Salta la CLARITY: SEC e CFTC scrivono da sole le regole crypto
Il 15 settembre il Senato ha bocciato la CLARITY Act. Senza una legge, SEC e CFTC provano a scrivere da sole le regole crypto americane: cosa cambia e perché è un impianto fragile.
Il 15 settembre 2026 il Senato degli Stati Uniti ha fatto una cosa rara: non ha deciso. La CLARITY Act, il disegno di legge che avrebbe dovuto dare per la prima volta una cornice organica al mercato crypto americano, non ha superato il voto procedurale necessario per aprire il dibattito in aula. Il conteggio finale, 49 a 50, non ha raggiunto nemmeno la maggioranza semplice, ben lontano dai 60 voti che servono per rompere l’ostruzionismo. Da quel giorno la domanda che gira tra avvocati, exchange e sviluppatori è cambiata: non più «quando arriva la legge», ma «chi scrive le regole se la legge non arriva». La risposta provvisoria spiazza chi immaginava Washington capace di un compromesso: le regole le stanno scrivendo due agenzie, la SEC e la CFTC, ognuna per conto proprio, senza un mandato legislativo pieno e con strumenti che un giudice federale o una futura amministrazione possono smontare in pochi mesi.
Il voto che non c’è stato
La CLARITY Act (formalmente H.R. 3633) era arrivata al Senato con l’aria di chi ha già vinto. Aveva superato la Camera nel luglio 2025 con un ampio consenso bipartisan, l’industria aveva speso mesi di lobbying e più di un analista dava per scontato che i numeri ci fossero. Il 15 settembre quella sicurezza si è sciolta: il voto di cloture, il passaggio che serve a chiudere la discussione preliminare e portare il testo in aula, si è fermato a 49 sì contro 50 no, come riportato da CoinDesk. Non è mancato soltanto il quorum qualificato dei 60: è mancata perfino la maggioranza semplice. Per un settore che si era raccontato come inarrestabile dopo l’insediamento della nuova amministrazione, è stata una doccia gelata.
I due nodi che hanno fatto saltare il banco sono noti da mesi. Il primo è la remunerazione delle stablecoin, cioè i «rewards» che alcuni exchange pagano a chi detiene monete come USDC: una voce di ricavo enorme per gli intermediari e un tema delicato per chi teme che una stablecoin fruttifera diventi di fatto un prodotto di risparmio non vigilato. Il secondo è il pacchetto di clausole etiche pensate per limitare i conflitti di interesse legati agli affari crypto del presidente e della sua famiglia. La versione riveduta del testo, diffusa dai repubblicani a ridosso del voto con nuove restrizioni etiche, non è bastata a convincere il numero di democratici necessario. Il risultato è una legge che non c’è, e un vuoto che qualcuno deve pur riempire.
Cosa avrebbe risolto la CLARITY (e ora resta aperto)
Per capire perché la bocciatura pesa tanto bisogna ricordare che cosa avrebbe fatto quel testo. La CLARITY Act nasceva per fare una cosa che negli Stati Uniti nessuna legge ha mai fatto in modo esplicito: tracciare il confine tra un token che è un titolo (competenza della SEC) e un token che è una commodity digitale (competenza della CFTC). Avrebbe assegnato alla CFTC la vigilanza sui mercati a pronti delle commodity digitali, avrebbe introdotto criteri per stabilire quando una blockchain è abbastanza «matura» o decentralizzata da uscire dal perimetro dei titoli e avrebbe dato agli sviluppatori protezioni scritte nero su bianco, non affidate alla discrezione di un’agenzia.
Senza quel testo, tutte queste domande restano aperte e la loro risposta torna nelle mani di due soggetti: le agenzie, che possono emanare regole ma non leggi, e i tribunali, che decidono caso per caso. Come nota il tracker sulle politiche crypto dello studio Latham & Watkins, la mancata approvazione lascia in piedi proprio l’ambiguità che la legge doveva chiudere: la stessa attività può ricadere sotto due autorità diverse a seconda di come un giudice qualifica il token sottostante. È il classico problema dei «due poliziotti sullo stesso isolato», con la differenza che qui nessuno dei due ha ricevuto dal Congresso l’ordine chiaro di comandare.
