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Bitcoin oltre i 75.000 euro: lo strappo che sfida la Fed

Bitcoin torna sopra gli 86.000 dollari, ai massimi da gennaio: short squeeze e petrolio in calo alimentano lo strappo, mentre la Fed che ha appena alzato i tassi resta a guardare.

Poco più di un mese fa Bitcoin scivolava sotto i 66.000 euro nella notte del verdetto della Federal Reserve. Questa mattina, martedì 22 settembre, tratta a ridosso degli 86.000 dollari, circa 75.000 euro, ai massimi da gennaio. In mezzo ci sono stati un rialzo dei tassi (il primo dal 2023), una legge affossata al Senato e un mercato che, contro ogni copione, ha deciso di salire. Questa è la cronaca dello strappo e di cosa lo tiene in piedi.

Il breakout che in pochi aspettavano

Bitcoin ha aperto la seduta del 22 settembre intorno a 86.598 dollari ed è sceso a circa 86.040 dollari nelle prime ore americane, in progresso del 6,7% rispetto all’apertura di lunedì, secondo i dati raccolti da Yahoo Finance. Il rilevamento di Fortune fotografa un prezzo di 86.039 dollari, una capitalizzazione vicina a 1,33 trilioni di dollari e un guadagno del 10,4% sul mese, a fronte di un calo del 23,7% su base annua. Al cambio euro-dollaro di 1,1476 rilevato in giornata, il prezzo corrisponde a circa 75.000 euro e la capitalizzazione a poco meno di 1,16 trilioni di euro.

Il punto non è il singolo numero, ma la distanza dal punto di partenza. Cinque giorni prima il mercato guardava un rialzo dei tassi e una sconfitta parlamentare; oggi guarda un livello che non si vedeva da gennaio. Restano circa il 32% da recuperare per tornare al massimo storico di 126.198 dollari (circa 110.000 euro) segnato il 6 ottobre 2025, come ricorda lo storico prezzi di CoinGecko, ma il tono del mercato è cambiato in modo netto. Ecco la fotografia di partenza.

Metrica (22 settembre 2026)Valore
Prezzo Bitcoincirca 75.000 EUR / 86.040 USD
Variazione dall’apertura di lunedì+6,7%
Variazione sul mese+10,4%
Variazione su base annua-23,7%
Capitalizzazionecirca 1,16 mila mrd EUR / 1,33 mila mrd USD
Massimo storico (6 ott 2025)circa 110.000 EUR / 126.198 USD
Distanza dal massimocirca -32%
Ethereumcirca 2.380 EUR / 2.734 USD (+5%)
Fonti: Fortune, Yahoo Finance, CoinGecko. Cambio EUR/USD 1,1476.

Sei giorni dal verdetto alla fuga

La sequenza aiuta a capire la portata del movimento. Il 16 settembre, giorno della decisione, Bitcoin viaggiava intorno ai 75.900 dollari e nella notte era sceso sotto i 75.000, difendendo però quel livello già tenuto a luglio. Il 17 settembre risaliva verso 76.700 dollari, il 18 verso 78.000. Sabato 19 il prezzo aveva già superato gli 80.000 e lunedì 22 lo strappo lo ha proiettato sopra 86.000. In termini pratici, circa il 14% in una settimana partendo da un contesto che, sulla carta, avrebbe dovuto pesare sul rischio.

Un dato aiuta a inquadrare la velocità: passare da un minimo sotto i 75.000 dollari a oltre 86.000 in meno di una settimana significa un movimento a doppia cifra in pochi giorni di contrattazioni, il tipo di escursione che in Borsa si vede raramente e che nel mondo cripto resta la norma. Non tutti i rialzi nascono uguali, però. Alcuni sono lenti e ordinati, costruiti seduta dopo seduta; altri, come questo, sono verticali e concentrati, con la maggior parte del guadagno realizzato in poche ore attorno al superamento di soglie chiave. I secondi sono più spettacolari ma anche più fragili, perché lasciano dietro di sé sacche di ordini e livelli non testati che il mercato prima o poi torna a verificare. È la ragione per cui, dopo uno strappo così, la parola d’ordine degli operatori più prudenti non è inseguire, ma attendere conferme.

