DXY sotto 99: dollaro, jobs USA e crypto alla prova di settembre
Il DXY scivola sotto quota 99 mentre il boom dei posti di lavoro USA riaccende le scommesse su un rialzo Fed. Ecco come l'indice del dollaro muove Bitcoin nella settimana di BCE, CPI e FOMC.
Il 9 settembre 2026 il Dollar Index, l’indice che gli operatori chiamano semplicemente DXY, viaggia poco sotto quota 99, intorno a 98,75, in calo di oltre l’1% nell’ultimo mese ma ancora in leggero rialzo sui dodici mesi secondo Trading Economics. Bitcoin, dopo aver superato per qualche giorno gli 80.000 dollari, è tornato indietro: vale circa 67.764 euro (77.666 dollari), con una capitalizzazione intorno a 1,36 mila miliardi di euro stando a CoinGecko. In mezzo c’è un dato che ha rimesso in discussione la narrativa delle ultime settimane: il rapporto sull’occupazione USA di agosto, uscito il 4 settembre, ha mostrato 162.000 posti di lavoro creati, circa il triplo delle attese e il numero più alto in cinque mesi, come riporta Trading Economics.
Per chi segue le crypto da Milano o da Roma, capire il DXY non è un esercizio accademico. È lo strumento più rapido per leggere la forza del dollaro, e la forza del dollaro è una delle variabili macro che più spesso si muove in direzione opposta a Bitcoin. Questa settimana l’indice arriva a un bivio raro: tre banche centrali, tre appuntamenti, in sei giorni. Vediamo che cos’è il DXY, come è costruito, perché scende nonostante un mercato del lavoro forte e come tradurre i suoi movimenti in decisioni di portafoglio.
Il dollaro sotto 99 alla vigilia di una settimana da tre banche centrali
La fotografia di inizio settembre contiene una piccola contraddizione che vale la pena spiegare subito, perché è la chiave di lettura di tutto il resto. Un rapporto sull’occupazione molto più forte del previsto, in teoria, dovrebbe rafforzare il dollaro: significa che l’economia regge, che la Federal Reserve ha meno fretta di tagliare i tassi e che potrebbe persino tornare a rialzarli. Il 4 settembre, infatti, la prima reazione è stata proprio questa: il dollaro è salito, i rendimenti dei Treasury a due anni sono aumentati e Bitcoin è scivolato sotto gli 80.000 dollari, arrivando a perdere fino al 3,5% in giornata secondo la ricostruzione di CoinDesk.
Eppure, nei giorni successivi, il DXY non è rimasto in alto: è tornato a scivolare sotto 99. Il motivo non sta a Washington ma a Francoforte. L’indice del dollaro è per oltre metà un riflesso dell’euro, e l’euro è forte perché la Banca centrale europea è attesa a un nuovo rialzo dei tassi il 10 settembre. Quando la valuta che pesa di più nel paniere si apprezza, l’indice scende quasi per definizione, a prescindere da quanto sia falco la Fed. È il paradosso di questa settimana: dati americani solidi, ma un dollaro che fatica perché il resto del mondo, per una volta, corre nella stessa direzione.
Il calendario spiega la posta in gioco. In sei giorni si concentrano la decisione della BCE (10 settembre), il dato sull’inflazione USA di agosto (11 settembre) e la riunione della Fed con le nuove proiezioni economiche (15-16 settembre). Ognuno di questi appuntamenti può spostare il DXY di uno o due punti percentuali, e con esso il prezzo di Bitcoin espresso in euro. Prima di leggere gli scenari, però, serve capire davvero che cosa misura questo indice.
