Spark e le statechain: Bitcoin veloce al prezzo della fiducia
Spark usa le statechain e le firme di Taproot per portare pagamenti istantanei e dollari su Bitcoin. Ma la sua autocustodia dipende da una chiave che un operatore deve cancellare, e non è dimostrabile
Bitcoin è nato lento per scelta. Un blocco ogni dieci minuti, poche transazioni al secondo, commissioni che salgono quando la domanda cresce: è il prezzo che la rete più sicura del mondo paga per non dover chiedere permesso a nessuno. Da anni gli sviluppatori cercano di aggirare quel limite senza toccare il livello base, e nel 2026 uno dei tentativi più ambiziosi si chiama Spark. Costruito da Lightspark, la società di David Marcus (ex presidente di PayPal, ex responsabile dei pagamenti di Meta), Spark promette pagamenti istantanei, commissioni quasi nulle e, soprattutto, autocustodia. La parola chiave, e il punto più discusso, è proprio quest’ultima.
Spark non è un’idea nuova. È la versione 2026 delle statechain, un progetto disegnato da Ruben Somsen nel 2018 e rimasto per anni sulla carta perché mancava il pezzo di Bitcoin che lo rendeva pratico. Quel pezzo, in buona parte, è Taproot. Le firme Schnorr introdotte con l’aggiornamento del novembre 2021 sono ciò che permette a Spark di far collassare l’intervento di più operatori in un’unica firma, indistinguibile da un pagamento qualsiasi. Per capire cosa Spark offre davvero, e cosa chiede in cambio, conviene partire da lì.
Bitcoin veloce senza chiedere il permesso: cos’è Spark
Spark è una rete di secondo livello (layer 2) per Bitcoin. L’obiettivo dichiarato è far muovere BTC e stablecoin in modo istantaneo e quasi gratuito, restando compatibile con la Lightning Network e senza affidare le monete a un custode. Lightspark ha presentato il protocollo come standard aperto a fine 2024 e lo ha portato in mainnet nel maggio 2025, secondo la stessa società e la copertura di Bitcoin.com News. In sintesi, Spark prova a fare tre cose insieme:
- pagamenti che si regolano in un istante, senza attendere la conferma on-chain;
- commissioni vicine allo zero, adatte anche a micro-importi;
- autocustodia, cioè la possibilità di riprendersi i fondi senza chiedere permesso a nessuno.
Il contesto conta. Mentre scriviamo, un bitcoin vale circa 74.700 euro, con una capitalizzazione intorno ai 1.500 miliardi di euro e un’offerta in circolazione di poco più di 20 milioni di monete, ancora circa il 31% sotto il massimo storico di 107.662 euro toccato nell’ottobre 2025 (CoinGecko), in un anno segnato dalla stretta monetaria. A quei prezzi, pagare un caffè on-chain resta assurdo: le commissioni di rete, per quanto basse nelle fasi tranquille, non hanno senso per pochi centesimi, e la finestra di conferma da dieci minuti mal si adatta a un pagamento al bancone. Spark punta esattamente a quello spazio, lo stesso che Lightning presidia da anni ma con un’esperienza d’uso che molti trovano ancora complicata.
| Voce | Dettaglio |
|---|---|
| Sviluppatore | Lightspark (David Marcus) |
| Lancio in mainnet | Maggio 2025 |
| Tecnologia | Statechain più firme a soglia FROST |
| Modello di fiducia | 1-di-n, puntuale (moment-in-time) |
| Operatori | Lightspark e Flashnet |
| Custodia | Multisig 2-di-2 (utente più Statechain Entity) |
| Uscita verso Bitcoin | 1 transazione (cooperativa), circa 2 (unilaterale) |
| Scadenza dei fondi | Nessuna (le foglie non scadono) |
| Commissioni Spark-a-Spark | Nulle oggi (previsto un piccolo importo fisso) |
| Stablecoin nativa | USDB (Flashnet e Brale, in titoli di Stato USA) |
| Standard per i token | BTKN |
Dalle statechain di Somsen a Spark: una vecchia idea che torna
L’idea di base ha quasi otto anni. Nel 2018 lo sviluppatore Ruben Somsen propose le statechain: invece di spostare le monete con una transazione registrata sulla blockchain, si trasferisce il diritto a spenderle, passando di mano una chiave privata sotto la supervisione di un coordinatore. L’operazione avviene fuori dalla catena, che interviene solo se qualcosa va storto. Il design originale, però, dipendeva da eltoo (oggi chiamato LN Symmetry) e da una funzione, SIGHASH_ANYPREVOUT (la proposta BIP-118), che Bitcoin non ha mai attivato. Restò teoria.
