Stablecoin nei pagamenti: le regole e il muro dei 200 milioni
Le stablecoin sono diventate una rete di pagamento globale, dalle carte Visa a USDT nei mercati emergenti. Ecco le regole che governano il denaro digitale privato e la difesa europea contro il dollaro
Per anni le stablecoin sono state la valuta di sosta del trading: il posto dove parcheggiare capitale tra un’operazione e l’altra, in attesa del prossimo ingresso su Bitcoin o Ethereum. Nel 2026 sono diventate qualcosa di diverso e molto più scomodo per chi scrive le regole: una rete di pagamento vera e propria. Visa le ha cablate nelle carte, Mastercard sta comprando infrastruttura dedicata, Stripe le ha portate in oltre cento Paesi tramite Bridge e, in Venezuela, in Argentina o in Turchia, un token in dollari come USDT è ormai denaro di tutti i giorni.
Il mercato vale poco oltre i 300 miliardi di dollari, per il 99% denominato in dollari, con USDT intorno al 60% e USDC vicino al 23%; nel frattempo Bitcoin veniva scambiato intorno ai 70.500 euro a metà settembre. Ma il numero che conta per questo articolo non è la capitalizzazione: è il fatto che, quando una stablecoin smette di essere un chip da trading e diventa moneta con cui si paga il caffè o si salda una fattura, il libro delle regole cambia. Si passa dalla tutela dell’investitore alla sovranità monetaria, dalla solidità di un emittente alla tenuta di un intero sistema di pagamento. Ed è qui che l’Europa ha costruito la sua difesa più specifica e meno conosciuta: un muro da 200 milioni di euro al giorno.
Dai wallet alle carte: come le stablecoin sono entrate nei pagamenti
La svolta non è arrivata da un decreto, ma dalle reti di pagamento tradizionali che hanno smesso di considerare le stablecoin una curiosità. Nel secondo trimestre fiscale del 2026 Visa contava oltre 160 programmi di carte legate a stablecoin, con volumi di pagamento cresciuti di quasi il 200% su base annua, e ha esteso il regolamento in stablecoin a nove blockchain diverse, secondo i dati riportati da KuCoin. Il meccanismo è invisibile per chi usa la carta: il titolare tiene stablecoin nel wallet, spende presso un qualsiasi esercente convenzionato e la rete converte e regola, così che il negoziante incassa in valuta tradizionale.
Non è sola. Mastercard sta rilevando l’infrastruttura di pagamento in stablecoin di operatori specializzati e permette agli esercenti di scegliere il regolamento in stablecoin invece che in valuta locale, appoggiandosi a emittenti come Circle e Paxos; Visa e Mastercard sono state indicate come sostenitrici di una piattaforma comune di settlement, come riportato da PYMNTS. Stripe, attraverso Bridge, ha allargato le carte in stablecoin a più di cento Paesi. E Circle, l’emittente di USDC, ha lanciato a settembre una propria blockchain, Arc, che il fondatore Jeremy Allaire ha definito il lancio più importante nella storia dell’azienda, più ancora di USDC stesso. Il messaggio del settore è chiaro: la stablecoin non è più un asset da tenere, è un binario su cui muovere denaro.
Dietro questi annunci c’è un cambio di funzione. Una carta in stablecoin permette di spendere dollari digitali ovunque sia accettata Visa o Mastercard, mentre il commerciante continua a incassare nella sua valuta: l’utente non deve nemmeno sapere che sotto scorre una blockchain. Il caso d’uso più forte, però, resta il trasferimento di denaro tra Paesi. Inviare stablecoin costa una frazione di una rimessa tradizionale e arriva in minuti invece che in giorni, un vantaggio enorme per chi manda soldi a casa dall’estero. È qui che le stablecoin smettono di essere un giocattolo per trader e diventano infrastruttura, ed è per questo che le reti di pagamento, che rischiavano di essere scavalcate, hanno deciso di abbracciarle invece di combatterle.
