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● AI x Crypto

Ritual 2026: il testnet è live, ma il token non esiste

Il testnet pubblico di Ritual è attivo e gira davvero, ma non esiste alcun token RITUAL scambiabile. Guida completa: come funziona l'AI verificabile on-chain e perché il token ancora manca.

Ritual è uno dei nomi più ricorrenti quando si parla dell’incrocio tra intelligenza artificiale e blockchain. Nel settembre 2026 il suo testnet pubblico è attivo, gira con blocchi da circa 350 millisecondi e permette a uno smart contract di chiamare un modello di AI quasi come farebbe con una normale funzione. Eppure non esiste un token RITUAL scambiabile, non c’è una data annunciata per il mainnet e, paradosso non da poco, attorno a questo token inesistente è cresciuta un’intera economia di caccia all’airdrop.

Questa guida serve a separare due cose che spesso vengono confuse. Da un lato il prodotto reale, fatto di software funzionante, finanziamenti veri e un’architettura tecnica precisa. Dall’altro la speculazione, fatta di guide all’airdrop, ruoli su Discord e previsioni di prezzo su un asset che, oggi, non ha alcun valore economico. Vediamo che cos’è Ritual, come funziona, che cosa si può fare adesso sul suo testnet e perché il team, con ogni probabilità, sta deliberatamente evitando di lanciare un token.

Che cos’è Ritual, in breve

Ritual è un’infrastruttura crypto-AI che vuole rendere l’inferenza dei modelli verificabile e componibile dentro gli smart contract. L’inferenza è il momento in cui un modello già addestrato produce una risposta: non l’addestramento, ma l’uso. La scommessa è che, se una catena riesce a fidarsi in modo criptograficamente solido della risposta di un modello, allora l’AI può diventare un mattone programmabile della finanza on-chain invece di un servizio esterno chiamato per fede.

Il progetto ha due gambe. La prima è Infernet, una rete di oracoli decentralizzata già operativa che collega gli smart contract esistenti su Ethereum, Base e Arbitrum ai modelli di AI, on-chain e off-chain. La seconda è Ritual Chain, una Layer 1 sovrana e compatibile con l’EVM, progettata perché l’AI sia un cittadino di prima classe del protocollo. Le due componenti condividono la stessa idea guida, riassunta dal team nel post Introducing Ritual: costruire un livello di esecuzione aperto per l’AI, alternativa alla concentrazione dei modelli in mano a poche aziende.

Perché tutto questo interessa a chi non scrive codice? Perché l’AI verificabile è il presupposto di una lunga lista di applicazioni concrete: agenti che gestiscono un portafoglio in autonomia, protocolli DeFi che valutano il rischio di un prestito con un modello anziché con una formula rigida, giochi on-chain con personaggi non giocanti che reagiscono davvero, mercati di previsione che risolvono gli esiti leggendo il mondo reale. In tutti questi casi la domanda è la stessa: come faccio a essere sicuro che il modello abbia risposto onestamente e che nessuno abbia manomesso il risultato per incassare? Ritual prova a dare una risposta ingegneristica a questa domanda, invece di chiedere fiducia.

Il problema: una catena deterministica, un’AI probabilistica

Per capire perché serve un’infrastruttura dedicata conviene partire dal conflitto tecnico di fondo. Una blockchain è deterministica: ogni nodo riesegue la stessa transazione e deve arrivare esattamente allo stesso risultato, altrimenti il consenso salta. Un modello di AI, al contrario, è probabilistico, spesso non deterministico tra hardware diversi, e lavora su input e output di grandi dimensioni. Chiedere a migliaia di validatori di rieseguire un modello con miliardi di parametri, ottenendo tutti lo stesso identico bit, è tecnicamente ed economicamente impraticabile.

