h hoge.gg
Subscribe
BTC$67,432.18+2.34%ETH$3,521.44+1.08%SOL$178.62-0.62%BNB$612.30+0.41%XRP$0.6234-0.18%ADA$0.4521+3.12%DOGE$0.1623+1.86%AVAX$38.71-1.24%LINK$17.84+0.92%HOGE$0.00004120+4.21%
BTC$67,432.18+2.34%ETH$3,521.44+1.08%SOL$178.62-0.62%BNB$612.30+0.41%XRP$0.6234-0.18%ADA$0.4521+3.12%DOGE$0.1623+1.86%AVAX$38.71-1.24%LINK$17.84+0.92%HOGE$0.00004120+4.21%
● Regulation & Policy

ETF crypto un anno dopo: approvare è facile, la domanda si divide

A un anno dagli standard SEC, gli ETF spot su XRP, Solana e Litecoin sono arrivati. Ma i flussi di settembre 2026 mostrano che il nuovo filtro non è l'approvazione: è la domanda.

Un anno fa far quotare un ETF su una criptovaluta era una battaglia legale. Oggi somiglia a una pratica d’ufficio. Il 17 settembre 2025 la SEC americana ha adottato standard di quotazione generici che hanno trasformato l’approvazione da causa giudiziaria in checklist, tagliando i tempi da un massimo di 240 giorni a circa 75 e togliendo dal tavolo la vecchia trattativa prodotto per prodotto (SEC, comunicato 2025-121).

A dodici mesi di distanza la macchina funziona. Accanto a Bitcoin ed Ethereum sono arrivati prodotti spot su XRP, Solana, Litecoin e persino Hyperliquid. Eppure, proprio mentre l’offerta esplode, i dati di settembre 2026 raccontano un’altra storia: il collo di bottiglia non è più l’approvazione, ma la domanda. Nella settimana chiusa il 4 settembre gli ETF su Bitcoin hanno tenuto mentre i fondi sugli altcoin si sono sgonfiati. Per un risparmiatore italiano, che questi strumenti li compra in una veste diversa e li tassa con un’altra aliquota, capire dove si è spostato il filtro conta più che sapere quale sarà il prossimo token approvato.

Quando approvare è diventato una checklist

Per capire dove siamo, serve ricordare da dove veniamo. Fino al 2023 la SEC respingeva sistematicamente le richieste di ETF spot su Bitcoin, finché la Corte d’Appello del Distretto di Columbia le diede torto nel contenzioso con Grayscale, definendo il diniego «arbitrario e capriccioso». Da lì la diga ha ceduto: undici ETF spot su Bitcoin nel gennaio 2024, quelli su Ethereum a luglio dello stesso anno.

Il salto vero, però, è arrivato con gli standard generici del settembre 2025. In pratica una borsa (NYSE Arca, Nasdaq, Cboe BZX) può quotare un ETP su una materia prima o su una cripto senza depositare ogni volta una modifica regolamentare 19b-4, a patto che il sottostante rispetti criteri predefiniti: mercato aderente a un accordo di sorveglianza, oppure un contratto futures regolamentato attivo da almeno sei mesi, oppure un ETF esistente con esposizione rilevante a quell’asset. Il presidente della SEC Paul Atkins ha spiegato che l’obiettivo è «maximize investor choice and foster innovation» (SEC, 17 settembre 2025). Lo stesso giorno la SEC ha dato il via libera al Grayscale Digital Large Cap Fund, primo paniere multi-asset (indice CoinDesk 5) portato in veste ETF.

Un secondo tassello è arrivato prima, il 29 luglio 2025, con l’ok alla creazione e al rimborso delle quote «in kind», cioè in natura anziché solo in contanti (SEC, comunicato 2025-101): meno attrito fiscale e operativo per i partecipanti autorizzati che arbitraggiano il prezzo verso il valore netto. Attenzione, però, alla parte meno pubblicizzata: la corsia veloce esclude esplicitamente i prodotti a leva, quelli inversi e le funzioni di staking, lending e rehypothecation. Chi voleva rendimento o effetto leva ha dovuto trovare porte laterali, come vedremo.