Che cos’è il DXY, e perché non è «il dollaro»
Il DXY misura il valore del dollaro statunitense rispetto a un paniere fisso di sei valute di economie avanzate. Non misura il potere d’acquisto del dollaro sui beni, né il suo valore contro tutte le monete del pianeta: misura soltanto il cambio contro quelle sei valute, ciascuna con un peso predefinito. È nato nel marzo 1973, subito dopo la fine del sistema di Bretton Woods, con un valore base fissato a 100. Un valore di 98,75 oggi significa, in prima approssimazione, che il dollaro vale circa l’1,25% in meno rispetto a quel paniere del 1973.
L’indice è calcolato come una media geometrica ponderata dei sei cambi bilaterali, e oggi è amministrato e quotato da ICE (Intercontinental Exchange), che ne cura la metodologia e ne pubblica le specifiche nel proprio documento tecnico. Attenzione a un punto che confonde spesso: il DXY è anche uno strumento finanziario negoziabile (esistono futures e opzioni sul suo valore), quindi il numero che vedete non è solo una statistica, ma un prezzo su cui il mercato scommette in tempo reale.
Vale la pena ricordare quanto può muoversi. Il DXY toccò un massimo storico vicino a 165 nel febbraio 1985, ai tempi degli Accordi del Plaza, e un minimo attorno a 71 nel marzo 2008, alla vigilia della crisi finanziaria, come mostrano le serie storiche raccolte da Statista. Nel 2022, durante il ciclo di rialzi più aggressivo della Fed in una generazione, arrivò sopra 114: e non è un caso che quello fu l’anno in cui Bitcoin perse circa due terzi del suo valore. Rispetto a quegli estremi, un DXY sotto 99 è un dollaro storicamente né forte né debole, semplicemente vicino alla sua media di lungo periodo.
Il paniere del DXY: sei valute e nessuna sorpresa
La composizione del paniere è rimasta fissa dal 1999, quando l’introduzione dell’euro fece confluire in un’unica valuta diverse monete europee che prima pesavano separatamente. Da allora i pesi non sono cambiati, e questa immobilità è al tempo stesso la forza (la comparabilità storica) e il limite (uno specchio del commercio mondiale di mezzo secolo fa) dell’indice.
| Valuta | Peso nel DXY |
|---|---|
| Euro (EUR) | 57,6% |
| Yen giapponese (JPY) | 13,6% |
| Sterlina britannica (GBP) | 11,9% |
| Dollaro canadese (CAD) | 9,1% |
| Corona svedese (SEK) | 4,2% |
| Franco svizzero (CHF) | 3,6% |
Il dato che salta all’occhio è il peso dell’euro: da solo vale quasi il 58% dell’indice. Le prime due valute, euro e yen, coprono oltre il 71% del paniere; le prime tre, aggiungendo la sterlina, superano l’83%. Sono tutte valute di economie mature. Non c’è lo yuan cinese, non c’è il peso messicano, non c’è il won sudcoreano, benché Cina, Messico e Corea del Sud siano oggi partner commerciali fondamentali degli Stati Uniti. Torneremo su questo punto, perché è la ragione principale per cui il DXY va usato con cautela.
DXY quasi uguale a EUR/USD: perché conta per un lettore italiano
Con l’euro al 57,6% del paniere, il DXY è, nella pratica, poco più di un cambio EUR/USD rovesciato. Quando l’euro si rafforza contro il dollaro, il DXY scende; quando l’euro si indebolisce, il DXY sale. Il 9 settembre 2026 EUR/USD quota circa 1,163, un livello relativamente alto per gli standard dell’ultimo biennio, e non è un caso che nello stesso momento il DXY sia sotto 99. Sono due facce della stessa medaglia.
Questa quasi-identità ha un valore concreto per chi investe dall’Italia. Un lettore statunitense che compra Bitcoin misura il proprio guadagno in dollari, e per lui il DXY è quasi solo un indicatore di sentiment. Per un investitore in euro, invece, EUR/USD è un secondo motore del rendimento: se Bitcoin sale del 5% in dollari ma nel frattempo l’euro si apprezza del 3% sul dollaro, il guadagno in euro si riduce a circa il 2%. Il cambio, in altre parole, può erodere o amplificare la performance dell’asset. Leggere il DXY, per un italiano, significa anche tenere d’occhio quanto della corsa di Bitcoin resta davvero in tasca una volta convertito.
