SEC e gaming Web3: NFT e skin fuori dal mirino nel 2026
Con la proposta Regulation Crypto Assets la SEC chiarisce che skin, carte e NFT di gioco non sono titoli. In Europa però PEGI e MiCA stringono: ecco cosa cambia per studi e giocatori.
Per uno studio di gaming Web3, l’autunno 2026 si apre con un paradosso. Su una sponda dell’Atlantico la SEC, per anni l’incubo del settore, ha appena proposto un regolamento che dice a chiare lettere una cosa sola: skin, carte collezionabili e NFT dei personaggi, in generale, non sono titoli finanziari. Sull’altra sponda l’Europa stringe: dal giugno 2026 qualsiasi gioco che integri NFT si porta a casa un PEGI 18, e il regolamento MiCA tiene chi emette asset di gioco su blockchain dentro obblighi di licenza, trasparenza e antiriciclaggio. Stesso studio, trattamento opposto.
Lo spartiacque americano ha una data precisa: il 18 agosto 2026, quando la Commissione ha proposto «Regulation Crypto Assets», pubblicata nel Federal Register il 21 agosto, con un periodo di commento pubblico aperto fino a circa il 20 ottobre. È la naturale prosecuzione di una svolta già visibile nel 2025, quando la SEC ha archiviato senza incriminazioni le indagini su OpenSea e sulla piattaforma di gaming Web3 Immutable. Per un comparto che sotto la presidenza Gensler aveva visto azioni di enforcement contro i creatori di NFT, è un ribaltamento. Il contesto di mercato aiuta a inquadrarlo: al 2 settembre 2026 Bitcoin viaggia intorno ai 66.000 euro (circa 76.600 dollari) ed Ether attorno ai 2.050 euro, secondo CoinGecko, con BTC ancora sotto il massimo storico dell’autunno 2025 in una fase di mercato appesantita dai toni restrittivi della Fed di cui abbiamo scritto a proposito del rally d’agosto frenato da Warsh.
Ma «non è un titolo» non significa «nessuna regola». Questa guida mappa dove finiscono gli asset di gioco nella nuova tassonomia americana, quando un NFT di gioco può ancora far scattare la disciplina sui titoli, e perché l’Europa (MiCA, ESMA, PEGI e il dibattito italiano sulle loot box) si muove nella direzione contraria. Per il lettore italiano il quadro di riferimento resta Consob per la condotta di mercato e la tutela dell’investitore, Banca d’Italia per il profilo prudenziale, MiCA a livello europeo.
Da Gensler ad Atkins: perché la SEC ha cambiato rotta
Per capire quanto sia netta la svolta bisogna ricordare da dove si parte. Sotto Gary Gensler la SEC trattava larga parte del mondo cripto come un mercato di titoli non registrati, applicando il test di Howey in modo espansivo: se acquisti un token aspettandoti un profitto dallo sforzo altrui, quel token può essere un contratto d’investimento e quindi un titolo. Con l’insediamento di Paul Atkins nell’aprile 2025 l’impostazione è cambiata di segno. L’obiettivo dichiarato, ripetuto in più occasioni, è «tracciare linee chiare in termini chiari»: fissare regole scritte invece di stabilire il perimetro caso per caso, in tribunale.
La commissione che ha proposto Regulation Crypto Assets è composta da tre membri su cinque, tutti repubblicani, dopo l’uscita dell’unica commissaria democratica Caroline Crenshaw a inizio 2026. La proposta è passata con voto scritto 3-0 (Atkins, Hester Peirce e Mark Uyeda), senza dissensi interni. Chi critica questa fase legge proprio in quell’unanimità un problema. Benjamin Schiffrin, direttore della politica sui titoli di Better Markets, ha accusato l’agenzia di essere «diventata la Crypto Promotion Commission», sostenendo che esentare le cripto dagli obblighi di registrazione toglie protezione agli investitori. È una tensione che percorre l’intera materia, e che vale la pena tenere a mente anche parlando di giochi. Sul quanto sia solida e reversibile questa svolta ci siamo soffermati nell’analisi dedicata a quanto regge davvero la linea di Atkins.