Il nodo economico è importante quanto quello tecnico. Su Ethereum ogni operazione costa gas, e far rieseguire a ogni validatore un modello pesante moltiplicherebbe quel costo per il numero di nodi, rendendo l’operazione assurda sul piano delle commissioni. Ecco perché la strada non è mettere l’intero modello dentro la macchina virtuale, ma spostare il calcolo fuori catena e riportare on-chain solo una prova compatta che quel calcolo è avvenuto correttamente. In fondo il problema non è nuovo: è la stessa tensione tra scalabilità e verificabilità che ha dato vita ai rollup, applicata però a un carico di lavoro, l’inferenza AI, molto meno prevedibile di una semplice transazione.

Gli oracoli classici hanno risolto un problema più semplice: portare on-chain un prezzo o un dato esterno su cui è facile mettersi d’accordo. L’inferenza AI è un’altra cosa: il payload è enorme, il calcolo è pesante e la risposta va dimostrata, non solo trasmessa. Chainlink, il maggiore oracolo del settore, ha dedicato un intero articolo al concetto di verifiable inference, segno che l’esigenza è riconosciuta ben oltre Ritual.

C’è poi un avvertimento che arriva dallo stesso mondo Ethereum. In un saggio del 2024 su crypto e AI, Vitalik Buterin ha collocato l’uso dell’AI come parte delle regole del gioco (per esempio un oracolo AI che decide chi ha ragione) tra i casi a più alto rischio: se on-chain c’è denaro in palio, qualcuno troverà il modo di manipolare il modello. La riflessione, leggibile nel suo saggio, spiega perché la parte difficile non è far girare l’AI su una catena, ma rendere il risultato verificabile e resistente agli attacchi.

Chi c’è dietro Ritual: fondatori e finanziamenti

Ritual è stata fondata a New York nel 2023 da Niraj Pant e Akilesh Potti, che avevano lavorato insieme per tre anni al fondo Polychain Capital. Pant arriva dagli investimenti Web3 (tra cui EigenLayer e Solana), Potti da un percorso di ricerca in machine learning con un passato da quant in Palantir. La combinazione (uno con il rolodex crypto, l’altro con le mani nell’ML) spiega il posizionamento ibrido del progetto.

Nel novembre 2023 il progetto ha annunciato un round seed da 25 milioni di dollari guidato da Archetype, con la partecipazione tra gli altri di Accel, Dialectic e angel come Balaji Srinivasan, come riportato da CoinDesk. Un anno dopo The Block stimava il totale raccolto oltre i 30 milioni di dollari. Non sono cifre da record, ma sono soldi veri, con investitori riconoscibili: un elemento che distingue Ritual da molti progetti che vivono solo di narrazione.

Nel novembre 2024 il progetto ha dato una struttura più formale al proprio percorso con la nascita della Ritual Foundation, l’entità che coordina lo sviluppo del protocollo e della sua documentazione tecnica. È un passaggio comune tra i progetti crypto che puntano a decentralizzarsi: la fondazione fa da custode neutrale della rete, distinta dalla società che l’ha avviata. Nel caso di Ritual serve anche a segnalare che l’ambizione non è un prodotto proprietario, ma un bene comune infrastrutturale, coerente con il discorso sull’apertura che i fondatori ripetono fin dal primo giorno.

La visione l’ha sintetizzata Pant al momento del seed. «La concentrazione dell’AI in un piccolo gruppo di aziende potenti rappresenta una minaccia significativa per il futuro della tecnologia. Abbiamo fondato Ritual per porre fine alla dipendenza dell’ecosistema da pochi attori, aprire l’accesso a questa infrastruttura critica e garantire un futuro in cui si costruisca un’AI migliore», ha dichiarato a CoinDesk. È il filo conduttore che collega tutta l’architettura: aperta, verificabile, non affidata alla fiducia in un singolo fornitore.

Infernet, il primo prodotto

Infernet è il prodotto che Ritual ha spedito per primo, ed è quello che oggi permette di usare la sua idea senza migrare da nessuna parte. È una rete di oracoli decentralizzata più un SDK leggero: uno smart contract su una catena EVM invia una richiesta (per esempio l’esecuzione di un modello), i nodi Infernet la eseguono fuori catena sull’hardware adatto e restituiscono il risultato on-chain tramite una callback, accompagnandolo con le prove del caso.