A tenerla in vita fu CommerceBlock. Nel 2021 costruì Mercury, una prima statechain funzionante senza bisogno di un soft fork: usava il calcolo multipartitico per generare le quote di chiave e faceva in modo che il coordinatore cancellasse il materiale del proprietario precedente dopo ogni passaggio, con timelock decrescenti sulle transazioni pre-firmate. Nel 2024 arrivò Mercury Layer, che aggiunse la firma cieca: il coordinatore firma senza vedere quale moneta sta firmando, lavorando su registri anonimizzati (Bitcoin Magazine).
Spark riprende quella tradizione e la spinge oltre in due modi. Primo, sostituisce il singolo coordinatore con una federazione di operatori che firmano insieme tramite lo schema FROST. Secondo, introduce una struttura ad albero di «foglie» (leaves) che risolve un limite storico delle statechain: nelle versioni classiche potevi trasferire solo l’intera moneta, senza resto. Con Spark una foglia può dividersi per pagare un importo preciso e ricomporsi in seguito, perché le chiavi figlie si combinano matematicamente in quelle madri (Spark). È il salto che trasforma un’idea accademica in qualcosa che assomiglia a un portafoglio quotidiano.
Perché serviva Taproot: Schnorr, FROST e le firme che si sommano
Qui entra in gioco l’aggiornamento che dà il nome a questa intera famiglia di articoli. Taproot, attivato il 14 novembre 2021, ha portato in Bitcoin le firme Schnorr (la specifica BIP-340) al posto dell’algoritmo ECDSA usato fino ad allora. La proprietà che conta si chiama linearità: due firme Schnorr si possono sommare in una firma valida per la somma delle rispettive chiavi. ECDSA non lo permette, ed è per questo che, prima di Taproot, uno schema come Spark sarebbe stato goffo, costoso e poco riservato.
Su quella linearità poggia FROST (Flexible Round-Optimized Schnorr Threshold), lo schema di firma a soglia standardizzato dall’IETF come RFC 9591 nel 2024. FROST permette a un gruppo di operatori di produrre una sola firma Schnorr da 64 byte senza che nessuno di loro detenga mai la chiave completa. Sulla blockchain quella firma appare identica a quella di un normale portafoglio a chiave singola.
È il punto centrale, e vale la pena ripeterlo: quando depositi in Spark, esci da Spark o trasferisci una foglia in modo cooperativo, ciò che finisce (o potrebbe finire) su Bitcoin è una spesa Taproot a chiave, detta key-path, indistinguibile da un pagamento qualunque verso un indirizzo bc1p. I percorsi di uscita d’emergenza, invece, vivono nell’albero di script di Taproot (il cosiddetto MAST della proposta BIP-341), nascosti finché non servono. Senza Taproot niente di tutto questo sarebbe stato pulito né privato: Spark è, in senso molto concreto, un figlio dell’aggiornamento del 2021. Chi liquida Taproot come un cambiamento «silenzioso» dimentica quante cose, cinque anni dopo, poggiano su quella linearità.
Come funziona un trasferimento: il re-keying e la chiave che sparisce
Il cuore di Spark è un multisig 2-di-2. Quando depositi bitcoin, il tuo fondo finisce sotto il controllo congiunto di due chiavi: una tua e una della Statechain Entity, cioè l’insieme degli operatori che firmano tramite FROST. Nessuna transazione può avvenire senza entrambe.
