Difficoltà Bitcoin: un’asta per l’energia che l’Italia perde
La difficoltà di mining non conta i computer: misura il prezzo del megawatt. Ecco perché Bitcoin si estrae in Texas o in Paraguay e quasi mai in Italia, dove l'energia costa di più.
Ogni due settimane circa la rete Bitcoin ricalibra un solo numero, e quasi tutti lo leggono come il termometro della sua sicurezza: la difficoltà di mining. L’11 ottobre 2026 vale circa 132,7 trilioni, poco mossa dopo il ritocco quasi piatto del 3 ottobre e attesa in rialzo al prossimo appuntamento, intorno al 16 ottobre. Ma quel numero non conta le macchine accese, e non misura in modo diretto quanto sia costoso attaccare Bitcoin. Misura qualcosa di molto più concreto, qualcosa che ogni famiglia e ogni impresa italiana riconosce guardando la bolletta: il prezzo dell’elettricità.
È questa la tesi di fondo. La difficoltà è, in sostanza, il prezzo di equilibrio di un’asta globale per il megawatt più economico. Sale quando qualcuno trova energia a basso costo e accende altre macchine; scende quando l’energia diventa cara, oppure quando un offerente con tasche più profonde, nel 2026 sempre più spesso un data center di intelligenza artificiale, si porta via gli stessi megawatt. Letta così, la curva della difficoltà del 2026 diventa una mappa: dice dove si trova l’elettricità a buon mercato del pianeta e chi se la sta contendendo. E spiega, senza troppi giri di parole, perché Bitcoin si estrae in Texas, in Paraguay o in Etiopia, e quasi mai in Italia.
La difficoltà non conta i computer, misura l’energia
Partiamo da un equivoco diffuso. La difficoltà non è un conteggio delle macchine collegate alla rete, e non esiste alcun contatore centrale che misuri la potenza di calcolo mondiale. La rete osserva una sola cosa: quanto in fretta sono arrivati gli ultimi blocchi. Da quella velocità il protocollo deduce, in modo indiretto, quanta potenza di calcolo (hashrate) è online, e aggiusta la difficoltà per riportare il ritmo verso un blocco ogni dieci minuti. L’hashrate che leggete sui siti specializzati, in exahash al secondo, non è misurato: è derivato dalla difficoltà e dal tempo medio fra i blocchi.
Il punto cruciale è il perché quella potenza salga o scenda. Un miner accende una macchina solo quando conviene, cioè quando il ricavo (prezzo del Bitcoin moltiplicato per la ricompensa) supera il costo di tenerla accesa, dominato dall’elettricità. Quando il prezzo sale o l’energia costa poco, entrano in rete nuove macchine, i blocchi accelerano e la difficoltà sale. Quando il prezzo scende o la corrente rincara, le macchine meno efficienti si spengono, i blocchi rallentano e la difficoltà cala. In mezzo c’è sempre la stessa variabile: il costo del chilowattora. La difficoltà, quindi, è un indicatore in ritardo del prezzo del megawatt marginale, l’ultimo acceso prima che l’operazione vada in perdita.
Il termostato in sessanta secondi
Il meccanismo è semplice e vale la pena ripassarlo. Ogni 2.016 blocchi, circa due settimane a ritmo ideale (2.016 blocchi per dieci minuti fanno 20.160 minuti), il protocollo confronta il tempo realmente impiegato con quel bersaglio e corregge: nuova difficoltà uguale vecchia difficoltà moltiplicata per 20.160 diviso i minuti effettivi. Se i blocchi sono arrivati più veloci, la difficoltà sale; se più lenti, scende. Un freno di sicurezza limita ogni singolo ritocco a un fattore compreso fra 0,25x e 4x, per impedire oscillazioni violente.