I casi d’uso tipici raccontano bene la logica del prodotto. Un protocollo può usare Infernet per moderare i contenuti generati dagli utenti prima di scriverli on-chain, per assegnare un punteggio di rischio a un indirizzo prima di concedergli un prestito, o per far girare un piccolo modello che decide come ribilanciare un portafoglio. In ognuno di questi scenari lo smart contract resta il cervello che coordina, mentre Infernet è il muscolo che esegue il calcolo AI e ne certifica l’esito. È un modello di adozione graduale: non chiede di riscrivere l’applicazione, ma di sostituire con una funzione verificabile quella che prima sarebbe stata una chiamata a un’API centralizzata, con tutti i rischi di fiducia che comporta.

Il vantaggio pratico è che uno sviluppatore su Ethereum, Base o Arbitrum può aggiungere una funzione di AI a un contratto esistente senza cambiare ecosistema. Infernet è, in sostanza, il ponte: porta l’inferenza dove gli utenti già sono, mentre Ritual Chain è la scommessa più ambiziosa e a lungo termine. Chi conosce il funzionamento degli oracoli di prezzo ritroverà uno schema familiare, ma applicato a un carico di lavoro molto più esigente.

Ritual Chain e l’EVM++

Ritual Chain è una Layer 1 sovrana che estende l’EVM con un insieme di funzionalità che il team chiama EVM++. In parole semplici, resta compatibile con Ethereum (si scrive in Solidity, si usano Foundry, Hardhat, viem e wagmi), ma aggiunge quattro cose che l’EVM classica non ha: precompilati di calcolo espressivo (per LLM, modelli ONNX, chiamate HTTP, prove ZK, FHE), i cosiddetti sidecar (ambienti di esecuzione per il calcolo pesante fuori dal client di esecuzione), lo scheduling nativo delle transazioni ed enshrined oracles e account abstraction integrati nel protocollo.

Il senso pratico dei precompilati è che un modello o una chiamata HTTP diventano istruzioni native della catena, richiamabili da Solidity con un costo prevedibile, invece di trucchi montati sopra a fatica. I sidecar, a loro volta, permettono di far girare il lavoro pesante (un LLM, una prova crittografica) in un processo separato dal client che valida i blocchi, così che l’inferenza non blocchi il consenso. Lo scheduling nativo elimina il bisogno dei bot keeper che oggi tengono in piedi mezza DeFi, e l’account abstraction integrata rende gli agenti autonomi cittadini normali della catena e non eccezioni faticose da gestire.

Al momento la catena è in fase di testnet. I parametri pubblici, riportati nella documentazione ufficiale, sono questi:

ParametroValore
StatoTestnet pubblico (nessun mainnet annunciato)
Chain ID1979
Tempo di bloccocirca 350 ms
Token gasRITUAL (18 decimali, solo testnet, nessun valore economico)
Precompilati16 (LLM, ONNX, HTTP, ZK, FHE, agenti e altri)
Accessi pubbliciRPC, block explorer e faucet su ritualfoundation.org
Linguaggio e toolSolidity ^0.8.20, Foundry, Hardhat, viem, wagmi

Il senso di tutto questo, secondo il cofondatore Akilesh Potti, va oltre l’AI in sé. «Il testnet di Ritual Chain abilita comportamenti degli utenti del tutto nuovi, che nessun altro sistema oggi rendeva possibili per interagire con l’AI. Non si tratta solo di AI: stiamo creando le fondamenta per la prossima generazione di piattaforme RaaS, reti di prover e marketplace di proprietà intellettuale», ha detto a The Block. In altre parole, la catena non è pensata solo per far girare modelli, ma per far nascere una nuova classe di applicazioni.

Come una catena deterministica si fida di un’AI probabilistica

Il cuore tecnico di Ritual è il modo in cui concilia determinismo e AI. La documentazione parla di Superposition: due percorsi di esecuzione sopra lo stesso stato condiviso. Nel percorso replicato, deterministico, tutti i validatori rieseguono l’operazione, come nell’EVM classica. Nel percorso delegato, il calcolo pesante (una chiamata a un LLM, una richiesta HTTP) avviene fuori catena dentro un ambiente di esecuzione fidato, o TEE (per esempio Intel SGX o AWS Nitro), e la risposta viene legata criptograficamente alla richiesta.