Come abbiamo raccontato tre giorni fa analizzando la tenuta del prezzo dopo la stretta, il mercato aveva già riassorbito il doppio colpo della bocciatura del CLARITY Act e del rialzo Fed senza capitolare. Quella era la fase della resistenza. Questa è la fase in cui la resistenza si trasforma in offensiva: il prezzo non si limita a non crollare, rompe al rialzo. La differenza non è semantica, perché cambia la mappa dei livelli e cambia il posizionamento di chi era short in attesa del crollo.

Lo short squeeze e il carburante dello strappo

Il primo motore del rialzo è meccanico. Nelle 24 ore precedenti la mattina del 22 settembre, secondo i dati riportati da Yahoo Finance, sono stati liquidati 115.490 trader per un totale di 769,8 milioni di dollari, e le posizioni corte hanno pesato per l’85% delle perdite, circa 647 milioni. Uno short squeeze funziona così: quando il prezzo sale oltre una certa soglia, chi ha scommesso al ribasso è costretto a ricomprare per chiudere la posizione, e quel riacquisto forzato alimenta ulteriore salita, in un circolo che si autoalimenta finché le posizioni corte non si esauriscono.

È una dinamica che spiega la velocità ma non la direzione di fondo. Uno squeeze accende la miccia, non costruisce il pavimento. Per capire perché la miccia fosse così carica occorre guardare il posizionamento accumulato dopo il 16 settembre, quando molti operatori avevano aperto o mantenuto scommesse ribassiste convinti che la Fed più aggressiva del biennio avrebbe fatto il resto. Il mercato ha fatto l’opposto, e quel muro di scommesse sbagliate è diventato benzina.

Vale la pena distinguere due tipi di carburante. C’è la benzina della leva, cioè le liquidazioni forzate che spingono il prezzo in verticale ma si esauriscono in fretta, e c’è la domanda a pronti, quella di chi compra e detiene. Uno strappo alimentato solo dalle prime tende a ritracciare non appena il flusso di ordini forzati si ferma; uno strappo in cui alla leva si somma l’acquisto a pronti ha basi più solide. I dati di questa settimana raccontano un mix: le liquidazioni degli short hanno acceso il movimento, ma l’assenza di un immediato ritracciamento e il ritorno dei flussi verso gli ETF suggeriscono che dietro la corsa non ci sia solo copertura di posizioni corte. È la differenza tra un fuoco di paglia e un cambio di passo, e sarà la tenuta dei prossimi giorni a dire quale dei due prevale.

Il petrolio si sgonfia e la logica resta invertita

Il secondo motore è macro e più sottile. A metà settembre il greggio WTI era salito sopra i 106 dollari al barile, ai massimi da cinque mesi, come segnalava CoinDesk nel raccontare la resistenza del mercato alla tempesta di settembre. Il 22 settembre lo stesso greggio quotava 98,49 dollari, in calo verso quota 98, secondo Yahoo Finance. Un ribasso di quasi otto dollari in pochi giorni sul petrolio conta, perché l’energia è stata la componente che ha spinto in alto gli ultimi dati sull’inflazione.

Qui entra in gioco la logica invertita che governa questo mercato dal 2026 e che avevamo isolato analizzando il CPI di agosto e il nuovo regime. Con la Fed in modalità restrittiva, i dati forti sono cattive notizie per gli asset di rischio, perché implicano tassi più alti più a lungo; i dati che raffreddano l’inflazione sono buone notizie, perché allentano la pressione sulla banca centrale. Un petrolio in discesa è proprio questo: un dato che sgonfia il termometro dei prezzi e quindi, nel regime invertito, spinge al rialzo il rischio. L’inflazione di agosto, per riferimento, era salita del 3,4% annuo (2,4% la componente core), secondo il Bureau of Labor Statistics, con la benzina a fare da protagonista. Se ora l’energia arretra, il capitolo successivo di quella storia cambia tono.

Il paradosso: la Fed stringe, Bitcoin corre

Vale la pena ricordare da dove si parte, perché rende lo strappo ancora più controintuitivo. Il 16 settembre la Fed ha alzato il target dei tassi di 25 punti base, portandolo al 3,75-4,00%, con un voto unanime 12 a 0, come riportato dalla CNBC. È stato il primo rialzo dal luglio 2023 e il primo grafico a punti firmato dal presidente Kevin Warsh: 16 membri su 18 prevedono almeno un altro ritocco nel 2026, con una mediana di fine anno intorno al 4,10% e la riunione dell’8-9 dicembre lasciata esplicitamente aperta. Non c’è ombra di colomba in quel documento.