Piano B numero uno: la SEC e la Regulation Crypto Assets
Il primo a muoversi non ha aspettato il verdetto del Senato. Il 18 agosto 2026 la SEC ha presentato una proposta di regola chiamata Regulation Crypto Assets (release 33-11434), che porta a livello di rulemaking formale la linea che il presidente Paul Atkins aveva anticipato nei suoi discorsi. Il cuore del testo sono due esenzioni dalla registrazione prevista dal Securities Act: una «corsia» per le startup che consente di raccogliere fino a 5 milioni di dollari in un arco di quattro anni con informativa narrativa semplificata, e una fascia più ampia che permette raccolte fino a 75 milioni di dollari in dodici mesi, con bilanci e obblighi di rendicontazione continua. A queste si aggiungono un safe harbor condizionato dalla qualifica di «investment contract» e, dettaglio non secondario, la prevalenza sulle regole statali per le offerte esenti e certe transazioni sul mercato secondario.
Nella nota ufficiale, Atkins ha spiegato che «Regulation Crypto Assets seeks to provide crypto asset entrepreneurs and market participants with clear pathways to raise capital under the federal securities laws», cioè vuole offrire a imprenditori e operatori percorsi chiari per raccogliere capitali dentro le leggi sui titoli. È la fine dichiarata della stagione della «regolazione tramite enforcement», la strategia della gestione precedente che colpiva prima e chiariva poi. La proposta è entrata in consultazione pubblica per 60 giorni dalla pubblicazione, con i commenti che si chiudono verso il 20 ottobre. Attenzione però al perimetro: questa è solo metà del quadro, la metà dei titoli e delle emissioni. Resta scoperto tutto ciò che titolo non è, cioè i mercati a pronti delle commodity digitali. Ed è lì che entra in scena la seconda agenzia.
Piano B numero due: la CFTC che si muove da sola
La vera novità delle ultime settimane, quella che nessuno stava raccontando finché il Senato non ha detto no, riguarda la CFTC. Il 20 agosto 2026, nella riunione inaugurale del suo Innovation Advisory Committee, il presidente della Commissione Michael Selig ha messo in guardia il proprio personale: se la CLARITY fosse rimasta al palo, la CFTC avrebbe usato i poteri che già ha per costruire da sola un regime per i mercati crypto. Le sue parole, riportate da CoinDesk, sono state nette: «if Clarity continues to stall because of Democrat obstruction, the CFTC will utilize its existing authorities to begin establishing a regime for crypto asset markets». Tradotto: se la legge si impantana, ci pensiamo noi con gli strumenti che abbiamo.
Il piano tecnico c’è già. Selig ha ordinato allo staff di studiare una nuova designazione, quella di «crypto asset market», modellata sui Designated Contract Markets, la categoria che la CFTC usa da decenni per le sedi di negoziazione dei derivati. In una intervista a Bloomberg lo stesso presidente si è detto ottimista sull’approvazione della CLARITY, ma ha ribadito che l’agenzia era pronta a partire in caso di fallimento. Quel «in caso di fallimento» il 15 settembre è diventato realtà. In pratica la contingenza annunciata ad agosto si è trasformata nel piano operativo di settembre: la CFTC non aspetta più il Congresso, prova a scrivere il proprio pezzo di rulebook per conto suo. La stessa impostazione emerge dagli interventi ufficiali del presidente, che parlano di regole per far operare legalmente i protocolli negli Stati Uniti con protezioni permanenti per gli sviluppatori.
Il gesto ha un peso politico oltre che tecnico. Non capita spesso che il vertice di un’autorità dichiari in anticipo che agirà da solo se il Congresso non decide, e il riferimento esplicito all’«ostruzionismo democratico» segnala che il messaggio era rivolto tanto ai mercati quanto a Capitol Hill. Nei fatti Selig ha trasformato una minaccia negoziale in un programma di lavoro: se la CLARITY non passa, la CFTC costruisce comunque la sua cornice, e chi vuole operare negli Stati Uniti dovrà farci i conti. Il rovescio è che una cornice nata come piano di riserva parte già più debole di una legge, perché nasce dalla volontà di un’agenzia e non da un voto parlamentare. È il paradosso di questa fase: la stessa rapidità che rende attraente la via amministrativa è anche ciò che la rende fragile.