Settembre 2026: approvare non è più il problema, comprare sì

Se l’approvazione è ormai quasi automatica, il mercato ha spostato la domanda decisiva: c’è davvero qualcuno che compra? La risposta di inizio settembre è netta e sgradevole per la coda di prodotti nuovi. Nella settimana chiusa il 4 settembre gli ETF spot su Bitcoin hanno raccolto circa 987 milioni di dollari di flussi netti, in crescita del 6,7% sulla settimana precedente; nello stesso arco di tempo i flussi verso gli ETF su Solana, XRP e Hyperliquid sono scesi tra il 78% e il 96%, secondo i dati SoSoValue ripresi da Altcoin Buzz.

Prodotto (ETF USA)Flussi netti, settimana al 4 setSettimana precedenteVariazione
Bitcoin+986,9 mln $+924,5 mln $+6,7%
XRP+19,0 mln $+110,5 mln $-83%
Hyperliquid+12,3 mln $+56,9 mln $-78%
Solana+6,2 mln $+153,9 mln $-96%
Ethereumnettamente indebolitopositivoin forte calo

Il messaggio è chiaro: l’approvazione di un prodotto non crea, da sola, chi lo compra. La lettura più diffusa è che la domanda istituzionale resti più solida su Bitcoin, mentre l’interesse per i prodotti più recenti si è raffreddato dopo la corsa di fine agosto. Va detto con onestà che si tratta di un rallentamento degli acquisti, non di una fuga: nessuno sta svendendo in massa. Ma per un emittente che ha appena lanciato l’ennesimo ETF su un altcoin di media capitalizzazione, la differenza tra «flussi in calo del 96%» e «riscatti» è un dettaglio contabile; il problema commerciale è lo stesso.

Conviene tenere separati tre numeri che spesso vengono confusi. Il flusso è il denaro netto entrato o uscito in un periodo, cioè creazioni meno rimborsi di quote; il patrimonio (AUM) è il valore totale del fondo, che si muove anche solo perché sale o scende il prezzo del sottostante; i Bitcoin detenuti cambiano invece unicamente con le creazioni e i rimborsi reali. Un ETF può vedere il patrimonio crescere in una settimana di flussi piatti semplicemente perché Bitcoin è salito, ed è proprio questo a rendere i flussi, non l’AUM, il termometro più onesto della domanda.

Sullo sfondo, il sottostante non aiutava il sentiment. Al 13 settembre Bitcoin trattava intorno a 66.145 euro (circa 76.768 dollari), in calo del 3,9% sulla settimana e quasi il 40% sotto il record di 126.080 dollari toccato nell’ottobre 2025; Ethereum viaggiava sui 2.140 euro (circa 2.483 dollari), con la dominanza di Bitcoin al 57,2% della capitalizzazione totale (CoinGecko, BTC; CoinGecko, ETH).

Il caso XRP: l’eccezione che pesa

C’è un dettaglio che spiega bene la fase. In una singola giornata di inizio settembre, i fondi su XRP hanno registrato afflussi mentre gli ETF su Bitcoin, Ethereum e Solana subivano deflussi (Spendnode, dati dal tracker ETF di CoinDesk). Nello stesso periodo XRP quotava intorno a 1,44 dollari, in rialzo del 3,72% sulla giornata e del 6,76% sulla settimana. Gli ETP e ETF su XRP, arrivati sul mercato USA a fine 2025 (il Canary XRPC apripista intorno al 13 novembre), hanno accumulato flussi cumulati superiori a quelli di gran parte degli altri altcoin.

La tentazione di leggerci una rotazione strutturale verso XRP è forte, ma va maneggiata con prudenza. Come nota la stessa fonte, «la divergenza è piccola nel contesto di un mercato da migliaia di miliardi» e un solo giorno di flussi non fa una tendenza. Il punto interessante non è che XRP «vinca», ma che la domanda si stia frammentando: alcuni prodotti raccolgono, altri no, e la differenza dipende sempre meno dalla data di approvazione e sempre più da fattori vecchio stile come brand, liquidità, distribuzione e narrativa del momento.

