggio.

La legge prevede un doppio binario: gli emittenti con oltre 10 miliardi di dollari di circolante ricadono sotto la vigilanza federale dell’OCC (l’ufficio che sovrintende alle banche nazionali), mentre i più piccoli possono optare per un regime statale giudicato sostanzialmente equivalente. L’attuazione, però, ha accumulato ritardi: l’OCC ha pubblicato la propria proposta di regolamento tra febbraio e marzo 2026 e il Tesoro la sua ad aprile, ma la scadenza di un anno (18 luglio 2026) per le regole definitive è passata con soli testi proposti sul tavolo. La data di efficacia della legge è fissata al più vicino tra i 18 mesi dall’entrata in vigore (circa gennaio 2027) e i 120 giorni successivi alle regole finali.

La differenza vera non è negli strumenti ma nella filosofia. Washington vede nelle stablecoin in dollari un modo per estendere l’egemonia del biglietto verde e sostenere la domanda di titoli del Tesoro. Proprio come nel percorso di approvazione degli ETF crypto, dagli USA all’Italia, gli Stati Uniti legiferano per attrarre l’industria, non per contenerla. L’Europa, al contrario, scrive regole per difendersi.

MiCA contro GENIUS Act: due filosofie a confronto

Messi uno accanto all’altro, i due impianti sembrano quasi gemelli: stesse riserve piene, stesso divieto di interessi, stessa richiesta di emittenti autorizzati. Ma leggendo tra le righe emerge la divergenza di fondo, riassunta nella tabella seguente.

DimensioneMiCA (Unione Europea)GENIUS Act (Stati Uniti)
Emittente autorizzatoBanca o istituto di moneta elettronica (EMI)Banca, controllata bancaria o emittente approvato (OCC o statale)
Riserve100%, attività liquide, quota in depositi bancari100%, titoli di Stato a breve e depositi assicurati
Interessi ai detentoriVietatiVietati
RimborsoAlla pari, in qualsiasi momentoProcedura proposta entro circa due giorni lavorativi
Tetto d’usoSì, per gli EMT non in euro (1 mln op. o 200 mln € al giorno)Nessun tetto
VigilanzaAutorità nazionale (Consob e Banca d’Italia) più EBA per i token significativiOCC oppure regolatori statali
Obiettivo strategicoProteggere l’euroEspandere il dollaro

Gli stessi strumenti, dunque, al servizio di due strategie opposte. L’Europa vuole contenere i token in dollari e favorire quelli in euro; gli Stati Uniti vogliono che il maggior numero possibile di stablecoin in dollari circoli nel mondo. È una partita geopolitica travestita da tecnicismo regolamentare.

L’euro digitale: la contromossa della BCE

La difesa europea non si esaurisce nelle regole sulle stablecoin private. C’è un terzo pilastro, il più ambizioso: l’euro digitale. A giugno 2026 la commissione per gli affari economici del Parlamento europeo ha approvato il quadro legislativo e ordinato l’avvio dei negoziati tra le istituzioni, sbloccando tre anni di stallo tra banche centrali e banche commerciali. La BCE, dal canto suo, sostiene che il lavoro tecnico è ormai in larga parte completato.

Il progetto punta a un lancio entro il 2029, con una fase pilota a partire dalla metà del 2027. Sono previsti limiti stringenti alla quantità detenibile, pensati per non svuotare i depositi bancari, oltre a una versione online e a una offline con una riservatezza simile a quella del contante. È importante capire che cosa non è: l’euro digitale non sarà una stablecoin privata, ma moneta di banca centrale (una CBDC), l’equivalente digitale delle banconote. La sua funzione è mantenere la moneta pubblica nei pagamenti al dettaglio e ridurre la dipendenza da stablecoin in dollari e circuiti di carte stranieri.

Sovranità monetaria: la paura della «dollarizzazione digitale»

Perché tanta preoccupazione? La risposta sta in due parole ricorrenti nei discorsi dei banchieri centrali: sovranità monetaria. La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha avvertito che l’Europa rischia una vera e propria dollarizzazione digitale e una perdita di controllo sulla propria moneta se si limita a copiare il modello americano, ricordando quanto sia schiacciante il predominio del dollaro nel settore.

Sulla stessa linea si è espresso Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia e da poco eletto presidente del consiglio della Banca dei Regolamenti Internazionali. In un intervento del 2026 ha sottolineato che le stablecoin, anche quando ben regolamentate, possono creare vulnerabilità, amplificare il rischio di corse digitali e mettere sotto pressione la sovranità monetaria dei Paesi più piccoli, ribadendo che la moneta di banca centrale deve restare l’attività di regolamento ultima del sistema. È una posizione prudente ma non ostile: il settore privato, per Panetta, ha spazio per innovare, purché dentro un sistema in cui la moneta pubblica resta l’ancora.

Il tetto dei 200 milioni, la spinta alle stablecoin in euro e l’euro digitale sono così tre bracci della stessa strategia difensiva contro l’estensione digitale del dominio del dollaro. È lo stesso dibattito sul ruolo del denaro come riserva di valore che abbiamo affrontato mettendo a confronto l’oro e Bitcoin come beni rifugio: chi controlla lo strato monetario, controlla molto di più di un semplice mezzo di pagamento.

Regno Unito e il mosaico globale delle regole

Fuori dall’Unione, il quadro si frammenta ulteriormente. Il Regno Unito ha scelto un modello a vigilanza congiunta: la Bank of England e la FCA regolano insieme gli emittenti di stablecoin considerati sistemici, mentre la FCA da sola sovrintende a tutti gli altri emittenti autorizzati nel Paese. Il 22 giugno 2026 la banca centrale ha pubblicato una dichiarazione di policy sulle stablecoin sistemiche in sterline, accompagnata da una bozza di codice di condotta aperta ai commenti fino al 22 settembre, con l’obiettivo di finalizzare le regole entro fine anno. La FCA, dal canto suo, ha indicato i pagamenti in stablecoin come una priorità del 2026.

