CLARITY Act rinviata: l’enforcement crypto resta alla SEC
Il Senato USA rinvia la CLARITY Act a settembre e le probabilità di approvazione crollano. Senza legge, la regolazione crypto americana resta in mano all'enforcement della SEC.
Per mesi l’industria crypto statunitense ha atteso un voto del Senato sulla CLARITY Act, la legge che avrebbe dovuto stabilire una volta per tutte dove finisce la competenza della SEC e dove comincia quella della CFTC sui mercati dei digital asset. Quel voto, prima della pausa estiva del Congresso, non ci sarà. Il rinvio a settembre non è un dettaglio procedurale: rimette la regolazione delle criptovalute americane dove è rimasta per quasi tutto l’ultimo decennio, cioè nelle mani dell’enforcement e del rulemaking della SEC. Ed è proprio questo il motivo per cui la notizia, apparentemente lontana da Milano o Roma, riguarda anche chi investe in crypto dall’Italia.
Il voto che non arriverà (prima di settembre)
Il 6 agosto 2026 il leader della maggioranza al Senato, John Thune, ha fatto sapere tramite il suo ufficio che la camera alta non ha il tempo materiale per completare dibattito, emendamenti e voto di cloture prima che i senatori lascino Washington, come riportato da CoinDesk. Le parole di Thune raccontano bene lo stallo: «The Dems are insistent on no Clarity vote» (i democratici insistono per non votare la CLARITY), ha detto, aggiungendo di aver lavorato con i promotori del testo e che la senatrice Cynthia Lummis «was great, and we’re getting that queued up first thing when we come back» (è stata bravissima, e la rimettiamo in cima all’agenda appena rientriamo). Tradotto: se ne riparla a settembre.
Il Senato rientra il 14 settembre 2026 e avrà circa tre settimane di lavoro utili; la prima mozione procedurale potrebbe arrivare tra il 15 e il 16 settembre, a seconda di quando la leadership depositerà la richiesta di cloture. Nel frattempo i mercati delle previsioni hanno tagliato le stime in modo brutale. Le probabilità di approvazione entro il 2026 quotate su Polymarket, salite a un picco superiore all’82% a febbraio, sono scivolate su valori a una cifra o poco più: intorno al 13% secondo CCN, ai minimi storici di circa il 27% secondo crypto.news, con oscillazioni tra i vari contratti e le diverse date di rilevazione.
La reazione dei prezzi non si è fatta attendere. Nella sessione in cui la notizia del rinvio ha preso corpo, oltre 670 milioni di dollari di posizioni a leva sono stati liquidati tra Bitcoin, Ether e XRP, sempre secondo CCN. Al momento in cui scriviamo Bitcoin vale circa 56.200 euro e Ether circa 1.660 euro (CoinGecko). La correlazione tra assetto normativo e prezzi non è una novità, e chi segue la meccanica dietro il legame tra Bitcoin e azioni sa che le notizie da Washington entrano nel book in tempo reale, spesso amplificate dalla leva.
Cosa è davvero la CLARITY Act, e perché il rinvio pesa
La CLARITY Act (formalmente H.R. 3633, Digital Asset Market Clarity Act) è il tentativo più ambizioso del Congresso di dare una struttura di mercato ai crypto-asset. Il testo era passato alla Camera con un ampio margine, 294 voti a 134, il 17 luglio 2025, con decine di democratici a favore; la commissione Bancaria del Senato lo aveva fatto avanzare il 14 maggio 2026 con un voto di 15 a 9. Il cuore della legge è semplice da enunciare e complicatissimo da scrivere: assegnare alla CFTC la vigilanza sui mercati spot delle digital commodity e fissare per legge il punto in cui la normativa sui titoli della SEC smette di applicarsi a un crypto-asset.
Il rinvio pesa perché, senza una legge, quel confine tra titolo (security) e merce (commodity) resta materia di interpretazione delle agenzie, non di diritto positivo. E la posizione delle agenzie può cambiare con la maggioranza politica, come ha dimostrato la giravolta degli ultimi diciotto mesi. I nodi che hanno bloccato il testo sono noti e in gran parte extra-tecnici: una clausola etica legata ai circa 1,4 miliardi di dollari di reddito crypto dichiarati dal presidente Trump per il 2025, le disposizioni della commissione Agricoltura, le tutele per gli sviluppatori di software non-custodial (la contestata Section 604) e la questione dei rendimenti sulle stablecoin. Lo staff democratico della commissione Bancaria ha elencato cinque aree ancora aperte, dalle tutele per gli investitori alla finanza illecita fino ai conflitti di interesse. Nessuna di queste è un cavillo che si risolve in un pomeriggio.