| Attore | Mossa nel 2026 | Cosa abilita |
|---|---|---|
| Visa | Oltre 160 programmi di carte legate a stablecoin, regolamento su 9 blockchain | Spesa in stablecoin presso qualsiasi esercente Visa, incasso in valuta tradizionale |
| Mastercard | Acquisizione di infrastruttura stablecoin, settlement per esercenti via Circle e Paxos | Il negoziante può farsi pagare direttamente in stablecoin |
| Stripe (Bridge) | Carte in stablecoin estese a oltre 100 Paesi | Conti e pagamenti in dollari digitali dove la banca non arriva |
| Circle | Nuova blockchain Arc, ottimizzata per i pagamenti in USDC | Regolamento quasi istantaneo per imprese e mercati dei capitali |
Perché la parola pagamento cambia le regole
Un token usato per fare trading è, agli occhi del regolatore, un problema di tutela dell’investitore: conta che le riserve esistano, che il rimborso alla pari funzioni, che l’emittente non menta sui suoi conti. Un token usato per pagare è un problema di ordine diverso, e molto più grande. Diventa parte del sistema dei pagamenti al dettaglio, tocca la stabilità finanziaria e sfiora un nervo scoperto: la sovranità monetaria. Se milioni di cittadini europei iniziassero a pagare abitualmente in dollari digitali privati emessi da società americane, l’euro perderebbe terreno dentro casa propria e la politica monetaria della Banca centrale europea diventerebbe più difficile da trasmettere.
Per questo l’uso come mezzo di pagamento fa scattare regole aggiuntive rispetto a quelle sul semplice scambio. Entrano in gioco l’antiriciclaggio e la Travel Rule, che impongono di tracciare chi invia e chi riceve; entra in gioco la disciplina europea dei servizi di pagamento (la direttiva PSD2 e la sua futura evoluzione PSD3); ed entra in gioco, soprattutto, la logica della moneta elettronica, che in Europa esiste da vent’anni e che il regolamento MiCA ha applicato quasi di peso alle stablecoin. Capire questa scelta è la chiave per capire tutto il resto.
C’è anche una ragione più tecnica per cui i banchieri centrali si agitano. Se i risparmiatori spostassero una parte consistente dei depositi verso le stablecoin, le banche perderebbero la materia prima con cui erogano prestiti, e in un momento di panico un token che si compra e si vende ventiquattro ore su ventiquattro potrebbe subire una corsa al rimborso molto più rapida di quella a uno sportello. La Banca dei regolamenti internazionali e la stessa BCE hanno più volte messo in guardia dal rischio che una moneta privata, per quanto ben garantita, non offra la stessa certezza di regolamento della moneta di banca centrale. È il motivo per cui la partita dei pagamenti non si gioca solo sulla comodità, ma sulla tenuta stessa del sistema bancario.
MiCA: la stablecoin come moneta elettronica
Il MiCA (regolamento UE 2023/1114) non ha inventato una categoria nuova per le stablecoin di pagamento: le ha ricondotte al concetto già esistente di moneta elettronica. Un token ancorato a una sola valuta ufficiale, come USDC o l’euro EURC, è un e-money token (EMT). La conseguenza è pesante: può emetterlo solo una banca o un istituto di moneta elettronica autorizzato, le riserve devono essere pari al 100% e segregate, il portatore ha diritto al rimborso alla pari in qualsiasi momento e, punto cruciale per i pagamenti, non è previsto alcun interesse a chi detiene il token. Le stablecoin ancorate a un paniere di valute o attività sono invece asset-referenced token (ART), soggetti a regole simili ma ancora più stringenti. Le regole di riserva e di autorizzazione sono descritte dall’Autorità bancaria europea nella sua area dedicata ad ART ed EMT.