Chi è Michael Selig, e perché è lui il perno
Che a guidare questa mossa sia proprio Selig non è un dettaglio. Prima di arrivare alla CFTC, Selig era stato chief counsel della Crypto Task Force della SEC e consigliere di Atkins: in altre parole, arriva dalla stessa cucina che ha disegnato la svolta della SEC. Ha anche una storia dentro la CFTC, dove aveva lavorato come law clerk del commissario Christopher Giancarlo nel 2014. Il Senato lo ha confermato 53 a 43 il 18 dicembre 2025, per poi insediarlo pochi giorni dopo come sedicesimo presidente della Commissione, come ricostruisce un’analisi dello studio WilmerHale.
Il suo mantra, ripetuto in più occasioni, è «la dose minima efficace di regolazione, né più né meno». È una filosofia gemella di quella di Atkins, e non per caso: avere un ex uomo SEC alla guida della CFTC significa che le due agenzie, invece di litigare sui confini come è successo per anni, provano a coordinarsi. La SEC e la CFTC hanno formalizzato una collaborazione nell’ambito del progetto di armonizzazione lanciato all’inizio del 2026, culminato in un memorandum d’intesa. Il rovescio della medaglia è evidente: la tenuta di tutto questo dipende dalle persone. Cambia il presidente, cambia la filosofia, e la «dose minima» può diventare di nuovo dose massima. Va aggiunto un vincolo pratico non da poco, sempre segnalato da WilmerHale: la CFTC ha perso circa il 20 per cento del personale ed è scesa attorno alle 600 unità, proprio mentre le si chiede di regolare un mercato enorme e nuovo.
Vale la pena insistere sul significato di questa simmetria. Per anni SEC e CFTC hanno litigato su chi dovesse comandare, e quella guerra di competenze è stata una delle ragioni per cui le regole non arrivavano mai. Avere ai vertici delle due agenzie persone che parlano la stessa lingua regolatoria riduce l’attrito e rende possibile un’interpretazione condivisa su cosa sia titolo e cosa commodity. È esattamente ciò che serve perché il modello a due binari funzioni: senza una base comune, i due cantieri rischiano di pestarsi i piedi. Il limite è che questa armonia poggia su nomine politiche, non su un’architettura istituzionale: è un accordo tra persone, non tra poteri, e come tale può sciogliersi al primo cambio di stagione a Washington.
Il modello DCM, spiegato semplice
Per capire la scommessa della CFTC bisogna sapere che cos’è un Designated Contract Market. È la licenza con cui operano le grandi borse dei derivati statunitensi, per esempio il CME: una sede di negoziazione regolata secondo una serie di principi fondamentali (i «core principles») su prevenzione delle manipolazioni, sorveglianza del mercato, gestione dei conflitti e tutela dei clienti. Un tratto tipico di questo regime è la self-certification: il gestore può quotare nuovi prodotti dichiarando che rispettano le regole, senza dover chiedere un’autorizzazione preventiva per ognuno. È un meccanismo veloce, che l’industria apprezza proprio perché non ingessa l’innovazione.
L’idea di Selig è estendere questa logica a una nuova designazione da «crypto asset market», così da coprire le piattaforme dove si scambiano a pronti le commodity digitali. Il vantaggio è chiaro: la CFTC userebbe uno schema collaudato e i poteri che già possiede, senza aspettare il Congresso. Il limite è altrettanto chiaro: la CFTC ha giurisdizione sulle commodity e sui loro derivati, non sui titoli. Se un token è un «investment contract», resta affare della SEC. Serve quindi una base condivisa su cosa sia commodity e cosa titolo, e quella base per ora è l’interpretazione congiunta di SEC e CFTC del marzo 2026, che ha collocato sedici token (tra cui Bitcoin, Ether, Solana e Chainlink) tra le commodity digitali e fuori dalla definizione di titolo, come sintetizzato in una nota dello studio Sullivan & Cromwell. Tutto ciò che non è in quella lista, però, resta in una zona grigia dove i due perimetri possono sovrapporsi.
