h hoge.gg
Subscribe
BTC$67,432.18+2.34%ETH$3,521.44+1.08%SOL$178.62-0.62%BNB$612.30+0.41%XRP$0.6234-0.18%ADA$0.4521+3.12%DOGE$0.1623+1.86%AVAX$38.71-1.24%LINK$17.84+0.92%HOGE$0.00004120+4.21%
BTC$67,432.18+2.34%ETH$3,521.44+1.08%SOL$178.62-0.62%BNB$612.30+0.41%XRP$0.6234-0.18%ADA$0.4521+3.12%DOGE$0.1623+1.86%AVAX$38.71-1.24%LINK$17.84+0.92%HOGE$0.00004120+4.21%
● Regulation & Policy

SEC crypto: dall’enforcement al rulemaking, la prova dei commenti

Con il CLARITY Act affossato al Senato, la SEC punta tutto sul rulemaking. Il 20 ottobre scade la consultazione sulla Regulation Crypto Assets: ecco cosa cambia, e cosa rischia l'investitore.

Il 15 settembre 2026 il Senato degli Stati Uniti ha affossato il CLARITY Act, la legge che avrebbe dovuto separare una volta per tutte i compiti di SEC e CFTC sui mercati crypto. La mozione di procedura è caduta con 49 voti a favore e 50 contrari, sotto la soglia dei 60 richiesti e persino sotto la maggioranza semplice, come ha riportato CoinDesk. Titoli in prima pagina, autopsie politiche, recriminazioni tra i due partiti. Eppure la data che conta davvero per chi investe non è quella di un voto mancato, e nemmeno quella della prossima causa in tribunale: è il 20 ottobre.

Il 20 ottobre 2026 si chiude il periodo di consultazione pubblica sulla Regulation Crypto Assets, il pacchetto di regole con cui la SEC prova a riscrivere da sola, senza il Congresso, il modo in cui i token vengono offerti e venduti al pubblico americano. È il segnale di uno spostamento del baricentro che va raccontato per quello che è: l’enforcement, cioè la stagione delle cause e delle sanzioni che ha definito gli anni di Gary Gensler, ha smesso di essere lo strumento principale della SEC sul crypto. Al suo posto avanza il rulemaking, la scrittura di regole vincolanti attraverso la procedura amministrativa. È una differenza che va oltre lo stile: un’azione di enforcement colpisce un singolo operatore dopo i fatti, mentre una regola definisce in anticipo cosa è lecito per tutti. La prima punisce, la seconda disegna il campo da gioco. Meno tribunali, più regolamenti.

Il cambio di passo arriva mentre il mercato tira il fiato. Bitcoin viaggia poco sotto i 74.000 euro, in calo di circa il 3% nella giornata ma in rialzo di oltre il 10% sulla settimana secondo CoinGecko, ancora lontano dal record di quasi 111.000 euro toccato nell’ottobre 2025. Dopo lo strappo sopra i 75.000 euro delle settimane scorse, l’attenzione degli operatori si è spostata da Capitol Hill agli uffici del regolatore: perché è lì, e non in aula, che si sta decidendo la forma delle regole del 2027.

Il 20 ottobre, non un tribunale, è la scadenza che conta

Per anni la parola chiave dell’attività della SEC sul crypto è stata enforcement: indagini, diffide, cause civili, patteggiamenti milionari. Era così che l’agenzia definiva i confini del settore, caso per caso, davanti a un giudice. Oggi la parola chiave è un’altra, molto meno spettacolare: rulemaking. La SEC ha pubblicato la sua proposta di Regulation Crypto Assets il 18 agosto 2026 e l’ha depositata nel Federal Register il 21 agosto (documento 2026-17183, fascicolo S7-2026-27), facendo partire un periodo di commenti di 60 giorni. La scadenza, fissata nero su bianco, è il 20 ottobre 2026.

Un periodo di commenti non è un dettaglio burocratico. È il cuore della procedura con cui, negli Stati Uniti, un’agenzia federale trasforma un’idea in una regola vincolante. Chiunque, dai grandi exchange agli studi legali, dalle associazioni dei consumatori ai singoli cittadini, può inviare osservazioni scritte. La SEC è tenuta a leggerle e a rispondere a quelle rilevanti prima di approvare il testo definitivo. Ogni lettera depositata resta agli atti e può essere citata in un futuro ricorso; per questo studi legali, exchange e associazioni la preparano come se fosse una memoria processuale. Quel fascicolo di commenti, insomma, diventa la base su cui un domani un tribunale valuterà se la regola è stata scritta bene o va annullata.