Che cosa muove l’indice: tassi, rischio e liquidità
Il dollaro non si muove per un motivo solo. Semplificando, sono tre le forze che spingono il DXY su e giù, e spesso agiscono insieme.
- Il differenziale dei tassi. Il capitale insegue il rendimento. Se la Fed tiene i tassi più alti rispetto alle altre banche centrali, il dollaro tende a rafforzarsi; se il divario si restringe, come sta accadendo ora che la BCE rialza mentre la Fed è ferma, il dollaro tende a indebolirsi.
- L’avversione al rischio. Nei momenti di paura il dollaro è il bene rifugio per eccellenza: gli investitori vendono di tutto e comprano liquidità in dollari. Un’ondata di panico fa salire il DXY anche senza alcun cambiamento nei tassi.
- La liquidità globale in dollari. Quando la Fed espande il proprio bilancio o allenta le condizioni finanziarie, il dollaro tende a scendere e gli asset di rischio a salire; quando la drena, avviene il contrario.
La lezione operativa è che il livello del DXY conta meno del motivo per cui si muove. Un dollaro debole perché la Fed inonda il sistema di liquidità è una storia molto diversa da un dollaro debole perché gli Stati Uniti crescono meno del resto del mondo. Entrambi fanno scendere l’indice, ma hanno effetti opposti sulla propensione al rischio, e quindi su Bitcoin.
I canali che collegano il dollaro a Bitcoin
Perché un indice valutario dovrebbe muovere una criptovaluta? I canali di trasmissione sono essenzialmente quattro, e conviene tenerli distinti invece di parlare genericamente di «correlazione».
- Il canale del denominatore. Bitcoin è quotato in dollari. Se il dollaro perde valore contro le altre monete, a parità di tutto il resto servono più dollari per comprare lo stesso Bitcoin: il prezzo in dollari sale meccanicamente.
- Il canale del rischio. Un dollaro forte accompagna quasi sempre condizioni di paura e fuga dagli asset speculativi. Bitcoin, che resta un asset ad alto beta, soffre proprio quando il DXY corre per motivi di risk-off.
- Il canale di tassi e liquidità. Le stesse condizioni che indeboliscono il dollaro (tassi reali in calo, liquidità in aumento) tendono a gonfiare gli asset di rischio. È il canale più potente e il più difficile da isolare.
- Il canale della svalutazione. Sul lungo periodo, una parte della tesi di investimento su Bitcoin è che sia una copertura contro la perdita di potere d’acquisto delle valute fiat. Un dollaro strutturalmente più debole rafforza questa narrativa.
Questi canali possono rafforzarsi o annullarsi a vicenda. Ecco perché la relazione tra DXY e Bitcoin non è mai costante: dipende da quale canale domina in un dato momento.
La correlazione inversa esiste, ma non è una legge
Storicamente Bitcoin e il DXY tendono a muoversi in direzioni opposte. Su finestre di cinque anni la correlazione oscilla in territorio negativo, spesso tra -0,4 e -0,8. Ma è una relazione che cambia regime. L’accademia di OSL ha documentato come la correlazione inversa si sia indebolita nell’era degli ETF spot, passando da valori più marcati del periodo 2014-2020 a livelli intorno a -0,45, con episodi in cui è addirittura diventata positiva (dollaro e Bitcoin che salgono insieme).
Il punto è che una regola statistica non è una legge fisica. Come ha osservato Vetle Lunde, responsabile della ricerca di K33, in un’analisi ripresa da CoinDesk, con la crescente istituzionalizzazione del mercato «correlazioni più deboli sono da mettere in conto». Man mano che Bitcoin entra nei portafogli tradizionali, tende a comportarsi sempre più come un asset di rischio qualsiasi, con legami che si spostano ora verso le azioni, ora verso l’oro, ora verso il dollaro. Chi ragiona sull’inserimento di Bitcoin accanto ad azioni e obbligazioni troverà utile il nostro backtest sulla correlazione in un portafoglio 60/40, che mostra quanto sia instabile nel tempo il legame tra le classi di attivo.