La CFTC sa già fare enforcement: il curriculum
Chi immagina la CFTC come un’agenzia morbida sbaglia bersaglio. Sul fronte crypto la Commissione ha una storia di enforcement pesante, spesso più incisiva di quella della SEC quando c’è di mezzo una frode o un exchange di derivati non registrato. Il suo stesso ufficio enforcement ha rivendicato pubblicamente questa linea, come nel discorso «Enforcement by Enforcement» dell’ex direttore Ian McGinley. Il curriculum spiega perché una CFTC che scrive le regole del mercato a pronti va presa sul serio: se detta le regole e poi le fa rispettare con la mano che ha già mostrato, per gli operatori il rischio è concreto.
| Caso | Anno | Cosa ha stabilito |
|---|---|---|
| BitMEX | 2021 | Sanzioni civili e condanne penali per i fondatori per aver gestito un exchange di derivati non registrato e per carenze nei controlli antiriciclaggio |
| Binance / Changpeng Zhao | 2023 | Accordo complessivo da 4,3 miliardi di dollari con le autorità statunitensi (quota record per la sola CFTC); Zhao si dimette da CEO e patteggia |
| Ooki DAO | 2023 | Un tribunale stabilisce che una DAO è una «persona» ai sensi del Commodity Exchange Act e può essere citata e ritenuta responsabile |
| FTX / Sam Bankman-Fried | 2022-2023 | Accuse per frode su commodity digitali e offerta illegale di derivati; oltre 8 miliardi di dollari di buchi nei conti dei clienti |
Il caso Ooki DAO è quello che dovrebbe far riflettere di più il mondo DeFi: ha stabilito che una organizzazione decentralizzata non è un guscio vuoto irraggiungibile, ma un soggetto che può finire in tribunale. Chi pensa che «senza una società non c’è nessuno da citare» ha già una sentenza contro. E la CFTC ha un altro fronte caldo, quello degli event contract e dei mercati predittivi, dove i confini tra scommessa, derivato e strumento informativo sono ancora tutti da definire, un tema che abbiamo affrontato parlando di mercati predittivi, agenti AI e insider trading.
Due agenzie, un rulebook improvvisato
Mettendo in fila i pezzi si capisce la stranezza del momento. Gli Stati Uniti stanno costruendo l’intero impianto delle regole crypto non con una legge, ma con due cantieri paralleli aperti da due agenzie diverse, ciascuna con la sua base giuridica e i suoi tempi. La tabella che segue mette a confronto i due piani americani con il modello europeo, dove invece il confine tra spot e derivati lo ha già tracciato una legge.
| Dimensione | SEC (Regulation Crypto Assets) | CFTC (crypto asset market) | UE (MiCA + MiFID II) |
|---|---|---|---|
| Base giuridica | Regola proposta ex Securities Act, in consultazione | Regole ex Commodity Exchange Act, in preparazione | Regolamento e direttiva approvati dai co-legislatori |
| Perimetro | Emissioni, «investment contract», custodia e trading di titoli | Mercati a pronti delle commodity digitali e loro sedi | Cripto-attività a pronti (MiCA) e derivati (MiFID II) |
| Stato a settembre 2026 | Proposta del 18 agosto, commenti fino a ottobre | Direttiva interna allo staff dopo il no del 15 settembre | In vigore, transizione italiana fino al 1 luglio 2026 |
| Reversibilità | Alta: una futura Commissione può ritirarla | Alta: stesso limite | Bassa: serve un nuovo atto legislativo |
| Vincola i giudici? | No | No | Sì, è legge |
Il punto debole: una regola non è una legge
Qui sta il cuore del problema. Una regola di un’agenzia e una legge del Congresso non hanno lo stesso peso, e la differenza non è teorica. Una regola nasce da una procedura amministrativa (il notice-and-comment) e proprio per questo può essere impugnata in tribunale: se un giudice la ritiene arbitraria o non adeguatamente motivata, la annulla. Una regola può inoltre essere ritirata da una Commissione futura con la stessa procedura con cui è stata adottata, e non richiede il consenso del Parlamento. Soprattutto, una regola non vincola i giudici: le sentenze che contano restano quelle dei tribunali, come i precedenti sul caso Ripple, che ha distinto le vendite istituzionali da quelle sul mercato, e sul caso Coinbase, dove il ritiro dell’accusa non ha cancellato le pronunce già emesse.