La stagione degli attacchi: Impact Theory e Stoner Cats
La prima volta che la SEC ha colpito un emittente di NFT come offerta di titoli non registrata risale all’agosto 2023, con il caso Impact Theory. La società di media di Los Angeles aveva venduto, tra ottobre e dicembre 2021, tre livelli di NFT chiamati «Founder’s Keys» (Legendary, Heroic e Relentless), incoraggiando gli acquirenti a considerarli un investimento nell’azienda: se Impact Theory avesse avuto successo, i possessori ne avrebbero tratto profitto. La raccolta era stata di circa 30 milioni di dollari. Senza ammettere né negare gli addebiti, la società ha accettato di pagare oltre 6,1 milioni di dollari fra disgorgement, interessi e sanzione civile, di distruggere gli NFT residui, di rinunciare alle royalty sulle vendite secondarie future e di istituire un Fair Fund per rimborsare gli acquirenti danneggiati (i dettagli sono nel comunicato SEC 2023-163 e nella ricostruzione di Decrypt).
Poche settimane dopo, a settembre 2023, è arrivato il caso Stoner Cats: una collezione di NFT legata a una serie animata, finanziata promettendo agli acquirenti contenuti esclusivi sviluppati grazie agli sforzi imprenditoriali del team. La SEC ha inquadrato anche quegli NFT come contratti d’investimento; la società ha pagato una sanzione civile di 1 milione di dollari e istituito un Fair Fund (l’inquadramento giuridico è ben spiegato nell’alert di Akin Gump). Due casi, un messaggio: la promessa di profitto legata allo sforzo del promotore poteva trasformare un oggetto digitale «da collezione» in un titolo.
| Caso | Periodo | Esito | Nota per il gaming |
|---|---|---|---|
| Impact Theory (Founder’s Keys) | Azione ago. 2023 | Oltre 6,1 mln $, distruzione NFT, stop royalty, Fair Fund | Prima azione SEC su NFT come titoli |
| Stoner Cats | Azione set. 2023 | 1 mln $ di sanzione, Fair Fund | NFT legati a contenuti «promessi» dal team |
| OpenSea (marketplace) | Wells notice ago. 2024 | Indagine archiviata 21 feb. 2025 | Marketplace NFT, nessuna incriminazione |
| Immutable (gaming L2) | Wells notice nov. 2024 | Indagine archiviata mar. 2025 | Piattaforma di gaming Web3, «vittoria» per il settore |
«Nessun principio limitante»: il dissenso di Peirce e Uyeda
Già nel 2023 due dei commissari che oggi guidano la svolta avevano messo per iscritto le loro obiezioni. Nella dichiarazione di dissenso sul caso Stoner Cats, Hester Peirce e Mark Uyeda scrivevano che applicare l’analisi di Howey a quel tipo di NFT «non ha alcun principio limitante significativo», con implicazioni per i creatori di ogni genere; il rischio, avvertivano, era che la creatività di artisti e sviluppatori appassisse nell’incertezza legale, e chiedevano linee guida chiare per chi emette e promuove NFT (il testo è nella dichiarazione congiunta sul sito SEC). Il punto era pratico: se un tratto tipico degli NFT, la royalty sulle vendite secondarie, bastava a evocare l’aspettativa di profitto, allora quasi qualunque collezione poteva finire nella rete dei titoli.
Quel dissenso, minoritario nel 2023, è diventato la linea ufficiale nel 2025-2026. Non è un dettaglio: chi progetta economie di gioco su blockchain ha bisogno di sapere in anticipo se una skin scambiabile o una carta rara farà scattare obblighi da mercato mobiliare. La differenza tra «lo decidiamo in tribunale» e «lo scriviamo in un regolamento» è la differenza tra costruire e aspettare.