Perché IBIT vince e la coda soffre

La concentrazione della domanda emerge con brutale chiarezza dai patrimoni. Al 9 settembre gli ETF spot su Bitcoin quotati negli Stati Uniti gestivano complessivamente circa 97,4 miliardi di dollari (poco meno di 84 miliardi di euro), pari a oltre 1,26 milioni di BTC, ovvero il 6% dell’offerta totale (Bitbo, US ETFs). Ma la torta è tutt’altro che equa: da solo l’iShares Bitcoin Trust (IBIT) di BlackRock pesava circa il 62% del totale, con più BTC dei cinque concorrenti successivi messi insieme.

ETFTickerPatrimonio (AUM)BTC detenutiCommissione
iShares (BlackRock)IBIT60,32 mld $785.7710,25%
Fidelity Wise OriginFBTC13,53 mld $176.2960,25%
Grayscale Bitcoin TrustGBTC9,90 mld $128.9771,50%
Grayscale MiniBTC4,83 mld $62.8760,15%
BitwiseBITB2,94 mld $38.3550,20%
ARK 21SharesARKB2,67 mld $34.7560,21%
Totale categoria97,37 mld $1.268.341

Il paradosso è che IBIT domina pur non essendo il più economico. La Grayscale Mini costa 0,15% e alcune emissioni recenti sono scese ancora più in basso (Morgan Stanley ha lanciato un prodotto a 0,14%, con azzeramento temporaneo delle commissioni sui primi miliardi di raccolta), eppure la liquidità, il mercato delle opzioni, la distribuzione presso i consulenti e la semplice riconoscibilità del marchio contano più di uno o due punti base di costo. Ecco perché il vecchio GBTC, con la sua commissione dell’1,50%, continua a generare ricavi paragonabili a quelli di IBIT pur avendo una frazione dei suoi Bitcoin: chi non si è spostato paga, e paga tanto. Per la coda di ETF su altcoin, senza questi vantaggi, restare sotto la soglia di sopravvivenza è molto più facile.

La matematica dell’emittente spiega sia la fretta iniziale sia la selezione che segue. Lanciare e mantenere un ETF costa: capitale di avvio (seed), market making, custodia, revisione contabile, distribuzione. Con una commissione dello 0,2% servono patrimoni ingenti per coprire questi costi, e un fondo che resta fermo a poche decine di milioni di dollari brucia cassa. È il motivo per cui molti prodotti nati nel 2026 hanno una vita commerciale corta: non basta esistere, serve raggiungere in fretta una massa critica di patrimonio, e la maggior parte degli ETF su singoli altcoin non ci arriva.

Staking, panieri e opzioni: il prodotto muta

Se l’approvazione è facile, la concorrenza si sposta sulle caratteristiche del prodotto. La frontiera più interessante del 2026 è il rendimento. Poiché gli standard generici escludono lo staking, gli emittenti hanno usato altre strade: il primo ETF di staking statunitense, il REX-Osprey SSK su Solana, è passato dalla struttura dell’Investment Company Act del 1940 anziché dalla procedura 19b-4. BlackRock ha lanciato a marzo 2026 un trust separato sull’Ethereum in staking (ticker ETHB) invece di aggiungere la funzione al fondo esistente.

Il quadro giuridico si è chiarito il 17 marzo 2026, quando SEC e CFTC hanno emesso un’interpretazione congiunta secondo cui lo staking di protocollo (nelle sue forme solo, self-custodial, custodial e liquid) non è un’operazione in titoli, e classificando le cripto in cinque categorie (digital commodities, digital collectibles, digital tools, stablecoin, digital securities) (CFTC, comunicato 9198-26). Tradotto: il rendimento da staking può diventare una funzione di prodotto, non un rischio regolamentare. Resta però un divario fisico: un ETF deve tenere una parte del patrimonio liquida per i rimborsi giornalieri e trattenere una fetta della ricompensa in commissioni, così il rendimento netto per l’investitore è quasi sempre inferiore a quello di rete.

In concreto: un prodotto sull’Ethereum in staking può puntare a un rendimento netto vicino al 2%, contro un rendimento di rete che di norma oscilla sopra il 3%, mentre i fondi su Solana, dove la rete premia molto di più, mostrano cifre più alte ma anche una volatilità del sottostante superiore. Il divario tra rendimento di rete e rendimento effettivamente incassato dall’investitore, dovuto alla liquidità trattenuta e alle commissioni, è la vera lettura da fare prima di lasciarsi sedurre dalla parola «rendimento» stampata in copertina.

