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● Bitcoin & Layer-1s

Taproot verso i cinque anni: il 2026 che l’ha messo alla prova

A quasi cinque anni dall'attivazione, il 2026 ha reso Taproot il fronte più caldo di Bitcoin: fork falliti, guerra dei dati, rischio quantistico. E le sue vittorie silenziose sono finalmente arrivate.

Quasi cinque anni fa, il 14 novembre 2021, il blocco 709.632 ha portato in produzione Taproot, l’aggiornamento più importante di Bitcoin dopo SegWit. Arrivò senza clamore: nessun hard fork, nessuna spaccatura, un soft fork approvato da oltre il 90% dei miner attraverso il meccanismo Speedy Trial. Per anni la vulgata lo ha descritto come un upgrade tecnico e silenzioso, roba da crittografi, utile a chi usa il multisig e a chi tiene alla privacy.

Il 2026 ha raccontato una storia diversa. Nel giro di dodici mesi Taproot è diventato il terreno di scontro più caldo di Bitcoin: una proposta di soft fork ha tentato di mutilarne le funzioni, una guerra sui dati on-chain ha diviso la community, i covenant che dovrebbero costruirci sopra restano in panchina, i Layer 2 che ne dipendono hanno vissuto una selezione brutale e una ricerca di Google ha trasformato gli indirizzi Taproot nel primo bersaglio del rischio quantistico. Nel frattempo, lontano dai riflettori, le sue promesse più noiose (firme aggregate, canali Lightning più efficienti, custodia condivisa) si sono finalmente materializzate.

A ridosso del quinto anniversario, con Bitcoin che scambia intorno ai 67.000 euro dopo un rally regolatorio d’agosto, vale la pena fare i conti: cosa ha davvero cambiato Taproot, cosa ha resistito e cosa il 2026 ha rimesso in discussione.

Cosa è stato Taproot, in breve (e perché silenzioso è sempre stato fuorviante)

Taproot non è una singola modifica, ma un pacchetto di tre proposte attivate insieme. BIP-341 ha definito il tipo di output Pay-to-Taproot (P2TR) e i Merkelized Alternative Script Trees (MAST), la struttura ad albero che permette di nascondere tutti i rami di uno smart contract tranne quello effettivamente usato. BIP-340 ha introdotto le firme Schnorr al posto dell’ECDSA, e BIP-342 (Tapscript) ha aggiornato il linguaggio di scripting, rimuovendo tra l’altro il vecchio limite di 10.000 byte sulla dimensione degli script. Gli indirizzi P2TR iniziano con bc1p (formato bech32m), contro il bc1q di SegWit e l’1 degli indirizzi legacy.

I vantaggi teorici erano tre. Privacy: una spesa che usa il cosiddetto key path è indistinguibile da un qualsiasi altro pagamento a chiave singola, che dietro ci sia un singolo utente o un multisig aziendale. Efficienza: firme più piccole e aggregabili, con risparmio sulle commissioni. Flessibilità: MAST rivela solo il ramo di script davvero utilizzato, non l’intero contratto. Il punto spesso dimenticato è un altro: la linearità delle firme Schnorr rende possibili costruzioni che con ECDSA erano complicate o impraticabili, dai MuSig2 alle firme a soglia FROST fino alle adaptor signatures. È da lì che nasce metà delle innovazioni di cui parliamo nel 2026 (CoinDesk).

Vale la pena soffermarsi su un dettaglio che spiega molto di ciò che è seguito. Con l’ECDSA, combinare due firme non produce una firma valida; con Schnorr sì. Questa proprietà è ciò che permette a più partecipanti di fondere chiavi e firme in un unico oggetto che la blockchain legge come se appartenesse a una sola persona. Da qui il multisig compatto, le firme a soglia e le adaptor signatures che alimentano i contratti condizionali su Bitcoin. Taproot non ha solo reso Bitcoin più efficiente: ne ha ampliato il vocabolario crittografico, ed è questo che nel 2026 ha reso possibili Ark, i canali Taproot su Lightning e persino i primi rollup.

Il termine silenzioso è sempre stato fuorviante per due ragioni. La prima: Taproot non ha reso Bitcoin più privato per impostazione predefinita, ha reso possibile la privacy solo se i wallet la implementano, e in pochi lo hanno fatto. La seconda: la stessa flessibilità pensata per gli smart contract si è rivelata un invito per usi che nessuno aveva previsto.

Tipo di indirizzoPrefissoIntrodottoCaratteristica
Legacy (P2PKH)1…2009chiave pubblica nascosta dietro un hash fino alla prima spesa
SegWit (P2WPKH)bc1q2017sconto sul testimone, oggi circa l’85-90% delle transazioni
Taproot (P2TR)bc1p2021Schnorr e MAST, chiave pubblica esposta on-chain dalla creazione

Il paradosso dell’adozione: numeri gonfiati, promessa a metà

A cinque anni, quanto è usato Taproot? Dipende da come si misura, e le metriche non concordano tra loro. Sulla quota di transazioni, P2TR ha toccato un picco intorno al 42% all’inizio del 2024, trainato dagli Ordinals e dal lancio di Runes, per poi ridiscendere: nel 2026 oscilla tra il 15% e il 20%, secondo i tracker di adozione (Spark). SegWit resta la base, ben sopra l’80% delle transazioni.

Anche il modo di contare pesa. La quota di Taproot cambia a seconda che si misurino le transazioni, gli input o gli output, e le tre metriche non coincidono mai del tutto: una singola operazione di inscription può creare molti output Taproot pur restando una sola transazione. A questo si aggiunge un ostacolo pratico rimasto irrisolto a lungo, cioè il supporto agli indirizzi bc1p in deposito presso alcuni exchange, arrivato in ritardo e capace di frenare l’adozione lato utente a prescindere dai meriti tecnici del formato.

Il paradosso è che gran parte di quell’attività non è ciò per cui Taproot era stato pensato. Secondo un’analisi di Steve Jeffress, creatore di UTXOracle, pubblicata da ForkLog nell’aprile 2026, circa il 99% delle transazioni Taproot dal 2024 sono dust, ossia finanziamenti di canali Lightning e metaprotocolli come Ordinals, Runes e BRC-20, non pagamenti veri. Jeffress non ha usato giri di parole: «These are not financial transactions. This was not the expected behavior when we created Taproot».

La vittoria vera, quella privacy del key path e dei multisig indistinguibili, è avanzata lentamente e in sordina, proprio perché non produce picchi di volume. In altre parole: i numeri alti raccontano gli inscription e i token, non la privacy. Chi vuole capire come Taproot abbia reso possibile l’economia delle iscrizioni può leggere la nostra analisi su Ordinals e la differenza con gli NFT tradizionali. Resta il punto: l’adozione organica, quella dei wallet che passano di default a bc1p, è ancora un processo lento, guidato più dagli sviluppatori di protocollo e dal Lightning Network che da una migrazione di massa degli utenti.

Taproot nel 2026: la cronologia di un anno decisivo

Nessun singolo evento spiega perché Taproot sia tornato al centro del dibattito. È la somma di una manciata di fatti concentrati in pochi mesi, che vale la pena mettere in fila prima di analizzarli uno per uno.

DataEvento
27 gennaio 2026Citrea, primo ZK-rollup che regola direttamente su Bitcoin, va in mainnet
21 marzo 2026USDT arriva su Bitcoin e Lightning tramite Taproot Assets (USDT-L)
31 marzo 2026Una ricerca di Google rivede al ribasso i qubit necessari per rompere l’ECC
9 giugno 2026Bark, implementazione del protocollo Ark, entra in mainnet
11 giugno 2026LND v0.21 porta i Simple Taproot Channels in produzione
9 agosto 2026Il soft fork BIP-110 fallisce, la catena minoritaria si ferma allo 0,15% dell’hashpower

BIP-110, quando qualcuno ha provato a mutilare Taproot

La proposta BIP-110 (Reduced Data Temporary Softfork, firmata da Dathon Ohm) puntava a soffocare per un anno l’uso di Bitcoin come piattaforma dati. Le sue sette restrizioni colpivano quasi tutte proprio Taproot: annex invalidato, control block limitato, divieto degli opcode OP_SUCCESS e OP_IF in Tapscript, tetti sui push. In pratica, BIP-110 voleva restringere la flessibilità di scripting che è il cuore stesso di Taproot.