Nella conferenza stampa Warsh non ha lasciato spazio a interpretazioni morbide. Secondo la trascrizione ufficiale della Federal Reserve, il presidente ha dichiarato che l’inflazione è troppo alta e lo è da troppo tempo, aggiungendo che farebbe fatica a definire restrittive le condizioni finanziarie complessive e che i dati estivi non gli dicono che le tendenze di fondo siano migliorate in modo significativo. Il messaggio implicito è che la banca centrale ha ancora lavoro da fare. Eppure, sei giorni dopo, l’asset teoricamente più esposto ai tassi reali e ai rendimenti obbligazionari è sui massimi da nove mesi. Questa contraddizione, e non lo squeeze, è la vera notizia. Il tema del passaggio al 4% e delle sue conseguenze per gli istituti lo abbiamo approfondito in un pezzo dedicato a come il rialzo cambia la politica cripto delle banche.

Una lettura possibile arriva da Fabian Dori, chief investment officer di Sygnum Bank, citato da CoinDesk: tassi e rendimenti in salita, ha osservato, non sono sempre ribassisti, e se segnalano un rischio di svalutazione della moneta, per gli asset rifugio possono essere in realtà positivi. È la tesi del debasement: se il mercato legge la stretta non come disciplina anti-inflazione ma come sintomo di un contesto in cui il potere d’acquisto della valuta si erode, allora un rialzo dei tassi diventa un argomento a favore di un bene a offerta fissa, non contro.

C’è poi un secondo strato, meno emotivo. In teoria tassi più alti più a lungo penalizzano gli asset senza cedola, perché aumentano il costo-opportunità di detenerli: se un titolo di Stato rende di più, la barra da superare per un bene che non paga interessi si alza. Bitcoin ha convissuto con questo vento contrario per tutto il 2026, eppure il mercato sembra guardare oltre, scommettendo che il ciclo di rialzi sia vicino al capolinea e che il vero motore della liquidità, dal bilancio della banca centrale ai riacquisti di titoli del Tesoro, resti più accomodante di quanto suggerisca il solo livello dei tassi. È una scommessa, non una certezza, e il grafico a punti di Warsh ricorda che la Fed non ha ancora finito.

Tornano i compratori: ETF e tesorerie

Uno squeeze e un ribasso del petrolio non bastano a portare il prezzo su un massimo di nove mesi se dall’altra parte non c’è domanda reale. E la domanda, in questi giorni, è tornata. Il 18 settembre gli ETF spot su Bitcoin statunitensi hanno registrato 433 milioni di dollari di afflussi netti, secondo CryptoDaily, con il fondo FBTC di Fidelity in testa a 310,7 milioni e l’IBIT di BlackRock a 108,4 milioni. È stata la seconda seduta consecutiva in positivo, un’inversione netta rispetto ai deflussi dei giorni intorno alla decisione Fed.

Sul fronte delle tesorerie aziendali, il compratore più noto è tornato a operare. Il gruppo Strategy, la ex MicroStrategy di Michael Saylor, ha acquistato 950 BTC per circa 75,7 milioni di dollari, a un prezzo medio di 79.670 dollari, chiudendo una pausa di quasi tre settimane, come documentato da Fortune; l’operazione porta le riserve del gruppo a oltre 840.000 BTC. Nella stessa finestra un secondo veicolo, Strive, ha rilevato altri 1.355 BTC. Non sono cifre che da sole muovono un mercato da mille miliardi, ma sono il segnale che il compratore marginale strutturale non ha abbandonato il campo dopo la stretta; anzi, ha usato la debolezza per accumulare.

I livelli tecnici dopo lo strappo

Il movimento ha riscritto la mappa. Il segnale più citato dagli operatori è il recupero della media mobile a 50 settimane, che passa intorno ai 77.000 dollari (circa 67.000 euro): finché il prezzo restava sotto, ogni rimbalzo era sospetto; averla riconquistata, e con margine, sposta il quadro da correttivo a costruttivo. Sopra, la fascia 82.000-83.000 dollari che fino a venerdì era resistenza è ora candidata a diventare supporto. Il prossimo ostacolo tecnico e psicologico è la soglia dei 90.000 dollari (circa 78.000 euro), oltre la quale si apre lo spazio verso il massimo storico.