OpenSea e Immutable: le indagini chiuse e il nuovo clima
Il cambio di clima si è visto prima nei fatti che nelle regole. Nell’agosto 2024 OpenSea, il principale marketplace di NFT, aveva ricevuto un Wells notice: la SEC valutava un’azione sostenendo che gli NFT scambiati sulla piattaforma fossero titoli non registrati. A febbraio 2025 la storia si è chiusa senza conseguenze: il 21 febbraio l’amministratore delegato Devin Finzer ha annunciato che l’agenzia non avrebbe raccomandato alcuna azione, come riportato da CoinDesk. Nelle stesse settimane sono state archiviate anche le indagini su Robinhood, Uniswap Labs e Gemini.
Per il gaming il segnale più forte è arrivato però da Immutable, la piattaforma layer 2 dedicata ai giochi su Ethereum. Colpita da un Wells notice a fine 2024, nel marzo 2025 ha comunicato che la SEC aveva chiuso l’inchiesta senza accertare violazioni, circa cinque mesi dopo. Il presidente e cofondatore Robbie Ferguson ha raccontato che l’agenzia aveva inviato una lettera di archiviazione non sollecitata e senza spiegazioni, definendo l’esito una vittoria per il gaming Web3 (la vicenda è ricostruita da Cointelegraph e da GamesBeat). Un conto è un marketplace generalista come OpenSea; un altro è una piattaforma il cui core business sono proprio gli oggetti di gioco tokenizzati e le carte digitali. Il messaggio implicito era che quel modello, di per sé, non sarebbe stato trattato come emissione di titoli.
La tassonomia in cinque categorie: dove finiscono skin e NFT
Il salto dalla prassi alla dottrina è avvenuto nel marzo 2026, con l’interpretazione congiunta di SEC e CFTC (efficace dal 23 marzo). Il documento organizza le cripto-attività in cinque categorie: merci digitali (come Bitcoin, Ether, Solana), collezionabili digitali (gli NFT e i meme coin), strumenti digitali (utility, credenziali, accessi), stablecoin di pagamento e titoli digitali (strumenti finanziari tokenizzati). La categoria che conta per il gaming è la seconda: i collezionabili digitali, dice il testo, possono rappresentare opere d’arte, musica, video, carte collezionabili, oggetti di gioco o riferimenti culturali, e in quanto tali non sono titoli (l’analisi di riferimento è nell’alert di Ropes and Gray).
Una guida specializzata sul Web3 gaming lo traduce senza giri di parole: oggetti di gioco, carte, skin, armi e NFT dei personaggi sono considerati non-titoli, «a condizione che siano commercializzati senza l’aspettativa di un profitto derivante dagli sforzi altrui», mentre staking, airdrop e mining vengono letti come pagamenti per servizi e interazioni non d’investimento (così eGamers). È la sistemazione ordinata di ciò che il caso Immutable aveva già lasciato intendere. Chi conosce il dibattito su cosa renda «arte on-chain» un oggetto e non un investimento ritroverà molte delle stesse domande affrontate a proposito di Ordinals e NFT su Bitcoin.
| Asset di gioco | Categoria SEC | È un titolo? | Condizione chiave |
|---|---|---|---|
| Skin, armi, oggetti cosmetici NFT | Collezionabile digitale | In generale no | Nessuna promessa di profitto dallo sforzo del team |
| Carte collezionabili (es. trading card) | Collezionabile digitale | In generale no | Valore d’uso/culturale, non d’investimento |
| Pass di accesso, biglietti, credenziali | Strumento digitale | No | Funzione d’uso concreta |
| Ricompense da staking/airdrop in gioco | Non-investimento | No (se senza discrezionalità sui rendimenti) | Compenso per servizi, non quota di profitto |
| NFT frazionato o con quota di ricavi promessa | Possibile contratto d’investimento | Può esserlo | Frazionamento o profitto promesso |
| Token di governance con promesse di rendimento | Zona grigia | Dipende | Sforzo manageriale e aspettativa di profitto |
Regulation Crypto Assets: la proposta di agosto e le tre corsie
L’interpretazione di marzo era una lettura delle norme esistenti; la proposta di agosto prova a scriverne di nuove. Il 18 agosto 2026 la SEC ha proposto Regulation Crypto Assets, un regime su misura per le offerte di cripto-attività, pubblicato nel Federal Register il 21 agosto (documento 2026-17183). Il testo, di circa quattrocento pagine, apre un periodo di commento di sessanta giorni: chi vuole far sentire la propria voce, studi di gioco compresi, ha tempo fino a circa il 20 ottobre 2026 (una buona sintesi dei meccanismi è nell’analisi di Sidley).