La logica è coerente: se una stablecoin vuole comportarsi come contante digitale, allora deve rispettare le stesse garanzie del contante digitale bancario. Un euro in USDC deve valere sempre un euro, deve essere restituibile su richiesta e non deve promettere un rendimento, perché nessuno si aspetta interessi sulle banconote in tasca. È una struttura fatta apposta per i pagamenti, non per l’investimento; e non a caso i token che invece promettono rendimento, come i dollari sintetici, restano fuori da questo perimetro. In Italia la vigilanza è divisa: la Banca d’Italia segue gli aspetti prudenziali e proprio le stablecoin, mentre Consob presidia condotta e correttezza, secondo il decreto legislativo 129/2024 che ha attuato il MiCA.
Il MiCA aggiunge un secondo livello per i token che diventano grandi. Quando una stablecoin supera certe soglie di diffusione (numero di detentori, valore in circolazione, transazioni giornaliere), viene classificata come significativa e passa sotto la vigilanza diretta dell’Autorità bancaria europea, non più solo del regolatore nazionale. Le regole si irrigidiscono: quota maggiore di riserve in depositi, requisiti patrimoniali più elevati, obblighi di liquidità rafforzati. È la stessa logica che il mondo bancario applica alle istituzioni sistemiche, trasferita alle stablecoin: più un token pesa nei pagamenti, più stretta diventa la sorveglianza. Per un emittente in dollari come Circle, che punta a crescere in Europa, il successo commerciale porta con sé un carico regolamentare sempre maggiore.
Il muro dei 200 milioni: il tetto contro il dollaro
Qui arriva la difesa europea più specifica, e la meno raccontata. Il MiCA non vieta le stablecoin in dollari: le lascia circolare, ma mette un tetto al loro uso come mezzo di pagamento dentro l’area euro. Per una stablecoin non denominata in una valuta ufficiale dell’Unione (quindi, in pratica, per i dollari digitali), quando viene usata come mezzo di scambio per beni e servizi scatta un limite: oltre un milione di transazioni al giorno oppure 200 milioni di euro di valore giornaliero, l’emittente deve sospendere le nuove emissioni e presentare un piano per riportare la media trimestrale sotto la soglia. La regola sta nell’articolo 23 per gli ART e nell’articolo 58 per gli EMT, ed è stata dettagliata da una norma tecnica dell’Autorità bancaria europea; una sintesi utile del meccanismo è offerta anche da analisi di settore.
L’obiettivo dichiarato è uno solo: impedire che i dollari digitali privati diventino la moneta quotidiana degli europei, un timore che la BCE aveva espresso già durante il negoziato del MiCA. È importante capire cosa il tetto non tocca: non si applica al trading su exchange, non si applica alla custodia e non si applica al regolamento tra imprese (il cosiddetto settlement B2B on-chain). In altre parole, colpisce solo l’uso al dettaglio, la spesa dal panettiere e non lo scambio speculativo. È una linea sottile tra il proteggere la sovranità monetaria e il non strangolare un’infrastruttura che serve anche all’economia reale.
Un esempio aiuta a capire la portata della regola. Immaginate che gli europei inizino a pagare stipendi, bollette e acquisti in USDC su larga scala: nel momento in cui il valore di quelle transazioni al dettaglio superasse in media i 200 milioni di euro al giorno per un trimestre, Circle sarebbe obbligata a smettere di emettere nuovi USDC destinati a quell’uso finché i numeri non rientrano. Non un divieto di possesso, non una confisca, ma un freno all’espansione, calibrato per rendere strutturalmente scomodo affidare i pagamenti quotidiani dell’area euro a un token in dollari. È una misura chirurgica, pensata per mordere solo se e quando il fenomeno diventa davvero di massa, ed è anche il motivo per cui, finché quel giorno non arriva, resta in gran parte teorica.