Il trasferimento è la parte elegante e, insieme, quella scivolosa. Immaginiamo che Alice voglia pagare Bob. La Statechain Entity genera una nuova quota di chiave per Bob e aggiusta matematicamente la propria, mentre la vecchia quota che corrispondeva ad Alice viene distrutta. Non si sposta nulla sulla catena: cambia semplicemente chi, insieme all’operatore, può firmare. Come sintetizza la documentazione di Spark, «la vecchia chiave che corrispondeva ad Alice viene distrutta», e con essa il potere di Alice sulle monete.
La cancellazione della chiave è il perno di tutto. Se l’operatore conservasse le vecchie quote, potrebbe mettersi d’accordo con un proprietario precedente e spendere due volte le stesse monete. Le foglie, intanto, permettono la parte comoda: puoi dividere un fondo in pezzi più piccoli per pagare importi precisi, e ricomporli quando servono, il tutto fuori dalla catena e in un istante. È questa combinazione, re-keying più struttura ad albero, che dà a Spark la sensazione di un normale conto digitale. Ma è anche il punto su cui bisogna tornare, perché è qui che si gioca l’intera promessa di autocustodia.
Il modello di fiducia 1-di-n: cosa può e non può fare l’operatore
Spark si descrive come «trust-minimized», a fiducia minimizzata, e la formula tecnica è 1-di-n: basta che un solo operatore, tra tutti quelli della federazione, si comporti onestamente perché i fondi restino al sicuro. È una fiducia puntuale, «moment-in-time» nel gergo del progetto: serve solo nell’istante del trasferimento e svanisce quando l’operazione è conclusa e le vecchie chiavi cancellate. Da quel momento, anche se un operatore venisse compromesso in seguito, non potrebbe più toccare le transazioni passate.
Vale la pena essere precisi su cosa un operatore può e non può fare, perché è qui che Spark si distingue nettamente da un exchange o da un custode tradizionale.
| L’operatore può | L’operatore non può |
|---|---|
| Vedere i metadati di un trasferimento | Muovere i fondi senza la firma dell’utente |
| Ritardare o censurare temporaneamente un’operazione | Rubare i bitcoin (detiene 1 chiave su 2) |
| Rifiutarsi di cooperare | Impedire l’uscita unilaterale dell’utente |
| Osservare quando e quanto ti muovi | Annullare un trasferimento già completato |
In altre parole, l’operatore è un facilitatore che non può appropriarsi delle monete, ma può renderti la vita difficile e, nel caso peggiore che vedremo tra poco, tradire la promessa sulla cancellazione delle chiavi. È molto più di un custode e molto meno di Bitcoin puro: una via di mezzo che va capita prima di affidarle valore.
L’uscita unilaterale: il paracadute che tiene in piedi l’autocustodia
Ciò che sostiene la definizione di autocustodia è l’uscita unilaterale. A ogni passaggio l’utente riceve transazioni pre-firmate che gli permettono di riportare i fondi sul livello base di Bitcoin senza chiedere il permesso all’operatore. Se Lightspark e Flashnet sparissero domani, o decidessero di censurarti, potresti comunque trasmettere quelle transazioni e recuperare le tue monete.
Il meccanismo che ordina le priorità è quello dei timelock relativi decrescenti: il proprietario attuale ha il timelock più corto, così può uscire prima di chiunque abbia posseduto la moneta in passato, impedendo a un vecchio proprietario di anticiparlo. È lo stesso trucco delle statechain di Mercury, ereditato e raffinato.