Il tono britannico è più orientato alla crescita di quello europeo: niente tetto in stile 200 milioni, un approccio pensato per attrarre gli emittenti che l’Europa tende a scoraggiare. Altrove il mosaico si allarga ancora: Hong Kong ha introdotto un regime di licenze per le stablecoin, Singapore ha definito il proprio quadro attraverso la MAS e il Giappone riconosce da tempo le stablecoin emesse dalle banche. Non esiste, insomma, uno standard globale unico: chi emette deve muoversi tra normative diverse e a volte incompatibili.

Cosa cambia per l’investitore e l’utente italiano

Sul piano pratico, che cosa deve sapere chi usa stablecoin in Italia? In primo luogo, che a vigilare sono Consob e Banca d’Italia, secondo il decreto di attuazione del 2024. In secondo luogo, che sulle piattaforme regolamentate italiane ed europee si scambierà sempre più contro USDC ed EURC e sempre meno contro USDT.

Ci sono due tutele nuove da tenere a mente. Chi detiene un EMT conforme ha diritto al rimborso alla pari, in qualsiasi momento, direttamente dall’emittente: una garanzia che il mercato dei token in dollari storicamente non offriva. E nessuna stablecoin conforme paga interessi: un prodotto che promette un rendimento sul semplice possesso di una stablecoin opera fuori da queste regole, o attraverso terze parti, e va guardato con sospetto. In un portafoglio la stablecoin è spesso la gamba liquida, il porto in cui si parcheggia il capitale tra un’operazione e l’altra; su come dosare rischio e liquidità abbiamo scritto nella guida pratica alla correlazione azioni-crypto.

Il consiglio operativo è verificare che l’emittente di una stablecoin compaia nel registro pubblico dei soggetti autorizzati tenuto dall’ESMA, e trattare i token non conformi come strumenti più difficili da liquidare su sedi regolamentate. Sul fronte fiscale, va ricordato che le stablecoin restano cripto-attività ai fini delle imposte italiane: convertirle o spenderle può generare eventi rilevanti, quindi conviene tenere traccia delle operazioni.

I rischi che restano anche con le regole

Le regole riducono i rischi, non li azzerano. La prima zona grigia è la trasparenza delle riserve: MiCA e GENIUS Act impongono la copertura piena, ma le attestazioni periodiche non equivalgono sempre a revisioni contabili complete, e la qualità e la custodia degli attivi restano decisive. La seconda è la concentrazione: con USDT e USDC che valgono insieme l’82% del mercato, uno shock su un solo emittente potrebbe propagarsi in fretta.

Poi c’è il rischio di distacco dall’ancoraggio (depeg) in condizioni di stress: nel marzo 2023 USDC perse temporaneamente la parità con il dollaro quando parte delle sue riserve rimase bloccata nella banca californiana SVB, a dimostrazione che neppure una stablecoin ben gestita è immune. È esattamente lo scenario della corsa digitale evocato da Panetta, un rimborso di massa che mette alla prova la liquidità delle riserve.

Restano infine i rischi operativi e di codice: bridge, custodi e contratti intelligenti aggiungono punti di rottura che nessuna licenza elimina. Il collasso di Terra nel 2022 resta il monito di fondo. La fiducia, in ultima analisi, poggia sull’emittente e sulle sue riserve: le regole del 2026 rendono quella fiducia più verificabile, ma non la sostituiscono.

Domande frequenti

Le stablecoin sono legali in Italia nel 2026?

Sì. Detenere e usare stablecoin è legale. Dopo MiCA, però, gli exchange regolamentati possono offrire ai clienti europei solo token il cui emittente è autorizzato come istituto di moneta elettronica o come banca. USDC ed EURC sono conformi, mentre USDT non lo è ed è stato rimosso dalle coppie retail nell’area SEE.

Perché USDT è stato tolto dagli exchange europei?

Perché Tether ha scelto di non richiedere l’autorizzazione MiCA. Senza licenza EMT, il token non può essere offerto agli utenti retail europei dalle piattaforme regolamentate: Coinbase, Binance, Kraken e Crypto.com hanno quindi rimosso le coppie in USDT per l’area SEE. Resta legale detenerlo, ma è più difficile scambiarlo su sedi regolamentate.

Che differenza c’è tra un EMT e un ART secondo MiCA?

Un EMT (token di moneta elettronica) è ancorato a una sola valuta ufficiale, come USDC per il dollaro o EURC per l’euro, ed è trattato quasi come moneta elettronica. Un ART (token collegato ad attività) è invece ancorato a un paniere di valute, materie prime o crypto. Gli EMT hanno regole più rigide su rimborso e composizione delle riserve.

Le stablecoin conformi pagano interessi?

No. Sia MiCA sia il GENIUS Act statunitense vietano all’emittente di corrispondere interessi o rendimenti ai detentori sulla base del semplice possesso del token. Un prodotto che promette un rendimento su una stablecoin opera al di fuori di queste regole oppure tramite soggetti terzi, con rischi aggiuntivi da valutare con attenzione.

L’euro digitale è una stablecoin?

No. L’euro digitale sarà moneta di banca centrale (una CBDC), cioè l’equivalente digitale del contante emesso dalla BCE, non un token privato garantito da riserve. Nasce anche per ridurre la dipendenza dell’Europa dalle stablecoin in dollari, e il lancio è atteso non prima del 2029.

Di Marco Bellini, redazione HOGE Wire. Questo articolo è analisi giornalistica e non costituisce consulenza finanziaria: fai sempre le tue verifiche prima di investire.

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