Senza legge, comanda l’agenzia: il ritorno del rulemaking
Qui sta il paradosso che vale la pena spiegare a un lettore italiano. L’industria voleva una legge proprio per uscire dalla logica della cosiddetta regulation by enforcement, cioè regolare a colpi di cause invece che con regole scritte in anticipo. Ma con la legge di nuovo in stallo, la rete di sicurezza torna a essere l’agenzia stessa: la SEC (e, sul fronte commodity, la CFTC). Più amichevole, oggi, sotto la presidenza di Paul Atkins; ma pur sempre discrezionale, non vincolata da uno statuto e potenzialmente reversibile alla prossima elezione.
La ricostruzione completa di come la SEC sia passata dalla stagione delle cause a quella delle regole la trovate nel nostro approfondimento sulla svolta dell’enforcement SEC nel 2026. Qui interessa il punto di oggi: fallito (per ora) il tentativo legislativo, la partita si gioca tutta su due tavoli dell’agenzia, il rulemaking (le regole in gestazione) e l’enforcement (le azioni contro chi viola le norme). Entrambi procedono, ma a velocità da amministrazione pubblica, non da mercato crypto.
Le tre regole ferme all’OIRA
Il piano dell’agenzia si chiama Project Crypto, annunciato da Atkins in un discorso del 31 luglio 2025 e tradotto nel 2026 in tre distinti provvedimenti di rulemaking iscritti nell’agenda regolatoria. Il primo, identificato dal codice RIN 3235-AN38 e battezzato Regulation Crypto, disciplina offerta e vendita di crypto-asset e dovrebbe introdurre esenzioni e un safe harbor per chi lancia un token in buona fede. Gli altri due riguardano la custodia e i requisiti patrimoniali per i broker-dealer (AN48) e la struttura di mercato di piattaforme e sistemi di negoziazione alternativi (AN49). Tutti e tre restano allo stadio di proposta, con un obiettivo di pubblicazione fissato a luglio 2026 che, ad agosto, non è stato ancora rispettato.
Il collo di bottiglia è l’OIRA, l’ufficio della Casa Bianca che rivede i provvedimenti prima della pubblicazione: secondo cryptonomist e l’analisi dello studio Cleary sull’agenda regolatoria 2026, la proposta AN38 è in revisione dal marzo 2026 e potrebbe uscire in qualsiasi momento, ma nessun testo è ancora stato reso pubblico. Anche superata questa fase, ogni regola dovrà affrontare il periodo di consultazione pubblica e un voto della Commissione: l’adozione definitiva, avvertono gli analisti legali, difficilmente arriverà prima dell’inizio del 2027.
| Regola (RIN) | Ambito | Stato ad agosto 2026 |
|---|---|---|
| AN38, Regulation Crypto | Offerta e vendita di crypto-asset, esenzioni e safe harbor | In revisione all’OIRA da marzo, non pubblicata |
| AN48 | Custodia e requisiti patrimoniali per i broker-dealer | Proposta, obiettivo luglio non rispettato |
| AN49 | Struttura di mercato (exchange e sistemi alternativi) | Proposta, obiettivo luglio non rispettato |
Atkins ha sintetizzato così la filosofia del nuovo corso: «This is what regulatory agencies are supposed to do: draw clear lines in clear terms» (è esattamente ciò che le agenzie di regolazione dovrebbero fare: tracciare linee chiare con parole chiare), nella comunicazione con cui a marzo 2026 la SEC ha chiarito che la maggior parte dei crypto-asset non sono di per sé titoli. Una promessa di chiarezza che, per ora, resta più nei discorsi che nella Gazzetta federale.