Sul piano dei costi, Spark è più economico di alternative come Ark. Un’uscita cooperativa richiede una sola transazione on-chain; una unilaterale, tipicamente due. Per confronto, in Ark l’uscita unilaterale di una foglia da un albero da 1.024 unità può richiedere una decina di transazioni sequenziali (Spark). E, differenza non da poco, le foglie di Spark non scadono: in Ark i fondi off-chain vanno rinnovati ogni trenta giorni circa, mentre in Spark puoi restare fermo quanto vuoi senza perdere la via d’uscita. Un altro vantaggio, meno visibile ma rilevante, è che la federazione non deve anticipare capitale per aprire nuove posizioni, come invece accade in Ark: questo tiene basse le commissioni.
La chiave cancellata: il punto debole che nessuno può dimostrare
Arriviamo al problema. Tutta la sicurezza di Spark, dopo un trasferimento, dipende da un atto invisibile: l’operatore deve davvero cancellare la vecchia quota di chiave. E qui sta il difetto strutturale delle statechain, Spark incluso: non esiste modo di dimostrarlo.
L’analisi indipendente di Bitcoin Layers è netta: «non esiste modo di dimostrare crittograficamente che una statechain entity abbia cancellato una quota di chiave che deteneva con un proprietario precedente». La conseguenza è diretta: «la statechain entity e un proprietario precedente possono effettuare una doppia spesa ai danni del nuovo proprietario. Questo significa, in sostanza, che gli utenti non hanno garanzie dimostrabili».
È una differenza profonda rispetto al Bitcoin sul livello base, dove la sicurezza non chiede di fidarsi di nessuna promessa: o hai le chiavi o non le hai. In Spark hai le chiavi, ma la loro esclusività dipende dal fatto che qualcun altro abbia buttato via le proprie. La cancellazione è «forward-secure», cioè protegge in avanti nel tempo, perché una compromissione futura dell’operatore non intacca i trasferimenti già chiusi; ma non è verificabile nel presente. Chi valuta Spark come «autocustodia» deve mettere in conto questa sfumatura, che non è affatto un dettaglio. La sicurezza dei propri risparmi non dovrebbe mai poggiare su un gesto che non si può controllare.
Due operatori, non mille: il problema della decentralizzazione
C’è un secondo limite, più prosaico ma altrettanto importante: oggi la federazione è minuscola. La Statechain Entity di Spark è composta da due sole aziende note, Lightspark e Flashnet. La stessa Bitcoin Layers assegna al rischio-operatori un giudizio di «very high», rischio molto alto, proprio per questa dipendenza da una federazione ristretta.
Con due membri, il modello 1-di-n è teoricamente solido (ne basta uno onesto) ma praticamente fragile: se entrambi collidessero, o venissero costretti dalla stessa autorità, la garanzia svanirebbe. Il progetto lo sa e punta a espandere la federazione verso operatori in giurisdizioni diverse, ma per ora la difesa principale è reputazionale: come nota la stessa analisi, si tratta di «aziende note pubblicamente, che rischierebbero di danneggiare la propria reputazione se agissero in malafede». È una garanzia, ma è di natura sociale, non crittografica.
È la stessa tensione che attraversa tutta la finanza su Bitcoin nel 2026: la decentralizzazione promessa resta teorica finché la rete non raggiunge una scala che, oggi, non ha. Un layer 2 giovane con due operatori è un buon prototipo, non ancora un’infrastruttura a cui affidare i risparmi di una vita. E il contesto di mercato, come vedremo, non concede sconti.
Lightning, gli SSP e la ricezione offline
Spark non vuole sostituire Lightning, vuole innestarsi. Il ponte sono gli Spark Service Provider (SSP), che collegano il mondo delle foglie a quello dei canali Lightning tramite «atomic swap»: o entrambe le gambe del trasferimento si completano, o nessuna delle due, così non serve fidarsi dell’intermediario per lo scambio in sé. Gli SSP gestiscono anche la ricezione offline, tenendo il pagamento in sospeso in modo condizionato finché il destinatario torna online.
Proprio la ricezione offline è il problema che ha spinto Marcus verso questo design. Già alla fine del 2023, prima che Spark fosse pubblico, il fondatore di Lightspark lo aveva detto senza giri di parole: «Se si vuole supportare pienamente una Lightning non-custodial con la ricezione offline e renderla economicamente sostenibile, bisogna accettare una qualche forma di compromesso sul livello di trustlessness della soluzione» (Bitcoin.com News). Spark è la traduzione operativa di quella frase: un compromesso deliberato tra assenza di fiducia e usabilità.