Sopra questo schema c’è Symphony, un modello di consenso che il team descrive come Execute-Once-Verify-Many-Times: pochi nodi eseguono il calcolo e ne emettono prove sintetiche che tutti gli altri possono verificare a costo ridotto, senza rieseguire il modello. La flessibilità sta nel fatto che l’integrità del calcolo è modulare: a seconda del compito si può scegliere tra TEE, prove a conoscenza zero (zkML), verifica ottimistica (opML) o approcci probabilistici. Ogni tecnica ha un compromesso diverso tra costo, latenza e forza della garanzia.

MetodoCome garantisceCompromesso
Riesecuzione replicataTutti i validatori ricalcolano; determinismo puroImpraticabile per modelli grandi
TEE (SGX, Nitro)Un’enclave hardware isola il calcolo; risposta firmataBisogna fidarsi del produttore del chip
zkML (prove ZK)Prova criptografica che il modello ha girato correttamenteCosti di generazione della prova ancora alti
opML (ottimistico)Si assume valido salvo contestazione entro una finestraLatenza dovuta alla finestra di sfida

Nessuno di questi metodi è ancora la bacchetta magica. I TEE sono veloci ed economici, ma spostano la fiducia sul produttore del chip, e negli anni le enclave hardware hanno collezionato la loro dose di vulnerabilità. Le prove zkML sono eleganti sul piano teorico, ma restano costose da generare per i modelli grandi, tanto che oggi si applicano bene alle reti piccole e con più fatica ai modelli linguistici. L’approccio ottimistico taglia i costi, ma introduce una finestra di attesa in cui l’esito può essere contestato. La scelta di Ritual di non imporre un solo metodo, ma di lasciarli convivere, è una scommessa sul fatto che il compromesso giusto dipenda dal caso d’uso e cambi nel tempo insieme alla tecnologia.

Gli agenti AI on-chain

La ragione per cui Ritual vuole una catena tutta sua, e non solo un oracolo, sono gli agenti. Sulla Ritual Chain un agente può essere persistente o sovrano: vive on-chain, mantiene uno stato tra un blocco e l’altro, ragiona, agisce, ricorda, produce prove, custodisce segreti, paga e si autentica. Le transazioni programmate (scheduled o enshrined) permettono a un contratto di dire una volta sola cosa deve accadere e a quali condizioni, e la catena lo esegue a ogni blocco senza bisogno di un bot esterno che faccia da keeper.

Per capire perché serva un’infrastruttura del genere basta immaginare un agente di tesoreria che sorveglia una posizione, la copre quando la volatilità sale e paga in autonomia il gas delle proprie operazioni; oppure un agente di trading che legge segnali off-chain, decide e regola i conti senza intervento umano. Perché un agente così sia affidabile deve poter dimostrare cosa ha eseguito, custodire in modo sicuro chiavi e segreti, ricordare il proprio stato e pagare per i servizi che consuma. Sono esattamente le capacità che Ritual prova a rendere native della catena, invece di lasciarle a librerie esterne e a server che l’utente deve prendere per buoni.

Unite all’account abstraction nativa e a binari di pagamento come x402, queste primitive puntano a un’economia in cui software autonomo gestisce fondi e prende decisioni on-chain. È lo stesso terreno di cui parliamo quando discutiamo di DeFAI, gli agenti AI che gestiscono la DeFi: la promessa è enorme, ma lo sono anche i rischi, perché un agente con le chiavi di un portafoglio è anche una superficie d’attacco nuova. La verifica dell’inferenza, in questo contesto, non è un dettaglio accademico: è ciò che distingue un agente di cui fidarsi da una scatola nera che muove soldi.

Il testnet pubblico è vivo: cosa si può fare oggi

La notizia concreta del 2026 è che il testnet non è più un ambiente privato a inviti: è pubblico. Chiunque può puntare il proprio wallet al RPC di Ritual, esplorare i blocchi sul block explorer ufficiale e prelevare token di test dal faucet, tutti raggiungibili sui domini ritualfoundation.org. Per uno sviluppatore significa poter distribuire un contratto che chiama un LLM e vederlo funzionare, adesso, a costo zero. Vale la pena ribadirlo perché è ciò che separa Ritual da tanti progetti annunciati e mai spediti: qui c’è software che gira.

Per chi sviluppa, l’esperienza è volutamente familiare: si resta nel mondo Solidity e negli strumenti già noti come Foundry e Hardhat, si preleva un po’ di RITUAL di test dal faucet e si distribuisce un contratto che, a differenza di un normale contratto EVM, può chiamare un modello come se fosse una funzione di libreria. È proprio questa continuità con l’ecosistema Ethereum, e non una sintassi esotica, la carta che Ritual gioca per abbassare la barriera d’ingresso. Il testnet resta comunque un ambiente di prova: i token non hanno valore, i parametri possono cambiare e nulla di ciò che gira qui è pensato per gestire denaro reale.

Sul piano dell’architettura, Ritual ha scelto la strada modulare. In collaborazioni annunciate già nel 2024, la rete si appoggia a Celestia come livello di data availability ad alto throughput sia per la Chain sia per Infernet, e si integra con Arbitrum, dove la Ritual Chain può fare da coprocessore per portare modelli AI direttamente negli smart contract delle catene dell’ecosistema Arbitrum. Non sono partnership fresche di giornata, ma indicano una direzione precisa: Ritual si posiziona come rete AI sovrana dentro uno stack modulare, non come monolite isolato.

Il token che non esiste (e l’economia dell’airdrop)

Qui arriva la parte che confonde di più. RITUAL, oggi, è soltanto il token gas del testnet: 18 decimali, nessun valore economico, serve a pagare le transazioni di prova e nient’altro. Non esiste un token scambiabile, non c’è stato alcun Token Generation Event, non è confermato alcun airdrop e nessun exchange ha annunciato un listing. Eppure basta cercare per trovare decine di guide che spiegano come farmare l’airdrop di Ritual.

Vale la pena leggere cosa dicono quelle stesse guide, tra le righe. La guida di Bitget ammette nero su bianco che «Ritual non ha annunciato un airdrop ufficiale», che «non ha confermato una data di lancio del token», che «non ci sono listing su exchange confermati» e che la tokenomics mostrata è fatta di «segnaposto». Poi, nonostante tutto, riporta un intervallo di prezzo tra 0,05 e 0,20 dollari, definendolo però «puramente speculativo» e basato su opinioni di terzi. In pratica: un prezzo inventato per un token che non c’è.

Perché tanta gente insegue un airdrop che non è stato annunciato? Perché negli ultimi anni alcune distribuzioni retroattive hanno premiato gli utenti dei testnet con cifre a quattro o cinque zeri, e il ricordo di quei casi alimenta un’intera industria di guide, dashboard e cacciatori di airdrop che catalogano ogni progetto senza token come una possibile lotteria. Il meccanismo è una profezia che si autoavvera: più un progetto sembra promettente, più le piattaforme pubblicano guide, più utenti arrivano convinti che qualcosa bolla in pentola. Ma tra un’attività da testnet fatta per interesse tecnico e il caricare fondi veri su un sito che promette ricompense c’è un abisso, ed è in quell’abisso che prosperano i truffatori.

Attorno a questo vuoto si è formata un’economia di attesa: ruoli tematici su Discord, programmi a punti, flussi da ambassador e referral, tutti presentati come possibili biglietti per un’allocazione futura mai confermata. Il rischio non è solo restare a bocca asciutta. È che il clima di appetito speculativo, alimentato anche dalla ricerca di rendimento in una fase macro incerta (basti pensare a come le parole di Warsh hanno gelato il rally di Bitcoin), spinga a caricare wallet su siti fasulli, a firmare approvazioni pericolose o a comprare un finto RITUAL messo in vendita da un truffatore. Regola pratica: finché il team non annuncia ufficialmente un token dai propri canali, qualunque RITUAL in vendita va considerato falso.

Perché Ritual non lancia (ancora) un token

C’è una lettura strategica, non solo prudenziale, del perché Ritual eviti un token. La regolamentazione statunitense sta cambiando proprio sul punto che conta. Il 18 agosto 2026 la SEC ha proposto la Regulation Crypto Assets, pilastro del progetto Crypto del presidente Paul Atkins. Tra le sue componenti c’è un safe harbor sul concetto di investment contract: un crypto-asset smette di essere trattato come contratto d’investimento una volta che l’emittente «ha completato o cessato in modo permanente tutti gli sforzi manageriali essenziali» che aveva promesso di compiere.

Tradotto: lanciare un token troppo presto, quando il team sta ancora facendo tutto il lavoro pesante, espone al rischio che quel token venga considerato un titolo. Aspettare che la rete sia sufficientemente decentralizzata, e che gli sforzi essenziali del team siano conclusi, è la strada più sicura perché il token nasca già fuori dal perimetro dei titoli. Visto così, il non-token di Ritual non è soltanto un ritardo: è coerente con l’incentivo che la stessa svolta regolatoria di Atkins mette sul tavolo. La proposta resta in consultazione per 60 giorni dalla pubblicazione in Federal Register, quindi le regole definitive non ci sono ancora, ma la direzione premia la pazienza.

C’è anche una ragione più profonda, che va oltre gli Stati Uniti. Lanciare un token prima di avere una rete davvero usata significa spesso costruire una decentralizzazione di facciata: una governance formale su un protocollo che, nei fatti, resta guidato dal team. Molti progetti hanno pagato caro questo salto anticipato, ritrovandosi con un token quotato, aspettative altissime e un prodotto ancora acerbo. Tenere il token nel cassetto finché non esistono un mainnet e una domanda reale è, in teoria, il modo per far coincidere il momento della distribuzione con il momento in cui il valore esiste davvero. Resta da capire se la pazienza di Ritual sia strategia lucida o semplice conseguenza di un prodotto non ancora pronto.

Il quadro normativo: MiCA, Consob e l’AI Act

E in Europa? Per ora, sul fronte crypto, Ritual semplicemente non tocca palla regolatoria: senza un token e senza un servizio offerto al pubblico, non c’è nulla da classificare sotto la MiCA, e né la Consob (competente su condotta di mercato e tutela degli investitori) né la Banca d’Italia (competente sui profili prudenziali e sulle stablecoin, token ART ed EMT) hanno un appiglio su un protocollo che non emette nulla di scambiabile. Il decreto italiano di attuazione della MiCA è il D.lgs. 129/2024, e il periodo transitorio per gli operatori italiani si chiude il 1 luglio 2026.

Se un giorno un token arrivasse, il discorso cambierebbe: andrebbe classificato (utility token, ART, EMT, oppure strumento finanziario sotto la MiFID II se avesse natura derivata), e una piattaforma che lo offrisse dovrebbe ottenere l’autorizzazione come CASP. Anche il fisco entrerebbe in gioco: per un investitore italiano il trattamento delle plusvalenze dipenderebbe dalla natura dell’asset, un tema su cui abbiamo visto quanto conti la distinzione tra categorie, per esempio nel caso delle stablecoin in euro tassate al 26 per cento.

C’è poi il fronte AI, che riguarda Ritual più da vicino dell’ipotetico token. Gli obblighi dell’AI Act europeo per i modelli di uso generale (GPAI) si applicano dal 2 agosto 2025, e dal 2 agosto 2026 la Commissione, tramite l’AI Office, può far valere quegli obblighi: richieste di informazioni, ritiri dal mercato, misure di mitigazione e sanzioni fino a 15 milioni di euro o al 3 per cento del fatturato mondiale. Ritual è infrastruttura, non un fornitore di GPAI, ma i modelli che girano sopra restano soggetti agli obblighi dei rispettivi fornitori: una domanda di AI verificabile e tracciabile che, semmai, gioca a favore di progetti come questo.

Un dettaglio che in Italia si tende a dimenticare: se un domani esistesse un derivato su un ipotetico token di Ritual (un future o un perpetual), quello strumento non ricadrebbe sotto la MiCA ma sotto la MiFID II, con la Consob come autorità di vigilanza sul mercato. È la stessa linea di confine che separa lo spot dai derivati per qualunque crypto-asset, e conviene tenerla a mente perché buona parte del volume speculativo, quando un token arriva, si sposta proprio sui derivati piuttosto che sullo scambio a pronti.

Il panorama competitivo

Ritual viene spesso infilato nella stessa lista di Bittensor, Gensyn o Akash, ma la sua nicchia è diversa. Non vende potenza di calcolo per addestrare modelli né un marketplace di GPU: vende inferenza ed esecuzione verificabili. In questo senso i suoi veri concorrenti sono chi promette la stessa garanzia, l’AI di cui ti puoi fidare on-chain, senza chiederti di migrare su una nuova catena. La tabella seguente mette a confronto i principali progetti crypto-AI, con le capitalizzazioni rilevate su CoinGecko il 2 settembre 2026.

ProgettoFocusTokenCap. di mercato
RitualInferenza ed esecuzione AI verificabile, L1 sovranaNessun token scambiabilen/d
BittensorAddestramento e subnet di intelligenzaTAO (€186,21)circa €1,79 mld (#44)
ChainlinkOracoli e inferenza verificabile (CRE)LINK (€9,55)circa €7,14 mld (#18)
EigenCloudSicurezza in restaking, verifiable computeEIGEN (€0,17)circa €158 mln (#179)
GensynCalcolo decentralizzato per l’addestramentoNessun token scambiabilen/d
AkashMarketplace di GPU decentralizzatoAKTn/d

La domanda strategica, che vale più di ogni tabella, è se l’inferenza verificabile abbia davvero bisogno di una Layer 1 propria. Bittensor, con i suoi 1,79 miliardi di euro di capitalizzazione, affronta un problema adiacente (l’intelligenza come mercato di subnet), mentre Chainlink con il suo Runtime Environment ed EigenCloud con la sicurezza in restaking offrono garanzie simili a quelle di Ritual, ma come componenti aggiuntivi su catene esistenti e per giunta con token già quotati. Ritual chiede agli sviluppatori di adottare una catena nuova: un vantaggio se l’integrazione profonda ripaga, uno svantaggio se il mercato preferisce soluzioni bolt-on.

Vale la pena soffermarsi sul confronto con Chainlink, perché è il più istruttivo. Con il suo Runtime Environment, Chainlink promette di portare inferenza e calcolo verificabili sulle catene dove gli sviluppatori già lavorano, senza chiedere migrazioni: un approccio da livello di servizio, non da nuova sovranità. Ritual sostiene invece che l’AI meriti una catena progettata attorno a sé, dove scheduling, precompilati e agenti sono nativi e non aggiunte. È lo stesso dilemma che il settore ha già vissuto con gli app-chain: integrazione profonda e controllo totale da un lato, costi di adozione e frammentazione dall’altro. Chi abbia ragione dipende meno dall’eleganza dell’architettura e più da dove si radunerà, alla fine, la liquidità degli sviluppatori.

Rischi e scenari

Mettendo in fila i pro e i contro, il quadro è quello tipico di un progetto infrastrutturale ambizioso ma ancora acerbo.

A favore (bull)Contro (bear)
Testnet pubblico funzionante e architettura originaleNessuna data di mainnet: rischio di esecuzione reale
Finanziamenti solidi e investitori riconoscibiliL’hype sull’airdrop può bruciare fiducia se deluso
Domanda crescente di AI verificabile e auditabileConcorrenza bolt-on (Chainlink CRE, EigenCloud) già con token
Stack modulare (Celestia, Arbitrum) e agenti nativiDubbio strategico: serve davvero una L1 dedicata?

Il rischio più concreto è il tempo. Un progetto può avere l’architettura più elegante del settore e comunque perdere la finestra se il mainnet tarda e i concorrenti occupano il campo con soluzioni meno pure ma già live. Il rischio più subdolo è reputazionale: se l’attesa dell’airdrop si gonfia troppo e poi il token deludesse (o non arrivasse affatto), il contraccolpo colpirebbe un prodotto che, di suo, ha basi tecniche serie. La qualità della tecnologia e la qualità della narrazione speculativa, in questo caso, viaggiano su binari pericolosamente separati.

Cosa guardare nei prossimi mesi

Per distinguere il segnale dal rumore, tre indicatori contano più degli altri: l’annuncio di una data di mainnet credibile; la comparsa di una dApp di produzione con un nome e utenti reali, non solo demo; e un modello di token concreto, con una tokenomics vera al posto dei segnaposto. Finché questi tre elementi non arrivano, la storia interessante di Ritual è quella tecnologica, non quella dell’airdrop. Chi vuole partecipare può farlo nel modo che il progetto stesso incoraggia: costruendo sul testnet, non caricando wallet su siti che promettono un token che, oggi, non esiste.

La lezione più utile che Ritual offre nel 2026 è forse metodologica: distinguere tra ciò che un progetto costruisce e ciò che il mercato racconta su di esso. Il codice è pubblico, il testnet è raggiungibile, l’architettura è documentata e i fondatori sono persone reali con una storia verificabile: tutto questo si può giudicare oggi. Il prezzo di un token che non esiste, invece, non si può giudicare affatto, perché il token non c’è. Tenere separate le due valutazioni è la migliore difesa contro l’entusiasmo e contro le truffe che vi si annidano.

Domande frequenti

Ritual ha un token?

No. A settembre 2026 non esiste un token RITUAL scambiabile. RITUAL è solo il token gas del testnet pubblico (18 decimali, nessun valore economico) e serve unicamente a pagare le transazioni di prova. Non c’è stato alcun Token Generation Event né un listing su exchange. Qualunque RITUAL in vendita va considerato falso finché il team non lo annuncia ufficialmente dai propri canali.

Come funziona l’airdrop di Ritual?

Al momento non esiste un airdrop ufficiale. Le guide che spiegano come farmarlo si basano su speculazione: le stesse ammettono che Ritual non ha annunciato airdrop, data del token o listing, e che la tokenomics mostrata è fatta di segnaposto. Partecipare al testnet e alla community può avere senso per interesse tecnico, ma nessuna allocazione è confermata e i prezzi che circolano sono inventati.

Che cos’è l’inferenza AI verificabile?

È la capacità di dimostrare, in modo criptografico o tramite hardware fidato, che un modello di AI ha prodotto una certa risposta a partire da un certo input, senza dover credere sulla fiducia a chi ha eseguito il calcolo. Ritual la ottiene combinando ambienti di esecuzione fidati (TEE), prove a conoscenza zero (zkML) e verifica ottimistica (opML), scegliendo la tecnica in base al compromesso tra costo e garanzia.

Ritual è regolato dalla Consob o dalla MiCA?

No, non ancora. Senza un token scambiabile e senza un servizio offerto al pubblico non c’è nulla da classificare sotto la MiCA, e né la Consob né la Banca d’Italia hanno competenza su un protocollo che non emette asset. Se in futuro arrivasse un token, andrebbe classificato secondo la MiCA e una piattaforma che lo offrisse dovrebbe autorizzarsi come CASP.

Ritual è meglio di Bittensor o Chainlink?

Risolvono problemi diversi. Bittensor è un mercato per l’addestramento e l’intelligenza distribuita, Chainlink è la rete di oracoli che sta aggiungendo l’inferenza verificabile alle catene esistenti, Ritual punta su una Layer 1 dedicata all’esecuzione AI verificabile. Ritual è più integrato ma chiede di adottare una catena nuova; Chainlink ed EigenCloud offrono garanzie simili come componenti aggiuntivi, con token già quotati. Quale sia migliore dipende da cosa si costruisce.

Marcus Okafor è redattore senior di HOGE Wire e segue l’intersezione tra intelligenza artificiale e crypto.

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