La proposta disegna tre corsie per raccogliere capitali senza registrare un’offerta di titoli. La prima è un’esenzione per startup fino a 5 milioni di dollari in quattro anni, con informativa semplificata e senza bilanci certificati. La seconda è un’esenzione di raccolta a due livelli: fino a 20 milioni di dollari in dodici mesi con bilanci non certificati (Tier 1) e fino a 75 milioni con bilanci certificati (Tier 2), tramite un nuovo modulo dedicato. La terza è un vero safe harbor sul contratto d’investimento: quando il team fondatore ha «completato o cessato in modo permanente» gli sforzi manageriali essenziali promessi, il contratto d’investimento decade e il token esce dallo status di titolo. È il principio che eGamers chiama «scadenza temporale»: un asset può passare da titolo a non-titolo man mano che la rete si decentralizza. Per un gioco che lancia un token di ecosistema e poi cede il controllo alla comunità, è esattamente la traiettoria che serviva veder riconosciuta.
Attenzione a un dettaglio che pesa sui lettori europei: le esenzioni di raccolta sono riservate a entità statunitensi (maggioranza degli amministratori e dei dirigenti residenti negli USA, oltre metà degli asset nel Paese, gestione amministrata negli USA), con un tetto del 10% del reddito o del patrimonio per gli investitori non professionali. Uno studio italiano che voglia usare quelle corsie, in pratica, non può; per lui il quadro resta MiCA, non Washington.
La clausola che conta: «senza aspettativa di profitto altrui»
La buona notizia per gli sviluppatori ha una postilla che è tutto tranne che formale. Gli oggetti di gioco non sono titoli «a condizione che siano commercializzati senza l’aspettativa di un profitto derivante dagli sforzi altrui». Il verbo chiave è commercializzati. Non conta solo cosa vendi, ma come lo vendi. Una skin proposta come oggetto estetico resta un collezionabile; la stessa skin proposta come «edizione limitata che si rivaluterà quando il gioco esploderà», con roadmap di prezzo e promesse di rendimento, rischia di scivolare nel territorio del contratto d’investimento. Il caso Impact Theory nasceva esattamente da questo: la comunicazione trattava l’NFT come una scommessa sul successo dell’azienda.
Due meccaniche fanno alzare l’antenna più delle altre. La prima è il frazionamento: se un collezionabile viene suddiviso in quote che danno a molte persone una frazione di proprietà, l’interpretazione di marzo avverte che può diventare un titolo. La seconda è la promessa di una quota di ricavi: un NFT che dà diritto a una percentuale degli incassi del gioco somiglia molto a uno strumento finanziario. Per un game designer la lezione è chiara: la libertà appena concessa è larga sul piano del prodotto (skin, carte, oggetti), stretta sul piano della finanza (rendimenti promessi, quote, frazioni).
Un esempio pratico chiarisce la soglia. Vendere una spada leggendaria descrivendola come «oggetto raro e potente per il tuo personaggio» resta nel perimetro del collezionabile; venderla mostrando un grafico di come le edizioni precedenti si siano rivalutate, con la promessa che «chi entra ora guadagnerà quando arriveranno nuovi giocatori», sposta il messaggio verso l’offerta d’investimento. Non cambia l’oggetto, cambia la promessa; ed è la promessa che il test di Howey misura. Per questo gli uffici legali degli studi, più che riscrivere il codice del gioco, oggi riscrivono le pagine di vendita.