La conclusione pratica: usate il DXY come uno dei termometri del contesto macro, non come un interruttore che accende o spegne le posizioni. Un DXY in salita è un vento contrario per Bitcoin, non una condanna; un DXY in discesa è un vento a favore, non una garanzia.
Il rapporto sul lavoro del 4 settembre ribalta le carte
Fino a fine agosto la storia era quella di un dollaro che tornava a rafforzarsi. Al simposio di Jackson Hole, il 28 agosto, il presidente della Fed Kevin Warsh aveva pronunciato un discorso deciso, con toni da falco, e il mercato aveva ricominciato a prezzare un possibile rialzo dei tassi a settembre. Poi è arrivato il rapporto sull’occupazione di agosto, pubblicato il 4 settembre, che ha rafforzato ulteriormente quella lettura: 162.000 nuovi posti di lavoro, circa il triplo del consenso (attese intorno a 56.000) e il dato più alto in cinque mesi, con il tasso di disoccupazione fermo al 4,1%, come certifica Trading Economics.
La reazione è stata immediata. Un mercato del lavoro solido toglie alla Fed la principale giustificazione per allentare la politica monetaria, e riporta sul tavolo l’ipotesi opposta. Secondo lo strumento CME FedWatch, a fine agosto Forbes stimava intorno al 66% la probabilità di un rialzo di 25 punti base a settembre; dopo il rapporto sull’occupazione il mercato ha continuato a prezzare un rialzo come scenario prevalente per la riunione del 15-16 settembre, un’ipotesi che a inizio agosto, dopo un dato sul lavoro debole, sembrava invece quasi svanita. Bitcoin, che aveva appena riconquistato gli 80.000 dollari, ha invertito la rotta ed è sceso sotto quella soglia, fino a circa 78.500 dollari nei giorni seguenti.
Ecco perché la settimana che si apre è così delicata: il quadro dei tassi USA punta verso l’alto (favorevole al dollaro, sfavorevole alle crypto), ma la spinta dell’euro tira il DXY nella direzione opposta. Le due forze si stanno annullando proprio sotto quota 99.
Fed contro BCE: la divergenza che spinge l’euro
Il cuore della storia di questa settimana è una divergenza di rotta tra le due principali banche centrali. La Fed mantiene la fascia dei fed funds al 3,50-3,75% e valuta se rialzare o restare ferma. La BCE, al contrario, è attesa a un nuovo rialzo. Non è la classica divergenza in cui la Fed taglia e l’Europa resta ferma: qui è l’Europa che stringe mentre l’America riflette, e il risultato netto è un restringimento del divario di tassi che indebolisce il dollaro.
| Federal Reserve | BCE | |
|---|---|---|
| Tasso di riferimento | 3,50-3,75% (fed funds) | 2,25% (depositi) |
| Prossima riunione | 15-16 settembre | 10 settembre |
| Mossa attesa | rialzo o pausa, con il rialzo dato come leggermente favorito | +25 pb a 2,50% |
| Inflazione di riferimento | ancora sopra il 2% (PCE) | 3,3% (agosto) |
| Direzione della politica | restrittiva, dipendente dai dati | probabile ultimo rialzo, poi stop |
Sul fronte europeo il consenso è schiacciante. In un sondaggio Reuters ripreso da RTE, tutti i 65 economisti interpellati prevedono un rialzo di 25 punti base del tasso sui depositi, dal 2,25% al 2,50%, il 10 settembre; e la larga maggioranza ritiene che sarà l’ultimo. L’inflazione dell’eurozona è accelerata al 3,3% ad agosto, spinta soprattutto dai costi dell’energia, ma gli economisti la considerano uno shock di offerta più che un surriscaldamento della domanda. Come ha sintetizzato Carsten Brzeski, capo economista globale di ING, «è difficile immaginare che la BCE sia disposta a rischiare una recessione per contrastare quello che resta uno shock di offerta da manuale». Questa combinazione, rialzo ora e stop subito dopo, è esattamente ciò che tiene l’euro forte e il DXY compresso.