Vale la pena ricordare che la privacy di Lightning è a sua volta un tema aperto, che abbiamo affrontato chiedendoci se la Lightning Network sia davvero anonima. Spark eredita parte di quelle domande e ne aggiunge di proprie, legate al ruolo di osservazione degli operatori, che vedono passare metadati anche quando non possono toccare i fondi.
USDB e i token BTKN: i dollari tornano su Bitcoin
La vera scommessa commerciale di Spark non sono i pagamenti in BTC, ma i dollari. Il protocollo supporta l’emissione nativa di token tramite lo standard BTKN, e sopra ci gira già una stablecoin: USDB. Lanciata il 21 gennaio 2026 e presentata come la prima stablecoin nativa di Bitcoin, USDB è emessa da Flashnet attraverso Brale (una money services business registrata presso il FinCEN statunitense), è garantita 1 a 1 da titoli di Stato USA a breve termine e disponibilità liquide, e passa audit mensili di terze parti (Spark). L’idea è muovere dollari in modo istantaneo su rotaie Bitcoin, senza passare da Ethereum né da un bridge.
È lo stesso terreno su cui si giocano Taproot Assets e RGB, gli altri due modi di portare asset su Bitcoin di cui abbiamo scritto nel confronto tra le due strade dei token su Bitcoin. La differenza è l’architettura: BTKN vive dentro Spark, con la sua velocità e i suoi compromessi di fiducia, mentre Taproot Assets e RGB restano più vicini alla logica UTXO del livello base.
Qui, però, l’Europa complica le cose. Una stablecoin in dollari usata come mezzo di pagamento ricade, sotto MiCA, tra gli e-money token (EMT), e per gli EMT non denominati in euro il regolamento impone vincoli quantitativi quando l’uso come mezzo di scambio supera certe soglie: è il «muro» di cui abbiamo parlato a proposito delle regole delle stablecoin nei pagamenti. USDB non è un e-money token autorizzato nell’Unione, e questo, più della tecnologia, è ciò che ne limita l’uso per un risparmiatore italiano.
Spark, Lightning, Ark e i rollup: dove si colloca
Per orientarsi conviene mettere Spark accanto alle alternative. Non esiste un layer 2 «migliore» in assoluto: ognuno baratta qualcosa in cambio d’altro, e la scelta dipende da cosa si vuole fare.
| Soluzione | Modello di fiducia | I fondi scadono? | Costo di uscita | Punto di forza |
|---|---|---|---|---|
| Lightning | Non-custodial, canali 2-di-2 | No, ma i canali vanno gestiti | Chiusura del canale | Pagamenti ripetuti, rete matura |
| Ark | Fiducia minimizzata, operatore ASP | Sì, circa 30 giorni | Circa 10 transazioni | Nessun canale da gestire |
| Spark | Fiducia minimizzata 1-di-n, statechain | No | 1-2 transazioni | Velocità, foglie senza scadenza, dollari |
| Rollup (Citrea) | Fiducia minimizzata via prove, BitVM | No | Prelievo dal bridge | Smart contract, compatibilità EVM |
Il confronto arriva in un anno duro per i secondi livelli di Bitcoin. Secondo l’analisi di Spark, il valore totale bloccato nella finanza su Bitcoin è sceso di oltre il 74% nel 2026, con il cosiddetto BTCFi passato da circa 101.700 a 91.300 BTC, appena lo 0,46% dell’offerta. CoinDesk ha parlato di una «scrematura in stile dot-com», con oltre 100 progetti cripto chiusi nel 2026 (CoinDesk). In questo scenario sopravvivono i progetti che generano ricavi reali, non quelli che si limitano a distribuire token; e Spark, con una stablecoin che muove dollari e un modello di business chiaro, prova a stare dalla parte giusta della selezione.