Come scrisse Satoshi Nakamoto nel white paper, «the proof-of-work difficulty is determined by a moving average targeting an average number of blocks per hour. If they’re generated too fast, the difficulty increases» (la difficoltà è una media mobile tarata su un numero medio di blocchi all’ora: se vengono generati troppo in fretta, aumenta), un passaggio che si legge ancora oggi nella versione originale del documento. Un esempio concreto: alla vigilia del prossimo aggiustamento i blocchi viaggiano a circa nove minuti e trentotto secondi l’uno, una ventina di secondi sotto il bersaglio dei dieci minuti; estrapolando quel ritmo sull’intero ciclo, la difficoltà dovrebbe salire di poco meno del 4 per cento. Da notare un dettaglio tecnico spesso dimenticato: il calcolo misura gli intervalli fra 2.016 blocchi ma di fatto ne considera 2.015, un errore di arrotondamento che vale circa lo 0,05 per cento. E poiché la difficoltà si basa sui timestamp dichiarati dai miner, solo blandamente vincolati, resta aperta l’unica vera vulnerabilità del sistema, l’attacco timewarp, che una proposta di soft fork chiamata BIP-54 punta a chiudere: ne abbiamo parlato nell’analisi su Taproot, BIP-54 e il rischio quantistico. Oggi, per inquadrare i numeri, la difficoltà resta circa il 10-15 per cento sotto i massimi storici toccati fra fine 2025 e inizio 2026.
La fotografia di oggi
Prima di scendere nel ragionamento, ecco lo stato della rete a metà ottobre 2026, con le fonti che aggiorniamo di seguito.
| Voce | Valore (11 ottobre 2026) |
|---|---|
| Difficoltà attuale | circa 132,72T (132.716.002.350.731) |
| Ultimo aggiustamento | 3 ottobre, -0,03% (da 132,76T) |
| Prossimo aggiustamento (stima) | circa 16 ottobre, circa +3,8% verso 137,7T |
| Hashrate (media 7 giorni) | circa 940-1.000 EH/s |
| Hashprice | circa 40 $ per PH/s al giorno (circa 36 €) |
| Prezzo Bitcoin | circa 74.700 € / 83.800 $ |
| Ricompensa di blocco | 3,125 BTC (fino all’halving del 2028) |
I dati di rete sono tratti dal grafico della difficoltà di CoinWarz, il prezzo da CoinGecko e l’hashprice dall’indice di NewHedge; quest’ultimo è risalito a circa 40 dollari dopo aver toccato a giugno un minimo quinquennale vicino ai 27,70 dollari, un recupero di quasi il 50 per cento. Il prezzo del Bitcoin oscilla sotto i 75.000 euro in un Uptober fiacco, condizionato dai verbali della Federal Reserve, come abbiamo raccontato nell’articolo su Bitcoin e l’Uptober frenato dai verbali Fed.
Lo storico degli aggiustamenti del 2026 racconta un anno nervoso: una scivolata fra primavera ed estate, poi una ripresa autunnale. Non è casualità, è il termostato che insegue prezzo ed energia.
| Data (2026) | Variazione | Difficoltà risultante |
|---|---|---|
| 14 giugno | -10,09% | 124,93T |
| 27 giugno | +7,15% | 133,87T |
| 11 luglio | -5,00% | 127,17T |
| 25 luglio | -0,74% | 126,23T |
| 8 agosto | +0,99% | 127,48T |
| 23 agosto | -1,31% | 125,81T |
| 5 settembre | +1,31% | 127,45T |
| 19 settembre | +4,16% | 132,76T |
| 3 ottobre | -0,03% | 132,72T |
Il calo estivo è stato uno dei pochi della storia a verificarsi mentre i margini dei miner, anziché crollare, si riprendevano: segno che la potenza di calcolo non veniva distrutta dalla disperazione, ma spostata altrove. Lo ha documentato CoinDesk, segnalando che la difficoltà era scesa su base annua per la seconda volta di sempre, spinta da ricavi compressi e dalla migrazione di capitale, potenza e operatori verso l’intelligenza artificiale e il calcolo ad alte prestazioni.
Dal numero astratto alla bolletta
Per vedere l’energia dentro la difficoltà serve un ponte, e il ponte si chiama hashprice: il ricavo giornaliero per unità di potenza di calcolo, in genere misurato in dollari per petahash al secondo al giorno. La catena è questa: la difficoltà fissa quanto è arduo il problema crittografico, da lì si ricava l’hashrate, e l’hashprice distribuisce la ricompensa fissa (3,125 BTC a blocco più le commissioni) su tutta quella potenza. Più sale la difficoltà, più la stessa torta viene divisa fra più fette: ogni terahash incassa meno. In questo senso la difficoltà è il denominatore del ricavo del miner.