Regulation by enforcement: cosa significa e perché è cambiato
La formula regulation by enforcement descrive un metodo preciso: invece di pubblicare in anticipo regole dettagliate, il regolatore lascia che siano le cause a definire i confini del lecito, un caso alla volta. Sotto la presidenza di Gary Gensler (aprile 2021, gennaio 2025) questo è stato l’approccio dominante verso le crypto, con decine di azioni fondate soprattutto sulla tesi della mancata registrazione. I numeri raccolti da Cornerstone Research danno la misura del cambio di passo: 125 azioni crypto e circa 6,05 miliardi di dollari di sanzioni monetarie sotto Gensler, contro 70 azioni e 1,52 miliardi sotto il predecessore Jay Clayton, e appena 13 azioni nell’anno fiscale 2025 (contro le 33 dell’anno prima), con sanzioni digitali per circa 142 milioni di dollari.
| Periodo | Azioni crypto | Sanzioni monetarie |
|---|---|---|
| Clayton (2017, aprile 2021) | 70 | circa 1,52 miliardi di dollari |
| Gensler (aprile 2021, gennaio 2025) | 125 | circa 6,05 miliardi di dollari |
| Anno fiscale 2025 (era Atkins) | 13 (contro 33 nel 2024) | circa 142 milioni di dollari |
Il calo non significa che la SEC abbia smesso di indagare: significa che ha spostato il baricentro. L’unità specializzata, ribattezzata Cyber and Emerging Technologies Unit, è stata riorientata verso la frode più che verso la teoria della registrazione. La commissaria Hester Peirce, storica voce garantista dentro la SEC, aveva sintetizzato bene la critica al vecchio corso: «We don’t want to use our enforcement division to write regulatory policy» (non vogliamo usare la nostra divisione enforcement per scrivere la politica regolatoria), in un’intervista a CoinDesk del marzo 2025. È il principio che l’intera svolta ha cercato di mettere in pratica.
Come funziona davvero un’azione della SEC
Per capire perché l’enforcement conta così tanto, conviene ricordare come si svolge. Tutto parte da un’indagine, spesso riservata; se lo staff ritiene ci sia una violazione, invia una Wells notice, un avviso formale che comunica l’intenzione di raccomandare un’azione e dà al destinatario la possibilità di replicare per iscritto. Il metro di giudizio per capire se un token è un investment contract (e quindi un titolo) resta il test elaborato dalla Corte Suprema nel caso SEC contro Howey del 1946: c’è un titolo quando si investe denaro in un’impresa comune con l’aspettativa di profitti derivanti principalmente dallo sforzo altrui.
La maggior parte dei casi si chiude con un accordo (settlement) in cui l’imputato non ammette né nega gli addebiti ma paga e accetta ingiunzioni. Chi invece contesta le sanzioni civili per frode ha oggi un’arma in più: nella sentenza SEC contro Jarkesy del 27 giugno 2024, la Corte Suprema ha stabilito (6 a 3) che il Settimo Emendamento garantisce il diritto a un processo con giuria ogni volta che la SEC chiede sanzioni pecuniarie per frode. Il risultato pratico è che l’agenzia usa molto meno i propri giudici amministrativi interni e porta le cause contestate davanti alle corti federali, con tempi e rischi maggiori. È una delle ragioni che spingono il regolatore a preferire regole scritte e accordi rapidi.
Le sanzioni: disgorgement, penali e interdizioni
Quando un’azione va a segno, l’arsenale della SEC comprende cinque strumenti: l’ingiunzione (l’ordine di non ripetere la violazione), il disgorgement (la restituzione dei profitti illeciti), la sanzione pecuniaria civile a tre livelli, l’interdizione dalle cariche di amministratore o dirigente e la sospensione delle negoziazioni prevista dalla Section 12(k). Sul disgorgement pesano due sentenze della Corte Suprema: Liu contro SEC del 2020, che lo limita al profitto netto e lo destina alle vittime, e Kokesh contro SEC del 2017, che lo qualifica come pena soggetta a un termine di prescrizione di cinque anni. I fondi recuperati possono confluire in un Fair Fund, meccanismo introdotto dalla legge Sarbanes-Oxley per restituire il denaro agli investitori danneggiati.