Ci sono poi due fattori che rendono l’impianto ancora più fragile. Il primo è la cosiddetta major questions doctrine: quando un’agenzia rivendica un potere ampio e nuovo su un settore da migliaia di miliardi di euro, i tribunali chiedono che sia il Congresso, non l’agenzia, ad autorizzarlo in modo chiaro. Costruire un regime crypto solo con regolamenti amministrativi espone entrambe le agenzie proprio a questa obiezione. Il secondo è la maggiore controllabilità politica dei vertici: le pronunce che hanno indebolito le tutele contro la rimozione dei commissari rendono le authority più sensibili agli umori dell’esecutivo, quindi meno indipendenti e meno stabili nel tempo. Non a caso l’ex commissaria democratica Caroline Crenshaw, già nel febbraio 2025, aveva avvertito nella sua dissenting opinion che smontare le cause di registrazione significava buttare via un corpo di precedenti che i tribunali usano da quasi ottant’anni per identificare i titoli, e spostare il rischio sugli investitori.
Il rischio non è astratto. Basta immaginare il 2029: una nuova amministrazione nomina una Commissione di orientamento opposto, che ritira la Regulation Crypto Assets, archivia la designazione da «crypto asset market» e torna a leggere il diritto dei titoli come faceva la gestione precedente. Nessuna delle due regole avrebbe bisogno di un voto del Congresso per essere cancellata, perché nessuna delle due è passata dal Congresso. Chi ha costruito un prodotto contando su quelle regole si ritroverebbe, da un giorno all’altro, in un perimetro diverso. È la ragione per cui molti operatori, pur applaudendo la svolta di Atkins, continuano a chiedere una legge: non perché diffidino dell’attuale Commissione, ma perché sanno che una regola vive quanto la maggioranza che la sostiene.
L’enforcement nell’era senza statuto
Che ne è, allora, dell’enforcement vero e proprio? La svolta non significa che a Washington abbiano smesso di perseguire chi delinque. Significa che è cambiato il bersaglio. Le cause fondate sulla teoria della registrazione (l’idea che quasi ogni token fosse un titolo venduto senza autorizzazione) sono state in gran parte archiviate. I numeri lo confermano: secondo Cornerstone Research, nell’anno fiscale 2025 le azioni crypto della SEC sono scese a 13 contro le 33 dell’anno prima, un calo del 60 per cento, con sanzioni digitali per circa 142 milioni di dollari, una frazione minima del passato.
La frode, invece, resta frode. La SEC continua a perseguire gli schemi Ponzi e i falsi bot di trading «potenziati dall’AI», la CFTC mantiene la sua linea dura su manipolazione e derivati illegali, il Dipartimento di Giustizia prosegue sul penale. Il vero rischio nuovo per chi opera legalmente non è la frode, ma l’incertezza di confine: finché una legge non dice con nettezza dove finisce la commodity e comincia il titolo, un progetto può ritrovarsi contestato da un’agenzia oggi e dall’altra domani, a seconda di come un giudice qualifica il suo token. Due cantieri regolatori paralleli, per un operatore, possono voler dire due possibili accusatori invece di uno.
C’è anche un tema di percezione dei numeri. I dati aggregati sull’attività della SEC nell’ultimo anno fiscale restano alti se si guarda al totale delle azioni e alle somme complessive, ma quel totale è gonfiato da un singolo, storico caso Ponzi che non ha nulla a che vedere con le crypto. Ripulito da quella distorsione, il quadro conferma lo spostamento del baricentro dalla registrazione alla frode. Per chi opera nel settore la lettura pratica è duplice: chi gioca pulito ha oggi meno probabilità di finire sotto inchiesta per una questione di forma, mentre chi froda non ha ottenuto alcuno scudo, perché su quel fronte nessuna delle due agenzie ha allentato la presa.
Lo specchio europeo: qui la linea l’ha già tracciata una legge
Vista da Milano o da Roma, la scena americana ha un che di paradossale. In Europa la domanda che sta lacerando Washington (chi comanda sullo spot e chi sui derivati) ha già una risposta, e quella risposta è una legge. Il regolamento MiCA disciplina le cripto-attività a pronti e i prestatori di servizi, con Consob competente sulla condotta di mercato e sulla tutela degli investitori e Banca d’Italia sui profili prudenziali e sulle stablecoin (i token ART ed EMT). I derivati crypto, invece, restano fuori da MiCA e ricadono sotto la MiFID II, sempre vigilati da Consob. La linea, insomma, l’ha disegnata il legislatore, non un’agenzia con una circolare interna.