Grid, Visa e gli agenti AI: l’ambizione di Lightspark
Spark è l’infrastruttura; il prodotto che Lightspark ci costruisce sopra è più ambizioso. Alla conferenza Bitcoin 2026 di Las Vegas, Marcus ha annunciato Grid Global Accounts: conti in dollari «che funzionano ovunque», con carte di debito Visa, pagamenti verso oltre 65 Paesi e 14.000 banche, conversione istantanea in bitcoin e la possibilità di delegare i controlli del conto anche ad agenti di intelligenza artificiale. Lightspark diventa membro principale del circuito Visa, aprendo l’accesso ai 175 milioni di esercenti della rete, con una copertura che dovrebbe passare da 33 a 100 Paesi entro fine anno (Bitcoin Magazine).
La parte più interessante, e più tipica del 2026, è la delega agli agenti AI: Marcus ha mostrato come autorizzare un agente a operare sul conto entro limiti prefissati, lasciandolo gestire acquisti e trasferimenti in autonomia. È lo stesso mondo, fatto di macchine che pagano macchine, di cui ci siamo occupati parlando dei mercati predittivi e degli agenti AI: Spark vuole esserne il binario monetario.
Dietro l’ambizione c’è una società ben capitalizzata: Lightspark è nata nel 2022 con il sostegno di a16z e Paradigm, e Marcus porta l’esperienza di chi ha guidato PayPal e i pagamenti di Meta. Ma proprio quel pedigree fintech riporta la domanda di fondo: quanto di tutto questo è ancora Bitcoin, e quanto è un conto bancario travestito? La risposta non è ideologica. Dipende da quanto valore l’utente lascia dentro Spark, e per quanto tempo.
Cosa dicono Consob e MiCA: il perimetro normativo
Sul piano delle regole, la prima cosa da chiarire è che né Consob né la Banca d’Italia approvano o bloccano un protocollo come Spark. MiCA, il regolamento europeo recepito in Italia con il D.lgs. 129/2024, disciplina gli emittenti di cripto-attività e i prestatori di servizi (i CASP), non il livello tecnico di Bitcoin né gli script di autocustodia. Consob vigila sulla condotta di mercato e sulla tutela dell’investitore, la Banca d’Italia sugli aspetti prudenziali e sulle stablecoin (i token EMT e ART); la pagina dedicata è la sezione MiCAR di Consob.
Il nodo vero è lo status degli operatori. Un SSP o una Statechain Entity che facilita pagamenti in dollari potrebbe, a seconda di come sono strutturati i flussi, avvicinarsi a un servizio soggetto a regole; ma un’operazione peer-to-peer non-custodial, in cui l’operatore non detiene mai da solo i fondi, resta un territorio in larga parte inesplorato dal diritto. È la stessa zona grigia che attraversa la finanza decentralizzata, di cui abbiamo scritto spiegando perché la DeFi resti fuori dal perimetro di MiCA.
Per il risparmiatore italiano contano poi le tasse. Le plusvalenze in cripto scontano, dal 1 gennaio 2026, un’imposta sostitutiva salita al 33% (dopo che il previsto rialzo al 42% è stato ridimensionato, CoinDesk); spostare le proprie monete tra i propri indirizzi, o dentro e fuori Spark, non è di per sé un realizzo e non genera imposta, ma i saldi detenuti fuori dagli intermediari vanno indicati nel quadro RW. Se poi Spark diventa il binario di una carta Visa che spende dollari, ogni conversione da BTC può invece far emergere una plusvalenza tassabile: la comodità ha un costo fiscale che conviene conoscere prima, non dopo.
Fiducia contro velocità: il verdetto, per ora
Spark è una delle risposte più eleganti alla vecchia domanda di come far scalare Bitcoin senza spezzarlo. Non chiede soft fork, non blocca capitale come Ark, non fa scadere le monete, e le sue transazioni si confondono con i normali pagamenti Taproot. Per un utente che vuole muovere pochi euro di valore in modo istantaneo e quasi gratuito, è un’esperienza difficile da battere.
