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● Regulation & Policy

Stablecoin e interessi: la guerra sul rendimento riscrive le regole

Le regole sulle stablecoin sono già in revisione su entrambe le sponde dell'Atlantico. Al centro della battaglia una domanda sola: una stablecoin può pagarti un interesse?

Il periodo transitorio del regolamento MiCA si è chiuso il 1° luglio 2026: sulla carta, l’Unione europea ha finito di scrivere le regole sulle stablecoin. In pratica, quelle regole sono già tornate sul tavolo. Il 20 maggio la Commissione europea ha aperto una consultazione per rivedere MiCA e la finestra si chiude il 31 agosto 2026, cioè domani; dall’altra parte dell’Atlantico il Tesoro americano sta scrivendo i regolamenti attuativi del GENIUS Act, con i commenti pubblici aperti fino al 19 ottobre. Due cantieri regolatori paralleli, un’unica domanda che li attraversa entrambi: una stablecoin può pagarti un rendimento?

Sembra un dettaglio tecnico e invece è la leva da cui dipendono centinaia di miliardi di depositi bancari, il modello di ricavi dei più grandi exchange e la linea di confine tra un mezzo di pagamento e uno strumento di investimento. Nei primi articoli che HOGE Wire ha dedicato al tema abbiamo raccontato la mappa delle giurisdizioni e lo scontro sulla composizione delle riserve; qui guardiamo il fronte che sta muovendo la cronaca di fine agosto: il divieto di corrispondere interessi ai detentori, e la corsa a riscriverlo prima ancora che l’inchiostro sia asciutto.

Un mercato da 300 miliardi e una domanda da mille miliardi

Il mercato delle stablecoin vale circa 308 miliardi di dollari a metà agosto 2026, in crescita di oltre il 14% su base annua e per il 99% denominato in dollari, secondo i dati raccolti da reap.global. Il dominio resta concentrato: Tether (USDT) pesa intorno al 59% dell’offerta (circa 184 miliardi), Circle (USDC) intorno al 23% (circa 73 miliardi), come mostra la classifica di CoinGecko. Le stablecoin in euro, messe insieme, non arrivano a un miliardo di dollari: secondo FinanceFeeds erano circa 674 milioni a fine giugno, meno dello 0,3% del totale. Sullo sfondo, un mercato cripto in ripresa, con Bitcoin che nella giornata del 30 agosto viaggia intorno ai 69.000 euro secondo CoinGecko.

Il punto è che questi numeri raccontano solo la superficie. Una stablecoin non è altro che un deposito digitale al portatore: chi la emette incassa il rendimento delle riserve (oggi soprattutto titoli di Stato a breve) e non lo gira al detentore. Su quel differenziale si combatte la partita regolatoria del 2026. Se le stablecoin possono pagare un interesse, diventano un concorrente diretto del conto corrente; se non possono, restano un binario di pagamento. La tabella qui sotto fotografa i principali token e il loro rapporto con le due regole che contano, MiCA in Europa e il GENIUS Act negli Stati Uniti.

StablecoinTipoDimensione / quotaConforme MiCA (EEA)?Paga rendimento al detentore?
USDT (Tether)Dollaro, non è EMT autorizzato~59% (~184 mld $)No, tolto dalle sedi UE al dettaglioNo dall’emittente
USDC (Circle)EMT in dollari~23% (~73 mld $)No dall’emittente, sì come reward via exchange
EURC (Circle)EMT in europoche centinaia di mln $No
USDe (Ethena)Dollaro sintetico, fuori perimetro EMTmiliardi di $NoSì, nativamente
USDS / DAI (Sky)Cripto-collateralizzatamiliardi di $NoSì, via protocollo

Perché le stablecoin non possono pagare interessi

Il divieto è scritto nero su bianco. In Europa, l’articolo 50 di MiCA vieta agli emittenti di token di moneta elettronica (EMT, la categoria a cui appartengono USDC ed EURC) di concedere interessi ai detentori; l’articolo 40 fa lo stesso per i token collegati ad attività (ART). La norma è chiara al punto da precisare che ogni remunerazione o beneficio legato alla durata di detenzione del token va trattato come interesse, e il divieto si estende anche ai fornitori di servizi cripto quando prestano servizi legati agli EMT, come riporta il testo di MiCA all’articolo 50. Negli Stati Uniti il GENIUS Act, in vigore dal luglio 2025, vieta agli emittenti di stablecoin di pagamento di corrispondere interessi o rendimenti ai detentori.