Verso il basso, la difesa è stratificata. Il primo gradino è la stessa area 80.000 dollari; sotto, la media a 50 settimane a 77.000 e poi il supporto critico dei 75.000, quello difeso a luglio e di nuovo la notte del 16 settembre. Più in profondità resta la media mobile a 200 settimane, intorno ai 62.000 dollari, il pavimento strutturale che nei cicli passati ha segnato i minimi dei mercati orso. La tabella riassume la nuova geografia.

LivelloEURUSDRuolo
Massimo storicocirca 110.000126.198obiettivo di lungo periodo
Resistenza psicologicacirca 78.00090.000prossimo muro
Prezzo attualecirca 75.00086.040zona di scambio
Ex resistenza, ora supporto71.000-72.00082.000-83.000primo cuscinetto
Media mobile 50 settimanecirca 67.000circa 77.000spartiacque di tendenza
Supporto criticocirca 65.000circa 75.000linea difesa a luglio
Media mobile 200 settimanecirca 54.000circa 62.000pavimento strutturale
Livelli indicativi; conversioni al cambio EUR/USD 1,1476.

Il 25 settembre: la scadenza trimestrale che pesa

Il calendario aggiunge tensione. Questo venerdì 25 settembre scade il trimestrale delle opzioni su Deribit, e non è una scadenza qualsiasi. Secondo crypto.news, andranno a scadenza opzioni su Bitcoin ed Ethereum per circa 16,6 miliardi di dollari complessivi, di cui circa 14,63 miliardi solo su Bitcoin, pari al 41,5% dell’intero open interest in opzioni sull’asset. Sono numeri che concentrano in poche ore una massa enorme di posizioni.

Il dettaglio interessante è la geografia degli strike. Il livello di massimo dolore, quello a cui scade senza valore il maggior numero di contratti, si colloca intorno ai 72.000 dollari, molto sotto il prezzo attuale, mentre le posizioni al rialzo sono ammassate tra 82.000, 85.000, 90.000 e persino 100.000 dollari, con un rapporto put/call di 0,52 che segnala circa il doppio di call rispetto alle put, come rilevato da News.Bitcoin.com. Con il prezzo spot sopra 86.000 dollari, buona parte di quelle call è ora in-the-money, cioè in guadagno. Chi ha venduto quei contratti si trova a dover coprire l’esposizione comprando sottostante man mano che il prezzo sale, un meccanismo che nelle ore attorno alla scadenza può amplificare i movimenti in entrambe le direzioni. La distanza tra spot e massimo dolore misura quanto è teso l’elastico: più il prezzo resta lontano dai 72.000, più forte è la spinta di chi deve chiudere.

Le correlazioni rotte: Bitcoin balla da solo

Un elemento poco visibile ma decisivo di questa fase è il disaccoppiamento. Intorno alla decisione Fed le correlazioni di Bitcoin con gli altri mercati si sono assottigliate: nei quindici giorni attorno al 16 settembre il legame con l’indice del dollaro, con l’S&P 500, con il Nasdaq e con l’oro si era ridotto a valori bassi rispetto alle finestre precedenti, segno di un asset che, per una volta, seguiva la propria agenda invece di quella di Wall Street. Non a caso il dollaro, che aveva superato quota 100 sull’onda del rialzo, è poi tornato indietro con il calo dei rendimenti, un contesto che abbiamo analizzato osservando il DXY oltre 100 e la prova delle crypto.

La conseguenza pratica per chi investe è che le vecchie coperture non funzionano più come prima. Se Bitcoin smette di muoversi in blocco con i titoli tecnologici, usarlo come proxy del rischio azionario diventa fuorviante, e viceversa. È una buona notizia per chi cerca diversificazione, una complicazione per chi costruisce modelli di rischio sull’ipotesi che tutto salga e scenda insieme. In una fase come questa, in cui il prezzo reagisce più ai flussi e alle notizie di settore che ai dati macro, la lettura corretta è trattare la correlazione come un regime che cambia, non come una legge fissa.

CLARITY è morta, il prezzo ha voltato pagina

C’è un convitato di pietra in questa storia: la regolamentazione che non arriverà. Il 15 settembre la mozione per procedere sul CLARITY Act, la legge sulla struttura del mercato cripto negli Stati Uniti, ha fallito al Senato, fermandosi a 49 voti contro i 60 necessari. Il testo, che avrebbe ripartito le competenze tra SEC e CFTC, è di fatto rinviato a data da destinarsi. Nel momento della bocciatura Bitcoin era sceso brevemente sotto i 74.900 dollari, salvo stabilizzarsi in fretta. Il tema, con tutte le sue implicazioni per la vigilanza, lo abbiamo raccontato quando la CLARITY è saltata e SEC e CFTC hanno iniziato a scrivere le regole da sole.