Play-to-earn e doppio token: la zona grigia che resta
Se gli oggetti cosmetici escono dalla zona di rischio, i modelli play-to-earn ci restano con un piede dentro. Il caso di scuola è Axie Infinity, costruito da Sky Mavis sulla chain Ronin, con un doppio token (una valuta di gioco a inflazione elevata e un token di governance a offerta limitata) e un’economia che a un certo punto prometteva rendimenti reali ai giocatori delle economie emergenti. Quando la promessa centrale diventa «gioca e guadagna», l’aspettativa di profitto torna al centro del test di Howey; e se quel guadagno dipende dallo sforzo continuo del team, dei suoi aggiornamenti e delle sue politiche di emissione, la casella «sforzo altrui» si riempie.
La stessa ambiguità riguarda i token di governance a cui vengono attaccate ricompense, gli staking pool interni ai giochi con rendimenti gestiti dallo studio, e le tesorerie che ricomprano token promettendo apprezzamento. Nessuna di queste cose è vietata; semplicemente non gode dello stesso via libera automatico degli oggetti collezionabili. E qui si affaccia un tema che tornerà: le economie di gioco sempre più automatizzate, con bot e agenti che accumulano risorse e le fanno fruttare, spostano il baricentro dal giocatore-consumatore all’operatore-investitore, un terreno affine a quello che abbiamo esplorato parlando di agenti AI che gestiscono la DeFi. Più l’oggetto di gioco assomiglia a uno strumento finanziario operato da altri, più la classificazione morbida vacilla.
Dai giochi di carte ai mondi virtuali: chi tocca la nuova mappa
Tradotta sui progetti reali, la mappa diventa più leggibile. Un gioco di carte collezionabili come Gods Unchained, sviluppato proprio da Immutable, emette carte sotto forma di NFT: sono collezionabili digitali a tutti gli effetti e, se vendute come pezzi giocabili e non come scommessa sul successo dello studio, ricadono nella categoria appena liberata. Lo stesso vale per le skin cosmetiche di uno sparatutto o per gli oggetti estetici di un gioco di corse: oggetti d’uso e di status, non quote di un’impresa.
I mondi virtuali complicano il quadro. Piattaforme come The Sandbox e Decentraland tokenizzano appezzamenti di terreno digitale come NFT: una singola parcella somiglia a un collezionabile, ma quando la stessa piattaforma emette un token di ecosistema fungibile e ne lega il valore alla crescita degli utenti, quel token si sposta sull’altra sponda della linea. I giochi play-to-earn come Axie Infinity e Pixels, entrambi legati alla chain Ronin, mettono insieme le due cose: NFT cosmetici o di utilità (in chiaro) e token di ricompensa o governance (in zona grigia). È il punto centrale della riforma americana: non si classifica «il gioco», si classifica ogni singolo asset che il gioco emette.
Restano di mezzo i marketplace. Piattaforme di scambio come OpenSea o Magic Eden, e i marketplace interni degli stessi editori, vivono di vendite secondarie e di royalty; ed erano proprio le royalty perpetue uno degli argomenti che la SEC di Gensler usava per evocare l’aspettativa di profitto. Con la nuova impostazione quell’argomento perde forza, ma non sparisce: un marketplace che promuove le collezioni come occasioni di investimento, o che costruisce programmi di rendimento sugli oggetti scambiati, si riporta da solo sotto i riflettori. La libertà è dell’oggetto, non del modo in cui lo si vende.
L’altra sponda: MiCA, ESMA e gli NFT di gioco in Europa
In Europa non esiste un test di Howey, esiste MiCA. Il regolamento (UE) 2023/1114, all’articolo 2, paragrafo 3, esclude dal proprio ambito gli NFT genuinamente unici e non fungibili. Ma vale la sostanza, non l’etichetta: una serie ampia di NFT sostanzialmente intercambiabili, o un NFT frazionato, può rientrare tra le cripto-attività coperte da MiCA. E se un token di gioco presenta le caratteristiche di uno strumento finanziario, esce da MiCA ed entra nella MiFID II, con la vigilanza del regolatore di mercato nazionale. A chiarire il confine sono intervenute le linee guida ESMA del 19 marzo 2025 su quando una cripto-attività si qualifica come strumento finanziario, applicabili dal 18 maggio 2025 (una lettura accessibile è nel commento di Deloitte).
La differenza di filosofia è profonda. La SEC ragiona per classificazione: questo è un titolo, quello no. MiCA ragiona per servizio: chi emette token di gioco, gestisce marketplace o consente scambi di asset con valore reale tra giocatori diventa un fornitore di servizi (CASP) e deve rispettare licenza, obblighi informativi e regole antiriciclaggio (una panoramica del contrasto USA-UE per il gaming è in questa analisi). In Italia il recepimento passa dal D.lgs. 129/2024, che affida a Consob la condotta di mercato e a Banca d’Italia il profilo prudenziale; il periodo transitorio si è chiuso il 1 luglio 2026. Per uno studio europeo, insomma, l’assoluzione americana sugli oggetti collezionabili non toglie di mezzo gli adempimenti di casa.
PEGI cambia le regole: dal giugno 2026 gli NFT valgono un PEGI 18
Mentre a Washington si allentano le briglie sui titoli, l’Europa stringe sul fronte che tocca più da vicino i giocatori: la classificazione per età. Il 12 marzo 2026 PEGI, il sistema di rating usato in Italia e in gran parte d’Europa, ha annunciato la riforma più profonda della sua storia, con quattro nuove «categorie di rischio interattivo» applicate ai titoli sottoposti a valutazione a partire da giugno 2026. Le nuove etichette non guardano più solo ai contenuti (violenza, linguaggio), ma ai meccanismi di monetizzazione e di coinvolgimento (i dettagli sono nell’analisi di Reed Smith e nel resoconto di Video Games Chronicle).
Le soglie sono nette. I giochi con loot box, o comunque con «oggetti casuali a pagamento», riceveranno un rating minimo PEGI 16. I giochi con funzioni di comunicazione non moderata finiranno a PEGI 18. E soprattutto: qualsiasi titolo che integri NFT o meccanismi basati su blockchain viene classificato PEGI 18, la fascia più alta. Le offerte a tempo o a quantità limitata scattano almeno a PEGI 12. Non è retroattivo per i giochi già valutati, salvo aggiornamenti sostanziali. Il paradosso è servito: lo stesso NFT che negli Stati Uniti esce dalla categoria dei titoli, in Europa spinge automaticamente il gioco che lo contiene nella fascia riservata agli adulti, con ricadute dirette su visibilità negli store, marketing e pubblico raggiungibile.
Loot box, AGCM e il nodo italiano del gioco d’azzardo
La stretta di PEGI si innesta su un dibattito italiano tutt’altro che chiuso. In Italia le loot box, oggi, non sono equiparate al gioco d’azzardo, a differenza di quanto avviene in Belgio e nei Paesi Bassi, dove sono trattate come scommesse. Il tema è però da anni sul tavolo delle istituzioni. L’AGCM, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ha aperto procedimenti nei confronti di grandi editori come Electronic Arts e Activision Blizzard (per titoli come Hearthstone e Overwatch) contestando pratiche commerciali scorrette legate ai meccanismi di acquisto, poi chiusi con impegni a rendere più trasparenti costi e probabilità (una ricostruzione è su Vita). Numerosi esperti chiedono da tempo di ricondurre le loot box alle norme esistenti sull’azzardo o di introdurne di nuove.
Qui i piani si intrecciano in modo istruttivo. La SEC risponde alla domanda «questo oggetto è un titolo?»; Consob e la MiFID II rispondono alla stessa domanda in chiave europea; PEGI risponde a «a quale età posso vendere questo gioco?»; l’AGCM e il legislatore italiano rispondono a «questo meccanismo è azzardo o pratica commerciale?». Un singolo NFT di gioco può attivare quattro griglie diverse contemporaneamente. Per uno studio, il rischio non è più solo la lettera di un ente federale americano: è la somma di regimi che non parlano tra loro e che, nel 2026, si muovono in direzioni opposte.
Cosa cambia per studi, creator e giocatori italiani
Per uno studio italiano il messaggio operativo è duplice. Da un lato, il mercato statunitense diventa più accessibile: skin, carte e oggetti cosmetici NFT possono essere venduti negli USA senza il timore che vengano trattati come titoli, purché la comunicazione non li presenti come investimenti. Dall’altro, il safe harbor per raccogliere capitali è riservato a entità americane, quindi resta fuori portata: chi vuole finanziare un gioco emettendo token dovrà passare per MiCA e per gli adempimenti verso Consob e Banca d’Italia. La combinazione, per un editore europeo, è «vendo più facilmente, ma raccolgo con le stesse regole di prima».
- Rivedere la comunicazione di marketing: togliere ogni promessa di rendimento o rivalutazione dagli oggetti di gioco, per restare nella casella «collezionabile».
- Progettare le meccaniche premianti con cautela: staking interno, quote di ricavi e frazionamenti sono i tratti che riavvicinano un NFT allo status di titolo.
- Mettere in conto un PEGI 18 se il gioco integra NFT o funzioni blockchain, con l’impatto che ne deriva su store, visibilità e fascia di pubblico.
- Verificare gli obblighi CASP sotto MiCA quando si emettono token o si consentono scambi di asset con valore reale tra giocatori.
Per il singolo giocatore o collezionista italiano, invece, la classificazione americana conta soprattutto in via indiretta. Se gli oggetti di gioco non sono titoli, i marketplace statunitensi tornano ad aprirsi senza i geoblocchi e le restrizioni introdotte per prudenza negli anni scorsi, e l’offerta di giochi e collezioni raggiungibili si allarga. Ma le tutele si spostano altrove: non c’è la rete di protezione del diritto dei mercati finanziari, e valgono semmai le regole europee sulla tutela del consumatore e, per i minori, i nuovi paletti PEGI. Comprare una skin resta un acquisto, non un investimento vigilato; è bene ricordarlo quando un progetto promette che quello stesso oggetto varrà molto di più domani.
C’è poi il capitolo fiscale, che riguarda anche i singoli giocatori e i creator. In Italia le plusvalenze realizzate cedendo NFT e token, incluse quelle di provenienza play-to-earn, rientrano nel regime delle cripto-attività: le regole di calcolo, le aliquote e le compensazioni restano in evoluzione e vanno seguite con attenzione, soprattutto in vista delle mosse di fine anno che abbiamo dettagliato parlando di minusvalenze e ottimizzazioni prima della manovra. La deregulation americana sulle classificazioni non tocca in alcun modo il fisco italiano.
Quanto è solida la svolta? Il rischio reversibilità
Un ultimo avvertimento, che vale per gli oggetti di gioco come per l’intero comparto. La cornice americana che libera skin e NFT poggia su basi meno stabili di quanto sembri. L’interpretazione di marzo 2026 è una lettura amministrativa, non una legge; Regulation Crypto Assets è ancora una proposta in consultazione, che dovrà superare i commenti e un voto finale, verosimilmente non prima del 2027. La guida amministrativa può essere ritirata da una futura commissione senza passare per un nuovo iter, e nessun tribunale è vincolato a seguirla. La commissaria Peirce, tra le artefici della svolta, lascerà l’incarico a novembre 2026, e la sua successione non è ancora definita. Solo una legge del Congresso, come il CLARITY Act tornato all’esame del Senato a settembre, renderebbe la nuova impostazione davvero difficile da smontare; finché resta a livello di interpretazione e regolamento proposto, uno studio prudente non costruisce l’intera economia del gioco su un via libera reversibile. È la stessa fragilità strutturale che abbiamo analizzato chiedendoci quanto sia solida davvero la svolta di Atkins.
Il contrasto con l’Europa, in questo, è quasi ironico. MiCA è un regolamento di primo livello, difficile da ribaltare; PEGI è un sistema privato ma pervasivo e già in vigore. La certezza normativa europea è più solida ma più severa; quella americana è più permissiva ma più fragile. Per chi progetta un gioco pensato per durare, non è una scelta banale.
| Dimensione | Stati Uniti (SEC) | Unione Europea / Italia |
|---|---|---|
| Metodo | Classificazione per tipo (test di Howey) | Regime per servizio (MiCA) + MiFID II |
| Skin e oggetti di gioco NFT | Collezionabili, in generale non titoli | NFT unici fuori MiCA; serie/frazionati possibili in ambito |
| Raccolta capitali con token | Safe harbor riservato a entità USA | Obblighi CASP sotto MiCA (Consob, Banca d’Italia) |
| Rating per età (NFT in gioco) | Nessun obbligo federale specifico | PEGI 18 automatico dal giugno 2026 |
| Loot box | Non tema mobiliare | PEGI 16 minimo; dibattito AGCM/azzardo aperto |
| Stabilità della regola | Guida e proposta reversibili | Regolamento di primo livello, più solido |
Domande frequenti
Gli NFT dei videogiochi sono titoli finanziari per la SEC?
In generale no. L’interpretazione SEC-CFTC del marzo 2026 colloca skin, carte, armi e NFT dei personaggi tra i collezionabili digitali, che non sono titoli, a condizione che siano venduti senza promettere un profitto derivante dagli sforzi del team. Un NFT diventa invece a rischio quando viene frazionato o quando promette una quota di ricavi o un rendimento, avvicinandosi a un contratto d’investimento.
Cosa cambia con Regulation Crypto Assets per i giochi Web3?
La proposta della SEC del 18 agosto 2026 mette per iscritto che gli oggetti di gioco non sono titoli e introduce corsie per raccogliere capitali e un safe harbor per cui un token esce dallo status di titolo quando la rete matura. È in consultazione pubblica fino a circa il 20 ottobre 2026 e un voto finale non è atteso prima del 2027, quindi al momento resta una proposta, non una regola definitiva.
Uno studio di gioco italiano può usare il safe harbor della SEC?
No, non per la raccolta di capitali. Le esenzioni proposte sono riservate a entità statunitensi (maggioranza di dirigenti e amministratori negli USA, oltre metà degli asset nel Paese, gestione amministrata negli USA). Uno studio italiano può beneficiare della classificazione più morbida sugli oggetti di gioco venduti negli USA, ma per emettere token e raccogliere fondi deve rispettare MiCA e gli obblighi verso Consob e Banca d’Italia.
Perché i giochi con NFT ricevono un PEGI 18?
Perché dal giugno 2026 PEGI ha introdotto nuove categorie di rischio interattivo. Qualsiasi gioco che integri NFT o meccanismi basati su blockchain riceve automaticamente un PEGI 18, la fascia più alta; i giochi con loot box hanno un minimo di PEGI 16. È un rating pensato per la tutela dei minori e non riguarda la natura finanziaria dell’asset, ma incide su distribuzione, marketing e pubblico raggiungibile.
Come sono tassati in Italia i guadagni da NFT e token di gioco?
Le plusvalenze realizzate cedendo NFT e token, comprese quelle da play-to-earn, rientrano nel regime fiscale italiano delle cripto-attività, con imposta sostitutiva sulle plusvalenze. Aliquote, soglie e regole di compensazione restano in evoluzione e vanno verificate caso per caso, soprattutto in vista delle scadenze di fine anno; la svolta americana sulle classificazioni non modifica in alcun modo gli obblighi fiscali in Italia.
Di Anneke de Vries, redazione Regulation di HOGE Wire