Accanto allo staking crescono i panieri multi-asset (sulla scia del Grayscale Digital Large Cap) e lo strato dei derivati: opzioni sugli ETF, prodotti a leva e inversi, strategie con vendita di opzioni per generare reddito. È qui che si annida la vera selezione, perché sono spesso i prodotti più complessi e meno liquidi a non trovare abbastanza acquirenti.

La coda lunga e la scrematura

Quanti prodotti stanno arrivando? Secondo James Seyffart di Bloomberg Intelligence si contano oltre cento richieste in attesa; l’analista ha descritto la fase come emittenti che stanno «throwing a lot of product at the wall» (letteralmente, tirando molto prodotto contro il muro per vedere cosa si attacca) e ha avvertito che le chiusure dei fondi meno riusciti arriveranno tra la fine del 2026 e il 2027 (The Block). La coda lunga di ETF su singoli altcoin a bassa capitalizzazione è la più esposta.

La scrematura, in parte, è già in corso sui prodotti a leva e inversi: nell’aprile 2026 diversi emittenti hanno chiuso decine di fondi, alcuni nonostante performance positive, semplicemente perché non avevano raccolto abbastanza patrimonio. Eric Balchunas, sempre di Bloomberg Intelligence, ha letto questi tagli come «a necessary correction», una selezione naturale e non un segnale che gli investitori stiano voltando le spalle alla categoria (CryptoBriefing). Il caso degli ETF su Hyperliquid è emblematico: tre prodotti lanciati tra maggio e giugno 2026 hanno raccolto qualche centinaio di milioni per poi rallentare bruscamente, mentre il mercato dei perpetui regolamentati offriva la stessa esposizione senza l’involucro del fondo.

La SEC ci ripensa: il Request for Comment sui novel ETF

Nel frattempo la stessa autorità che ha spalancato le porte comincia a chiedersi se non abbia esagerato. Il 30 giugno 2026 la SEC ha pubblicato un Request for Comment sui cosiddetti «novel ETF» (File S7-2026-24): non una regola proposta, ma 27 domande su prodotti nuovi come cripto, event contract, single-stock, prodotti ad alta leva e asset privati. Al centro ci sono tre nodi: lo status di «investment company» ai sensi della legge del 1940 per fondi che detengono asset non-titoli, i requisiti di arbitraggio e diversificazione, e la tempistica di efficacia automatica delle registrazioni, con l’ipotesi di un deposito riservato per rallentare i cloni. La finestra per i commenti si è chiusa il 31 agosto 2026 e una regola vera e propria non è attesa prima della fine dell’anno.

È il segnale che la fase «approvare tutto» sta lasciando il posto a una fase di razionalizzazione. La domanda che si divide, la scrematura dei prodotti e la riflessione regolamentare puntano tutte nella stessa direzione: non più quanti ETF si possono lanciare, ma quali meritano di sopravvivere.

Il confronto globale: perché l’Europa era arrivata prima

Vale la pena ricordare, soprattutto a un lettore italiano, che gli Stati Uniti non sono stati i primi. Il primo ETF spot su Bitcoin al mondo fu quotato in Canada (Purpose Investments, Toronto, febbraio 2021); Hong Kong ha approvato ETF spot su Bitcoin ed Ethereum in contemporanea nell’aprile 2024. Ma il punto più sorprendente riguarda proprio il Vecchio Continente: in Europa gli ETP a replica fisica su Solana, XRP, Cardano e Polkadot esistevano molto prima che gli equivalenti americani vedessero la luce.

La differenza non è nell’esposizione, ma nell’involucro giuridico. In Europa questi prodotti sono ETP (exchange-traded product), tipicamente note di debito garantite dall’asset sottostante, non fondi UCITS, perché la normativa UCITS impone requisiti di diversificazione che un prodotto su un singolo asset non rispetta. Negli Stati Uniti sono trust che emettono quote. Sono binari diversi verso la stessa destinazione, e questa distinzione è esattamente ciò che determina cosa può comprare un risparmiatore italiano.