La ratio è la stessa su entrambe le sponde: tenere le stablecoin dentro il perimetro dei pagamenti e fuori da quello degli strumenti finanziari. Un token che paga un rendimento assomiglia a un titolo o a un deposito remunerato, e finirebbe sotto le regole dei mercati mobiliari o della raccolta bancaria. Ma c’è una seconda ragione, meno confessata e più potente: proteggere i depositi bancari. Se una stablecoin può offrire il 4% mentre il conto corrente offre lo 0,5%, i risparmiatori spostano la liquidità e le banche perdono la materia prima con cui finanziano mutui e prestiti. Il divieto di interesse è, prima di tutto, un argine alla disintermediazione.

C’è anche una logica giuridica più sottile. Nel momento in cui un token promette un rendimento legato al tempo di detenzione, comincia ad assomigliare alla quota di un fondo o a un titolo, e rischia di finire sotto la disciplina dei prodotti di investimento, con prospetti, autorizzazioni e responsabilità completamente diverse. Tenere separate le due categorie serve a dare certezza sia agli emittenti sia ai regolatori: una stablecoin è denaro che si muove, non un investimento che frutta. È esattamente questa linea di confine che la revisione europea e il dibattito americano rischiano ora di spostare.

La falla a forma di Coinbase

Il problema è che il divieto americano ha una porta lasciata aperta. Il GENIUS Act vieta agli emittenti di pagare rendimenti, ma non dice nulla su exchange e piattaforme di distribuzione. Risultato: Coinbase paga circa il 3,5% annuo di reward sui saldi in USDC detenuti dentro la sua app, li chiama premi fedeltà e li finanzia con una condivisione dei proventi delle riserve con Circle, come ha ricostruito CoinDesk. Circle, in quanto emittente, non può pagare quell’interesse; Coinbase, in quanto distributore, sì. La stessa economia entra dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta.

La battaglia per chiudere questa falla del distributore si è spostata sul CLARITY Act, la legge americana sulla struttura del mercato cripto. I senatori che vogliono estendere il divieto anche a exchange e affiliati ci stanno lavorando, ma il testo è ancora bloccato. Il leader della maggioranza al Senato John Thune ha depositato una mozione di procedura che fissa un voto attorno al 15 settembre 2026, e proprio il nodo dei reward resta tra le questioni aperte, come ha riportato CoinDesk. Un voto di cloture richiede 60 voti: se fallisce, l’intera legge rischia di arenarsi.

Chiudere la falla non è banale nemmeno sul piano tecnico. Gli exchange sostengono che i reward sono pagati su fondi che restano di proprietà del cliente, quindi non sarebbero un interesse in senso stretto ma un premio commerciale, uno strumento di marketing e di fidelizzazione. I regolatori bancari ribattono che, dal punto di vista del risparmiatore, la differenza è invisibile: se il saldo cresce ogni mese, quella è remunerazione. Il fatto che la questione sia rimasta uno dei nodi irrisolti del CLARITY Act racconta meglio di ogni analisi quanto sia difficile scrivere una regola che tenga insieme innovazione e tutela dei depositi.

La guerra dei 6.600 miliardi: le banche contro il rendimento

Dietro la disputa tecnica c’è un lobbying da record. L’American Bankers Association, la principale associazione delle banche statunitensi, ha indicato la lotta ai rendimenti delle stablecoin come priorità del 2026 e chiede di vietare interessi, yield e reward a prescindere dalla piattaforma. Il numero che agita il settore è impressionante: secondo l’ABA, consentire questi incentivi metterebbe a rischio fino a 6.600 miliardi di dollari di depositi, con effetti a catena sul credito a famiglie e imprese, come ha riferito Cointelegraph. È la posizione istituzionale più netta sul tema: le banche difendono il divieto perché difendono la propria raccolta.

Non tutti sono convinti che la minaccia sia reale. In un’analisi pubblicata a fine agosto, CoinDesk ha osservato che i depositi delle banche di comunità statunitensi sono cresciuti del 26% (circa 482 miliardi di dollari) tra giugno 2019 e marzo 2026, cioè proprio negli anni in cui i reward sulle stablecoin sono esplosi. Il che suggerisce che il rendimento sia meno un’alternativa al conto e più uno strumento di fidelizzazione dentro l’ecosistema cripto. La verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo: il rischio esiste, ma dipende da quanto le stablecoin diventeranno un vero salvadanaio quotidiano e non solo il carburante del trading.