Vale la pena vedere il legame in numeri, perché chiarisce perché l’hashrate sia una stima e non una misura. La potenza di calcolo implicita si ottiene moltiplicando la difficoltà per 2 elevato alla 32 e dividendo per il tempo bersaglio di 600 secondi: con una difficoltà di circa 132,7 trilioni si arriva a poco meno di 950 exahash al secondo, in linea con i 940-1.000 EH/s riportati dai tracker. Nessuno ha contato le macchine: il numero esce dalla matematica del protocollo. Ed è proprio questa natura indiretta a rendere la difficoltà un segnale lento, che fotografa l’energia accesa con giorni o settimane di ritardo.
Quel ricavo deve battere la bolletta. Ecco perché l’economia dell’elettricità comanda l’intera dinamica. Nikolaos Panigirtzoglou di JPMorgan lo ha riassunto in una frase diventata la lente standard per leggere questo mercato: «when bitcoin trades below its production cost, higher-cost miners power down, the hashrate declines, and difficulty adjusts lower» (quando il Bitcoin scambia sotto il suo costo di produzione, i miner più costosi si spengono, l’hashrate cala e la difficoltà si aggiusta al ribasso). La banca, in una nota ripresa da TFTC, stima il costo di produzione pieno intorno ai 78.000 dollari e un beta della difficoltà rispetto al prezzo di circa 0,62, con una quota di flotta in perdita vicina al 20 per cento. In pratica, i miner stanno appollaiati vicino alla loro soglia di pareggio e accendono o spengono le macchine seguendo il prezzo. La difficoltà si limita a registrare il risultato, con un paio di settimane di ritardo.
Il megawatt marginale: una materia prima dal costo endogeno
C’è un motivo per cui questo discorso è diverso da quello su qualsiasi altra materia prima. L’oro e il petrolio hanno un costo di estrazione fissato dalla geologia: un giacimento è ricco o povero, e non cambia perché arrivano più minatori. Bitcoin funziona all’opposto. Se spuntano energia a buon mercato e nuove macchine, la difficoltà sale e il «giacimento» diventa automaticamente più povero per tutti, finché il costo di produzione torna a premere contro il prezzo di mercato. Il costo marginale, in altre parole, è endogeno: la rete si regola da sola per consumare qualunque megawatt economico compaia. È per questo che la difficoltà è, nel lungo periodo, un termometro del prezzo dell’elettricità più che della tecnologia.
La conseguenza pratica è spietata. Poiché il ricavo per terahash è uguale per tutti nel mondo, l’unica leva su cui un miner può davvero competere è il costo dell’energia. Fred Thiel, amministratore delegato di MARA, uno dei maggiori miner quotati, lo ha detto senza eufemismi: il mining «is a zero-sum game» e «the floor is your energy cost» (è un gioco a somma zero, e il pavimento è il tuo costo dell’energia), in un’intervista a CoinDesk. Chi paga la corrente meno degli altri sopravvive; gli altri restano accesi solo finché il prezzo è alto, e si spengono per primi quando scende. Questa dinamica, in cui il costo di produzione fa da pavimento al valore, è la stessa che alimenta il dibattito sul Bitcoin come materia prima difensiva, un tema che abbiamo esplorato parlando di oro contro Bitcoin e del debasement trade.
La linea di sopravvivenza: il ricavo per megawattora
Per rendere tutto questo tangibile conviene tradurre l’hashprice in una grandezza che parla la lingua delle bollette: il ricavo per megawattora consumato. Con un hashprice intorno ai 40 dollari, una macchina rende tanti dollari per ogni megawattora che brucia quanto più è efficiente. Hashrate Index pubblica regolarmente questa scomposizione per fasce di efficienza, misurata in joule per terahash (J/TH). Più bassa la cifra, più efficiente la macchina, più alto il ricavo per megawattora e quindi il prezzo massimo dell’energia sostenibile prima della perdita.
| Efficienza (J/TH) | Esempio di ASIC | Ricavo per MWh (hashprice circa 40 $) | Prezzo energia di pareggio |
|---|---|---|---|
| sotto 14 (top di gamma) | Antminer S21 XP | circa 136 $ | circa 0,14 $/kWh (circa 0,12 €) |
| 14-19 | S21 / S21 Pro | circa 99 $ | circa 0,10 $/kWh (circa 0,09 €) |
| 19-25 | S19 XP | circa 74 $ | circa 0,07 $/kWh (circa 0,07 €) |
| 25-38 | S19j Pro | circa 51 $ | circa 0,05 $/kWh (circa 0,05 €) |
Il dato da tenere a mente è il primo: anche la macchina più efficiente sul mercato, con un hashprice da 40 dollari, incassa appena 136 dollari per megawattora, cioè va in pareggio solo se la corrente costa meno di circa 0,12 euro al chilowattora, tutto compreso. I modelli di un paio di generazioni fa hanno bisogno di energia a 0,05 euro o meno. Questa singola soglia, poche decine di euro per megawattora, è la matita con cui viene disegnata la mappa mondiale del mining.