La reazione del prezzo racconta più delle parole. Mitchell Askew di Blockware Intelligence, citato da CoinDesk, ha sintetizzato bene la sorpresa: un rialzo di 25 punti base e il fallimento del CLARITY Act, ha osservato, sono titoli che avrebbero dovuto spingere il prezzo molto più in basso, e invece non è successo praticamente nulla. Un mercato che assorbe due notizie negative senza cadere sta dicendo qualcosa sulla composizione dei suoi partecipanti: meno leva speculativa fragile, più mani che comprano sulla debolezza. È il tipo di comportamento che spesso precede, più che segue, i movimenti al rialzo.

Il quadro macro: Fed e BCE in parallelo, lo yen sullo sfondo

Lo strappo di Bitcoin non avviene nel vuoto, ma dentro un contesto di banche centrali che stringono in coro. Il 10 settembre la Banca Centrale Europea ha alzato di 25 punti base tutti i tassi di riferimento, portando il tasso sui depositi al 2,50%, come da decisioni ufficiali della BCE. È stato il secondo rialzo del ciclo, con la presidente Christine Lagarde a difenderlo come una scelta quasi obbligata di fronte alla spinta dei prezzi energetici. Fed e BCE, per la prima volta da tempo, si muovono nella stessa direzione: stretta contro stretta.

Sullo sfondo c’è anche il Giappone. La Banca del Giappone ha portato i tassi al livello più alto degli ultimi trentuno anni, un fatto che riduce lo spazio per il carry trade sullo yen, cioè la pratica di indebitarsi in valuta giapponese a basso costo per comprare asset più redditizi altrove. Quando il costo dello yen sale, parte di quella liquidità rientra e il rischio globale ne risente. Per ora l’effetto è assorbito, ma resta una variabile da tenere d’occhio, perché i mercati stanno già prezzando ulteriori ritocchi dei tassi statunitensi entro la primavera del 2027. Higher for longer, tassi più alti più a lungo, è un canale che comprime le valutazioni di tutti gli asset a lunga durata, criptovalute incluse. Che Bitcoin salga nonostante questo canale dice molto sulla forza degli altri motori descritti sopra.

Ciclo, regime e dove siamo davvero

Ogni strappo riaccende la domanda di fondo: è l’inizio di qualcosa o solo una copertura di posizioni corte. La risposta onesta è che convivono due letture. C’è chi, come Matt Hougan di Bitwise, sostiene che il vecchio ciclo di quattro anni sia morto e che il 2026 sia un anno di transizione dentro una crescita più lunga e meno spettacolare; e chi, come Jurrien Timmer di Fidelity, vede il ciclo ancora intatto, con un 2026 di pausa e un’area di supporto tra 65.000 e 75.000 dollari. Il tape di questi giorni, con un massimo di nove mesi ma pur sempre il 32% sotto il record, si colloca a metà strada tra le due tesi: più forte di una semplice pausa, ancora lontano da una nuova euforia.

Sul fronte degli obiettivi, le case di analisi restano divise: c’è chi, come Bernstein, indica 150.000 dollari entro fine anno parlando di bottom strutturale già raggiunto, e chi, come diversi desk più prudenti, considera l’area 80.000-100.000 il tetto realistico del 2026. Non è questa la sede per una rassegna dei target, che seguiamo altrove; qui conta la lettura del presente. E il presente dice che il mercato ha superato una prova macro e una prova regolamentare nella stessa settimana e ne è uscito più in alto, non più in basso. È un fatto, non una previsione.

Cosa guardare adesso e la lente di Consob

Da qui in avanti la partita si gioca su pochi appuntamenti concreti. Vale la pena tenerli in un elenco chiaro, perché saranno questi a decidere se lo strappo diventa tendenza o resta un episodio.

  • Venerdì 25 settembre: scadenza trimestrale Deribit, con oltre 14 miliardi di dollari di opzioni Bitcoin in gioco e call in-the-money tra 82.000 e 90.000 dollari.
  • Inizio ottobre: pubblicazione dei verbali della riunione Fed del 16 settembre, per misurare quanto è compatta la spinta verso un altro rialzo.
  • 27-28 ottobre: riunione del FOMC, senza nuovo grafico a punti ma con la conferenza di Warsh.
  • 8-9 dicembre: ultima riunione dell’anno, con proiezioni aggiornate; il mercato la considera ancora aperta a un rialzo.
  • Livelli chiave: se 80.000 dollari diventa supporto e i flussi verso gli ETF restano positivi, la struttura regge; un ritorno sotto 75.000 rimetterebbe in discussione tutto.

Per il lettore italiano, due promemoria pratici. Sul piano fiscale, dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate con un’aliquota del 33%, con l’abolizione della franchigia da 2.000 euro prevista in precedenza, come ricostruito da Agenda Digitale; chi opera dovrebbe documentare con cura prezzi di carico e movimenti, perché in una fase volatile come questa la differenza tra un buon carico e un cattivo carico è tutta la partita. Sul piano della vigilanza, i servizi cripto in Italia restano sotto la Consob per la condotta di mercato e la Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali, nel quadro europeo di MiCA; gli strumenti derivati come futures e opzioni, invece, ricadono sotto la disciplina MiFID II. Un massimo di nove mesi non cambia le regole del gioco: cambia solo la temperatura di chi lo osserva.

ScenarioFascia EURFascia USDCondizione
Rialzista78.000-96.00090.000-110.000tenuta di 80k, flussi ETF positivi, squeeze prosegue
Base65.000-78.00075.000-90.000consolidamento sopra la media a 50 settimane
Ribassistasotto 65.000sotto 75.000ritorno sotto 75k e Fed più aggressiva a dicembre
Scenari indicativi per il resto del 2026; non costituiscono consulenza finanziaria.

Domande frequenti

Perché Bitcoin sale se la Fed ha alzato i tassi?

Il rialzo di 25 punti base al 3,75-4,00% era ampiamente atteso e quindi già nei prezzi; una volta rimossa l’incertezza, il mercato ha comprato la notizia. A spingere lo strappo del 22 settembre sono stati fattori diversi: uno short squeeze da oltre 640 milioni di dollari, il petrolio in calo che allenta la pressione sull’inflazione e il ritorno dei flussi verso gli ETF spot. In un regime a logica invertita, i dati che raffreddano l’inflazione contano più della singola mossa sui tassi.

A quanto è arrivato il prezzo di Bitcoin il 22 settembre 2026?

Bitcoin ha aperto intorno a 86.598 dollari ed è sceso a circa 86.040 dollari nelle prime ore, pari a circa 75.000 euro al cambio di 1,1476. È il livello più alto da gennaio, con un progresso del 10% circa sul mese e una capitalizzazione vicina a 1,33 trilioni di dollari, ancora circa il 32% sotto il massimo storico di 126.198 dollari toccato il 6 ottobre 2025.

Cos’è la scadenza Deribit del 25 settembre e perché conta?

Il 25 settembre scadono opzioni su Bitcoin per circa 14,6 miliardi di dollari, quasi la metà dell’open interest totale. Il livello di massimo dolore è intorno ai 72.000 dollari, molto sotto il prezzo attuale, mentre gran parte delle call è concentrata tra 82.000 e 100.000 dollari. Con il prezzo sopra 86.000 dollari molte di quelle call sono ora in-the-money, una configurazione che può amplificare i movimenti nelle ore attorno alla scadenza.

Il rialzo di Bitcoin può continuare fino a fine anno?

Dipende da tre variabili: la tenuta dei nuovi supporti (80.000 dollari, poi la media a 50 settimane vicino ai 77.000), la continuità dei flussi verso ETF e tesorerie, e la traiettoria della Fed, che vede la riunione dell’8-9 dicembre ancora aperta a un altro rialzo. Uno scenario rialzista riporta il prezzo verso 90.000-110.000 dollari; una Fed più aggressiva a dicembre rischia di rispedirlo sotto i 75.000.

Come sono tassate le plusvalenze su Bitcoin in Italia nel 2026?

Dal 1 gennaio 2026 le plusvalenze da cripto-attività sono tassate al 33%, con l’abolizione della franchigia da 2.000 euro prevista in precedenza. La vigilanza sui servizi cripto in Italia spetta alla Consob per la condotta di mercato e alla Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali, nel quadro europeo di MiCA. Chi opera dovrebbe documentare con cura prezzi di carico e movimenti.

Marcus Okafor è Senior Editor per i Mercati di HOGE Wire.

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