Warsh e il dollaro come «segnale»
Il nuovo corso della Fed guidata da Kevin Warsh ha introdotto un elemento che rende il DXY ancora più rilevante del solito. Nel suo discorso di Jackson Hole del 28 agosto, il cui testo integrale è pubblicato sul sito della Federal Reserve, Warsh è stato netto sull’inflazione: «La responsabilità di 65 mesi di inflazione sostenuta ed elevata ricade interamente sulla banca centrale», e il 2% misurato dall’indice PCE è «un obiettivo fermo e fisso». Un messaggio da falco, che spiega perché il mercato non dà per scontato un taglio nemmeno di fronte a un dollaro in calo.
Ma il passaggio più interessante per chi guarda al DXY è un altro. Warsh ha elencato tra i segnali di mercato che la Fed osserva «il valore di cambio del dollaro, il costo e la disponibilità del credito e il prezzo di un ampio insieme di materie prime». È raro che un presidente della Fed nomini esplicitamente il tasso di cambio del dollaro come una variabile che la politica monetaria legge. In pratica, il DXY smette di essere solo un effetto della politica della Fed e diventa anche uno degli indicatori che la Fed stessa consulta: un circolo a doppio senso. Warsh ha anche detto di volere una banca centrale «più silenziosa», in cui gli investitori non guardino «principalmente alla Fed per la loro prossima operazione»: un invito, tra le righe, a smettere di considerare ogni parola della banca centrale un segnale di trading.
La settimana decisiva: il calendario da tenere d’occhio
Tre appuntamenti ravvicinati possono ridisegnare il DXY, e quindi il prezzo di Bitcoin in euro, entro la fine della settimana prossima. Ecco come leggerli.
| Data | Evento | Perché conta per il DXY e le crypto |
|---|---|---|
| 10 settembre | Decisione della BCE | Un rialzo a 2,50% è quasi certo; il vero segnale sarà il tono di Lagarde. Se conferma lo stop, l’euro potrebbe restare forte e il DXY compresso. |
| 11 settembre | Inflazione USA (CPI) di agosto | Ultimo dato prima della Fed. Un CPI più caldo delle attese riporterebbe in alto tassi e dollaro (negativo per le crypto); un dato in linea toglierebbe pressione. |
| 15-16 settembre | Riunione Fed e nuove proiezioni (dot plot) | Non conta solo la decisione, ma le proiezioni sui tassi futuri. Un dot plot da falco spinge il DXY; uno più morbido lo frena. |
| 30 settembre | Indice PCE di agosto | La misura di inflazione preferita dalla Fed, in coda al mese. Conferma o smentisce la traiettoria vista a metà mese. |
Il dato sull’inflazione dell’11 settembre merita un’attenzione particolare: sarà l’ultimo tassello prima della riunione Fed. A luglio l’inflazione americana era al 3,4% sull’anno (2,5% la componente di fondo), secondo i dati del Bureau of Labor Statistics. Se agosto conferma o supera quei livelli, la tesi del rialzo si rafforza e il dollaro può reagire al rialzo. Se invece l’inflazione rallenta, il mercato potrebbe tornare a scommettere su una Fed più prudente, con il dollaro di nuovo sotto pressione.