Il confine è così netto che l’ESMA lo ha ribadito in modo esplicito: nel febbraio 2026 ha ricordato che i «perpetual futures» sulle crypto, malgrado il nome commerciale, sono derivati e rientrano tra i CFD ai fini delle misure di product intervention della MiFID II, con leva per la clientela retail limitata a 2:1. In Italia questo impianto è recepito dal D.lgs. 129/2024, che designa Consob e Banca d’Italia, con il periodo transitorio per gli operatori nazionali che si chiude il 1 luglio 2026. Non è che l’Europa non abbia zone grigie, come mostra il dibattito su MiCA e la finanza decentralizzata, che resta in larga parte fuori dal perimetro. Ma il confine tra i due grandi binari, spot e derivati, non è oggetto di trattativa: è scritto in una norma che i giudici sono tenuti ad applicare.
Cosa cambia per chi investe dall’Italia
La prima cosa da mettere in chiaro è che chi investe dall’Italia non è protetto dalle regole americane e non lo sarà mai: la tutela diretta arriva da MiCA e dalla vigilanza di Consob e Banca d’Italia. Se comprate crypto su un exchange autorizzato come CASP nell’UE, la cornice di riferimento resta europea, indipendentemente dal caos di Washington. Questo però non vuol dire che il caos non vi tocchi. Il mercato crypto è globale e i prezzi si formano soprattutto sui grandi mercati statunitensi: l’incertezza regolatoria americana si scarica su volatilità, liquidità e disponibilità dei token sugli exchange internazionali.
Un token che negli Stati Uniti finisce in una zona grigia rischia di essere ritirato dagli exchange americani, e questo ne riduce la liquidità ovunque, Italia compresa. Allo stesso modo, l’incertezza pesa sul quadro macro, come si è visto quando la stretta della Federal Reserve ha messo alla prova la resistenza di Bitcoin nel price action di settembre. Chi investe in perpetui e derivati deve poi ricordare che quel mondo, in Europa, vive sotto la MiFID II e non sotto MiCA, con limiti di leva pensati apposta per la clientela retail. Le stablecoin remunerate, tema che ha contribuito ad affossare la CLARITY, hanno in UE una disciplina rigida che abbiamo raccontato parlando delle regole sui pagamenti in stablecoin e del tetto dei 200 milioni.
Cosa cambia per chi costruisce
Per un team di sviluppo europeo che guarda al mercato statunitense, il quadro attuale è a doppio taglio. Da un lato ci sono, oggi, due porte d’ingresso che prima non esistevano: la corsia delle esenzioni della SEC per chi emette qualcosa che assomiglia a un titolo, e la futura designazione da «crypto asset market» della CFTC per chi gestisce una sede di scambio di commodity digitali. Sulla carta è più di quanto offrisse la stagione della «regolazione tramite enforcement». Dall’altro lato, però, entrambe le porte poggiano su regolamenti amministrativi e non su una legge, quindi possono chiudersi con la stessa procedura con cui si sono aperte.
È il rovescio della rapidità. Costruire un prodotto su una regola che una futura Commissione può ritirare, o che un tribunale può annullare, significa esporsi a un rischio di reversibilità che un progetto europeo, sotto il passaporto unico di MiCA, semplicemente non ha. Il confronto è impietoso: negli Stati Uniti la certezza dipende da chi siede al vertice delle agenzie e da cosa deciderà la prossima amministrazione; nell’UE dipende da un atto legislativo che per essere cambiato richiede un nuovo passaggio parlamentare. Per chi pianifica su orizzonti lunghi, questa differenza vale più di qualsiasi vantaggio fiscale o di velocità.
In concreto, per un progetto italiano la scelta si riduce a una domanda di orizzonte temporale. Se l’obiettivo è testare il mercato statunitense in fretta, le nuove corsie della SEC e la futura designazione della CFTC offrono porte che fino a ieri erano chiuse. Se invece l’obiettivo è costruire qualcosa destinato a durare un decennio, l’incertezza sulla tenuta di quelle porte pesa quanto e più della fiscalità. Molti team stanno adottando una strategia difensiva: strutturarsi in Europa sotto MiCA per avere una base stabile, e affacciarsi negli Stati Uniti solo con la parte di prodotto che può reggere un eventuale ritorno all’enforcement aggressivo. Non è la scelta più ambiziosa, ma è quella che sopravvive a un cambio di amministrazione.