Perché il tetto finora non ha morso
Sulla carta il muro dei 200 milioni è invalicabile. Nella pratica, a più di un anno dall’entrata a regime del MiCA, nessun emittente risulta essere stato costretto a fermare le emissioni per averlo superato. Il motivo è tanto banale quanto profondo: nessuno sa davvero contare quelle transazioni. Come si distingue, guardando la blockchain, un pagamento a un esercente da un trasferimento verso un exchange, da uno spostamento tra due wallet dello stesso utente o da un regolamento tra imprese, tutte operazioni escluse dal tetto? Il conteggio del solo uso come mezzo di scambio è, con gli strumenti attuali, quasi impossibile da isolare con precisione.
Il risultato è un paradosso: USDC domina i volumi regolamentati delle stablecoin in dollari nell’Unione, proprio perché è l’unico tra i grandi token conforme al MiCA, eppure il tetto pensato per frenare i dollari digitali non è mai scattato contro di esso. È uno dei nodi che la Commissione europea ha messo sul tavolo nella consultazione di revisione del MiCA, la cui scadenza è fissata al 30 settembre 2026. Sul piatto ci sono la ridefinizione della soglia, il chiarimento su cosa conti davvero come mezzo di scambio e persino il ripensamento del divieto di interessi. La difesa europea, in breve, è pronta a essere riscritta prima ancora di aver funzionato.
Le autorità ne sono consapevoli. L’Autorità bancaria europea ha emanato norme tecniche per definire come misurare l’uso come mezzo di scambio e come gli emittenti debbano segnalare il superamento delle soglie, ma tradurre quelle regole in controlli concreti su reti pubbliche e pseudonime resta un cantiere aperto. Nel frattempo la vigilanza si concentra su ciò che può davvero osservare: l’emittente autorizzato, le sue riserve, i suoi rapporti con gli exchange regolamentati. Il token in dollari che circola su wallet privati, fuori dai circuiti vigilati, sfugge in larga parte al radar. È la stessa tensione che attraversa tutta la regolamentazione delle cripto: le regole colpiscono gli intermediari, non il protocollo, e i pagamenti diretti tra portafogli restano la zona più difficile da presidiare.
GENIUS Act: la payment stablecoin americana
Gli Stati Uniti sono arrivati alla stessa conclusione dell’Europa (le stablecoin di pagamento sono cosa seria e vanno regolate) ma per una strada opposta. Il GENIUS Act, firmato nel luglio 2025, crea la figura della payment stablecoin: un token pensato per il pagamento e il regolamento, riscattabile a valore fisso, con riserve in attività liquide di alta qualità (contanti, depositi assicurati, titoli del Tesoro a breve, pronti contro termine su quei titoli). Anche qui nessun interesse ai detentori. Ma, a differenza del MiCA, l’emittente non deve essere per forza una banca, e le riserve stanno soprattutto in Treasury americani, non nei depositi bancari.
La macchina attuativa è in corsa contro il tempo. Il Tesoro ha pubblicato ad agosto 2026 la sua proposta di regole nel Federal Register, con la finestra per i commenti aperta fino al 19 ottobre; l’entrata in vigore piena è attesa per il 18 gennaio 2027. E la disciplina americana ha un braccio lungo: prevede vincoli anche per gli emittenti esteri e per gli intermediari che convertono o distribuiscono token non conformi, un tema che si intreccia con l’incertezza normativa più ampia del settore, dove il fallimento del CLARITY Act ha lasciato molte questioni nelle mani dei giudici. Due filosofie, insomma: l’Europa spinge le riserve verso le banche del continente, l’America verso il proprio debito sovrano.
Il rovescio della medaglia: chi incassa il rendimento
Il divieto di pagare interessi ha una conseguenza che pochi utenti mettono a fuoco. Le riserve che garantiscono una stablecoin non stanno ferme: sono investite in titoli del Tesoro e depositi che, con i tassi a breve statunitensi ai livelli più alti da anni dopo la stretta della Fed di metà settembre, rendono parecchio. Se la legge vieta di girare quel rendimento a chi detiene il token, il rendimento non sparisce: resta all’emittente. È lo stesso principio per cui tenere un asset che non rende nulla ha un costo opportunità quando i tassi salgono, solo che qui il costo lo paga l’utente e l’incasso lo fa Circle o Tether.
Per uno strumento di pagamento, però, l’assenza di interessi è una scelta di disegno, non un difetto: nessuno si aspetta che il contante nel portafoglio frutti. Il problema nasce quando il confine tra pagamento e investimento si fa poroso, con programmi di premi legati alle carte, wallet che offrono rendimenti travestiti e fondi monetari tokenizzati che assomigliano a stablecoin ma pagano cedole. È esattamente la zona grigia che la revisione del MiCA vuole chiarire, e che rende il legame con i rendimenti obbligazionari il vero motore economico di tutto il settore. Finché i Treasury rendono, emettere stablecoin è un ottimo affare per chi le emette.
USDT muove già i pagamenti reali (ma non in Europa)
Mentre l’Europa costruisce muri e gli Stati Uniti scrivono regole, la stablecoin più usata al mondo per pagare fa già il suo mestiere altrove. USDT di Tether è, nei fatti, il dollaro digitale dei mercati emergenti: il fondatore Paolo Ardoino ha dichiarato che tra il 50% e il 60% dell’uso di USDT è commercio transfrontaliero e pagamenti, con l’adozione che accelera in Venezuela, Argentina, Bolivia e Turchia, dove la valuta locale si svaluta e l’accesso alle banche è scarso. Per centinaia di milioni di persone USDT non è speculazione: è il modo per proteggere lo stipendio e comprare beni.
C’è però un cortocircuito che riguarda proprio l’Europa. Il dollaro digitale che il continente teme di più è anche quello che ha già spinto fuori: dal 1 luglio 2026 USDT non è più disponibile sulle piattaforme regolamentate dello Spazio economico europeo, perché Tether ha scelto di non chiedere l’autorizzazione MiCA e i principali exchange lo hanno delistato per la clientela europea. Il risultato è che il muro dei 200 milioni non ha nemmeno dovuto attivarsi contro USDT: la conformità stessa lo ha allontanato. Restano USDC ed EURC come opzioni conformi, ma il grosso della domanda mondiale di pagamenti in stablecoin continua a parlare dollaro e a viaggiare lontano dai riflettori europei.
Questa asimmetria racconta molto della strategia americana. Ogni USDT o USDC usato per pagare all’estero è, di fatto, domanda aggiuntiva di dollari e di titoli del Tesoro statunitense, perché è lì che finiscono le riserve. Washington lo ha capito e con il GENIUS Act ha trasformato le stablecoin private in un moltiplicatore della potenza del dollaro, mentre l’Europa le tiene a distanza per proteggere l’euro. Il paradosso è che il continente più severo con le stablecoin in dollari è anche quello dove queste sono meno usate per pagare, mentre nei mercati emergenti, dove servono davvero, nessun tetto le ferma. La geografia della regolamentazione, insomma, non coincide con la geografia dell’uso reale.
La contromossa europea: euro digitale e stablecoin bancarie
Difendersi con un tetto non basta, e a Francoforte lo sanno. La contromossa europea ha due gambe. La prima è pubblica: l’euro digitale, la moneta della banca centrale in versione elettronica. Dopo il via libera della commissione ECON del Parlamento europeo a giugno, il progetto è nel pieno del negoziato tra le istituzioni, con l’obiettivo di chiudere la legislazione entro fine 2026, una fase pilota nel 2027 e un possibile lancio verso il 2029. A guidarne la spinta politica è un italiano, Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della BCE, che nel giugno 2026 ha messo la questione in termini netti: in un mondo frammentato, non possiamo più permetterci di dipendere da soluzioni non europee per un bisogno critico come i pagamenti quotidiani.
La seconda gamba è privata ma europea. Un consorzio di dodici grandi banche del continente, tra cui le italiane Banca Sella e UniCredit insieme a ING, CaixaBank, Danske Bank, KBC e altre, ha creato la società Qivalis, con sede ad Amsterdam e sotto la vigilanza della banca centrale olandese, per emettere una stablecoin in euro conforme al MiCA, attesa nella seconda metà del 2026. È la risposta bancaria al predominio del dollaro digitale: se gli europei useranno stablecoin, che almeno siano in euro e garantite da banche europee. Due strade, una pubblica e una privata, che convergono sullo stesso obiettivo di autonomia.
L’euro digitale non nasce senza tensioni, nemmeno dentro la BCE. Per evitare proprio quella fuga dai depositi bancari che spaventa i banchieri centrali, il progetto prevede limiti di detenzione per singolo cittadino, così che la moneta pubblica digitale resti uno strumento di pagamento e non un conto di risparmio alternativo alle banche. Una fase pilota con decine di prestatori di servizi di pagamento è attesa nel 2027, prima di un eventuale lancio verso il 2029. È un calendario lento, che riflette la cautela di un’istituzione consapevole di maneggiare le fondamenta del sistema monetario: meglio arrivare tardi e solidi che presto e fragili, è il ragionamento implicito.
Euro contro dollaro: due filosofie del pagamento digitale
Non tutti a Francoforte credono che rispondere al dollaro con stablecoin in euro sia la mossa giusta. La presidente della BCE Christine Lagarde ha argomentato, in un discorso del maggio 2026, che il dibattito confonde due funzioni diverse delle stablecoin, quella monetaria e quella tecnologica, e che l’Europa dovrebbe puntare su infrastrutture pubbliche ancorate alla moneta di banca centrale piuttosto che inseguire token privati. Nello stesso intervento ha ricordato la scala del fenomeno: le stablecoin sono cresciute da meno di 10 miliardi di dollari sei anni fa a oltre 300 miliardi oggi. È il cuore del confronto tra le due sponde dell’Atlantico: gli Stati Uniti abbracciano le stablecoin private come strumento di supremazia del dollaro, l’Europa oscilla tra il tollerarle sotto regole strette e il sostituirle con moneta pubblica.
Questa divergenza non è astratta: si riflette nel cambio, nei flussi di capitale e nella stessa forza relativa delle due valute, un intreccio che abbiamo raccontato guardando al braccio di ferro tra Fed e BCE. La tabella qui sotto riassume le due impostazioni sui pagamenti in stablecoin.
| Aspetto | UE (MiCA) | USA (GENIUS Act) |
|---|---|---|
| Chi può emettere | Solo banche o istituti di moneta elettronica | Anche soggetti non bancari autorizzati |
| Dove stanno le riserve | Quota significativa in depositi bancari UE, resto in attività liquide | Soprattutto titoli del Tesoro USA a breve e contanti |
| Interessi ai detentori | Vietati | Vietati |
| Freno alla valuta estera | Tetto per l’uso come mezzo di scambio (1 mln operazioni o 200 mln euro al giorno) | Nessun tetto interno; vincoli su emittenti esteri |
| Obiettivo di fondo | Proteggere l’euro e le banche europee | Estendere il primato del dollaro |
Cosa cambia per chi paga (e incassa) in Italia
Per il risparmiatore e per il piccolo esercente italiano, la traduzione pratica è meno esotica di quanto sembri. Pagare o farsi pagare in una stablecoin conforme come USDC è legale, ma va capito cosa si tiene in mano: non un deposito bancario, bensì un credito verso un emittente privato. Il diritto al rimborso alla pari esiste ed è tutelato dal MiCA, ma la garanzia dei depositi fino a 100.000 euro del Fondo interbancario non copre le stablecoin. In caso di problemi dell’emittente, si è creditori, non titolari di un conto protetto. Chi vuole capire le tutele nel dettaglio trova nel MiCA e nelle regole sull’offerta al pubblico dei token il quadro di riferimento, con Consob e Banca d’Italia come autorità nazionali.
C’è poi un dettaglio che in Italia pesa: il fisco. Usare una stablecoin per comprare beni o servizi è, tecnicamente, una cessione a titolo oneroso della cripto-attività, quindi un evento potenzialmente rilevante ai fini delle imposte. La buona notizia è che una stablecoin ben ancorata all’euro non genera plusvalenze significative, a differenza di un pagamento fatto con Bitcoin; la cattiva è che l’obbligo di monitoraggio e la disciplina delle plusvalenze restano, con aliquote che le riforme in cantiere continuano a spostare, come abbiamo visto guardando ai tre anni fiscali che si incrociano. Per l’esercente, accettare stablecoin significa anche gestire volatilità operativa e conversione, motivo per cui la maggior parte preferisce incassare in euro tramite le reti di carte.
Sul fronte della vigilanza, Consob ha attrezzato strumenti di analisi automatica per intercettare abusi e offerte irregolari, con il principio del controllo umano sulle decisioni, mentre la Banca d’Italia sorveglia gli emittenti autorizzati e i loro requisiti di riserva. Per un negozio o una piccola impresa che voglia accettare stablecoin, la strada più semplice resta appoggiarsi a un prestatore di servizi già in regola con il MiCA, che gestisce conversione, adempimenti antiriciclaggio e rendicontazione. Il fai-da-te, con wallet non custoditi e token ricevuti direttamente, espone a rischi operativi e fiscali che raramente valgono il risparmio sulle commissioni. La regola pratica è semplice: comodità e conformità, per ora, costano.
I rischi che restano: settlement, freeze e frammentazione
Anche con regole solide, i pagamenti in stablecoin portano rischi che nessun regolamento cancella del tutto. Il primo è la finalità del regolamento: una transazione on-chain è veloce, ma la sua irrevocabilità dipende dalla blockchain sottostante e non sempre offre le stesse garanzie giuridiche di un bonifico bancario. Il secondo è il potere di congelamento: gli emittenti centralizzati come Circle e Tether possono bloccare o mettere in blacklist singoli indirizzi su richiesta delle autorità, una tutela contro il crimine che è anche un promemoria del fatto che quel denaro non è del tutto vostro.
Il terzo rischio è più sottile e riguarda proprio il muro dei 200 milioni: l’esenzione per il regolamento tra imprese lascia una porta aperta. Un volume enorme di dollari digitali può muoversi in Europa come settlement B2B senza toccare il tetto pensato per i consumatori, e la linea tra pagamento al dettaglio e regolamento all’ingrosso non è sempre netta. Si aggiunga la frammentazione: decine di programmi di carte, wallet e reti diverse, ognuno con le sue regole, complicano l’antiriciclaggio e la Travel Rule. Il pagamento in stablecoin è comodo, ma è anche una superficie di attacco nuova per truffe e furti, un tema che tocca da vicino la privacy e la sorveglianza delle reti di pagamento digitali.
C’è infine il rischio che nasce dal codice. Le stablecoin vivono su smart contract e dipendono da ponti tra blockchain, oracoli e wallet: un difetto in uno di questi strati può congelare fondi o aprire la porta a un furto, come la cronaca degli ultimi anni ha ripetutamente mostrato. E per quanto una stablecoin ben garantita rompa raramente l’ancoraggio, un depeg anche breve durante un pagamento significa ricevere meno di quanto pattuito: un problema tollerabile per chi fa trading, molto meno per chi ci paga l’affitto. Sono rischi gestibili con custodia seria e diversificazione, ma vanno messi in conto: pagare in stablecoin non è ancora sicuro come pagare con moneta di banca centrale, ed è proprio questa la scommessa che l’euro digitale vuole vincere.