C’è anche una lezione di sostanza in questa storia europea. Per anni si è raccontato il ritardo del Vecchio Continente sulle cripto, ma sul fronte dei prodotti quotati l’Europa era arrivata prima proprio perché lo strumento ETP, più flessibile del fondo UCITS e del trust americano, permetteva di impacchettare un singolo asset senza attendere una riforma regolamentare. Il ritardo, semmai, è stato di domanda e di dimensione: i patrimoni europei restano una frazione di quelli statunitensi, dove la distribuzione presso i consulenti finanziari muove numeri di un altro ordine di grandezza.

Cosa può comprare davvero un investitore italiano

Ecco la parte che i titoli americani tendono a nascondere: quegli ETF su cui si concentra il dibattito, IBIT in testa, un investitore retail italiano non può comprarli. Mancano il documento informativo (KID) previsto dal regolamento PRIIPs e il rispetto dei vincoli UCITS, quindi i broker europei non li offrono al dettaglio. La strada per l’Italia passa dagli ETP europei.

Sul mercato domestico c’è una novità concreta: dal 9 febbraio 2026 Borsa Italiana ha aperto su ETFplus un segmento dedicato agli ETP cripto, con 44 strumenti ammessi al debutto da cinque emittenti (CoinShares, 21Shares, iShares, WisdomTree e Bitwise), negoziati in euro e regolati tramite Euronext (MilanoFinanza). Attenzione, però: Consob ha riservato quel segmento ai soli investitori professionali (in pratica, portafogli superiori a 500.000 euro o operatori del settore). Il retail italiano continua ad accedere agli stessi ETP europei tramite altre borse (come Xetra), dove sono quotati con regolare KID. Sul fronte della custodia, chi compra un ETP delega di fatto la detenzione al depositario dell’emittente, un tema che vale la pena approfondire per capire chi tiene davvero le chiavi e chi ti tutela.

In pratica, per un risparmiatore al dettaglio la porta d’ingresso è un intermediario o una banca che dia accesso alle borse europee dove questi ETP sono quotati per il pubblico, con il relativo KID disponibile prima dell’acquisto. La scelta del prodotto non è banale: cambiano l’emittente, la struttura (fisica o sintetica), la valuta di negoziazione, le commissioni annue (che per gli ETP cripto europei si collocano di norma su una fascia più alta rispetto ai grandi ETF su Bitcoin americani) e la qualità del depositario. Leggere la documentazione, qui, conta quanto scegliere il sottostante.

ETF spot USA (es. IBIT)ETP europeo (21Shares, WisdomTree)Cripto detenuta direttamente
Acquistabile dal retail in Italia?No (manca KID PRIIPs, blocco UCITS)Sì, via broker/borse europee; su Borsa Italiana solo professionaliSì, via CASP/exchange o autocustodia
Aliquota sulle plusvalenzenon accessibile al retail26% (strumento finanziario)33% dal 2026 (26% per EMT in euro)
Compensazione minusvalenzenon applicabileLimitata
Obbligo di quadro RWnon applicabileNo, se via intermediario italianoSì (autocustodia o estero)
Custodia dell’assetemittente USA (Coinbase, BitGo)depositario dell’emittentetu o il tuo exchange

Il conto fiscale: ETP al 26%, cripto diretta al 33%

Qui l’involucro non è un dettaglio tecnico, ma un costo. Dal 1° gennaio 2026 le plusvalenze su cripto detenute direttamente sono tassate al 33% come redditi diversi (art. 67, comma 1, lett. c-sexies del TUIR, come modificato dalla Legge 207/2024), con la vecchia franchigia da 2.000 euro ormai abolita. Un ETP a replica fisica, invece, è un titolo, uno strumento finanziario a tutti gli effetti: le sue plusvalenze scontano il 26%, permettono di compensare le minusvalenze con altri redditi di natura finanziaria e, se il prodotto è detenuto tramite un intermediario italiano in regime amministrato, non fanno scattare l’obbligo di quadro RW (Divly, guida fiscale 2026).

Un esempio puramente illustrativo rende l’idea. Su una plusvalenza ipotetica di 10.000 euro, l’imposta sarebbe di 2.600 euro con un ETP (26%) contro 3.300 euro con la cripto detenuta direttamente (33%): 700 euro di differenza a parità di guadagno lordo, senza contare il vantaggio, non quantificabile a priori, di poter compensare eventuali minusvalenze pregresse. Non è un dettaglio da poco per chi ragiona su importi rilevanti o su un orizzonte di più anni.