Ecco perché il 20 ottobre pesa più di molte udienze: è il momento in cui il settore mette per iscritto cosa vuole, e in cui i critici mettono per iscritto perché la regola non dovrebbe reggere. La proposta arriva in un pacchetto imponente, 402 pagine, come conferma l’analisi dello studio Greenberg Traurig. Non è un discorso, non è una linea guida non vincolante: è un testo normativo destinato, se approvato, a diventare diritto federale. La SEC lo presenta come il modo di dare finalmente certezza a chi emette token. I critici lo leggono come il tentativo di svuotare dall’interno la tutela degli investitori. Su questa frattura si gioca tutto l’autunno.

Cosa è successo il 15 settembre (e perché costringe la SEC al rulemaking)

Il CLARITY Act doveva essere la soluzione pulita: una legge del Congresso che stabilisse in modo definitivo quali crypto asset ricadono sotto la SEC (i titoli) e quali sotto la CFTC (le commodity digitali). Una legge, a differenza di un regolamento di agenzia, è difficile da ribaltare: serve un altro voto del Congresso. Sarebbe stata la base più solida possibile per la svolta pro-crypto avviata dall’amministrazione. Ma al Senato la mozione di procedura non ha superato lo scoglio, bloccata da una disputa sui rendimenti delle stablecoin e da obiezioni etiche legate agli interessi crypto della famiglia Trump.

Il fallimento legislativo lascia un vuoto che qualcuno deve riempire, e le due agenzie hanno deciso di riempirlo da sole. Ne abbiamo scritto in dettaglio quando SEC e CFTC hanno annunciato che avrebbero scritto le regole da sole, con la CFTC del presidente Michael Selig pronta a costruire un regime unilaterale per i mercati crypto. Ma c’è una differenza sostanziale tra le due strade. La CFTC parte quasi da zero; la SEC ha già in canna una proposta formale, con tanto di numeri di regola e periodo di commenti aperto. Per la SEC, il fallimento del CLARITY non è un incidente: è la ragione per accelerare sul rulemaking, l’unico binario rimasto per rendere permanente ciò che finora era affidato a discorsi e a scelte discrezionali.

Le tre colonne di Atkins

Il messaggio è arrivato dal vertice, e con tempismo quasi teatrale. Il 14 settembre, alla vigilia del voto al Senato, il presidente della SEC Paul Atkins è intervenuto a un evento del Solana Policy Institute a Washington e ha messo le cose in chiaro: con o senza quella legge, ha detto, «with or without that legislation, this administration will deliver for American investors and technological innovators». Tradotto dal linguaggio istituzionale: se il Congresso non fa la sua parte, la SEC va avanti lo stesso.

Atkins ha descritto un’architettura fatta di tre colonne, quelle che lui stesso ha definito «three pillars of a single, rational, and comprehensive regulatory architecture». La prima è proprio la Regulation Crypto Assets, il regime di offerta dei token. La seconda è la modernizzazione dei transfer agent, gli operatori che tengono i registri della proprietà dei titoli, per adattarli ai libri mastri su blockchain. La terza è la chiarezza sulla custodia: la SEC ha chiesto ai propri uffici di preparare proposte che permettano ai consulenti finanziari di custodire crypto in proprio o di appoggiarsi a società fiduciarie statali.

Le altre due colonne contano più di quanto sembri. La modernizzazione dei transfer agent serve a dare valore giuridico ai registri tenuti su blockchain: se il libro dei soci di una società vive su una catena, qualcuno deve poter svolgere quel ruolo in un contesto nativo digitale. La chiarezza sulla custodia, invece, tocca un nervo scoperto per chi gestisce patrimoni: senza regole certe, molti consulenti finanziari americani non se la sono sentita di custodire crypto per i clienti. Permettere l’auto-custodia o l’appoggio a società fiduciarie statali apre la porta a un’offerta professionale che finora era rimasta ai margini. Tre cantieri regolamentari, non tre cause: è la mappa di come si fa policy quando si rinuncia alla via giudiziaria.