Un esempio rende l’idea. Una macchina di punta da circa 3,6 kW consuma all’incirca 87 kilowattora al giorno e, con l’hashprice attuale, incassa poco meno di 11 dollari di Bitcoin. In Texas, pagando l’energia intorno a 0,04 euro al chilowattora, la bolletta giornaliera è di circa 4 dollari e il margine resta positivo. In Italia, agli oltre 0,23 euro all’ingrosso, la stessa macchina spende oltre 20 dollari al giorno di corrente per produrne 11: ogni giornata di accensione è una perdita secca. Moltiplicate per migliaia di unità e per l’intera flotta mondiale, ed ecco perché la difficoltà si sposta verso i paesi in cima alla tabella e mai verso i nostri confini.
La mappa mondiale dell’hashrate
Se la difficoltà è un’asta per il megawatt più economico, la classifica dei paesi dove si estrae Bitcoin dovrebbe coincidere con la mappa dell’energia a basso costo. È esattamente così. L’ultima mappa di calore di Hashrate Index, relativa al secondo trimestre 2026, stima un hashrate globale di circa 1.004 EH/s, con i primi tre paesi che da soli controllano circa il 65,6 per cento del totale.
| Paese | Quota hashrate | EH/s (circa) | Fonte di energia a basso costo |
|---|---|---|---|
| Stati Uniti | 37,4% | 375 | gas conveniente, rete texana flessibile, capitale |
| Russia | 16,9% | 170 | gas e idroelettrico siberiano, clima freddo |
| Cina | 12,0% | 120 | mining sommerso nonostante il divieto del 2021 |
| Paraguay | 4,3% | 43 | surplus idroelettrico della diga di Itaipú |
| Emirati Arabi Uniti | 3,0% | 30 | gas e capitale sovrano |
| Oman | 3,0% | 30 | gas e incentivi statali |
| Canada | 2,6% | 26 | idroelettrico, gas e clima freddo |
| Etiopia | 2,5% | 25 | idroelettrico in eccesso (diga GERD) |
| Kazakistan | 1,8% | 18 | carbone a basso costo (quota in calo) |
Non c’è nulla di casuale. Il Texas offre gas a bocca di pozzo, un surplus solare diurno e una rete che paga i grandi consumatori per spegnersi nei picchi. Il Paraguay ha più energia idroelettrica di quanta ne consumi, grazie a Itaipú. L’Etiopia vende l’eccesso della gigantesca diga GERD. Gli stati del Golfo bruciano gas che altrimenti sarebbe disperso. La Russia sfrutta il freddo siberiano e il gas lontano dai mercati. In ogni caso, il filo conduttore è lo stesso: energia che nessun altro vuole, o che costa pochissimo, venduta a chi è disposto ad accendere una macchina ventiquattro ore su ventiquattro.
Perché l’Italia non è sulla mappa
Ora il rovescio della medaglia, quello che tocca da vicino chi legge. In quella classifica l’Italia non compare, e non è un caso: ha l’energia elettrica più cara d’Europa. Il 9 ottobre 2026 il prezzo all’ingrosso italiano viaggiava intorno ai 233 euro per megawattora, contro i circa 166 della Germania, i 114 della Francia e i 107 della Spagna, secondo i dati di Trading Economics; dall’inizio dell’anno il prezzo era più che raddoppiato. Non è un’anomalia di giornata: anche nelle medie di settembre il Prezzo Unico Nazionale ha superato i 218 euro per megawattora, e l’Italia resta stabilmente in cima alle classifiche europee del caro energia. La ragione strutturale è nota: il gas fissa il prezzo marginale per una quota di ore molto più alta che altrove, mentre il nucleare francese e il fotovoltaico spagnolo spingono il gas fuori dal margine per lunghi tratti di giornata.
Il calcolo è immediato. A 0,23 euro al chilowattora all’ingrosso, l’Italia sfora il tetto di pareggio anche della macchina più efficiente del pianeta, quella che va in rosso sopra circa 0,12 euro. In altre parole, estrarre Bitcoin dalla rete elettrica italiana significa partire in perdita di circa la metà, prima ancora di contare oneri di rete, imposte e ammortamento dell’hardware; e il prezzo al dettaglio, con tutti gli oneri, è ben più alto di quello all’ingrosso. Ecco perché in Italia il mining su rete nazionale, semplicemente, non esiste su scala industriale. L’asta globale della difficoltà manda le macchine dove la corrente costa 0,03-0,05 euro, e il nostro paese, a quei prezzi, è fuori gioco in partenza.
L’eccezione alpina: l’energia incagliata
C’è un modo in cui il mining in Italia funziona davvero, e conferma la regola invece di smentirla: saltare la rete nazionale e attaccarsi direttamente a energia incagliata, cioè prodotta in luoghi dove non conviene trasportarla. È la storia di Alps Blockchain, fondata a Trento nel 2018 da Francesca Failoni e Francesco Buffa, in una città che la stampa ha ribattezzato «Bitcoin Valley». L’intuizione era che la fitta rete di piccole centrali idroelettriche alpine rappresentasse energia pulita, affidabile e sottoutilizzata. Fra il 2019 e il 2022 l’azienda ha collegato oltre venti micro-impianti idro nel Nord Italia per più di 5 MW complessivi; Borgo d’Anaunia, in Trentino, è diventato il primo comune italiano a ospitare un data center cripto, con alcune decine di ASIC presso la centrale di Alta Novella, come raccontava già nel 2022 CoinDesk.
Il punto interessante è cosa è successo dopo. Quella scommessa italiana si è trasformata in una piattaforma globale: oggi Alps Blockchain dichiara circa 240 MW di capacità installata, ma quasi tutta all’estero, fra Oman, Stati Uniti e Bolivia. In altre parole, perfino il campione italiano del settore mina soprattutto dove l’energia costa meno. È la dimostrazione più pulita della tesi: l’asta della difficoltà premia il megawatt più economico, non la bandiera. L’Italia resta in partita solo nelle nicchie di idroelettrico alpino incagliato, troppo piccole per spostare la mappa mondiale.
Texas, dove la difficoltà incontra la rete
Se l’Italia mostra cosa succede dove l’energia è cara, il Texas mostra l’estremo opposto, e un’ulteriore sfumatura: la rete non è solo fornitore, è anche arbitro. Il 22 luglio 2026 la rete texana ERCOT ha segnato un record storico di domanda, oltre 91,1 GW, il 6 per cento sopra il precedente primato dell’agosto 2023, coperto per il 48 per cento da gas e per il 32 per cento da solare, secondo la U.S. Energy Information Administration. In quel contesto i miner valgono come domanda flessibile: hanno accordi di riduzione volontaria dei consumi e, spiega la stessa EIA, i grandi clienti disposti a spegnersi nei picchi sono in prevalenza proprio impianti di mining.
Il meccanismo regge finché l’energia risparmiata vale più del Bitcoin che il miner rinuncia a estrarre. Ma qui entra la novità del 2026: molti operatori stanno convertendo capacità all’intelligenza artificiale, che firma contratti di disponibilità continua e non può spegnersi a comando. CryptoSlate descrive questo passaggio come la rimozione del «freno di emergenza» che i miner offrivano alla rete texana. Non a caso il governatore Greg Abbott ha imposto una moratoria sulle nuove connessioni dei data center, con ERCOT impegnata a vagliare circa trecento richieste entro dicembre. La difficoltà, a valle, riflette anche queste tensioni locali sulla rete.
Il nuovo offerente: AI e HPC contro i miner
È qui che l’asta per l’energia cambia natura. Fino a poco fa i miner si contendevano i megawatt soprattutto fra loro. Adesso al tavolo siede un offerente con tasche molto più profonde: i data center di intelligenza artificiale e di calcolo ad alte prestazioni (HPC), che per lo stesso megawatt pagano molto di più. John Todaro, analista di Needham, lo ha quantificato così: «the revenue per megawatt and EBITDA margins are far higher for HPC and AI colocation than for mining» (il ricavo per megawatt e i margini sono molto più alti per l’AI e l’HPC che per il mining), in una analisi ripresa da CoinGeek. Lo stesso report ricorda che un data center HPC richiede 8-10 milioni di dollari di investimento per megawatt, contro i 300.000-800.000 di un sito di mining; e che nel secondo trimestre Core Scientific ha incassato 136,7 milioni di dollari dalla locazione di calcolo contro 27,5 dal mining, mentre TeraWulf ha fatto 31,9 milioni dall’HPC contro 12,8 dal Bitcoin.
La conseguenza è una fuga ordinata. James Butterfill di CoinShares stima che i miner quotati potrebbero ricavare fino al 70 per cento dei ricavi dall’AI entro fine 2026, contro il 30 circa di oggi, e definisce questa fase «uno dei periodi più difficili» per i margini, con un costo medio di produzione vicino agli 80.000 dollari a Bitcoin a fine 2025. I miner pubblici hanno già ceduto circa il 21 per cento del loro hashrate mentre i ricavi da AI accelerano, e CoinShares avverte che nemmeno una ripresa del prezzo basterebbe a riportarli indietro: la defezione è strutturale. È esattamente questo che spiega la scivolata estiva della difficoltà avvenuta mentre i margini miglioravano: la potenza non è stata distrutta, è stata riassegnata a un cliente che paga di più. La domanda di calcolo delle macchine, del resto, è il grande tema del momento, come abbiamo analizzato parlando di economia delle macchine e agenti AI e di AI verificabile on-chain con Ritual.
Due orologi: la stagione e l’halving del 2028
Sopra l’asta quotidiana per l’energia girano due lancette più lente. La prima è stagionale. Per anni il ritmo l’ha dettato la stagione delle piogge in Cina, con l’idroelettrico estivo a buon mercato che gonfiava l’hashrate e la stagione secca che lo tagliava; oggi il calendario è cambiato ma la logica no. L’estate texana costringe alle riduzioni nei picchi di caldo, mentre l’inverno del Nord del mondo porta energia da riscaldamento più economica e aria fredda che raffredda gratis le macchine. La tabella degli aggiustamenti del 2026, con i suoi saliscendi, è in buona parte la fotografia di questi spostamenti di convenienza.
La seconda lancetta è l’halving. Intorno ad aprile 2028, al blocco 1.050.000, la ricompensa scenderà da 3,125 a 1,5625 BTC, e l’emissione giornaliera passerà da circa 450 a circa 225 BTC. Qui emerge un dettaglio spesso frainteso: la difficoltà corregge gli shock di ricavo, ma lo fa al ribasso, ristabilendo il battito dei dieci minuti a costo di perdere muscolo di sicurezza. Dopo l’halving, a parità di prezzo, i miner avranno bisogno all’incirca del doppio dell’hashprice, o di un’energia a metà prezzo, solo per restare fermi. È lo scenario che Thiel riassume dicendo che «by 2028, you’ll either be a power generator, be owned by one, or be partnered with one» (entro il 2028 sarai un produttore di energia, sarai posseduto da uno, o sarai in società con uno). La difficoltà del 2028 misurerà, in fondo, chi avrà vinto l’asta per l’elettricità più a buon mercato.
Quanta energia consuma davvero Bitcoin
Se la difficoltà è un prezzo dell’energia, la domanda inevitabile è: quanta se ne consuma? Il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index stima un consumo annualizzato intorno ai 138 TWh, circa lo 0,5 per cento dell’elettricità mondiale, con una forchetta di incertezza che va da circa 74 a oltre 240 TWh; altre stime, come quella di Digiconomist, arrivano a oltre 200 TWh. È un intervallo ampio proprio perché nessuno misura direttamente il consumo: lo si deduce dall’hashrate e dal mix di macchine presunto, lo stesso ragionamento indiretto che governa la difficoltà.
Quel consumo è il prezzo della sicurezza, non un suo effetto collaterale. Con circa 450 BTC al giorno di ricompense e un prezzo vicino agli 84.000 dollari, la rete spende l’equivalente di circa 38 milioni di dollari al giorno, oltre 13 miliardi l’anno, in energia e hardware per rendere economicamente folle qualsiasi tentativo di riscriverne la storia. Chi considera tutto ciò uno spreco e chi lo giudica il giusto costo di un regolamento senza fiducia continuerà a non trovare un accordo; ma almeno il dato di partenza è chiaro, e la spinta economica porta sempre più questa potenza verso energia altrimenti sprecata, dal gas in torcia all’idroelettrico in eccesso.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché rovescia il luogo comune. Gli stessi megawatt più economici del pianeta sono quasi sempre quelli senza acquirenti alternativi: il gas associato all’estrazione petrolifera che verrebbe altrimenti bruciato in torcia, l’eccesso di solare ed eolico nelle ore in cui la rete non lo assorbe e i prezzi vanno a zero o sottozero, l’acqua turbinata a vuoto in una diga troppo grande per il mercato locale. Inseguendo quel prezzo minimo, la difficoltà trasforma energia incagliata in sicurezza di rete, e offre a chi produce elettricità un acquirente di ultima istanza che può spegnersi in un istante. È lo stesso principio dell’esperimento alpino citato sopra, solo su scala continentale: il mining non compete per l’energia pregiata, raccoglie gli avanzi.
Cosa la difficoltà non è
Resta un equivoco da sciogliere. Una difficoltà più alta rende più caro un attacco del 51 per cento, ma non è un misuratore pulito della sicurezza. Campbell Harvey, della Duke University, ha stimato che un attacco di maggioranza di una settimana costerebbe circa 8 miliardi di dollari, all’incirca 50 punti base del valore della rete, e che potrebbe perfino diventare profittevole abbinandolo a posizioni corte sui derivati, come riportato da News.Bitcoin.com. L’unica vera falla tecnica della difficoltà, poi, non riguarda l’hashrate ma i timestamp, ed è l’attacco timewarp che BIP-54 vuole chiudere. Va anche ricordato che tutta questa logica dell’asta per l’energia vale solo per il proof-of-work: la proof-of-stake di Ethereum non ha un pavimento fatto di megawatt, perché la sicurezza arriva dal capitale messo in gioco, non dall’elettricità.
Sul fronte regolatorio, una precisazione utile per il lettore italiano. Il mining in quanto tale non è un servizio soggetto ad autorizzazione sotto il regolamento MiCA: la Consob vigila sulla condotta di mercato e sulla tutela degli investitori, Banca d’Italia sui profili prudenziali e sulle stablecoin, mentre i derivati su cripto ricadono sotto la MiFID II. Negli Stati Uniti, la SEC ha chiarito a marzo 2025 che l’attività di mining proof-of-work, in solitaria o in pool, non costituisce un’operazione in titoli. Niente di tutto questo cambia la sostanza economica: la difficoltà continuerà a inseguire il prezzo del megawatt, ovunque esso sia più basso.
Domande frequenti
Che cos’è la difficoltà di mining di Bitcoin?
È un numero che regola quanto è arduo trovare un blocco, in modo da mantenere un ritmo di circa un blocco ogni dieci minuti. Si aggiusta ogni 2.016 blocchi, circa due settimane, e a metà ottobre 2026 vale circa 132,7 trilioni. Non conta le macchine accese: deduce la potenza di calcolo dalla velocità con cui arrivano i blocchi.
Perché la difficoltà del Bitcoin sale o scende?
Perché segue la velocità dei blocchi, che a sua volta segue quanta potenza di calcolo è accesa, e questa dipende dall’economia dell’elettricità e dal prezzo del Bitcoin. Sale quando si trova energia a basso costo e si accendono altre macchine; scende quando la corrente rincara o quando un altro acquirente, oggi spesso un data center di AI, si porta via gli stessi megawatt.
Conviene minare Bitcoin in Italia?
Sulla rete elettrica nazionale no: l’Italia ha l’energia più cara d’Europa, intorno ai 233 euro per megawattora all’ingrosso a ottobre 2026, mentre anche l’ASIC più efficiente va in pareggio solo sotto circa 0,12 euro al chilowattora. Funziona solo attaccandosi a idroelettrico alpino incagliato, come fa Alps Blockchain, che però estrae ormai soprattutto all’estero.
Qual è la prossima variazione di difficoltà prevista?
Intorno al 16 ottobre 2026 è stimato un rialzo di circa il 3,8 per cento, verso i 137,7 trilioni, secondo CoinWarz, perché i blocchi stanno arrivando una ventina di secondi più veloci del bersaglio di dieci minuti. Le stime a inizio ciclo sono rumorose e si affinano con il passare dei blocchi.
Cosa succederà alla difficoltà con l’halving del 2028?
Intorno ad aprile 2028 la ricompensa per blocco scenderà da 3,125 a 1,5625 BTC. Se prezzo e commissioni non raddoppieranno all’incirca, i miner a costi più alti si spegneranno e la difficoltà si aggiusterà al ribasso, finché il ritmo dei dieci minuti non sarà ripristinato.
Di Marcus Okafor, redazione Bitcoin e mining di HOGE Wire.