Il risultato è che il divario fiscale tra ETP e cripto diretta si è allargato a sette punti percentuali (26% contro 33%), a cui si aggiungono la compensazione delle perdite e la semplificazione dichiarativa. Da notare un’altra asimmetria: gli EMT, cioè i token di moneta elettronica in euro conformi a MiCA (le stablecoin regolamentate), restano al 26% anche in detenzione diretta, perché trattati come strumento di pagamento e non come attività speculativa. Per chi deve mettere ordine tra i vari codici, vale la pena rivedere come funziona il quadro T e la scadenza del 30 settembre prima di scegliere in che forma detenere l’esposizione.

Consob, Banca d’Italia e il perimetro europeo

Sul piano della vigilanza, il quadro italiano è ormai definito. Il decreto legislativo 5 settembre 2024, n. 129 designa Consob per la condotta di mercato e la tutela degli investitori e Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali e per le stablecoin (ART ed EMT), all’interno del regolamento europeo MiCA. Il periodo transitorio si è chiuso il 1° luglio 2026: alla scadenza risultavano nove soggetti abilitati in Italia (otto CASP più Banca Sella), con l’invito di ESMA a verificare il registro europeo e a far dismettere in modo ordinato gli operatori non autorizzati (Consob).

Un punto spesso frainteso: MiCA funziona a passaporto unico, quindi un CASP autorizzato altrove nell’Unione può servire i clienti italiani senza una separata autorizzazione di Consob. La lista dei nove soggetti riguarda solo le entità con sede in Italia, non l’intero universo europeo che opera nel nostro Paese. La stessa Consob, insieme all’AMF francese e alla FMA austriaca, ha proposto una vigilanza più uniforme e diretta di ESMA sui CASP di dimensioni rilevanti, segno che anche in Europa si ragiona su come gestire una crescita che le regole nazionali faticano a seguire.

La settimana che può spostare tutto: voto CLARITY e Fed

Chi guarda ai flussi degli ETF in questi giorni non può ignorare due appuntamenti ravvicinati. Il 15 settembre il Senato americano vota una mozione procedurale (cloture) sul CLARITY Act, la legge di 309 pagine che dovrebbe chiarire una volta per tutte chi vigila su cosa tra SEC e CFTC. Servono 60 voti per procedere; con 53 seggi repubblicani, occorrono almeno sette democratici. I nodi restano tre: le regole etiche sui redditi cripto (con l’attenzione puntata sui circa 1,4 miliardi di dollari attribuiti al presidente Trump), la responsabilità degli sviluppatori DeFi non custodial (la Sezione 604) e la questione dei rendimenti sulle stablecoin (che tocca circa 1,35 miliardi di dollari di ricavi annui di Coinbase da USDC). Le probabilità di approvazione nel 2026 sono crollate: da circa l’82% di febbraio al 16% di Polymarket, con Galaxy Research ferma al 10% (crypto.news).

Le posizioni sono nette. La senatrice Elizabeth Warren ha definito il testo «a bill written by the crypto industry for the crypto industry», dichiarandolo «dead on arrival»; la collega Kirsten Gillibrand ha detto che non sosterrà la legge senza il divieto per i funzionari di trarre profitto dalle cripto. Il quadro completo del voto e delle sue conseguenze per l’enforcement è ricostruito nella nostra analisi sul voto del 15 settembre e la SEC crypto al bivio.

Il giorno dopo, il 16 settembre, tocca alla Federal Reserve: i tassi sono fermi al 3,50-3,75% e, dopo la svolta restrittiva impressa dal nuovo presidente Warsh, i mercati prezzano un rialzo di 25 punti base come scenario più probabile, il che sarebbe il primo dal 2023. Perché conta per gli ETF cripto? Perché è nei giorni macro che la correlazione tra azioni e crypto si accende: un tono aggressivo della Fed drena capitale di rischio e frena la creazione di nuove quote, mentre un messaggio più morbido tende a riaprire i rubinetti. Chi vuole seguire il filo del prezzo in questa settimana decisiva può partire dal nostro punto su Bitcoin intorno ai 67.000 euro tra Tesoro e Fed.

