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● Macro & TradFi

Duration e convessità dei BTP: cosa dice il MOVE index alle crypto

Non è solo il livello dei rendimenti a muovere le crypto, ma quanto violentemente oscilla il prezzo delle obbligazioni. Guida a duration, convessità e MOVE index, dal BTP 2072 a Bitcoin.

Il 14 agosto 2026 chi apriva la scheda del BTP con scadenza 1 marzo 2072 vedeva un numero che cinque anni fa sarebbe sembrato un errore di stampa: prezzo intorno a 57. Non un titolo in default, non un’azienda sull’orlo del fallimento, ma un’obbligazione della Repubblica Italiana che continua a pagare la sua cedola due volte l’anno, scambiata a poco più di metà del valore a cui era stata collocata nel 2021. La distanza tra 99 e 57 non racconta una crisi del debito italiano. Racconta la duration.Chi segue il rapporto tra tassi e crypto conosce ormai la regola di base: quando i rendimenti obbligazionari salgono, il denaro «sicuro» rende di più e gli asset di rischio, Bitcoin compreso, devono lavorare di più per giustificare il proprio spazio in portafoglio. Abbiamo dedicato una guida introduttiva a questo meccanismo e un secondo articolo alla forma della curva e allo spread BTP-Bund. Questo pezzo affronta la parte che di solito resta implicita: non tanto quanto rendono le obbligazioni, ma quanto violentemente si muove il loro prezzo. Due concetti governano quel movimento, la duration e la convessità; un terzo, il MOVE index, ne misura l’intensità giorno per giorno. E sono proprio questi, più del livello assoluto del rendimento, a spiegare perché certe settimane il mercato obbligazionario scuote le crypto e altre le lascia in pace.L’estate 2026 offre lo sfondo perfetto per capirlo. I rendimenti sono ai massimi da quasi due anni, eppure il mercato dei titoli di Stato è, per gli standard storici, tranquillo. Come possano convivere rendimenti elevati e volatilità bassa, e cosa significhi per un portafoglio che tiene insieme BTP, Bitcoin e stablecoin, è il filo di questo articolo.

Il livello del rendimento non è tutto: entra in scena la duration

Partiamo da un dato di realtà. Il 14 agosto 2026 il Treasury decennale statunitense rendeva circa il 4,70% e il trentennale poco più del 5,2%, vicino ai massimi da quasi due decenni; il Bund tedesco a dieci anni si aggirava intorno al 3,20% e il BTP italiano di pari scadenza sfiorava il 4,00%, il livello più alto da venti mesi, con uno spread BTP-Bund tornato attorno agli 80 punti base. Sono numeri che raccontano il costo del denaro, ma non dicono nulla su una domanda cruciale per chi investe: se questi rendimenti si muovono di mezzo punto, quanto ci rimette (o ci guadagna) chi detiene il titolo?La risposta dipende da una proprietà del singolo bond, non dal livello del rendimento in sé. Un buono del Tesoro a tre mesi e un BTP a cinquant’anni possono rendere entrambi il 3%: se domani i tassi salgono di un punto, il primo perde una manciata di centesimi, il secondo può bruciare un quarto del suo valore. Questa differenza abissale ha un nome, ed è il concetto che tiene insieme tutto il resto dell’articolo. Prima di smontarlo, conviene fissare i livelli attuali, perché sono lo sfondo di ogni ragionamento successivo.
RiferimentoLivello (14 ago 2026)Nota
US Treasury 10 annicirca 4,70%vicino ai massimi da 19 mesi
US Treasury 30 annicirca 5,2%asta del 13 ago al 5,216%, la più cara dal 2001
Bund 10 anni (Germania)circa 3,20%riferimento «risk-free» dell’area euro
BTP 10 anni (Italia)circa 4,00%massimo da 20 mesi
Spread BTP-Bundcirca 80 pbpremio di rischio Italia
MOVE indexcirca 74volatilità dei bond «calma» (sotto 80)

Che cos’è davvero la duration (e perché non è «anni alla scadenza»)

La parola trae in inganno. La duration non è la scadenza del titolo, anche se le due cose sono imparentate. Nella sua forma originaria (la duration di Macaulay) misura il tempo medio, ponderato, entro cui l’investitore recupera i flussi di cassa del titolo: cedole più rimborso finale. Un’obbligazione senza cedola (uno zero coupon) che rimborsa tutto alla scadenza ha una duration pari alla scadenza stessa; un titolo che paga cedole ricche lungo il percorso ha una duration più corta della scadenza, perché una parte del denaro torna prima.La versione che interessa a chi guarda i prezzi è la duration modificata. È semplicemente la traduzione della prima in una regola pratica: di quanto varia in percentuale il prezzo del titolo per una variazione dei rendimenti di un punto percentuale (100 punti base). Una duration modificata di 8 significa, in prima approssimazione, che a un rialzo dei tassi dell’1% corrisponde un calo del prezzo dell’8%, e viceversa. I trader la maneggiano anche in forma monetaria, il cosiddetto DV01 o «dollar value of a basis point», cioè quanti euro si muovono in portafoglio per ogni singolo punto base: è la stessa idea, misurata in denaro anziché in percentuale.Tre fattori allungano la duration, e quindi rendono un titolo più sensibile: una scadenza più lontana, una cedola più bassa e un rendimento di partenza più basso. È esattamente la combinazione che descrive molti titoli emessi tra il 2020 e il 2021, in piena era dei tassi a zero: lunghissimi, con cedole minime, comprati a rendimenti risibili. Erano, senza che quasi nessuno usasse la parola, gli asset a duration più alta mai offerti al pubblico. E quando i tassi si sono mossi, hanno fatto esattamente ciò che la matematica prevedeva.

Il BTP 2072: anatomia di una «Matusalemme»

Il caso italiano più limpido è il BTP con scadenza 1 marzo 2072 e cedola 2,15% (ISIN IT0005441883). È il titolo di Stato più lungo mai emesso dal Tesoro italiano, collocato via sindacato nella primavera 2021 a un prezzo di 99,467, con richieste per circa 64 miliardi di euro. All’epoca sembrava un affare ragionevole: un rendimento poco sopra il 2% per mezzo secolo, in un mondo in cui il decennale rendeva una frazione di quello. È uno di quei titoli che la stampa finanziaria ribattezza «Matusalemme» per l’orizzonte quasi biblico.Poi è arrivato il ciclo di rialzi. La Banca centrale europea ha portato il costo del denaro dai minimi storici fino a territorio restrittivo, i rendimenti a lunga sono saliti su tutta la curva e il prezzo del BTP 2072 ha fatto ciò che un titolo con duration modificata intorno a 23 deve fare: è precipitato. Ad agosto 2026 quotava attorno a 57, ossia circa il 42% sotto il prezzo di collocamento, pur senza aver mai saltato una cedola e senza il minimo dubbio sulla solvibilità della Repubblica.Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è controintuitivo. Un investitore che avesse comprato quel BTP nel 2021 e lo tenesse fino al 2072 riavrebbe indietro 100 per ogni 100 di valore nominale, più tutte le cedole: nessuna perdita, in senso stretto. Ma chi lo detiene oggi segna a bilancio una minusvalenza enorme, perché il mercato ha riprezzato quei flussi lontani alla luce dei tassi di adesso. La duration è esattamente questo: la misura di quanto un titolo lungo amplifica ogni movimento dei rendimenti. Il BTP 2072 è la versione italiana di un fenomeno che l’Austria ha reso celebre con i suoi bond centenari e che negli Stati Uniti ha travolto chi deteneva Treasury trentennali comprati ai minimi.

Convessità: la ragione per cui la linea retta mente

La duration modificata ha un difetto: è una linea retta tirata su una curva. Descrive bene i piccoli movimenti, ma quando i tassi si spostano molto la sua approssimazione si incrina. La relazione vera tra prezzo e rendimento non è una retta, è una curva, e la misura di quanto quella curva si incurva si chiama convessità.In pratica la convessità è una buona notizia per chi detiene il titolo. Significa che, a parità di variazione dei tassi, il prezzo sale un po’ di più quando i rendimenti scendono di quanto non scenda quando i rendimenti salgono della stessa quantità. La duration da sola sovrastima le perdite e sottostima i guadagni; la convessità corregge il tiro a favore dell’investitore. Per un BTP a cinquant’anni con duration 23, un rialzo dei tassi dell’1% non produce esattamente un calo del 23%, ma qualcosa di un po’ meno grave, proprio grazie alla convessità.Il rovescio della medaglia è che i titoli lunghi e con cedola bassa concentrano contemporaneamente alta duration e alta convessità: sono strumenti che si muovono tanto e in modo non lineare. Per un gestore è un profilo affascinante quando scommette su un calo dei tassi, perché la convessità gli regala un guadagno extra; è un incubo quando i tassi salgono a strappi, perché ogni gradino accelera il movimento successivo. È la ragione tecnica per cui i bond a lunghissima scadenza sono stati descritti da più di un operatore come «i più infami» dell’intero mercato: non perché siano rischiosi in senso creditizio, ma perché la loro matematica è spietata.

Quanto si muove un titolo per 100 punti base

Messi insieme, duration e convessità permettono una stima rapida di quanto rischia in conto capitale chi detiene un dato titolo. La tabella seguente confronta strumenti molto diversi tra loro, dall’estremo cortissimo delle riserve delle stablecoin, di fatto fondi in buoni del Tesoro a brevissimo, fino al BTP 2072. I valori sono approssimativi e servono a dare l’ordine di grandezza, non la precisione al centesimo.
StrumentoDuration modificata (circa)Prezzo per +100 pbPrezzo per -100 pb
Riserve stablecoin (T-bill sotto 3 mesi)0,1-0,2circa -0,1%circa +0,1%
BTP 2 anni1,9circa -1,9%circa +1,9%
BTP 10 anni8circa -8%circa +8%
US Treasury 30 anni17-18circa -17%circa +18%
BTP 1 marzo 207223circa -22%circa +24%
Due letture saltano all’occhio. La prima: la stessa variazione dei tassi produce effetti che vanno da irrilevanti a devastanti a seconda della duration; per questo un investitore non dovrebbe mai chiedersi soltanto «quanto rende» un titolo, ma «quanto si muove». La seconda: le colonne di destra non sono simmetriche. Grazie alla convessità, il guadagno quando i tassi scendono è leggermente superiore alla perdita quando salgono della stessa quantità, e la differenza cresce con la duration. È un dettaglio che sembra tecnico, ma è lo stesso principio che rende certi asset a duration lunghissima, Bitcoin compreso, capaci di rialzi esplosivi quando la marea dei tassi si ritira.

Il MOVE index: il «VIX delle obbligazioni»

Duration e convessità dicono quanto si muove un titolo per una data variazione dei tassi. Manca l’altra metà del quadro: quanto è probabile che i tassi si muovano, e con quale intensità. Questa è la volatilità, e nel mercato obbligazionario ha un termometro dedicato, il MOVE index (Merrill Lynch Option Volatility Estimate), gestito oggi da ICE. È l’equivalente per i bond di ciò che il VIX è per l’azionario: misura la volatilità attesa dei Treasury statunitensi a partire dai prezzi delle opzioni, cioè da quanto gli operatori pagano per assicurarsi contro movimenti bruschi dei tassi.La lettura è quasi intuitiva. Un MOVE basso segnala un mercato tranquillo, in cui le opzioni sui tassi costano poco e nessuno prezza uno shock imminente; un MOVE alto segnala nervosismo o vero e proprio stress. Gli operatori usano soglie di massima: sotto 80 il regime è calmo, tra 80 e 120 è nervoso, oltre 120-140 si entra in territorio di stress. Ad agosto 2026 l’indice viaggiava poco sopra quota 74, dunque saldamente nella zona di calma, nonostante i rendimenti fossero ai massimi da quasi vent’anni.
RegimeLivello MOVEEsempio storico
Calmasotto 80agosto 2026 (circa 74)
Nervosismo80-120fasi di riprezzamento di tagli o rialzi
Stress120-160ottobre 2023, trentennale sopra il 5% (oltre 140 per settimane)
Panicooltre 160marzo 2020, Covid (circa 164); marzo 2023, SVB e Credit Suisse (circa 199)
Crisi sistemicaoltre 250ottobre 2008, Lehman (circa 264)
La storia dell’indice è una mappa delle grandi paure del mercato obbligazionario: il picco a circa 264 nell’ottobre 2008 al culmine della crisi Lehman, i circa 164 del marzo 2020 con il Covid, i circa 199 del marzo 2023 durante il crac di Silicon Valley Bank e Credit Suisse, e le settimane sopra 140 dell’autunno 2023, quando il rendimento trentennale americano ruppe la soglia del 5%. Su questa scala, un valore intorno a 74 è quasi sonnolento.

Livello contro volatilità: due assi diversi dello stesso mercato

Qui arriviamo al punto più sottile e più utile dell’intero discorso. Il livello dei rendimenti e la loro volatilità sono due assi indipendenti. Si possono avere rendimenti alti e stabili, rendimenti bassi ma nervosi, e ogni combinazione intermedia. Confondere i due significa leggere male il mercato.L’estate 2026 è un caso di scuola del quadrante «alto e calmo»: rendimenti ai massimi da quasi due decenni, ma un MOVE nella zona di tranquillità. Non è una contraddizione. Significa che il mercato ha accettato l’idea di tassi elevati come nuovo regime, senza però prezzare uno shock imminente in un senso o nell’altro. Per un detentore di obbligazioni lunghe non è necessariamente una buona notizia: un livello alto e stabile è una lenta emorragia di prezzo che si trascina nel tempo, non un crac improvviso ma neanche un sollievo. È quella che diversi gestori hanno definito una «erosione lenta» piuttosto che una tempesta.Il segnale d’allarme sarebbe un salto del MOVE, non un ulteriore rialzo di qualche punto base del rendimento. È il cambio di regime, il passaggio da calmo a nervoso, a spostare i capitali, perché costringe chi ha usato leva a ridurla e chi ha venduto opzioni a coprirsi. Ed è esattamente attraverso questo canale, come vedremo, che il mondo dei bond parla a quello delle crypto.

Come la volatilità dei bond arriva alle crypto

I titoli di Stato americani non sono un asset qualsiasi: sono il collaterale su cui poggia gran parte del sistema finanziario globale. Vengono usati come garanzia nei pronti contro termine, nei conti a margine, nella compensazione dei derivati. Quando la volatilità dei Treasury sale, quel collaterale diventa meno affidabile: chi lo accetta in garanzia applica scarti (haircut) più ampi, richiede più margini, e l’effetto si propaga a catena su tutti gli asset più rischiosi, comprese le crypto.Il meccanismo è duplice. Da un lato, un MOVE in salita segnala incertezza sui tassi e spinge i gestori a ridurre l’esposizione complessiva al rischio, tagliando prima ciò che è più volatile; Bitcoin, con la sua volatilità storicamente elevata, è tra i primi a essere sfoltito. Dall’altro, la volatilità dei tassi tende a rafforzare il dollaro e a drenare liquidità, due condizioni che comprimono gli asset speculativi. Non a caso alcune analisi hanno mostrato che i picchi del MOVE tendono ad accompagnarsi a fasi di debolezza di Bitcoin, la cui volatilità implicita segue spesso a ruota quella obbligazionaria. È lo stesso motivo per cui, in certe fasi, Bitcoin si muove in sincrono con l’azionario tecnologico più che con l’oro, un tema che abbiamo approfondito nella nostra guida alla correlazione tra azioni e crypto.È lo stesso ragionamento, ribaltato, che porta Arthur Hayes, cofondatore di BitMEX, a guardare al MOVE come a un indicatore anticipatore per le crypto. La sua tesi, ripetuta più volte nel 2026, è netta: «Storicamente, negli ultimi cinque anni, se il MOVE supera quota 130 è probabile che il governo statunitense vari una qualche forma di salvataggio monetario». In quella lettura, un’impennata della volatilità obbligazionaria è dolorosa nell’immediato ma anticipa l’intervento (stampa di moneta, allentamento) che storicamente ha fatto bene a Bitcoin. Che si condivida o meno la conclusione, il punto strutturale regge: la volatilità dei bond, non il semplice livello dei rendimenti, è il canale che conta.

Bitcoin, l’asset a duration (quasi) infinita

Se la duration misura quanto un asset dipende da flussi di cassa lontani nel tempo, allora Bitcoin è, in senso figurato ma rigoroso, uno strumento a duration lunghissima. Non paga cedole, non distribuisce dividendi, non genera flussi intermedi: tutto il suo valore risiede in aspettative collocate in un futuro indefinito. È il profilo di uno zero coupon perpetuo, e come tale è ipersensibile al tasso con cui quel futuro viene scontato, cioè ai rendimenti reali.È la stessa ragione per cui le azioni tecnologiche «growth», i cui utili sono proiettati lontano nel tempo, soffrono quando i tassi salgono e volano quando scendono: matematicamente si comportano come obbligazioni a duration elevata. Bitcoin ne è la versione estrema. E lo stesso vale, con un profilo ancora più lungo e speculativo, per i token legati a temi di crescita di lunghissimo periodo, come le reti di calcolo decentralizzato per l’intelligenza artificiale: promesse di valore ancora più lontane e quindi una «duration» implicita ancora maggiore.Questa lente spiega due cose. Primo, perché Bitcoin tende a reagire più ai rendimenti reali e alle aspettative di liquidità che ai singoli dati economici del momento. Secondo, perché la convessità di cui parlavamo torna utile come metafora: come un bond a lunga scadenza, un asset a duration altissima perde molto quando il costo del denaro sale, ma può guadagnare in modo sproporzionato, quasi esplosivo, quando la marea dei tassi si ritira. Il rovescio, ovviamente, è che nel frattempo la volatilità è massima, ed è per questo che Bitcoin andrebbe trattato come la parte a lunghissima duration di un portafoglio, non come un equivalente della liquidità.

Le stablecoin vivono sull’altro capo della curva

Se Bitcoin abita l’estremo lunghissimo della curva, le stablecoin vivono all’estremo opposto, quello cortissimo, e questo è forse l’aspetto meno compreso del legame tra crypto e mercato obbligazionario. Le principali stablecoin in dollari sono, sotto il cofano, fondi in buoni del Tesoro a brevissima scadenza. Tether dichiara nella sua attestazione del primo trimestre 2026 circa 141 miliardi di dollari di esposizione ai Treasury, pari a circa l’80% delle riserve, il resto tra pronti contro termine, contanti, oro e Bitcoin. Circle tiene gran parte delle riserve di USDC in un fondo monetario governativo gestito da BlackRock, che compra quasi solo T-bill e pronti contro termine overnight.Strumenti del genere hanno una duration prossima allo zero: un rialzo dei tassi dell’1% ne intacca il prezzo di una frazione di punto percentuale, e i titoli in scadenza vengono comunque rimborsati a 100 nel giro di settimane. Non c’è convessità di cui preoccuparsi, non c’è il rischio di prezzo del BTP 2072. È esattamente questa insensibilità ai tassi a rendere le stablecoin adatte al ruolo che svolgono: parcheggiare valore senza rischio di duration. Il regolamento statunitense lo ha persino codificato: il GENIUS Act impone che le riserve stiano in contanti, Treasury con vita residua non superiore a 93 giorni o strumenti equivalenti, e che l’emittente trattenga per sé il rendimento senza distribuirlo ai detentori.Ne esce un’immagine sorprendente: le crypto abitano entrambi gli estremi della curva dei rendimenti. Bitcoin è la «duration massima», lo zero coupon perpetuo; le stablecoin sono la «duration minima», il fondo monetario travestito da token. Nel mezzo, il grande blocco dei titoli di Stato che va dal biennale al cinquantennale. Chi costruisce un portafoglio crypto senza rendersene conto sta già prendendo posizione su tutta la curva: la componente stabile è, di fatto, un investimento in T-bill americani; la componente speculativa è un’obbligazione a scadenza quasi infinita. E gli emittenti di stablecoin sono diventati, quasi per caso, tra i maggiori acquirenti al mondo di debito pubblico a breve, con Tether che da solo detiene più Treasury di molti Stati sovrani.

La lezione del 2022: quando la duration ha morso

Chi trova astratti questi concetti dovrebbe riavvolgere il nastro al 2022. È stato l’anno peggiore per le obbligazioni nella storia moderna: le banche centrali, di fronte all’inflazione post-pandemica, hanno alzato i tassi al ritmo più rapido da decenni, e i titoli a lunga duration comprati durante l’era dei tassi a zero sono crollati. Il BTP 2072, collocato a 99, ha perso lungo il 2022-2023 gran parte del suo valore, avvicinandosi ai minimi storici, mentre negli Stati Uniti i Treasury trentennali segnavano il peggior drawdown mai registrato per quella scadenza.La parte che riguarda le crypto è che il 2022 non ha punito solo i bond lunghi: ha punito tutto ciò che aveva duration. Bitcoin è passato da circa 69.000 a meno di 16.000 dollari nello stesso arco di tempo in cui i titoli di Stato lunghi crollavano, e non è una coincidenza. Quando il tasso di sconto sale bruscamente, gli asset il cui valore è proiettato più lontano nel tempo sono i primi e i più colpiti, che si tratti di un BTP 2072 o del più speculativo dei token. È la duration che morde, sotto due travestimenti diversi.Chi avesse letto il 2022 con questa lente avrebbe capito, in anticipo, perché un portafoglio che sommava Treasury lunghi e crypto non stava affatto diversificando: stava raddoppiando la stessa scommessa sui tassi. La vera diversificazione, in quel contesto, veniva proprio dalla parte cortissima della curva, quella dove oggi siedono le riserve delle stablecoin. È una lezione che vale la pena tenere a mente ora che i due mondi, bond e crypto, sono sempre più intrecciati.

La bussola per l’autunno 2026

Con questi strumenti in mano, il calendario dei prossimi mesi si legge meglio. Alcuni appuntamenti contano più di altri, e non sempre sono quelli che fanno notizia.
  • Simposio di Jackson Hole (27-29 agosto): il presidente della Fed Kevin Warsh, in carica da maggio 2026, terrà il discorso chiave. Warsh ha abbandonato la forward guidance esplicita, quindi ogni sfumatura sul percorso dei tassi può muovere la volatilità più del livello.
  • Riunione FOMC (15-16 settembre): tassi ufficiali fermi al 3,50-3,75%; conta la reazione della parte lunga della curva, non solo la decisione.
  • BCE: tasso sui depositi al 2,25% dopo il rialzo di giugno, con un ulteriore passo verso il 2,50% atteso in autunno; è il fattore che governa direttamente il prezzo dei BTP.
  • Aste del Tesoro: la domanda per le scadenze lunghe è l’indicatore da sorvegliare. L’asta trentennale americana del 13 agosto, per 25 miliardi di dollari, si è chiusa al 5,216%, il costo più alto per gli Stati Uniti su questa scadenza dal 2001.
  • MOVE index: finché resta sotto 80 il regime è di calma; un balzo oltre quella soglia sarebbe il vero segnale di allarme, più di qualsiasi singolo dato.
  • Inflazione: resta il motore dei rendimenti a lunga, e ogni sorpresa al rialzo riaccende la volatilità, come abbiamo raccontato analizzando l’effetto dei dati sui prezzi sull’adozione crypto.
Proprio sull’asta trentennale del 13 agosto vale la pena ascoltare due voci del reddito fisso. Michal Stanczyk, gestore del comparto obbligazionario globale di Allspring Global Investments, ha avvertito che «ci aspettiamo che l’asta trentennale di oggi si chiuda senza difficoltà, ma un’asta ben riuscita non va confusa con una domanda strutturale solida per gli asset a lunga duration». Sulla stessa linea John Fath, managing partner di BTG Pactual Asset Management, ha colto un segnale nella tiepidezza della domanda: «non siamo davvero a un livello in cui la gente sembra impazzire per comprare il trentennale, e questo dovrebbe essere un campanello d’allarme». Tradotto: la parte lunga della curva è fragile, e proprio quella fragilità, se si trasforma in volatilità, è ciò che rischia di arrivare fino alle crypto.

Il quadro italiano: BTP, Consob e l’investitore al dettaglio

In Italia questo discorso non è accademico. I BTP sono un asset domestico di massa: le famiglie ne detengono in misura crescente, complice il successo delle emissioni retail degli ultimi anni, e la quota in mano alla Banca d’Italia è scesa sotto un quinto del totale, con investitori privati e internazionali a coprire il resto di un debito tra i più alti dell’eurozona. Significa che il rischio di duration, un tempo confinato ai desk istituzionali, è finito nei portafogli di milioni di risparmiatori: chi ha comprato un BTP lungo per «metterlo nel cassetto» ha in mano molta più sensibilità ai tassi di quanto immagini.Per chi mescola BTP e crypto, il perimetro regolatorio è duplice e conviene tenerlo a mente. I titoli di Stato e le obbligazioni ricadono nella disciplina classica del risparmio, vigilata dalla Consob per la trasparenza e la condotta di mercato. Le crypto a pronti e i loro fornitori di servizi rientrano invece in MiCA, con Consob e Banca d’Italia come autorità nazionali designate dal D.lgs. 129/2024; i derivati su crypto, come futures e perpetual, restano strumenti finanziari sotto la MiFID II e la vigilanza Consob, non sotto MiCA. È una distinzione che tornerà utile man mano che i due mondi si avvicinano, per esempio con i primi BTP e Treasury «tokenizzati» che portano strumenti a reddito fisso su infrastrutture blockchain.La convergenza è già in corso: i fondi in Treasury tokenizzati e i titoli di Stato su blockchain trasferiscono sul registro distribuito esattamente gli stessi rischi di duration di cui abbiamo parlato. Un BTP tokenizzato a lunga scadenza resta un BTP: la blockchain ne cambia il regolamento e la custodia, non la matematica. Sul piano fiscale resta poi un’asimmetria a favore dei titoli di Stato: gli interessi dei BTP scontano l’aliquota agevolata del 12,5%, contro il regime ben più oneroso che si applica alle plusvalenze su crypto. Per l’investitore italiano, in ogni caso, la lezione della «Matusalemme» a 57 vale identica, che il titolo stia in un conto titoli tradizionale o in un wallet: con oltre 54.000 euro per un bitcoin e un BTP cinquantennale a poco più di metà del valore di emissione, capire la duration non è un vezzo da addetti ai lavori, ma il modo più diretto per sapere quanto può muoversi ciò che si ha in portafoglio.

Domande frequenti

Che cos’è la duration di un’obbligazione?

La duration misura la sensibilità del prezzo di un titolo alle variazioni dei tassi. In particolare la duration modificata indica di quanto scende il prezzo, in percentuale, se il rendimento sale di un punto percentuale (100 punti base). Un BTP a cinquant’anni con duration intorno a 23 perde circa il 22-23% per ogni rialzo di 100 punti base, mentre un titolo a due anni ne perde meno del 2%. Non va confusa con gli anni mancanti alla scadenza, anche se le due grandezze sono legate.

Perché il BTP 2072 vale circa 57 se l’Italia non è in default?

Perché è stato emesso nel 2021 con una cedola del 2,15%, quando i tassi erano vicini a zero. Da allora la BCE ha alzato il costo del denaro e i rendimenti a lunga sono saliti; con una cedola fissa così bassa e una scadenza lontanissima, il prezzo è dovuto crollare per riallineare il rendimento del titolo a quello di mercato. È pura matematica della duration, non un giudizio sul rischio di credito italiano: chi lo tiene fino al 2072 verrà comunque rimborsato a 100.

Che cos’è il MOVE index?

È l’indice che misura la volatilità attesa del mercato dei Treasury statunitensi, spesso chiamato il «VIX delle obbligazioni». Sotto quota 80 il mercato è considerato calmo, tra 80 e 120 nervoso, oltre 120-140 in stress. Ad agosto 2026 viaggia intorno a 74, un livello basso nonostante i rendimenti siano ai massimi da quasi due decenni: segno che il mercato ha accettato tassi alti senza prezzare uno shock imminente.

Perché la volatilità dei bond conta per Bitcoin e le crypto?

Quando il MOVE sale, i Treasury usati come collaterale nel sistema finanziario diventano meno affidabili, gli scarti di garanzia aumentano e gli operatori riducono la leva su tutti gli asset volatili, crypto comprese. Un MOVE basso e stabile, al contrario, favorisce la propensione al rischio. Per questo la volatilità dei tassi, e non solo il loro livello, è un canale di trasmissione diretto verso Bitcoin, che tende a soffrire nelle fasi di massima turbolenza obbligazionaria.

Come si comportano le stablecoin rispetto alla duration?

All’opposto dei BTP lunghi. I principali emittenti come Tether e Circle tengono le riserve soprattutto in T-bill e pronti contro termine a brevissimo termine, cioè strumenti a duration quasi nulla. Il loro prezzo non risente delle oscillazioni dei tassi e i titoli in scadenza vengono rimborsati a 100 nel giro di settimane, mentre l’emittente incassa il rendimento. Sono l’esatto opposto di un titolo a cinquant’anni: la parte cortissima della curva travestita da token.Liam Brennan è senior editor macro e mercati di HOGE Wire, dove segue il punto di contatto tra tassi, politica monetaria e asset digitali.
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