Dentro la Regulation Crypto Assets

Cosa c’è, in concreto, in quelle 402 pagine? La proposta costruisce due corsie per raccogliere capitali vendendo token senza dover affrontare la registrazione completa prevista dalle leggi sui titoli, più una terza norma che definisce quando un token smette di essere un titolo. Nel comunicato ufficiale la SEC parla di un quadro «fit-for-purpose», tagliato su misura per il settore.

La prima corsia è l’esenzione startup (Rule 200): consente di raccogliere fino a 5 milioni di dollari nell’arco di quattro anni, una sola volta per ciascun crypto asset, aprendo la porta anche agli investitori non accreditati e permettendo la sollecitazione generale, senza vincoli di rivendita fissati dalla regola. La seconda è l’esenzione per la raccolta (Rules 300-307), divisa in due livelli: fino a 20 milioni di dollari in dodici mesi per il Tier 1, fino a 75 milioni per il Tier 2. Qui servono un’entità statunitense e un legame operativo con il paese, un limite del 10% per gli investitori non accreditati e, per il Tier 2, bilanci certificati. Atkins ha sintetizzato l’obiettivo così: «Regulation Crypto Assets seeks to provide crypto asset entrepreneurs and market participants with clear pathways to raise capital under the federal securities laws», in una dichiarazione diffusa insieme alla proposta.

RegimeTetto di raccoltaCondizioni chiaveInvestitori ammessi
Esenzione startup (Rule 200)fino a 5 milioni USD in 4 anniuna sola volta per token; sollecitazione generale ammessa; nessun vincolo di rivendita da regolaanche non accreditati
Raccolta Tier 1 (Rules 300-307)fino a 20 milioni USD in 12 mesientità USA e nexus operativoanche non accreditati (limite del 10%)
Raccolta Tier 2 (Rules 300-307)fino a 75 milioni USD in 12 mesientità USA, nexus operativo, bilanci certificatianche non accreditati (limite del 10%)
Safe harbor (Rule 400)non è una raccoltal’investment contract cessa quando finiscono gli sforzi gestionali essenziali e si deposita il Form TRn.a.

La safe harbor e la fine dell’investment contract

La norma più delicata di tutte è la Rule 400, la cosiddetta safe harbor. Per capirla bisogna tornare al concetto di investment contract, il perno del famoso test di Howey: un asset è un titolo quando c’è un investimento di denaro in un’impresa comune con l’aspettativa di profitti derivanti dagli sforzi altrui. Molti token nascono così, con un team che promette di costruire una rete e di farla crescere. La domanda che ha tormentato il settore per anni è: quel token resta un titolo per sempre?

Per anni la risposta è arrivata dai tribunali, con esiti non sempre coerenti. Nel contenzioso su Ripple una corte federale distinse nel 2023 le vendite istituzionali di XRP (giudicate titoli) da quelle programmatiche sul mercato secondario (giudicate non titoli), una linea che lasciò più domande che certezze. Nel caso Terraform, invece, una giuria accertò la frode nel 2024. Il risultato era un mosaico di sentenze difficile da usare come bussola per chi voleva lanciare un progetto e non sapeva se, e quando, il suo token sarebbe uscito dall’orbita dei titoli.

La Rule 400 prova a sostituire quella giurisprudenza frammentata con un criterio unico, scritto e prevedibile, e alla domanda di prima risponde di no. Secondo la ricostruzione di Greenberg Traurig, l’investment contract cessa di esistere quando l’emittente ha «completed or otherwise permanently ceased all essential managerial efforts», cioè quando ha completato o abbandonato in via definitiva gli sforzi gestionali essenziali, e deposita presso la SEC un apposito modulo, il Form TR. In quel momento il token, in teoria, esce dal perimetro dei titoli e diventa qualcos’altro. È la traduzione in regola vincolante di un’idea che la SEC aveva già anticipato a marzo 2026, quando in un’interpretazione ufficiale aveva chiarito che la maggior parte dei crypto asset non è di per sé un titolo. Il passaggio dalla dichiarazione di principio alla regola scritta è esattamente ciò che distingue il rulemaking dall’enforcement: non più un giudice che decide caso per caso, ma un criterio pubblicato in anticipo.

L’enforcement non è morto: è diventato solo antifrode

Attenzione, però, a non confondere il ritiro dalla teoria della registrazione con una resa generale. La SEC non ha smesso di fare causa: ha cambiato bersaglio. I numeri raccolti da Cornerstone Research fotografano bene la svolta. Nell’anno fiscale 2025 le azioni crypto sono scese a 13, contro le 33 dell’anno prima, un calo del 60%. Le sanzioni pecuniarie si sono fermate a 142 milioni di dollari, meno del 3% del totale del 2024 (un anno gonfiato soprattutto dalla sentenza contro Terraform). E delle 13 azioni del 2025, cinque erano state avviate ancora sotto Gensler: solo otto sono nate sotto Atkins, e tutte contenevano accuse di frode.

È qui la vera cesura. Le cause fondate sull’idea che vendere un token equivalga a vendere un titolo non registrato sono state lasciate cadere; quelle contro le truffe vere e proprie no. Il caso di Ramil Palafox, fondatore di PGI Global, è emblematico: la SEC lo ha accusato di uno schema da 198 milioni di dollari, con oltre 57 milioni distratti per acquisti personali, pacchetti di trading crypto e forex venduti come titoli non registrati con la promessa di rendimenti garantiti. Storie simili valgono per Unicoin e per una serie di casi seguiti dalla nuova Cyber and Emerging Technologies Unit, l’unità nata a inizio 2025 con un mandato incentrato su frode, blockchain e intelligenza artificiale.

Anche il modo di fare enforcement è cambiato sotto la superficie. Dopo la sentenza SEC contro Jarkesy della Corte Suprema, del 2024, l’agenzia non può più decidere in casa le cause con sanzioni per frode: quando chiede pene pecuniarie deve andare davanti a una giuria in tribunale federale, il che rende ogni azione più lenta e costosa. Restano però due motori accesi: le segnalazioni dei whistleblower, premiati con una quota di quanto recuperato, e la stessa Cyber and Emerging Technologies Unit. La macchina antifrode, insomma, funziona ancora; è la teoria della registrazione a essere stata smontata. Il messaggio, per gli investitori, è chiaro: un’azione della SEC sul crypto oggi dice qualcosa sull’imputato, non sullo status legale del settore.

IndicatoreAnno fiscale 2024Anno fiscale 2025Variazione
Azioni crypto avviate3313-60%
Sanzioni pecuniarie (crypto)molto elevate (effetto Terraform)142 milioni USDmeno del 3% del 2024
Azioni avviate sotto Atkinsn.a.8 (tutte con accuse di frode)–
Azioni crypto archiviate dalla SEC–7–

Il grande ritiro: le cause che la SEC ha lasciato cadere

Per misurare la profondità del cambio di rotta basta guardare all’elenco delle cause chiuse nel 2025. La SEC di Gensler aveva costruito la sua strategia crypto su una serie di azioni di alto profilo fondate sulla teoria della registrazione: gli exchange e gli intermediari, sosteneva, offrivano titoli non registrati. Una dopo l’altra, quelle cause sono state ritirate. Il caso simbolo è Coinbase: a fine febbraio 2025 la Commissione ha votato per l’archiviazione e il deposito congiunto ha chiuso una delle battaglie legali più seguite del settore, come annunciato dalla stessa SEC.

Non è stata un’eccezione. Nella primavera del 2025 sono cadute, spesso con rinuncia definitiva all’azione, anche le cause contro Kraken, ConsenSys e Cumberland; a fine maggio è toccato a Binance; e ad agosto SEC e Ripple hanno chiuso la loro contesa lasciando cadere gli appelli incrociati, con la sanzione da circa 125 milioni di dollari sulle vendite istituzionali rimasta l’unico esito concreto. Il filo comune è evidente: la SEC ha smesso di usare il tribunale per stabilire se un token sia un titolo. A quella domanda, oggi, vuole rispondere con una regola scritta, ed è per questo che la Regulation Crypto Assets non è un episodio isolato ma il punto d’arrivo di un intero anno di disarmo giudiziario.

CasoTeoria dell’accusaEsito nel 2025
Coinbaseexchange di titoli non registratoarchiviata (febbraio)
Krakenexchange e broker non registratoarchiviata (primavera)
ConsenSys (MetaMask)broker non registratoarchiviata (primavera)
Binancepiattaforma di titoli non registrataarchiviata (maggio)
Ripplevendite di titoli non registrateappelli ritirati; sanzione istituzionale confermata

Perché il rulemaking è più fragile di una legge

Se il rulemaking è la nuova via maestra, vale la pena capire quanto sia solida. La risposta, per chi guarda oltre l’entusiasmo del momento, è: meno di quanto sembri. Un regolamento di agenzia vive in un equilibrio precario. Prima di tutto è attaccabile in tribunale: chi ritiene che la regola sia stata scritta in modo «arbitrario e capriccioso», o che ecceda i poteri conferiti dal Congresso, può impugnarla, e negli ultimi anni i giudici americani hanno mostrato crescente diffidenza verso le agenzie che decidono su questioni di grande rilievo economico senza un chiaro mandato legislativo, la cosiddetta major questions doctrine. Una regola nata per dare certezza potrebbe finire, paradossalmente, per generare nuovo contenzioso.