Il tentativo è fallito in modo netto. La finestra di signaling obbligatorio si è aperta intorno al 9 agosto 2026 (blocco 961.632) con appena il 2,5% dei blocchi favorevoli, contro una soglia del 55%. Una catena minoritaria si è staccata, ha minato due blocchi in circa otto ore e si è fermata, trattenendo circa lo 0,15% dell’hashpower mentre il 99,85% restava sulla catena principale; a quel ritmo servirebbero circa 25 anni per il primo aggiustamento di difficoltà (CoinDesk). La distribuzione dell’hashpower, in un anno di corsa verso i 2 zettahash di cui abbiamo scritto nel pezzo sulla crescita dell’hashrate, ha reso il fork minoritario irrilevante fin dal primo blocco.

Il dettaglio interessante è come si è consumata la spaccatura. La regola del signaling obbligatorio impone ai blocchi conformi di segnalare, pena il rifiuto: quando una piccola minoranza di hashpower ha continuato a farlo, si è ritrovata su una catena separata, subito surclassata da quella maggioritaria. Non è servita alcuna azione coordinata degli altri miner per fermarla, è bastato che la stragrande maggioranza semplicemente non la seguisse. È una dinamica che richiama la sorte di SegWit2x nel 2017, l’ultimo grande tentativo di cambiamento controverso abbandonato per mancanza di consenso, qui riproposta con un esito ancora più netto.

Michael Saylor, presidente esecutivo di Strategy, ha commentato l’esito con una frase diventata subito virale: «Bitcoin worked exactly as designed. BIP-110 was free to fork, and the network was free not to follow» (Crypto Times). Prima del voto, Adam Back, CEO di Blockstream, era stato altrettanto tranchant sulla proposta: «It really doesn’t work, breaks multiple things, doesn’t have tech nor ecosystem consensus. This is not the way» (Bitcoin.com News). La lezione dell’anniversario è chiara: la stessa proprietà che rende Taproot controverso, la sua flessibilità, è stata difesa dalla rete nel momento in cui qualcuno ha provato a toglierla.

La guerra dei dati: OP_RETURN, Knots e una frattura culturale

La battaglia su BIP-110 non è nata dal nulla. Le radici affondano nell’ottobre 2025, quando Bitcoin Core v30 ha alzato il limite predefinito di OP_RETURN da 83 byte a 100.000 e ha permesso più output OP_RETURN per transazione (CoinDesk). Per una parte della community era pragmatismo, meglio i dati in un OP_RETURN prunabile che gonfiati dentro gli UTXO; per un’altra era un tradimento dei principi.

Luke Dashjr, manutentore dell’implementazione alternativa Bitcoin Knots, ha definito il cambiamento «malicious code» destinato a «kill Bitcoin almost immediately», secondo la ricostruzione della disputa fatta da OAK Research. Il risultato concreto: Knots è salita fino a circa il 23% dei nodi in ascolto, da circa il 4% di inizio 2025. Dietro la disputa tecnica c’è una frattura filosofica su cosa sia Bitcoin: una rete di regolamento monetario o una piattaforma dati. Taproot, con il suo spazio testimone flessibile, è al centro proprio perché è lo strumento che ha reso possibile l’esplosione di inscription e token dopo Runes (aprile 2024). È la ragione per cui, ogni volta che riparte il dibattito sui dati, si finisce a parlare di Taproot.

Il contesto aiuta a capire la posta in gioco. Dopo il lancio di Runes, nell’aprile 2024, il volume di dati registrati tramite gli output OP_RETURN è cresciuto in modo marcato, e la mossa di Core v30 (alzare il limite predefinito e consentire più output) è stata letta da una parte della base come una legittimazione di quell’uso; tra i critici illustri è comparso anche Nick Szabo. Sul fronte opposto, molti sviluppatori di Core hanno ribattuto che filtrare i dati a livello di policy è inutile, perché chi vuole scrivere sulla catena troverà comunque un modo, e che è preferibile un OP_RETURN prunabile a dati mascherati dentro gli UTXO, destinati a restare nella memoria dei nodi per sempre.

Le vittorie silenziose che si sono finalmente materializzate

Mentre le liti facevano notizia, la parte noiosa di Taproot ha finalmente prodotto risultati concreti. La prima è MuSig2, lo schema che aggrega più chiavi in un’unica firma Schnorr, standardizzato in BIP-327 (autori Jonas Nick, Tim Ruffing, Elliott Jin) e ormai in stato Deployed. Un input multisig con MuSig key-path pesa circa 57,5 vByte contro i 104,5 di un multisig SegWit nativo, un risparmio vicino al 45% (Bitcoin Optech, dati dal report tecnico di BitGo). Sul piano della privacy, un 2-di-2 o un 3-di-5 aggregato diventa indistinguibile da un pagamento a chiave singola: sparisce il segnale on-chain che diceva ecco un portafoglio con molti fondi e molte firme.

Costruzione multisigPeso input (vByte)Note
MuSig2 key-pathcirca 57,5firma Schnorr aggregata, indistinguibile da un pagamento normale
Multisig SegWit nativocirca 104,5lo script multisig è visibile on-chain
Multisig Tapscript (profondità 1)circa 107,5viene rivelato il ramo di script utilizzato

La seconda vittoria è arrivata su Lightning. Con LND v0.21 (11 giugno 2026), i canali basati su Taproot, i Simple Taproot Channels, sono passati da sperimentali a produzione, safe to use on mainnet nelle parole dello stesso team. Portano privacy ed efficienza al funding dei canali e usano MuSig2 per la chiusura cooperativa con Replace-By-Fee, con un accorgimento specifico contro il riutilizzo dei nonce (Lightning Labs). È forse la ricaduta più tangibile dell’upgrade: potenzialmente milioni di canali che si confondono con i pagamenti ordinari on-chain. A queste due si aggiunge la crescita silenziosa della custodia collaborativa, dove utente e provider firmano insieme senza esporre uno script multisig appariscente sulla catena.

Resta però un’avvertenza importante. MuSig2 e le firme a soglia (la variante FROST, standardizzata dall’IETF come RFC 9591 nel 2024, è in arrivo anche su Bitcoin) tolgono dalla catena il segnale di un multisig ad alta soglia, ma non risolvono il problema di sapere davvero cosa si sta firmando. Gli attacchi più costosi degli ultimi due anni, a partire da quello a Bybit, non hanno rotto la crittografia: hanno ingannato i firmatari con interfacce manomesse. Rendere i portafogli indistinguibili è un guadagno di privacy, non una polizza contro l’errore umano.

I covenant restano in panchina: OP_CTV, OP_CAT e lo stallo

Se le firme aggregate hanno mantenuto la promessa, i covenant, cioè le clausole che vincolano come una moneta potrà essere spesa in futuro, restano bloccati. OP_CTV (BIP-119, Jeremy Rubin), il più vicino all’attivazione, ha pubblicato un client di attivazione a marzo 2026, ma il signaling dei miner è rimasto inchiodato intorno al 2%, contro una soglia del 90%; l’attivazione appare improbabile prima della scadenza del marzo 2027 (AMINA Bank). OP_CAT (BIP-347) ha ottenuto una specifica completa, ma nessun percorso di attivazione concordato.

Qui entra il dibattito più profondo, quello tra ossificazionisti (chi vuole congelare per sempre le regole di Bitcoin) e chi spinge per l’evoluzione. Andrew Poelstra, di Blockstream e co-autore di diversi BIP legati a Taproot, si è schierato apertamente: «We need to talk to people who identify as ossificationists… And I think we just got to argue passionately and correctly that this is something that would be good for Bitcoin». Poelstra cita proprio Ordinals e inscription come prova che Bitcoin cambia comunque, in modi non previsti, che lo si voglia o no (Bitcoin Magazine). È un argomento che il 2026 ha reso concreto: la rete si è dimostrata capace di respingere una modifica sgradita (BIP-110), ma incapace di approvarne una attesa da anni (i covenant). Taproot resta una fondazione flessibile su cui, per ora, si costruisce poco a livello di consenso.

Vale la pena distinguere due strade. I covenant come OP_CTV richiedono un soft fork e un consenso che, come si è visto, oggi non c’è; servirebbero a costruire vault (casseforti che vincolano dove i fondi possono andare) e sistemi di controllo della congestione. BitVM, al contrario, non richiede alcuna modifica del protocollo: sfrutta proprio la maggiore capacità di scripting sbloccata da Tapscript per verificare, e non eseguire, programmi arbitrari tramite prove di frode. È la ragione per cui, mentre i covenant restano fermi, i Layer 2 basati su BitVM hanno potuto andare avanti senza attendere l’attivazione di nulla.

Layer 2 su Taproot: la grande scrematura del 2026

Taproot doveva anche abilitare una nuova generazione di Layer 2. Nel 2026 quella promessa ha incontrato la durezza del mercato. Sul fronte tecnico i progressi sono reali: Citrea, il primo ZK-rollup che regola direttamente su Bitcoin, è andato in mainnet il 27 gennaio 2026 (The Block). Il suo bridge e le sue prove si appoggiano a BitVM, che a sua volta esiste solo perché Tapscript ha rimosso il vecchio limite di 10.000 byte sugli script: senza Taproot non ci sarebbe BitVM, e senza BitVM non ci sarebbe Citrea.

Protocolli come Ark spostano off-chain i pagamenti usando output pre-firmati (i VTXO) garantiti da un UTXO condiviso, con spese cooperative MuSig2 indistinguibili da un normale P2TR; Bark, l’implementazione di Second, è arrivato in mainnet il 9 giugno 2026, mentre Arkade di Ark Labs ha lanciato la beta pubblica a ottobre 2025. Ne abbiamo scritto in dettaglio in Ark: come Taproot fa scalare Bitcoin oltre Lightning. Ma il quadro macro è stato spietato: il valore bloccato nei Layer 2 di Bitcoin è crollato di oltre il 74% su base annua, e a fine agosto CoinDesk parlava apertamente di una scrematura in stile dot-com, con oltre 100 progetti chiusi nel 2026. La flessibilità di Taproot ha reso possibili questi L2; non li ha resi automaticamente sostenibili.

I numeri della contrazione sono impietosi. Il capitale immobilizzato nella finanza su Bitcoin (la cosiddetta BTCFi) è sceso da circa 101.700 a circa 91.300 BTC nel corso del 2026, meno dello 0,5% dell’offerta totale, e diversi bridge basati su BitVM hanno visto il valore depositato scivolare sotto il milione di dollari (CoinDesk). Citrea ha risposto puntando su prodotti nativi, come prestiti garantiti da BTC e la stablecoin ctUSD, invece di clonare ciò che gira su altre catene, nella convinzione che l’unico Layer 2 destinato a durare sia quello che offre qualcosa di unicamente abilitato dalla sicurezza di Bitcoin.

Gli stablecoin tornano su Bitcoin (ma in Europa è complicato)

Una delle sorprese del 2026 è il ritorno del dollaro su Bitcoin, reso possibile da Taproot Assets, il protocollo di Lightning Labs. Il 21 marzo 2026 USDT è andato live su Bitcoin e Lightning come USDT-L, una rappresentazione custodita da Cantor Fitzgerald (Tether); l’apertura di un canale costava pochi centesimi contro le decine di dollari del picco 2023. Anche il protocollo concorrente RGB ha raggiunto il mainnet nel 2025, con i primi asset emessi.

Per il lettore italiano, però, c’è un dettaglio regolatorio decisivo. Tether non ha mai richiesto l’autorizzazione come emittente di token di moneta elettronica (EMT) ai sensi di MiCA, quindi nessun exchange autorizzato nello Spazio economico europeo offre coppie USDT dopo la fine del periodo transitorio (1 luglio 2026). La ricezione in self-custody resta legale, ma l’accesso tramite piattaforme regolate no. È la differenza tra il protocollo, che nessun regolatore approva o blocca, e il servizio, che Consob e Banca d’Italia vigilano. Il diverso trattamento fiscale tra stablecoin in euro ed extra-europei non è un dettaglio da poco: lo spieghiamo nell’analisi su perché le stablecoin in euro pagano un’aliquota diversa.

Il contrasto tra i due protocolli che riportano il dollaro su Bitcoin è istruttivo. Taproot Assets, di Lightning Labs, si appoggia a server dedicati (le Universe) per distribuire le prove di validità; RGB, nato dal lavoro di Giacomo Zucco e Maxim Orlovsky e arrivato al mainnet nel 2025, punta su uno scambio di prove interamente peer-to-peer. Entrambi ancorano gli asset a output Taproot. Sul piano regolatorio, mentre Tether ha rinunciato al mercato europeo, Circle ha imboccato la strada opposta, ottenendo licenze nell’Unione per USDC ed EURC conformi a MiCA: due filosofie opposte sullo stesso pezzo di infrastruttura.

L’orologio quantistico: perché Taproot è il primo bersaglio

Il capitolo più inatteso dell’anniversario è arrivato il 31 marzo 2026, quando una ricerca di Google Quantum AI ha rivisto al ribasso le risorse necessarie per rompere la crittografia a curva ellittica di Bitcoin: meno di 500.000 qubit fisici, contro i milioni stimati in precedenza (CoinDesk; research.google). Il problema è specificamente di Taproot: un output P2TR espone la chiave pubblica completa on-chain fin dalla creazione, mentre gli indirizzi legacy e P2WPKH la tengono nascosta dietro un hash finché non si spende. Circa 6,9 milioni di BTC, quasi un terzo dell’offerta, siedono già su indirizzi con chiave esposta.

Le contromisure sono sul tavolo, ma non attivate. BIP-360 (P2MR) ristruttura gli output per rimuovere la spesa key-path vulnerabile, rinviando a proposte future le firme post-quantum vere e proprie (bip360.org); BIP-361 propone un meccanismo a fasi che, nel tempo, invaliderebbe le firme legacy per spingere gli utenti a migrare. Non tutti sono allarmati. L’analista on-chain Willy Woo, che pure ha pubblicato una guida per spostare i fondi da bc1p verso indirizzi hash-based come misura precauzionale, resta ottimista sul lungo periodo: «BTC remains the best monetary asset if you take a long time horizon beyond the next 10 years. Quantum will not break BTC because BTC will adapt» (Yahoo Finance). Il consenso tra gli esperti colloca una minaccia concreta oltre il 2030: abbastanza lontano da non giustificare il panico, abbastanza vicino da rendere urgente decidere ora il percorso di migrazione.

Il dibattito, però, si è fatto più concreto nel 2026. Ad aprile un ricercatore ha rotto una chiave a curva ellittica da 15 bit su hardware quantistico accessibile via cloud, vincendo una taglia messa in palio da Project Eleven (CoinDesk): una dimostrazione ancora lontanissima dai 256 bit che proteggono le chiavi di Bitcoin, ma con un salto di scala rispetto ai record precedenti che ha alimentato la discussione. La proposta BIP-361 immagina una migrazione in due fasi: prima si vietano i nuovi invii verso indirizzi vulnerabili, poi si rendono inspendibili le vecchie firme, così da costringere a muoversi chi è rimasto fermo. Il nodo, tipico di Bitcoin, è che una scelta del genere non ha una regia centrale: va costruita blocco dopo blocco, nel consenso.

Taproot e il fisco italiano: cosa cambia (e cosa no)

Per chi detiene o usa Bitcoin dall’Italia conviene sgombrare il campo da un equivoco: nessun regolatore approva o blocca un soft fork come Taproot. MiCA e le competenze di Consob e Banca d’Italia riguardano i servizi (exchange, custodia, emissione di token), non il layer di consenso del protocollo, come chiarisce la stessa sezione MiCAR di Consob. L’attivazione di Taproot nel 2021, o quella futura di un ipotetico BIP-360, non sono decisioni che un’autorità di mercato può vidimare o vietare.

Sul piano fiscale, spostare i propri fondi tra i propri indirizzi (da un bc1q a un bc1p, per esempio) non è una cessione e non genera plusvalenze imponibili: è un trasferimento tra portafogli dello stesso soggetto. Quello che conta per il fisco è la cessione a titolo oneroso. Dal 1° gennaio 2026 l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze cripto è salita al 33%, dopo il dietrofront sul 42% inizialmente previsto (CoinDesk), e l’autocustodia richiede il monitoraggio nel quadro RW. La scelta del tipo di indirizzo, insomma, è irrilevante ai fini della dichiarazione: conta cosa vendi, quando e a quale prezzo. Migrare verso Taproot per motivi di privacy o di commissioni non ha alcuna conseguenza fiscale in sé.

Un’ultima nota di contesto italiano. Il periodo transitorio di MiCA per gli operatori nazionali si è chiuso il 1° luglio 2026, e a quella data Consob e Banca d’Italia contavano una manciata di soggetti pienamente autorizzati come prestatori di servizi in cripto-attività. La vigilanza, però, si esercita su questi intermediari, non sul codice di Bitcoin: un utente che gestisce le proprie chiavi e usa indirizzi Taproot in autocustodia non rientra nel perimetro dei servizi regolati, pur restando soggetto agli obblighi dichiarativi. È la distinzione, ricorrente in tutto questo articolo, tra il livello del protocollo e quello dei servizi costruiti sopra.

Prezzo e contesto: un anniversario in pieno rally regolatorio

Taproot si avvicina ai cinque anni in un momento di mercato particolare. Bitcoin scambia intorno ai 67.000 euro (CoinGecko), dopo un agosto 2026 segnato da un rally spinto dallo slancio regolatorio negli Stati Uniti (l’iter del CLARITY Act) più che da fattori tecnici on-chain. La corsa si è però raffreddata a fine mese sulle parole del nuovo corso hawkish della Federal Reserve, come abbiamo raccontato nel pezzo su Bitcoin, Warsh e lo stallo del rally d’agosto.

È un promemoria utile: il valore di Taproot non si legge nel prezzo. Un upgrade del protocollo cambia cosa Bitcoin può fare, non quanto vale il giorno dell’anniversario. Le due cose viaggiano su binari diversi, anche se la stampa tende a confonderle: nel 2021 Taproot fu attivato vicino ai massimi storici di allora, e qualcuno lo lesse come un catalizzatore di prezzo che non era mai stato.

Cosa aspettarsi dai prossimi cinque anni

Se i primi cinque anni di Taproot sono stati la storia di una promessa mantenuta a metà, i prossimi si giocheranno su tre fronti. Il primo sono i covenant: se OP_CTV o un suo successore verranno attivati, i vault e gli strumenti di scaling diventeranno realtà; se lo stallo continua, resteranno esperimenti su testnet. Il secondo è il rischio quantistico: la finestra stimata dagli esperti (2030 e oltre) è abbastanza lontana da non giustificare allarmismi, ma abbastanza vicina da rendere necessario avviare il coordinamento adesso, e Bitcoin, senza una fondazione che decide dall’alto, dovrà orchestrare un consenso decentralizzato che è lento per costruzione.

Il terzo fronte sono i Layer 2: dopo la scrematura del 2026 sopravvivranno i progetti con un modello economico sostenibile e un caso d’uso unicamente abilitato dalla sicurezza di Bitcoin, non le copie di ecosistemi altrui. La battaglia BIP-110 ha mostrato una cosa: la rete difende la flessibilità di Taproot anche quando è scomoda. La domanda dei prossimi cinque anni non è se Taproot resterà, ma se Bitcoin saprà usarlo per qualcosa di più che inscription e speculazione, oppure se la vittoria silenziosa delle firme aggregate e dei canali Lightning resterà l’eredità più solida di questo upgrade.

Domande frequenti

Quando è stato attivato Taproot e cosa ha introdotto?

Taproot è stato attivato il 14 novembre 2021 al blocco 709.632, tramite il meccanismo Speedy Trial con oltre il 90% di consenso dei miner. Ha introdotto tre novità combinate: le firme Schnorr (BIP-340), il tipo di output Pay-to-Taproot con i MAST (BIP-341) e il linguaggio Tapscript (BIP-342). I suoi indirizzi iniziano con il prefisso bc1p.

Perché gli indirizzi Taproot (bc1p) sono più esposti al rischio quantistico?

Perché un output Taproot rivela la chiave pubblica completa on-chain fin dalla creazione, mentre gli indirizzi legacy e SegWit (P2WPKH) la nascondono dietro un hash finché non si effettua la prima spesa. Un futuro computer quantistico potrebbe derivare la chiave privata da quella pubblica esposta. Secondo la ricerca di Google del marzo 2026, la minaccia concreta è comunque collocata oltre il 2030.

Cos’era il fork BIP-110 e come è andato a finire?

BIP-110 era un soft fork temporaneo che voleva restringere l’uso di Bitcoin come piattaforma dati, limitando diverse funzioni di Tapscript. È fallito nell’agosto 2026: al signaling ha ottenuto circa il 2,5% dei blocchi contro una soglia del 55%, e la catena minoritaria che si è staccata si è fermata con circa lo 0,15% dell’hashpower.

Spostare i miei bitcoin da bc1q a bc1p è un’operazione tassabile in Italia?

No. Trasferire fondi tra i propri portafogli non è una cessione a titolo oneroso e non genera plusvalenze imponibili. La tassazione (imposta sostitutiva al 33% dal 2026) scatta solo quando si cede la cripto contro euro, altre valute o beni. Chi detiene in autocustodia deve però indicare le somme nel quadro RW.

Taproot ha reso Bitcoin più privato per tutti?

No. Taproot ha reso possibile una privacy migliore (spese key-path e multisig indistinguibili grazie a MuSig2), ma solo se i wallet la implementano. L’adozione organica è lenta e gran parte dell’attività Taproot deriva da inscription e finanziamenti di canali Lightning, non dai pagamenti privati per cui era stato pensato.

Marcus Okafor scrive di infrastruttura Bitcoin, protocollo e regolamentazione per HOGE Wire.

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