I limiti del DXY: sei valute ricche, il resto del mondo fuori
Qui arriva la parte che i grafici da soli non raccontano. Il DXY è uno strumento del 1973 con i pesi congelati al 1999, e la mappa del commercio mondiale nel frattempo è cambiata radicalmente. L’indice non contiene lo yuan cinese, il peso messicano, il won sudcoreano, la rupia indiana né il real brasiliano, cioè le valute di alcuni dei maggiori partner commerciali degli Stati Uniti. Un DXY che scende può quindi nascondere un dollaro che si rafforza contro le valute emergenti, e viceversa. Per questo esistono indici alternativi, come il Broad Dollar Index della Fed, che pesano un paniere molto più ampio.
C’è poi il tema della moneta di riserva. Il dollaro resta la valuta dominante nelle riserve delle banche centrali, ma la sua quota è scesa nel tempo: si aggira oggi intorno al 57%, secondo i dati COFER del Fondo Monetario Internazionale, contro circa il 71% del 2000. Le banche centrali, nel frattempo, hanno accumulato oro a ritmi record, oltre mille tonnellate l’anno per tre anni consecutivi. Questa lenta diversificazione, che qualcuno chiama de-dollarizzazione, non si vede nel DXY, ma è parte del contesto che dà valore alla tesi di Bitcoin come riserva alternativa. Il tema di come la moneta pubblica stessa stia migrando su rotaie digitali lo abbiamo affrontato analizzando Pontes e la moneta di banca centrale on-chain.
Infine, un punto che il DXY ignora del tutto: le stablecoin. Oggi esistono oltre 300 miliardi di dollari in stablecoin, di cui circa il 99,5% ancorato al dollaro, secondo i dati aggregati da CoinGecko. Sono, di fatto, dollari digitali che circolano fuori dal sistema bancario tradizionale e alimentano una domanda di dollari che nessun indice valutario cattura. In molti mercati emergenti la corsa alle stablecoin è, prima di tutto, una corsa al dollaro. Il rovescio europeo di questa dinamica, cioè le stablecoin in euro e il loro tentativo di offrire un’alternativa denominata nella nostra valuta, lo abbiamo raccontato parlando delle regole MiCA sulle stablecoin in euro.
DXY, euro e crypto per l’investitore italiano
Per chi investe in euro, il DXY va tradotto in una domanda semplice: quanto del rendimento di Bitcoin sopravvive alla conversione? Se il DXY scende perché l’euro si rafforza, come sta accadendo ora, l’investitore italiano che detiene Bitcoin subisce un piccolo freno valutario: ogni dollaro guadagnato vale meno euro. È l’altra faccia del vantaggio: quando il dollaro corre e l’euro si indebolisce, lo stesso investitore vede il proprio Bitcoin valere di più in euro anche a parità di prezzo in dollari. Chi vuole neutralizzare questo effetto può guardare a prodotti con copertura valutaria (currency-hedged), che però hanno un costo.
Sul piano dell’accesso, gli investitori italiani hanno oggi più strade per esporsi a Bitcoin senza detenerlo direttamente, incluse quelle offerte dalle banche tradizionali: abbiamo esaminato il caso di UniCredit e dei certificati per vendere Bitcoin senza comprarlo. Sul piano delle regole, il quadro europeo MiCA disciplina gli emittenti di cripto-attività e i fornitori di servizi (i CASP), con Consob e Banca d’Italia come autorità nazionali per la condotta di mercato e per i profili prudenziali; i derivati su crypto, invece, ricadono sotto la MiFID II e la vigilanza di Consob, non sotto MiCA. Dopo la fine del periodo transitorio, in Italia restano pochi soggetti pienamente abilitati: abbiamo contato nove operatori autorizzati alla chiusura del regime transitorio.
La chiave, in ogni caso, è ricordare che per un portafoglio in euro esistono due leve: il prezzo di Bitcoin in dollari e il cambio EUR/USD. Il DXY è il modo più rapido per monitorare la seconda.