Ma la parola «autocustodia» va usata con onestà. Spark è a fiducia minimizzata, non trustless: chiede di credere, in un istante, che un operatore cancelli una chiave, e quella promessa non è verificabile. Con due soli operatori, il margine è sottile. Chi tiene alla sovranità delle proprie monete lo sa: come ha ricordato più in generale il custode-scettico Jameson Lopp, «centralizzare le monete in poche mani aumenta il rischio sistemico di perdita e di sequestro» (Jameson Lopp su X). Non è un giudizio su Spark, ma è il principio contro cui ogni layer 2 «a fiducia minimizzata» va misurato.
Il verdetto, per ora, è che Spark è un ottimo strumento per la spesa quotidiana e un pessimo caveau. Tenere i risparmi di lungo periodo sul livello base, in autocustodia piena, e usare Spark come il contante che si porta in tasca: è probabilmente questo l’insegnamento che il 2026 sta lasciando. Taproot ha reso possibile il compromesso; sta all’utente decidere quanto compromesso è disposto ad accettare, e per quale importo.
Domande frequenti
Spark è davvero autocustodia?
In parte. Spark è a fiducia minimizzata secondo un modello 1-di-n: l’operatore detiene solo una delle due chiavi e non può muovere i fondi da solo, e l’utente può sempre uscire unilateralmente verso il livello base di Bitcoin. Dopo un trasferimento, però, la sicurezza dipende dal fatto che l’operatore cancelli davvero la vecchia quota di chiave, cosa che non è dimostrabile crittograficamente. È più corretto parlare di autocustodia con una fiducia puntuale che di autocustodia piena.
Che differenza c’è tra Spark e la Lightning Network?
Lightning usa canali di pagamento 2-di-2 che vanno finanziati e gestiti, con il nodo della liquidità in entrata e della ricezione offline. Spark usa le statechain e una firma a soglia FROST: non ci sono canali da gestire, le foglie non scadono e la ricezione offline è mediata dagli Spark Service Provider. Spark resta compatibile con Lightning e vi si collega tramite atomic swap, quindi non lo sostituisce ma lo estende.
Cosa c’entra Taproot con Spark?
Molto. Le firme Schnorr introdotte da Taproot nel novembre 2021 hanno una proprietà, la linearità, che permette di sommare più firme in una sola. Su questa proprietà si basa FROST, lo schema usato dagli operatori di Spark. Il risultato è che un deposito o un’uscita da Spark appaiono sulla blockchain come un normale pagamento verso un indirizzo Taproot bc1p, mentre i percorsi di uscita d’emergenza restano nascosti nell’albero di script di Taproot.
USDB, la stablecoin di Spark, si può usare in Italia?
USDB è una stablecoin in dollari emessa da Flashnet tramite Brale e garantita da titoli di Stato statunitensi. Sul piano tecnico è utilizzabile ovunque, ma sul piano normativo europeo non è un e-money token autorizzato ai sensi di MiCA. Per un utente italiano questo significa che il suo impiego come mezzo di pagamento resta fortemente limitato, perché il regolamento pone vincoli quantitativi agli e-money token non denominati in euro.
Quali sono i rischi principali di Spark?
Sono soprattutto tre: il rischio legato alla cancellazione delle chiavi, che non è verificabile; il rischio di una federazione oggi composta da soli due operatori, Lightspark e Flashnet; e il rischio normativo, ancora indefinito, sullo status degli operatori che facilitano pagamenti. A questi si aggiunge il contesto di mercato, dato che nel 2026 il valore bloccato nei secondi livelli di Bitcoin è crollato di oltre il 74%. Per questo conviene usare Spark per importi di spesa e non come deposito di lungo periodo.
Marcus Okafor è senior editor di HOGE Wire, dove segue Bitcoin, i suoi secondi livelli e la regolamentazione delle cripto-attività.