Cosa guardare adesso

Il primo anno degli standard generici ha risolto il problema che aveva tenuto occupati avvocati e lobbisti per un decennio. Al suo posto ne sono nati altri, meno spettacolari ma più concreti. Ecco i tre da tenere d’occhio nei prossimi mesi.

  • La domanda, non l’offerta. Il numero di prodotti approvati conta ormai poco; conta quanti raccolgono davvero. La divergenza di settembre tra Bitcoin e altcoin è il primo indicatore da monitorare settimana per settimana.
  • La scrematura. Tra fine 2026 e 2027 arriveranno le prime chiusure di fondi rimasti sotto la soglia di sostenibilità. Non sarà un dramma di mercato, ma una selezione naturale, e dirà molto su quali temi (panieri, staking, singoli altcoin) hanno un pubblico reale.
  • L’involucro giusto per l’Italia. Per un residente italiano la scelta tra ETP europeo e cripto diretta non è solo di comodità: sono sette punti di aliquota, la possibilità di compensare le perdite e la gestione del quadro RW. La forma, qui, pesa quanto la sostanza.

Approvare, insomma, è diventato facile. Il difficile, adesso, è tutto il resto: trovare chi compra, sopravvivere alla concorrenza e, per chi investe da Milano o da Roma, scegliere la veste che costa meno al Fisco.

Domande frequenti

Un investitore italiano può comprare gli ETF spot americani su Bitcoin?

In pratica no. Gli ETF statunitensi non pubblicano il KID richiesto dal regolamento PRIIPs e non rispettano i vincoli di diversificazione UCITS sul singolo asset, quindi i broker europei non li offrono al dettaglio. Il retail italiano accede invece agli ETP europei (per esempio di 21Shares, WisdomTree, CoinShares o iShares) quotati su borse come Xetra, oppure detiene cripto direttamente tramite un exchange autorizzato.

Quanto si paga di tasse su un ETP cripto rispetto alla cripto detenuta direttamente?

Un ETP a replica fisica è trattato come strumento finanziario: le plusvalenze scontano il 26%, con possibilità di compensare le minusvalenze e, se detenuto tramite un intermediario italiano in regime amministrato, senza obbligo di quadro RW. La cripto detenuta direttamente sconta invece il 33% dal 1° gennaio 2026, mentre gli EMT in euro conformi a MiCA restano al 26%.

Cosa sono gli standard di quotazione generici della SEC?

Sono le regole approvate dalla SEC il 17 settembre 2025 che permettono alle borse americane di quotare ETP su materie prime e cripto senza passare ogni volta dalla procedura individuale 19b-4. Hanno ridotto i tempi da un massimo di 240 giorni a circa 75 e hanno aperto la strada all’ondata di prodotti spot su XRP, Solana, Litecoin e altri.

Perché a settembre 2026 i flussi sugli ETF altcoin sono crollati mentre quelli su Bitcoin tenevano?

Nella settimana chiusa il 4 settembre gli ETF su Bitcoin hanno raccolto circa 987 milioni di dollari, mentre i flussi su Solana, XRP e Hyperliquid sono scesi tra il 78% e il 96% rispetto alla settimana prima. La lettura più diffusa è che la domanda istituzionale resti più solida su Bitcoin, mentre l’interesse per i prodotti più nuovi si è raffreddato dopo la corsa di fine agosto. È un raffreddamento degli acquisti, non una fuga di capitali.

Il voto sul CLARITY Act del 15 settembre e la riunione della Fed possono spostare gli ETF?

Sì, ma in via indiretta. Il 15 settembre il Senato USA vota una mozione procedurale (cloture) sul CLARITY Act, che serve a chiarire chi vigila su cosa tra SEC e CFTC; le probabilità di approvazione nel 2026 sono però crollate. Il 16 settembre la Fed annuncia la sua decisione sui tassi. Entrambi gli eventi influenzano il sentiment e, attraverso la correlazione con i mercati azionari, i flussi verso gli ETF cripto.

Di Anneke de Vries, senior editor di HOGE Wire. Analisi aggiornata al 13 settembre 2026; i dati di mercato sono soggetti a rapida variazione e non costituiscono consulenza finanziaria.

Share 𝕏 Post Telegram