C’è poi il problema della reversibilità. Ciò che una Commissione scrive, un’altra Commissione può cancellare, seguendo la stessa procedura di notice-and-comment. E qui entra in gioco una sentenza che pochi collegano al crypto ma che cambia le fondamenta: nel giugno 2026, con Trump contro Slaughter, la Corte Suprema ha di fatto superato il precedente Humphrey’s Executor del 1935, stabilendo che il presidente può rimuovere a piacimento i vertici delle agenzie indipendenti. In pratica, la protezione che rendeva la SEC insensibile ai cambi di inquilino alla Casa Bianca si è indebolita: un futuro presidente potrebbe nominare una Commissione decisa ad abrogare la Regulation Crypto Assets. Una legge come il CLARITY avrebbe messo il settore al riparo da questa altalena; un regolamento, no. Chi costruisce un progetto pluriennale su queste basi lo fa sapendo che il terreno può spostarsi.

Le voci critiche: Better Markets e il rischio per i piccoli investitori

Non tutti applaudono. La critica più dura arriva da Better Markets, l’organizzazione per la tutela degli investitori guidata da Dennis Kelleher, che ha ribattezzato la SEC di Atkins la «Crypto Promotion Commission», la commissione che promuove il crypto invece di vigilarlo. Secondo l’organizzazione, la Regulation Crypto Assets «exempts offerings of crypto assets from the protections of the federal securities laws», cioè sottrae le offerte di token proprio a quelle tutele che la SEC dovrebbe far rispettare, lasciando i risparmiatori esposti agli abusi diffusi nel settore.

Il ragionamento di Better Markets è che l’agenda 2026 della SEC coincida con la lista dei desideri dell’industria e non con l’interesse del pubblico: l’agenzia, sostiene, non è più l’avvocato dell’investitore ma l’avvocato del settore che dovrebbe regolare. È una posizione di parte, certo, ma mette il dito su un punto reale: le esenzioni e la safe harbor riducono gli obblighi informativi verso chi compra. Meno prospetti, meno bilanci certificati, meno responsabilità civile in caso di dichiarazioni fuorvianti. Per un mercato che convive con truffe e progetti effimeri, alleggerire le regole di trasparenza è una scommessa; e la scommessa la pagano, se va male, i risparmiatori meno attrezzati. Sul tavolo del regolatore, tra oggi e il 20 ottobre, arriveranno molte lettere che lo diranno con parole simili.

Il periodo dei commenti, spiegato

Vale la pena fermarsi sul meccanismo, perché è ciò che rende questa fase decisiva. La procedura si chiama notice-and-comment ed è il modo standard con cui le agenzie federali americane adottano regole vincolanti. Primo passo: l’agenzia pubblica la proposta (il notice). Secondo passo: chiunque può inviare commenti entro la scadenza (qui, il 20 ottobre). Terzo passo: l’agenzia deve esaminare i commenti significativi e spiegare, nel testo finale, perché li accoglie o li respinge. Se salta questo passaggio, o se lo fa in modo superficiale, la regola diventa vulnerabile in tribunale, perché un giudice può annullarla proprio per mancata considerazione delle osservazioni.

Chi scrive, in genere? Da un lato l’industria (exchange, emittenti, fondi, studi legali) che spinge per esenzioni più larghe e ha già chiesto alla SEC di chiarire se il regime valga anche per gli emittenti esteri e se la safe harbor della Rule 400 si estenda ad altre leggi, come l’Investment Company Act. Dall’altro le associazioni dei consumatori e alcuni procuratori generali statali, che chiedono più tutele e meno scappatoie. Dopo il 20 ottobre la palla torna alla SEC: gli uffici analizzano il fascicolo, la Commissione può modificare il testo, ripubblicarlo per un nuovo giro di commenti o votare la regola definitiva. Un iter che, realisticamente, sfocia in una regola operativa solo nel corso del 2027, sempre che nel frattempo nessuno la impugni.

Due strade opposte: il rulemaking americano e la legge europea

Vista dall’Europa, la vicenda ha un sapore paradossale. Gli Stati Uniti stanno inseguendo con un regolamento di agenzia, fragile e reversibile, quella certezza normativa che l’Unione europea ha già ottenuto con una legge. MiCA, il regolamento sui mercati dei crypto asset, non nasce dalla discrezione di un’autorità: è un atto approvato dal Parlamento e dal Consiglio, applicabile direttamente in tutti gli Stati membri. Per cambiarlo non basta una nuova maggioranza in un’agenzia: serve un nuovo processo legislativo europeo. In termini di stabilità, è un altro pianeta.

In Italia il periodo transitorio di MiCA si è chiuso il 1° luglio 2026 (il decreto di attuazione è il D.lgs. 129/2024), con Consob competente sulla condotta di mercato e sulla tutela degli investitori e Banca d’Italia sui profili prudenziali e sulle stablecoin. C’è però un limite importante da ricordare: MiCA copre lo spot e i servizi in crypto asset, non i derivati. Come abbiamo spiegato nell’articolo su come MiCA copra lo spot ma non i perpetual, futures e contratti perpetui restano strumenti finanziari sotto MiFID II, vigilati da Consob. E la finanza decentralizzata? Anche lì il perimetro ha un confine netto, come racconta il pezzo su perché la DeFi resta fuori da MiCA: la regola scatta dove c’è un intermediario da autorizzare. Il quadro europeo, insomma, è più esteso e più stabile, ma non copre ogni angolo.

DimensioneStati Uniti (rulemaking SEC)Unione europea (MiCA)
Fonte delle regoleregolamenti di un’agenzia, non una leggeregolamento di Parlamento e Consiglio UE
Come nasceprocedura amministrativa notice-and-commentprocesso legislativo ordinario
Reversibilitàalta: una futura Commissione può abrogarebassa: serve una nuova legge UE
Ambitoofferte di contratti di investimento su cryptospot e servizi (CASP); derivati sotto MiFID II
Vigilanza (Italia)SEC (federale)Consob e Banca d’Italia; ESMA a livello UE

Cosa cambia per l’investitore italiano

La domanda pratica, per chi legge da Milano o da Palermo, è semplice: mi riguarda? La risposta è sì, ma in modo indiretto. Le tutele europee (l’autorizzazione dei prestatori di servizi, il whitepaper MiCA, le regole di condotta vigilate da Consob) si applicano ai servizi offerti dentro l’Unione. Non si applicano a un’offerta fatta negli Stati Uniti sotto le nuove esenzioni della SEC. In altre parole, se un progetto americano raccoglie capitali con la Rule 200 o la Rule 300, quel token nasce in un regime che chiede molte meno informazioni di quante ne pretenda MiCA per un’offerta al pubblico europeo.

Per il risparmiatore italiano questo significa una cosa concreta: comprare un token statunitense emesso sotto quelle esenzioni vuol dire, di fatto, uscire dal perimetro di protezione europeo ed entrare in uno molto più leggero. Non c’è una safe harbor equivalente nel diritto UE, e non c’è l’ombrello di Consob su un’offerta nata a migliaia di chilometri di distanza. Vale la regola di sempre, ancora più stringente in questo contesto: verificare che l’intermediario tramite cui si opera sia un CASP autorizzato, leggere il whitepaper e ricordare che sui derivati si applica MiFID II.

Non a caso Consob, insieme all’AMF francese e alla FMA austriaca, ha proposto una vigilanza europea più uniforme, fino a una supervisione diretta dell’ESMA sui grandi operatori: un modo per non lasciare che le divergenze tra ordinamenti diventino scappatoie per chi cerca la regola più permissiva. Sullo sfondo restano le variabili macro, dai tassi alla forza del dollaro, che orientano anche la politica crypto delle banche e il clima in cui queste regole verranno applicate. Una cosa è certa: la responsabilità di distinguere un’offerta seria da una trappola torna, più che mai, in capo a chi compra.