Il calendario che conta
I prossimi mesi decideranno se le regole sui pagamenti in stablecoin reggeranno l’urto della crescita. La consultazione europea di revisione del MiCA chiude il 30 settembre e potrebbe ridisegnare il tetto sulle valute estere e il divieto di interessi; oltreoceano la finestra dei commenti sulla proposta del Tesoro americano si chiude il 19 ottobre, in vista dell’entrata in vigore piena del GENIUS Act a gennaio 2027. Nel frattempo l’euro digitale prosegue il suo percorso legislativo e Qivalis punta a debuttare entro fine anno. Ecco le date da tenere d’occhio.
| Data | Evento | Cosa può cambiare |
|---|---|---|
| 30 settembre 2026 | Chiusura consultazione di revisione del MiCA | Possibile riscrittura del tetto sulle stablecoin non in euro e del divieto di interessi |
| 19 ottobre 2026 | Fine commenti sulla proposta del Tesoro USA (GENIUS) | Definizione delle regole attuative per le payment stablecoin |
| Fine 2026 | Obiettivo di chiusura della legislazione sull’euro digitale | Via libera al pilota 2027 e al lancio verso il 2029 |
| Seconda metà 2026 | Debutto atteso della stablecoin in euro Qivalis | Prima grande alternativa bancaria europea al dollaro digitale |
| 18 gennaio 2027 | Entrata in vigore piena del GENIUS Act | Le payment stablecoin USA operano a regime |
La partita di fondo non è tecnica, è politica: chi controlla il denaro con cui gli europei pagheranno domani. Le stablecoin hanno dimostrato di funzionare come binario di pagamento; ora tocca alle regole decidere in quale valuta correranno quei binari, e sotto quale bandiera.
Domande frequenti
Posso pagare con le stablecoin in Italia nel 2026?
Sì. Usare una stablecoin conforme al MiCA come USDC per pagare è legale in Italia, ma quel token è un credito verso un emittente privato, non un deposito bancario: non è coperto dalla garanzia dei depositi fino a 100.000 euro. La vigilanza spetta a Consob per la condotta e alla Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali.
Cos’è il tetto dei 200 milioni del MiCA sulle stablecoin?
È il limite che il MiCA impone alle stablecoin non denominate in una valuta ufficiale dell’Unione, quindi ai dollari digitali, quando sono usate come mezzo di scambio per beni e servizi: oltre un milione di transazioni al giorno o 200 milioni di euro di valore giornaliero, l’emittente deve sospendere le nuove emissioni. Non si applica a trading, custodia e regolamento tra imprese.
Qual è la differenza tra MiCA e GENIUS Act sui pagamenti?
Entrambi impongono riserve al 100% e vietano gli interessi ai detentori, ma il MiCA consente di emettere solo a banche o istituti di moneta elettronica e spinge parte delle riserve nei depositi bancari europei, mentre il GENIUS Act ammette anche emittenti non bancari e tiene le riserve soprattutto in titoli del Tesoro americano. L’Europa aggiunge inoltre il tetto contro le valute estere.
Le stablecoin pagano interessi a chi le detiene?
No. Sia il MiCA sia il GENIUS Act vietano agli emittenti di corrispondere interessi ai detentori. Il rendimento generato dalle riserve resta all’emittente, ed è particolarmente elevato con i tassi attuali; per uno strumento di pagamento l’assenza di interessi è una scelta di disegno, ma spinge il mercato a cercare rendimento in prodotti simili come i fondi monetari tokenizzati.
L’euro digitale sostituirà le stablecoin?
Non le sostituirà, ma vuole affiancarle come alternativa pubblica. L’euro digitale è moneta della banca centrale, non un token privato, e punta a garantire pagamenti europei indipendenti dai circuiti stranieri; il suo percorso legislativo mira a chiudersi entro fine 2026 con un possibile lancio verso il 2029. Le stablecoin in euro come Qivalis restano l’alternativa privata parallela.
Anneke de Vries, desk Regolamentazione di HOGE Wire.