Le sanzioni pecuniarie civili seguono una griglia a tre livelli, aggiornata il 15 gennaio 2025 e rimasta invariata per il 2026, come da tabella ufficiale della SEC. Gli importi sono per singola violazione, quindi in schemi con centinaia di operazioni si moltiplicano rapidamente.
| Livello | Persona fisica | Ente |
|---|---|---|
| I | 11.823 dollari | 118.225 dollari |
| II | 118.225 dollari | 591.127 dollari |
| III | 236.451 dollari | 1.182.251 dollari |
I casi lasciati cadere nel 2025
Il volto più evidente della svolta è la lunga lista di cause chiuse nel 2025. La più simbolica è quella contro Coinbase: la Commissione ha votato l’archiviazione a febbraio 2025, chiudendo il fascicolo che era diventato il fronte principale dello scontro tra industria e regolatore (SEC). A marzo 2025 sono cadute, con pregiudizio, le cause contro Kraken, ConsenSys e Cumberland DRW (Decrypt); a maggio 2025 quella contro Binance e il fondatore Changpeng Zhao (CNBC). Nel caso Ripple, la sanzione da circa 125 milioni di dollari sulle vendite istituzionali è rimasta in piedi, ma entrambe le parti hanno ritirato i ricorsi in appello nell’agosto 2025, mettendo fine a una delle dispute più seguite del settore.
| Soggetto | Esito | Periodo |
|---|---|---|
| Coinbase | Archiviazione votata dalla Commissione | febbraio 2025 |
| Kraken, ConsenSys, Cumberland DRW | Archiviate con pregiudizio | marzo 2025 |
| Binance e Changpeng Zhao | Archiviata con pregiudizio | maggio 2025 |
| Ripple | Sanzione da 125 mln di dollari confermata, ricorsi ritirati | agosto 2025 |
| Robinhood, Uniswap, OpenSea, Gemini, Crypto.com | Indagini chiuse senza accuse | 2025 |
La frode resta frode
Attenzione a leggere la svolta come una resa. La ritirata ha riguardato la teoria della registrazione, non la frode. Il caso emblematico resta Terraform Labs e il suo fondatore Do Kwon: dopo il collasso di UST del maggio 2022, che ha bruciato decine di miliardi, la vicenda si è chiusa con un accordo complessivo da circa 4,47 miliardi di dollari (SEC). Ed è un lavoro tuttora in corso: sotto la direzione di David Woodcock, nominato capo della divisione enforcement il 4 maggio 2026, l’agenzia ha continuato a colpire gli schemi fraudolenti travestiti da innovazione.
Gli esempi del 2026 non mancano. Ad aprile la SEC ha contestato un’offerta da 16 milioni di dollari basata su accordi per token futuri (SAFT) con false promesse di copertura assicurativa da un miliardo; a maggio ha incriminato un residente in Texas per uno schema Ponzi da circa 12,3 milioni raccolti presso 150 investitori, con presunti bot di trading a intelligenza artificiale e rendimenti promessi del 40-50% in poche settimane, di cui 6,2 milioni distratti a fini personali (dettagli nella rassegna di metà 2026 di Gibson Dunn). Woodcock ha riassunto la linea con una formula che è diventata lo slogan del nuovo corso: riportare il programma di enforcement «back to basics» (alle basi), come dichiarato in un intervento del 13 maggio 2026. Meno teorie giuridiche creative, più casi di frode con vittime identificabili.
La tassonomia in cinque categorie
Il tassello che tiene insieme rulemaking ed enforcement è la mappa concettuale con cui la SEC classifica i crypto-asset. A marzo 2026 SEC e CFTC hanno pubblicato un’interpretazione congiunta che introduce una tassonomia in cinque categorie, ben ricostruita nel memo dello studio Sullivan and Cromwell:
- Digital commodity: token nativi il cui valore deriva dal funzionamento programmatico della rete e dalla domanda e offerta, non dallo sforzo gestionale di un team; qui rientrano Bitcoin, Ether, Solana e XRP.
- Digital collectible: NFT e oggetti dal valore culturale o artistico.
- Digital tool: token di utilità, credenziali, biglietti, membership.
- Stablecoin di pagamento: hanno una corsia propria, sancita a livello di legge dalla GENIUS Act firmata a luglio 2025, ed escluse dalla definizione di titolo.
- Titoli digitali: strumenti tokenizzati costruiti apposta per rispondere ai requisiti di un titolo, come l’equity tokenizzata.
La stessa interpretazione ha classificato una lista di token come digital commodity, e non come titoli; tra questi, oltre a Bitcoin ed Ether, figura anche Chainlink (LINK), che la società ha salutato come un traguardo importante. La cornice, però, ha un buco evidente: non affronta i token di infrastruttura più recenti, come quelli legati a oracoli, feed di dati o inferenza AI, lasciando in una zona grigia progetti che stanno diventando centrali. Non a caso il tema si intreccia con il dibattito sul verifiable compute e la fiducia degli agenti AI, dove la classificazione regolatoria è tutt’altro che risolta. La coordinazione tra le due agenzie, formalizzata in un memorandum d’intesa dell’11 marzo 2026, è il tentativo di evitare che i due regolatori si pestino i piedi in attesa che il Congresso decida.
Quanto è reversibile tutto questo? Il caso Trump contro Slaughter
Ecco la domanda che il rinvio della CLARITY Act rende ancora più pressante: quanto è solido il nuovo corso, se poggia sull’orientamento di un’agenzia invece che su una legge? La risposta è diventata più scomoda il 29 giugno 2026, quando la Corte Suprema, con la sentenza Trump contro Slaughter (6 a 3), ha di fatto ribaltato il precedente Humphrey’s Executor del 1935, stabilendo che la Costituzione non consente al Congresso di proteggere dalla rimozione presidenziale i vertici delle agenzie indipendenti che esercitano poteri esecutivi. La causa riguardava la FTC, ma il principio si applica direttamente ai commissari di SEC e CFTC, come spiegato da Decrypt.
L’effetto immediato sulla politica è minimo, perché l’attuale presidenza SEC è già allineata all’amministrazione. Ma la sentenza rimuove l’isolamento strutturale che faceva sembrare permanente la svolta del 2025-2026: un futuro presidente, o un futuro presidente della SEC, ha oggi molti meno paletti legali per cambiare rotta. Il contesto personale aggrava la fragilità. Con l’uscita della commissaria democratica Caroline Crenshaw a gennaio 2026 e l’annuncio dell’addio di Hester Peirce, in partenza a novembre 2026 per una cattedra alla Regent University (crypto.news), la Commissione a cinque seggi ne ha occupati solo tre. Un impianto costruito sulla discrezionalità di poche persone è, per definizione, meno stabile di una legge.
SEC e Consob: due orologi che segnano ore diverse
Vista dall’Italia, la vicenda americana appare quasi rovesciata. Mentre gli Stati Uniti litigano su una legge che non arriva, l’Unione Europea ha già il suo testo: il regolamento MiCA è in vigore, e il periodo transitorio italiano (tra i più brevi, insieme a quello di Germania, Austria, Irlanda e Spagna) si è chiuso il 1 luglio 2026. In Italia la vigilanza è ripartita per legge dal D.lgs. 129/2024: la Consob presidia condotte di mercato e tutela degli investitori, la Banca d’Italia gli aspetti prudenziali e le stablecoin (i token ART ed EMT). I derivati crypto, come futures e perpetual, restano fuori da MiCA e ricadono sotto la MiFID II, vigilata dalla stessa Consob.
La differenza di metodo è istruttiva. Il modello americano ha regolato per anni con le cause e ora prova a passare alle regole; il modello europeo ha scritto prima le regole e adesso passa alla fase di autorizzazione e vigilanza dei fornitori. Chi in Italia opera con un exchange autorizzato lo fa dentro un perimetro già definito, come raccontiamo nella mappa dei CASP autorizzati un mese dopo MiCA. Non è un giudizio di valore su quale sistema sia migliore: è la constatazione che oggi i due orologi segnano ore diverse, e che l’incertezza si è spostata quasi tutta sul lato americano.
Cosa cambia per l’investitore italiano
Se le regole crypto sono ormai scritte a Bruxelles e vigilate a Roma, perché un risparmiatore italiano dovrebbe seguire il calendario del Senato americano? Per almeno tre ragioni concrete. La prima è l’esposizione indiretta tramite prodotti quotati: molti investitori europei accedono alle criptovalute attraverso ETP fisici o titoli collegati a società del settore, e la classificazione di un token come commodity o come titolo negli Stati Uniti può cambiarne la liquidità e la trattabilità sui mercati. Vale la pena ricordare, tra l’altro, che in Italia il trattamento fiscale di un ETP su Bitcoin può differire da quello di un wallet, un dettaglio che pesa quanto la normativa d’oltreoceano.