Le prossime tappe: comment, calendario e il rischio 2027
Il calendario dei prossimi mesi dirà se questa impalcatura regge. Sul fronte SEC, la consultazione sulla Regulation Crypto Assets si chiude verso il 20 ottobre: seguiranno l’esame dei commenti e, in caso di via libera, una regola definitiva che realisticamente slitta al 2027. Sul fronte CFTC, lo staff è al lavoro sulla designazione da «crypto asset market», ma con due zavorre note: un organico ridotto attorno alle 600 unità e diversi seggi di commissario ancora vacanti. C’è anche una questione di risorse, con una proposta al Senato che prevede uno stanziamento dedicato all’implementazione del quadro crypto.
- SEC: chiusura dei commenti sulla Regulation Crypto Assets verso il 20 ottobre 2026, regola definitiva probabile nel 2027.
- CFTC: stesura della designazione «crypto asset market» sul modello DCM, con vincoli di personale e seggi vacanti.
- Congresso: la CLARITY può tornare in agenda nel 2027, ma senza un cambio di equilibri i nodi su stablecoin ed etica restano.
- Rischio di fondo: ogni regola scritta senza una legge resta impugnabile, ritirabile e non vincolante per i giudici.
La domanda vera non è se gli Stati Uniti avranno delle regole crypto (le avranno, in una forma o nell’altra), ma quanto dureranno. Un impianto costruito su due regolamenti amministrativi e un pugno di sentenze è, per definizione, reversibile: basta un cambio di maggioranza o di presidente per rimettere tutto in discussione. L’Europa ha scelto la strada lenta e noiosa della legge, e oggi quella noia somiglia molto a una forma di certezza. Anche il modo in cui le banche stanno rivedendo la loro esposizione al settore, in un contesto di tassi alti, dipende da quanto stabile appare la cornice regolatoria, come abbiamo visto analizzando la politica cripto delle banche dopo il rialzo dei tassi. Fino a quando Washington non trasformerà le sue regole da circolari in legge, il rulebook crypto americano resterà un cantiere aperto, esposto al vento di ogni elezione.
Domande frequenti
Che cos’è la CLARITY Act e perché è stata bocciata?
La CLARITY Act è il disegno di legge che avrebbe diviso i compiti tra SEC e CFTC e definito quando un token è un titolo e quando una commodity. Il 15 settembre 2026 il Senato ha bloccato il voto di cloture con 49 sì e 50 no, sotto sia la soglia dei 60 voti sia la maggioranza semplice, per i disaccordi su remunerazione delle stablecoin e clausole etiche legate agli affari crypto del presidente.
Cosa prevede la Regulation Crypto Assets proposta dalla SEC?
È la proposta di regola presentata dalla SEC il 18 agosto 2026. Introduce due esenzioni dalla registrazione (fino a 5 milioni di dollari in quattro anni per le startup e fino a 75 milioni in dodici mesi con obblighi informativi), un safe harbor condizionato dalla qualifica di «investment contract» e la prevalenza sulle regole statali; è in consultazione pubblica per 60 giorni.
La CFTC può regolare le crypto senza una legge del Congresso?
In parte sì. Il presidente Michael Selig ha ordinato allo staff di costruire una designazione da «crypto asset market» sul modello dei Designated Contract Markets usando i poteri esistenti della CFTC. È una via percorribile per i mercati a pronti di commodity digitali, ma non copre i token che restano titoli e resta più fragile di una legge.
Cosa cambia per chi investe in crypto dall’Italia?
Poco sul piano della tutela diretta: in Italia e nell’UE valgono MiCA e la vigilanza di Consob e Banca d’Italia, non le regole americane. L’incertezza statunitense però si scarica su prezzi, liquidità e disponibilità dei token sugli exchange globali, quindi conviene seguirla anche da investitori europei.
Le regole scritte dalle agenzie sono definitive?
No. Una regola della SEC o della CFTC può essere impugnata in tribunale, ritirata da una Commissione futura e non vincola i giudici, che continuano a seguire i precedenti come Ripple e Coinbase. Senza una legge del Congresso, l’intero impianto americano resta reversibile, soprattutto in vista dei cambi di amministrazione.
di Lorenzo Conti, redazione regolamentazione di HOGE Wire