Il calendario: cosa aspettarsi dopo il 20 ottobre

Chiuso il periodo dei commenti, la partita non finisce, si sposta. Nelle settimane successive gli uffici della SEC dovranno analizzare le lettere ricevute, che su un tema così sentito saranno molte e spesso corpose. A quel punto la Commissione ha davanti tre opzioni: approvare la regola più o meno com’è, modificarla in modo significativo e riproporla per un nuovo giro di commenti, oppure lasciarla sedimentare. Sul crypto, dove il vento politico spinge, l’ipotesi più probabile è un’approvazione nel corso del 2027, seguita quasi certamente da almeno un ricorso in tribunale che ne metterà alla prova la tenuta.

Sullo sfondo si muovono altri due orologi. Il primo è quello della CFTC, che sta costruendo il suo regime parallelo per i mercati crypto e potrebbe arrivare al traguardo con tempi diversi da quelli della SEC, aprendo il tema di come le due regole si incastreranno tra loro. Il secondo è politico: le elezioni di metà mandato del novembre 2026 possono cambiare gli equilibri al Congresso e, con essi, le probabilità che il CLARITY (o una sua versione) torni in vita nel 2027. Se dovesse passare una legge, tutto l’edificio del rulemaking diventerebbe meno urgente e più solido allo stesso tempo. Se non dovesse passare, la Regulation Crypto Assets resterà l’unica gamba su cui poggia la certezza normativa americana, con tutta la fragilità che questo comporta.

Cosa tenere d’occhio

Per orientarsi nelle prossime settimane, questi sono i segnali che contano davvero:

  • La scadenza del 20 ottobre e il numero, oltre che il tono, delle lettere di commento depositate.
  • Se la SEC deciderà di approvare la regola, modificarla e riproporla, o rinviare.
  • L’eventuale annuncio di un ricorso che contesti la regola come arbitraria o eccedente i poteri dell’agenzia.
  • Un nuovo grande caso di frode, che confermerebbe la linea antifrode senza tornare alla teoria della registrazione.
  • Le mosse della CFTC sul suo regime parallelo e la spinta europea verso una vigilanza ESMA più centralizzata.
  • Il risultato delle elezioni di metà mandato e le sue ricadute sulle chance di una legge crypto nel 2027.

Domande frequenti

Che cos’è la Regulation Crypto Assets della SEC?

La Regulation Crypto Assets è il pacchetto di regole proposto dalla SEC il 18 agosto 2026 per creare un percorso su misura con cui offrire e vendere token negli Stati Uniti. Prevede due esenzioni dalla registrazione, una fino a 5 milioni di dollari per le startup e una fino a 75 milioni per la raccolta, e una safe harbor che stabilisce quando un token smette di essere un contratto di investimento.

Quando scade il periodo di commenti sulla Regulation Crypto Assets?

Il periodo di consultazione pubblica dura 60 giorni dalla pubblicazione in Federal Register, avvenuta il 21 agosto 2026, e si chiude il 20 ottobre 2026. Dopo quella data la SEC esamina i commenti e può modificare, riproporre o approvare la regola definitiva, un percorso che realisticamente arriva al 2027.

La SEC ha smesso di fare enforcement sul crypto?

No, ma lo ha ristretto. Nell’anno fiscale 2025 le azioni crypto sono scese a 13 dalle 33 dell’anno prima, un calo del 60%, e le sanzioni sono state meno del 3% di quelle del 2024. Le cause basate sulla teoria della registrazione sono state abbandonate, mentre le frodi conclamate restano perseguite.

Che differenza c’è tra il rulemaking della SEC e MiCA in Europa?

Negli Stati Uniti le regole nascono da un’agenzia, la SEC, attraverso una procedura amministrativa, e una futura Commissione può abrogarle. In Europa MiCA è un regolamento approvato dal Parlamento e dal Consiglio: per cambiarlo serve una nuova legge, quindi è molto più stabile e difficile da ribaltare.

Un investitore italiano è protetto se compra un token emesso negli Stati Uniti?

Le tutele europee, come l’autorizzazione CASP, il whitepaper MiCA e le regole di condotta vigilate da Consob, si applicano ai servizi offerti nell’Unione, non a un’offerta fatta negli Stati Uniti sotto le nuove esenzioni della SEC. Chi acquista un token statunitense esce di fatto dal perimetro di protezione europeo e si espone a obblighi informativi molto più leggeri.

Di Marco Ferrante, redattore senior di HOGE Wire, si occupa di regolamentazione e mercati crypto.

Share 𝕏 Post Telegram