La seconda ragione è il rischio operativo: token e piattaforme domiciliati o esposti agli Stati Uniti restano sensibili alle mosse della SEC, e un’azione di enforcement può ripercuotersi sui prezzi globali in pochi minuti. La terza è la più semplice: gli Stati Uniti fanno ancora il prezzo. Finché il dollaro resta la valuta di riferimento del settore, il tono normativo di Washington influenza l’appetito per il rischio ovunque, Italia inclusa. Chi vuole leggere questi movimenti con lenti macro può tenere d’occhio, oltre alla SEC, anche l’indice del dollaro DXY, spesso il vero termometro dietro le oscillazioni crypto.
Cosa guardare da qui a settembre
Il calendario dei prossimi due mesi ha tre appuntamenti che vale la pena segnare. Il primo è la ripresa dei lavori del Senato, il 14 settembre: se la leadership deposita la richiesta di cloture, un primo voto procedurale sulla CLARITY Act potrebbe arrivare già il 15 o 16 settembre, ma servono 60 voti e almeno una manciata di democratici in più rispetto a quelli che hanno già attraversato il campo. Il secondo è la pubblicazione della proposta Regulation Crypto (AN38): se supera la revisione dell’OIRA, avremo finalmente il testo del safe harbor su cui l’industria costruisce le sue attese; se slitta, l’intero pacchetto scivola verso l’autunno inoltrato. Il terzo è la successione di Peirce, ancora senza nome: chi guiderà la Crypto Task Force dopo novembre dirà molto sulla direzione futura.
La lezione di fondo, per un lettore che segue le crypto dall’Italia, è che negli Stati Uniti la certezza del diritto è ancora un obiettivo, non un dato acquisito. Finché la CLARITY Act resta in sospeso, ogni comunicato della SEC, ogni discorso di Atkins, ogni nuova causa di Woodcock conta come una regola provvisoria. E le regole provvisorie, per definizione, si possono cambiare. Vale la pena osservarle da vicino, senza scambiare il clima più favorevole di oggi per una garanzia permanente.
Domande frequenti
La CLARITY Act è stata approvata?
No. Il Senato non voterà la CLARITY Act prima della pausa estiva del 2026: il leader della maggioranza John Thune ha confermato il rinvio, e la camera alta riprenderà i lavori il 14 settembre. La legge era già passata alla Camera nel luglio 2025, ma al Senato restano nodi irrisolti, dalle tutele per gli investitori alla clausola etica sui conflitti di interesse.
Cosa succede se la CLARITY Act non passa?
Senza una legge, la regolazione crypto negli Stati Uniti resta affidata alle agenzie: la SEC e la CFTC continuano a operare tramite regole in gestazione (rulemaking) e azioni di enforcement. È un assetto più favorevole di quello dell’era Gensler, ma discrezionale e potenzialmente reversibile con un cambio di maggioranza politica.
La SEC considera Bitcoin ed Ether dei titoli?
No. Secondo l’interpretazione congiunta di SEC e CFTC di marzo 2026, Bitcoin, Ether, Solana e XRP rientrano tra le digital commodity, il cui valore deriva dal funzionamento della rete e non dallo sforzo gestionale di un team. Non sono quindi trattati come titoli. La classificazione dei token di infrastruttura più recenti, come oracoli e servizi AI, resta invece incerta.
Cosa significa regulation by enforcement?
È il metodo con cui un regolatore definisce i confini del lecito attraverso le cause, un caso alla volta, invece di pubblicare in anticipo regole dettagliate. È stato l’approccio dominante della SEC verso le crypto sotto Gensler; la presidenza Atkins ha provato a sostituirlo con regole scritte e con un enforcement concentrato sulla frode.
Cosa cambia per chi investe in crypto dall’Italia?
In Italia le regole sono già definite da MiCA e vigilate da Consob e Banca d’Italia, con il periodo transitorio chiuso il 1 luglio 2026. Tuttavia l’incertezza americana conta comunque: incide sui prodotti quotati come gli ETP, sul rischio operativo di token e piattaforme esposti agli Stati Uniti e sull’appetito per il rischio globale, dato che il dollaro resta la valuta di riferimento del settore.
di Anneke de Vries, redazione HOGE Wire