Come leggere il DXY senza farsi ingannare
Mettendo insieme i pezzi, ecco una mappa degli scenari possibili nei prossimi giorni e del loro probabile impatto. Sono ipotesi di lavoro, non previsioni: servono a prepararsi, non a indovinare.
| Scenario | Che cosa accade | DXY | Effetto probabile su Bitcoin |
|---|---|---|---|
| Fed da falco | CPI caldo e dot plot che segnala rialzi | Sopra 99, verso 100 | Vento contrario, pressione al ribasso |
| Divergenza pura | BCE rialza e conferma lo stop, Fed prudente | Sotto 99, euro forte | Contesto di sostegno |
| Sorpresa sull’inflazione | CPI ben oltre le attese | Balzo verso l’alto | Correzione di breve periodo |
| Raffreddamento | Dati morbidi e toni concilianti | Cede quota 98 | Possibile spinta al rialzo |
Tre regole per usare bene questo indicatore. Primo: guardate al motivo, non solo al livello; un dollaro debole per eccesso di liquidità è positivo per le crypto, un dollaro debole per timori di recessione lo è molto meno. Secondo: ricordate che il DXY è quasi solo un cambio EUR/USD, quindi metà della sua storia riguarda l’Europa, non l’America. Terzo, come nota Karl Schamotta, chief strategist di Corpay, in un’analisi ripresa da Reuters, «da un punto di vista fondamentale il dollaro USA resta sopravvalutato»: una tesi che, se corretta, implica un vento di fondo di lungo periodo favorevole agli asset alternativi al dollaro, Bitcoin incluso. Ma il vento di fondo e la volatilità di una singola settimana sono due cose diverse, e il DXY va letto tenendo separati i due orizzonti.
Domande frequenti
Che cos’è il DXY in parole semplici?
Il DXY, o Dollar Index, misura la forza del dollaro statunitense rispetto a un paniere fisso di sei valute di economie avanzate (euro, yen, sterlina, dollaro canadese, corona svedese e franco svizzero). È nato nel 1973 con valore base 100 ed è amministrato da ICE. Non misura il dollaro contro tutte le monete del mondo, ma solo contro quelle sei.
Perché il DXY conta per Bitcoin?
Perché Bitcoin è quotato in dollari e tende storicamente a muoversi in direzione opposta al dollaro. Quando il DXY sale (dollaro forte), Bitcoin trova spesso un vento contrario; quando scende (dollaro debole), il contesto è più favorevole. È una correlazione inversa che però si è indebolita nell’era degli ETF e cambia a seconda del regime di mercato, quindi va usata come termometro, non come segnale automatico.
Quali valute compongono l’indice del dollaro?
Sei valute con pesi fissi: euro al 57,6%, yen giapponese al 13,6%, sterlina all’11,9%, dollaro canadese al 9,1%, corona svedese al 4,2% e franco svizzero al 3,6%. Il peso schiacciante dell’euro fa sì che il DXY sia, nella pratica, quasi un cambio EUR/USD rovesciato.
Un DXY che scende è sempre positivo per le crypto?
No. Conta il motivo del calo. Se il dollaro scende perché aumenta la liquidità globale o i tassi reali calano, è un contesto favorevole per gli asset di rischio, Bitcoin incluso. Se invece scende in un clima di timori sulla crescita o di avversione al rischio, l’effetto positivo può svanire. Il livello dell’indice conta meno della forza che lo muove.
Che cosa può muovere il dollaro nella settimana del 9-16 settembre 2026?
Tre appuntamenti: la decisione della BCE il 10 settembre (atteso un rialzo a 2,50%, probabilmente l’ultimo), il dato sull’inflazione USA di agosto l’11 settembre e la riunione della Fed con le nuove proiezioni il 15-16 settembre. Un CPI caldo e una Fed da falco spingerebbero il DXY verso l’alto (negativo per le crypto); un’inflazione in linea e una BCE che conferma lo stop terrebbero il dollaro compresso.
Di Liam Brennan, redazione macro-tradfi di HOGE Wire. Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria.