SEC a due binari: regole per i token, frodi ancora nel mirino
Il 18 agosto la SEC ha proposto regole che accolgono i token, ma la sua unità antifrode non ha rallentato. Nel 2026 l'enforcement corre su due binari: meno cause sui titoli, stessa caccia alle frodi.
Il 18 agosto 2026 la Securities and Exchange Commission ha fatto una cosa che per anni era sembrata impensabile: ha proposto una serie di regole scritte apposta per far vendere token al pubblico senza passare dalla registrazione ordinaria dei titoli. Nella stessa settimana, un’altra parte della stessa agenzia portava avanti la causa contro un uomo del Texas accusato di aver raccolto 12,3 milioni di dollari con bot di trading «basati sull’intelligenza artificiale» che, semplicemente, non esistevano. Due gesti opposti, la stessa firma in calce.
È questa la fotografia più onesta dell’enforcement crypto della SEC nel 2026: non una ritirata, ma uno spostamento. Le cause fondate sulla teoria della registrazione, quelle contro Coinbase, Kraken, Binance, sono cadute una dopo l’altra. Il perimetro però non è sparito: si è mosso. Dalla domanda «ti sei registrato?» a quella molto più antica «hai mentito?». Per chi guarda dall’Italia, con la Consob e il regolamento MiCA come cornice, capire questi due binari è la premessa per capire dove sta andando la vigilanza sugli asset digitali su entrambe le sponde dell’Atlantico. E cade in una settimana in cui Bitcoin viaggiava poco sotto gli 80.000 dollari, appena sopra i 68.000 euro, spinto anche dalle notizie regolatorie provenienti da Washington.
Due binari che corrono insieme
L’errore più comune, leggendo i titoli di questi mesi, è pensare che la SEC di Paul Atkins abbia semplicemente smesso di occuparsi di crypto. Non è così. Quello che è cambiato è la logica: da un lato una corsia dedicata alle regole, che prova a dare ai progetti onesti un percorso legale per raccogliere capitali; dall’altro una corsia dedicata alla frode, che non ha rallentato affatto e che, per certi versi, ha ritrovato mordente. Le due cose non sono in contraddizione, sono il disegno.
Atkins ha riassunto questa filosofia già a marzo 2026, quando la Commissione aveva chiarito che «la maggior parte degli asset crypto non è di per sé un titolo». In quell’occasione aveva pronunciato una frase diventata il manifesto della nuova gestione: «Questo è ciò che le agenzie di regolazione dovrebbero fare: tracciare linee chiare in termini chiari», come si legge nel comunicato ufficiale della SEC. La proposta di agosto è il tentativo di trasformare quel principio in un vero libro di regole. Ma tracciare linee chiare per chi opera in buona fede non significa abbassare la guardia con chi opera in mala fede: è il senso dei due binari.
La distinzione conta perché nel dibattito pubblico i due piani vengono continuamente confusi. Chi festeggia parla di «fine dell’era Gensler» come se fosse un liberi tutti; chi critica parla di «deregolamentazione selvaggia» come se ogni controllo fosse saltato. La realtà è più noiosa e più precisa: sono cadute alcune teorie giuridiche molto contestate, mentre l’ossatura antifrode del diritto dei mercati è rimasta intatta. Chi ignora questa distinzione rischia di prendere decisioni sbagliate, sia come investitore sia come costruttore.
Cosa ha proposto la SEC il 18 agosto
Il documento si chiama Regulation Crypto Assets ed è arrivato con il comunicato 2026-76. Vale la pena ricordare come ci si è arrivati: un primo voto era in calendario per venerdì 14 agosto, poi la Commissione lo ha ritirato all’ultimo, alimentando qualche giorno di incertezza sullo stallo delle regole, prima di rimettere la proposta ai voti il 18. Il testo supera le 400 pagine e crea, per la prima volta in quasi un secolo, un regime di raccolta di capitali disegnato specificamente attorno ai token.
Il cuore della proposta sono due esenzioni dall’obbligo di registrazione previsto dal Securities Act. La prima, la cosiddetta startup exemption, consente di raccogliere fino a 5 milioni di dollari su un arco di quattro anni con un’informativa semplificata, in stile whitepaper. La seconda, la fundraising exemption, si articola in due livelli: un Tier 1 fino a 20 milioni di dollari per ogni periodo di dodici mesi (senza bilanci certificati) e un Tier 2 fino a 75 milioni con bilanci sottoposti a revisione, come dettaglia l’analisi di National Law Review. Entrambe passano da un nuovo modulo, il Form 1-CRYPTO. In aggiunta, la Regulation prevede la prevalenza sulle norme statali: gli Stati non potrebbero imporre propri obblighi di registrazione e qualificazione sulle offerte coperte dall’esenzione né su certe transazioni sul mercato secondario. La consultazione pubblica dura 60 giorni dalla pubblicazione nel Federal Register, il che porta le scadenze verso la fine di ottobre 2026.
| Caratteristica | Startup exemption | Fundraising exemption |
|---|---|---|
| Tetto di raccolta | Fino a 5 milioni di dollari | 20 mln (Tier 1) o 75 mln (Tier 2) |
| Orizzonte temporale | Su 4 anni | Per ogni periodo di 12 mesi |
| Informativa richiesta | Semplificata, stile whitepaper | Più strutturata, aggiornamenti periodici |
| Destinatari tipici | Progetti in fase iniziale | Reti più avanzate in raccolta |
| Norme antifrode | Sempre applicabili | Sempre applicabili |
Un dettaglio tecnico rilevante: la proposta non spalanca le porte a tutto. La stessa cornice, per esempio, lascia fuori le azioni tokenizzate quando entrano in conflitto con la Regulation NMS, il complesso di regole che governa il mercato azionario statunitense. In altre parole, la SEC costruisce una corsia nuova per i token nativi delle reti blockchain, ma non demolisce le regole esistenti sui titoli tradizionali solo perché vengono avvolti in un wrapper on-chain. Chi ha seguito la svolta della SEC e il suo specchio in MiCA ritroverà qui la stessa logica: definire prima cosa è un titolo, poi costruire il resto attorno a quella definizione.
Come un token esce dallo status di titolo: il safe harbor
La parte più discussa della proposta è il meccanismo di uscita, il cosiddetto safe harbor. L’idea è che un token possa cominciare la sua vita come parte di un contratto di investimento (e quindi soggetto alle regole sui titoli) ma poi «separarsi» da quel contratto quando l’emittente ha completato o abbandonato in modo permanente gli sforzi manageriali essenziali che aveva promesso. In quel momento, secondo la proposta, il token non è più un titolo e passa alla categoria delle digital commodities, come Bitcoin o Ether.
La scelta interessante è che la SEC non fissa una soglia meccanica di decentralizzazione, del tipo «se meno del tot per cento dei token è nelle mani del team, sei libero». Un criterio del genere sarebbe facile da aggirare e difficile da misurare. Il testo lavora invece su un concetto di maturità funzionale della rete e sul completamento (o cessazione definitiva) delle promesse fatte agli acquirenti. È un test più qualitativo, che sposta l’attenzione dalla distribuzione dei token alle rappresentazioni concrete dell’emittente: cosa hai promesso nel whitepaper, sul sito, negli accordi, e lo hai fatto?
Questa impostazione riprende in modo diretto il test di Howey, il criterio del 1946 che la giurisprudenza americana usa per stabilire se qualcosa è un contratto di investimento. Nel disegno di Atkins, l’aspettativa di profitto va agganciata alle promesse effettive di chi emette il token, non all’entusiasmo del mercato secondario. Se le promesse sono state mantenute o sono venute meno, l’elemento «sforzi altrui» che regge la qualifica di titolo si scioglie. È elegante sulla carta; resta da vedere come reggerà davanti ai tribunali, che nessuna interpretazione della SEC è tenuta a seguire.
Il punto che quasi tutti ignorano: l’antifrode non si tocca
Qui sta il nodo che rende «due binari» una descrizione accurata e non uno slogan. La proposta della SEC è esplicita su un punto: chi si avvale di una delle due esenzioni resta comunque soggetto, per tutta la durata, alle disposizioni antifrode e anti-manipolazione delle leggi federali sui titoli. L’esenzione riguarda la registrazione, non la responsabilità per le bugie. Puoi vendere il tuo token senza il prospetto pesante di un’IPO, ma se menti sui rendimenti, se inventi partnership, se dirotti i fondi, sei esattamente dove eri prima: nel mirino.
Questa continuità è ciò che distingue lo spostamento del 2026 da una vera deregolamentazione. Le teorie che sono cadute nel 2025 erano teorie sulla forma: hai operato come exchange, broker o dealer senza registrarti? Le teorie che restano in piedi sono teorie sulla sostanza: hai ingannato gli investitori? La prima categoria era contestata, con esiti giudiziari incerti e commissari in disaccordo tra loro. La seconda è vecchia quanto il diritto dei mercati e non ha mai smesso di funzionare, come dimostra il caso più grande di tutti.
Terraform Labs e il suo fondatore Do Kwon restano il promemoria più potente. La giuria federale li ha giudicati responsabili di frode nell’aprile 2024, dopo il collasso di UST che nel maggio 2022 aveva bruciato decine di miliardi di dollari, e la vicenda si è chiusa con una transazione da circa 4,5 miliardi di dollari, come da documenti della SEC. Nessun cambio di gestione ha toccato quel filone: la frode resta frode, ieri come oggi.
Il binario delle frodi: cosa la SEC continua a perseguire
Se il primo binario fa notizia per i comunicati e le consultazioni, il secondo fa notizia per gli arresti e le incriminazioni. Nel 2026 il registro delle frodi crypto è pieno, e ha un tratto ricorrente: l’intelligenza artificiale usata come esca. Il copione è quasi sempre lo stesso. Si promette un bot proprietario capace di generare rendimenti impossibili grazie all’AI; si mostra qualche schermata patinata; si pagano i primi investitori con i soldi dei successivi, in puro stile Ponzi; poi tutto crolla.
Il caso di Ramil Palafox e della sua PGI Global è diventato il modello: uno schema da 198 milioni di dollari costruito attorno a una presunta piattaforma di auto-trading «alimentata dall’AI», secondo le contestazioni della SEC riportate anche dalla stampa di settore. La struttura è la stessa che ritroviamo, in scala minore, in decine di casi più recenti. La differenza rispetto agli anni scorsi non è il tipo di truffa, che è antichissimo, ma la parola magica usata per venderla: dove un tempo si diceva «forex» o «mining», oggi si dice «AI».
Questo è il punto in cui la retorica sull’intelligenza artificiale incontra il diritto penale-amministrativo dei mercati. Esistono progetti seri che sperimentano agenti autonomi che operano davvero on-chain, con codice verificabile e risultati pubblici; ne abbiamo scritto chiedendoci se un’AI possa davvero gestire un fondo crypto. Ma tra un agente open source che pubblica ogni transazione e un «bot proprietario segreto» che promette il 100% in tre settimane corre esattamente la stessa distanza che separa una tecnologia da una truffa. La SEC, nel 2026, si occupa soprattutto della seconda.
Il caso Fuller e i bot AI che non c’erano
Il caso simbolo di questa stagione è quello di Nathan Fuller, contro cui la SEC ha depositato le accuse il 28 maggio 2026 (litigation release lr-26558). Secondo la ricostruzione di CoinDesk, Fuller avrebbe raccolto circa 12,3 milioni di dollari da circa 150 investitori promettendo di usare bot di trading proprietari basati sull’AI per arbitraggio ad alta frequenza sui mercati crypto.
I numeri promessi erano già di per sé una bandiera rossa: rendimenti oltre il 40-50% in 30-45 giorni, in alcuni casi profitti «garantiti» superiori al 100% in appena 21 giorni. A rassicurare gli investitori, secondo le contestazioni, arrivavano affermazioni false su una copertura assicurativa: fondi protetti da una fideiussione, assicurati dalla FDIC (l’agenzia federale che garantisce i depositi bancari, non certo i token crypto) e coperti da una polizza di responsabilità professionale. I bot, naturalmente, non funzionavano come descritto. Fuller avrebbe sottratto almeno 6,2 milioni di dollari per spese personali e usato circa 5,5 milioni per pagamenti in stile Ponzi, tenendo in piedi l’illusione con estratti conto falsi e corrispondenza fabbricata da entità inesistenti.
La SEC chiede ingiunzioni permanenti, restituzione dei profitti (disgorgement), sanzioni civili e l’interdizione dal partecipare a future offerte di titoli. È il pacchetto classico dell’enforcement antifrode, identico a quello che si sarebbe visto dieci anni fa per uno schema forex. La sola differenza è il vocabolario. E il caso porta la firma di un’unità che, sotto la nuova gestione, è diventata la vera protagonista del secondo binario.
CETU, l’unità che ha cambiato bersaglio
Il 20 febbraio 2025 la SEC ha annunciato la nascita della Cyber and Emerging Technologies Unit, la CETU, con il comunicato 2025-42. Non è un dettaglio burocratico: la CETU ha preso il posto della vecchia Crypto Assets and Cyber Unit, che nell’amministrazione precedente era arrivata a contare circa 50 persone. La nuova squadra è più snella, circa 30 tra specialisti della frode e legali, ed è guidata da Laura D’Allaird, veterana dell’agenzia. Il ridimensionamento numerico è meno significativo del riposizionamento del mandato.
Le priorità dichiarate della CETU raccontano bene il nuovo baricentro: frodi che sfruttano tecnologie emergenti come l’AI e il machine learning; uso ingannevole di social media, dark web e siti civetta; accessi non autorizzati a informazioni riservate; furti di conti di intermediazione al dettaglio; e, tra le altre, frodi legate a blockchain e crypto. La parola chiave, ripetuta in ogni riga, è «frode». Manca, in modo evidente, la vecchia enfasi sulla mancata registrazione degli exchange. Non è che la SEC abbia meno personale sul crypto: ha lo stesso personale puntato su un bersaglio diverso.
Questo spiega perché il numero complessivo di azioni crypto sia crollato mentre le incriminazioni per truffa continuano a fioccare. Le due statistiche sembrano contraddirsi solo se si guarda al totale aggregato. Scomposte per tipo, raccontano la stessa storia dei due binari: le cause di registrazione, che gonfiavano i numeri dell’era precedente, sono quasi sparite; le azioni per frode, meno numerose ma più solide, tengono.
La ritirata sulle cause di registrazione
Il 2025 è stato l’anno in cui la SEC ha smontato, uno a uno, i grandi contenziosi costruiti sulla teoria della registrazione. Il caso Coinbase, avviato nel giugno 2023, è stato archiviato all’inizio del 2025 con il comunicato 2025-47. Il chief legal officer dell’exchange, Paul Grewal, lo ha commentato con una frase che vale come epigrafe dell’intera stagione: «abbiamo sempre sostenuto di avere ragione sui fatti e sul diritto», scrisse sul blog di Coinbase, aggiungendo che quella causa «non sarebbe mai dovuta essere depositata».
A ruota sono caduti gli altri. Kraken, ConsenSys (per la teoria del broker non registrato dietro MetaMask) e Cumberland DRW sono stati archiviati con pregiudizio, cioè in via definitiva, alla fine di marzo 2025. Il contenzioso con Binance, uno degli ultimi grandi rimasti in piedi, è stato chiuso con pregiudizio il 29 maggio 2025, come riportato da CNBC. Nel caso Ripple, invece, la sanzione da circa 125 milioni di dollari sulle vendite istituzionali di XRP è rimasta in piedi: nell’agosto 2025 le due parti hanno semplicemente ritirato i rispettivi appelli, chiudendo la partita.
| Caso | Avviato | Esito 2025 | Teoria contestata |
|---|---|---|---|
| SEC v. Coinbase | Giugno 2023 | Archiviato (feb 2025) | Exchange/broker non registrato |
| SEC v. Kraken | Novembre 2023 | Archiviato con pregiudizio (mar 2025) | Exchange/broker/clearing non registrato |
| SEC v. ConsenSys | Giugno 2024 | Archiviato con pregiudizio (mar 2025) | Broker non registrato (MetaMask) |
| SEC v. Cumberland DRW | Ottobre 2024 | Archiviato con pregiudizio (mar 2025) | Dealer non registrato |
| SEC v. Binance | Giugno 2023 | Archiviato con pregiudizio (mag 2025) | Titoli non registrati, più capi |
| SEC v. Ripple | Dicembre 2020 | Appelli ritirati (ago 2025) | Vendite istituzionali di XRP |
Va accanto a questi anche una lunga lista di indagini chiuse senza incriminazione: Robinhood, Uniswap Labs, OpenSea, Gemini, Crypto.com, PayPal, Aave, Ondo Finance e altre. Messe in fila, queste archiviazioni compongono il primo binario visto dal lato dell’enforcement: non più cause per come operi, ma spazio per operare, a patto di non frodare.
I numeri della svolta
Le cifre aiutano a capire la portata dello spostamento. Secondo i dati di Cornerstone Research, nell’intera gestione di Gary Gensler (da aprile 2021 a fine 2024) la SEC ha promosso 125 azioni legate alle crypto per oltre 6 miliardi di dollari di sanzioni monetarie. Nell’anno fiscale 2025 le azioni crypto sono scese a 13, contro le 33 dell’anno precedente, un calo del 60%, con sanzioni sugli asset digitali intorno ai 142 milioni di dollari, meno del 3% del totale dell’anno prima.
Un dato però va letto con attenzione, perché è facile trarne la conclusione sbagliata. Il crollo del numero di azioni non misura una resa: misura la scomparsa di una specifica famiglia di cause, quelle di registrazione, che erano numerose e ripetitive. Le azioni per frode, meno numerose per definizione (richiedono prove di inganno, non solo di forma), non hanno subito lo stesso destino. In altre parole, il totale è sceso soprattutto perché è sparita la parte più contestata e meno solida del vecchio contenzioso, non la sua ossatura antifrode.
| Caso | Importo contestato | Cosa era falso | Stato |
|---|---|---|---|
| Terraform / Do Kwon | circa 4,5 mld $ (transazione) | Stabilità della stablecoin UST | Responsabilità di frode (apr 2024) |
| Ramil Palafox / PGI Global | 198 mln $ | Piattaforma di auto-trading «AI» | In corso |
| Nathan Fuller | 12,3 mln $ | Bot di trading «AI» | Incriminato (mag 2026) |
Una commissione che si svuota (e chi fa da critico ora)
C’è un aspetto istituzionale che rende questa fase fragile quanto ambiziosa. La proposta del 18 agosto è passata con tre voti favorevoli e nessun contrario. Non perché ci fosse unanimità sul merito nel Paese, ma perché la Commissione è oggi composta da tre soli membri, tutti repubblicani: il presidente Paul Atkins, Mark Uyeda e Hester Peirce. La commissaria democratica Caroline Crenshaw, unica voce dissenziente negli anni scorsi, ha lasciato l’incarico il 2 gennaio 2026 alla scadenza del mandato. Le sue battaglie a colpi di dissent, in cui accusava i colleghi di gettare via «ottant’anni di precedenti», non hanno più un’autrice interna.
E il quadro è destinato a svuotarsi ancora. Hester Peirce, che guida la Crypto Task Force da gennaio 2025 ed è la mente del nuovo approccio pro-innovazione, lascerà la SEC a novembre 2026 per una cattedra alla Regent University School of Law, come confermato da crypto.news. Dopo la sua uscita, salvo nuove nomine, resteranno in carica solo Atkins e Uyeda: due commissari su cinque, nessun democratico. Un organo pensato per il contraddittorio interno ridotto a un monologo.
Con il dissenso sparito dall’interno, il ruolo di critico è passato all’esterno. Benjamin Schiffrin, direttore delle politiche sui titoli dell’organizzazione di vigilanza civica Better Markets, ha usato parole durissime: «sotto il presidente Paul Atkins, la Securities and Exchange Commission è diventata la Crypto Promotion Commission», la Commissione per la promozione delle crypto, come si legge nella nota di Better Markets. La tesi: esentando le offerte crypto dalle protezioni delle leggi sui titoli, la SEC finisce per proteggere l’industria che dovrebbe vigilare, non gli investitori. Dall’altra parte, Atkins difende il pacchetto come un insieme di «esenzioni su misura» pensate per l’innovazione dei mercati, come argomenta nel suo intervento a corredo della proposta. Chi ha ragione lo diranno la consultazione, i tribunali e, forse, la prossima elezione.
Lo specchio europeo: MiCA Titolo VI e la Consob
Vista dall’Italia, la vicenda americana ha un valore soprattutto comparativo. Perché in Europa la domanda «hai frodato?» non è affidata alla discrezionalità di un’unità che cambia bersaglio con la gestione: è codificata nel Titolo VI del regolamento MiCA, agli articoli da 86 a 92, che vietano l’abuso di informazioni privilegiate, la comunicazione illecita di informazioni privilegiate e la manipolazione del mercato dei crypto-asset. Le linee guida operative sono state definite dall’ESMA nel rapporto finale sulla prevenzione e individuazione degli abusi di mercato, e in Italia l’autorità competente è la Consob, affiancata da Banca d’Italia per i profili prudenziali e sulle stablecoin.
La differenza strutturale è netta. Negli Stati Uniti l’antifrode è una costante che sopravvive ai cambi di dottrina, ma la dottrina cambia: cause che erano centrali nel 2024 sono cadute nel 2025. In Europa, invece, l’impianto antiabuso nasce già come regola generale e uniforme, applicabile ai prestatori di servizi (i CASP) e alle piattaforme, non come teoria giudiziaria da difendere caso per caso. Non c’è stata una «ritirata» europea sulle cause di registrazione perché MiCA non era un’onda di contenziosi da smontare: è un regime organico che si applica per gradi. Su questo abbiamo dedicato un approfondimento specifico alla stretta MiCA su insider e manipolazione, che completa il quadro qui tratteggiato.
La Consob, dal canto suo, non si limita a scrivere regole. L’autorità italiana ha sviluppato strumenti di sorveglianza basati su tecniche di machine learning non supervisionato (come il clustering k-means e gli autoencoder) per individuare anomalie di mercato, mantenendo però il principio del controllo umano finale sulle segnalazioni. È un approccio interessante perché mette la stessa tecnologia usata dai truffatori, l’AI, al servizio della vigilanza. E non a caso Consob, insieme all’AMF francese e alla FMA austriaca, ha proposto una supervisione MiCA più forte e uniforme, con una vigilanza diretta dell’ESMA sui grandi CASP: il timore è proprio che ventisette autorità nazionali diverse creino zone d’ombra.
Perché il confronto conta per chi opera in Italia
Il calendario europeo aggiunge urgenza al confronto. Il periodo transitorio abbreviato di MiCA per l’Italia (nello stesso gruppo di Germania, Austria, Irlanda e Spagna) termina il 1 luglio 2026: da quella data chi offre servizi crypto a clienti italiani deve avere l’autorizzazione da CASP o cessare l’attività. Il decreto legislativo che ha designato Consob e Banca d’Italia come autorità competenti è il D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129. Mentre negli Stati Uniti si discute ancora se e come costruire il libro di regole, in Europa il libro c’è già e sta entrando pienamente in vigore.
Per un investitore italiano la conseguenza pratica è duplice. Da un lato, le nuove esenzioni americane non valgono in Italia: un token venduto sotto la startup exemption della SEC non è per questo commercializzabile liberamente verso il pubblico europeo, dove valgono MiCA e le regole nazionali. C’è un dettaglio che rende il punto ancora più netto: la fundraising exemption è riservata alle entità statunitensi (maggioranza di dirigenti residenti negli USA, oltre metà degli asset sul suolo americano), quindi un progetto italiano non potrebbe nemmeno servirsene per raccogliere capitali oltreoceano. Dall’altro, le stesse truffe che la CETU insegue negli Stati Uniti, i finti bot AI, i rendimenti garantiti, le assicurazioni inventate, ricadono in Europa sotto il divieto di manipolazione e sotto le norme penali nazionali contro la truffa e l’abusivismo finanziario. Il vocabolario cambia, la sostanza no.
Vale la pena ricordare il contesto di mercato in cui tutto questo accade. Nella settimana della proposta, Bitcoin ha aperto intorno a 79.000 dollari e ha superato brevemente gli 81.000, come riportato da Yahoo Finance, mentre Ether restava attorno ai 2.480 dollari. Con l’euro sopra 1,167 dollari, ai massimi da metà maggio, si parla di circa 68.000 euro per un Bitcoin e circa 2.100 euro per un Ether. Parte della spinta di agosto è arrivata proprio dalle notizie regolatorie e dal contesto macro, come abbiamo raccontato nell’anatomia dello short squeeze d’agosto. È un promemoria utile: le regole muovono i prezzi, e i prezzi attirano nuovi investitori (e nuovi truffatori).
I nodi ancora aperti
Il quadro del 2026 è tutt’altro che chiuso. La proposta della SEC è, appunto, una proposta: dopo la consultazione di 60 giorni servirà un voto finale della Commissione, e realisticamente l’intero percorso rischia di scivolare nel 2027. Nel frattempo restano zone grigie importanti. La finanza decentralizzata pura, il restaking, i liquid staking token: molte di queste aree sono coperte solo da indicazioni non vincolanti dello staff, che una gestione futura potrebbe ritirare e che nessun tribunale è obbligato a seguire.
C’è poi la questione della durata. Una Commissione a due membri, senza contraddittorio interno e senza una legge del Congresso a blindare l’impianto (la CLARITY Act resta impantanata al Senato), costruisce un edificio regolatorio che poggia in gran parte sulla volontà di chi comanda oggi. Un cambio di presidenza o di maggioranza potrebbe rovesciare l’approccio con la stessa rapidità con cui è stato adottato. È la fragilità di ogni svolta fatta più di prassi che di legge. Anche l’Europa, va detto, non è priva di lacune: ne abbiamo discusso analizzando la revisione MiCA del 2026 e i vuoti da colmare su DeFi, staking e lending.
Resta infine il binario che conta di più per il risparmiatore comune. Mentre gli avvocati litigano sui perimetri e i commissari votano sulle esenzioni, il flusso di truffe con l’etichetta AI non accenna a fermarsi. La lezione dei casi Palafox e Fuller è semplice e senza scadenza: nessuna regola, americana o europea, protegge chi insegue rendimenti «garantiti» a due cifre in poche settimane. Il primo controllo antifrode resta quello che ciascuno fa da solo, prima di firmare.
Domande frequenti
Che cosa ha proposto la SEC il 18 agosto 2026?
La SEC ha proposto la Regulation Crypto Assets, un regime che crea due esenzioni dall’obbligo di registrazione dei titoli: una startup exemption fino a 5 milioni di dollari su quattro anni e una fundraising exemption fino a 75 milioni per ogni dodici mesi. La proposta prevede anche un safe harbor per far uscire un token dallo status di titolo e la prevalenza sulle norme statali. È in consultazione pubblica per 60 giorni e non è ancora legge.
La SEC ha smesso di perseguire le crypto?
No. La SEC ha abbandonato le grandi cause fondate sulla mancata registrazione (Coinbase, Kraken, Binance), ma l’enforcement antifrode continua e, sui casi con etichetta AI, è persino aumentato. Chi si avvale delle nuove esenzioni resta comunque soggetto alle norme antifrode e anti-manipolazione. Il perimetro non è sparito, si è spostato dalla forma alla sostanza.
Che cos’è il safe harbor della Regulation Crypto Assets?
È il meccanismo con cui un token può «separarsi» dal contratto di investimento e smettere di essere un titolo, una volta che l’emittente ha completato o abbandonato in modo permanente gli sforzi manageriali essenziali promessi e la rete ha raggiunto una maturità funzionale. La proposta non fissa una soglia meccanica di decentralizzazione, ma valuta le promesse concrete fatte agli acquirenti. In ogni caso le norme antifrode restano applicabili.
Le nuove regole della SEC valgono anche in Italia?
No. In Italia e nell’Unione Europea si applicano il regolamento MiCA e le regole nazionali, con la Consob come autorità competente per l’abuso di mercato e Banca d’Italia per i profili prudenziali. Un token venduto sotto un’esenzione statunitense non diventa per questo liberamente commercializzabile verso il pubblico europeo. Il periodo transitorio abbreviato di MiCA per l’Italia termina il 1 luglio 2026.
Cosa rischia chi promette rendimenti con bot di trading AI?
Molto. Negli Stati Uniti la Cyber and Emerging Technologies Unit della SEC persegue attivamente questi schemi come frode sui titoli, chiedendo restituzione dei profitti, sanzioni e interdizioni, come nei casi Palafox e Fuller. In Europa condotte analoghe ricadono sotto il divieto di manipolazione del Titolo VI di MiCA e sotto le norme penali nazionali contro la truffa. La regola pratica per l’investitore: rendimenti «garantiti» a due cifre in poche settimane sono quasi sempre il segnale di una frode.
Di Anneke de Vries, redazione Regulation di HOGE Wire. Analisi giornalistica, non consulenza finanziaria o legale.