L’Europa ci ripensa: la revisione MiCA riapre il divieto

Ed è qui che entra in scena il fatto nuovo. L’Europa, che sul divieto di interesse era stata la più rigida, ora si chiede se abbia esagerato. La consultazione mirata sulla revisione di MiCA, aperta il 20 maggio e in chiusura il 31 agosto 2026, mette esplicitamente in discussione la proibizione degli interessi: la Commissione chiede agli operatori se il divieto vada mantenuto o modificato, insieme a domande su requisiti di riserva, gestione della liquidità, diritti di rimborso e soglie per definire un token significativo, come ha riferito Cointelegraph. La consultazione ufficiale è ospitata sul sito della Commissione europea e alimenterà una relazione attesa entro il 30 giugno 2027, base di una possibile MiCA 2.0.

Il settore ha annusato l’occasione. Katie Harries, responsabile delle politiche per l’Europa di Coinbase, ha definito la revisione «un’occasione importante per guardare al mercato cripto in senso ampio e al futuro della finanza», dichiarando di voler dialogare con la Commissione su questi temi (Cointelegraph). Tradotto: l’industria spingerà perché il divieto venga allentato, magari consentendo forme di remunerazione controllata o un trattamento diverso per i reward dei distributori, sul modello di quello che già accade negli Stati Uniti. Il paradosso è evidente: mentre a Washington le banche premono per chiudere la falla, a Bruxelles gli exchange premono per aprirla.

Il ripensamento europeo non nasce nel vuoto. La revisione di MiCA si inserisce in un’agenda dichiarata di semplificazione e competitività, con cui Bruxelles teme di aver reso il continente meno attraente per gli emittenti rispetto a Stati Uniti e Regno Unito. Consentire una qualche forma di remunerazione, magari a livello di distributore e non di emittente, oppure con tetti e condizioni, è una delle ipotesi sul tavolo per non lasciare che l’intera domanda di rendimento migri verso il dollaro o fuori dai confini regolati. Ma ogni apertura riaccende il conflitto con le banche, che in Europa come negli Stati Uniti vedono nel rendimento delle stablecoin una minaccia diretta alla raccolta.

Il cantiere GENIUS: la stretta che arriva offshore

Sul versante americano, il GENIUS Act è legge ma i suoi regolamenti attuativi sono ancora un cantiere. Il 18 agosto 2026 il Tesoro ha pubblicato sul Federal Register un progetto di regolamento (NPRM) che attua la sezione 3 della legge, quella su emissione, offerta e vendita delle stablecoin di pagamento; il documento è consultabile sul Federal Register e i commenti pubblici restano aperti fino al 19 ottobre 2026, come conferma il comunicato del Dipartimento del Tesoro. La novità è la portata: definendo cosa significa emettere o vendere una stablecoin a una persona negli Stati Uniti, la norma estende gli obblighi anche agli emittenti esteri e alle piattaforme che le distribuiscono.

Le date sono importanti perché la macchina si mette in moto per gradi. Il GENIUS Act diventa pienamente efficace il 18 gennaio 2027; il divieto per gli intermediari (i cosiddetti DASP) di offrire stablecoin non ammesse scatta più tardi, il 18 luglio 2028. Nel frattempo la parte più delicata, il trattamento dei reward, resta appesa al CLARITY Act. Il messaggio per chi opera a livello globale è chiaro: la conformità non è più una scelta geografica. Un emittente asiatico o mediorientale che voglia raggiungere clienti americani dovrà rispettare le regole di Washington, così come chi vuole clienti europei deve rispettare MiCA.

Riserve, rimborso e token significativi: gli altri fronti

L’interesse è il fronte più caldo, ma non l’unico. MiCA e GENIUS Act divergono su un altro punto delicato, cioè dove devono stare le riserve. MiCA impone che almeno il 30% (il 60% per gli emittenti significativi) sia detenuto in depositi bancari nell’Unione, mentre il GENIUS Act spinge verso i titoli di Stato a breve termine, escludendo i depositi non assicurati. Sono filosofie opposte: l’Europa vuole tenere la liquidità dentro le banche del continente, gli Stati Uniti vogliono trasformare le stablecoin in acquirenti sistematici di debito pubblico americano. Un’analisi dettagliata dei limiti e delle soglie di MiCA è disponibile su Chainalysis.

C’è poi la questione delle soglie di significatività. Quando un EMT supera certi parametri (più di 10 milioni di detentori, oltre 5 miliardi di euro emessi, o più di 2,5 milioni di transazioni e 500 milioni di euro al giorno), passa dalla vigilanza dell’autorità nazionale a quella diretta dell’Autorità bancaria europea (EBA), con un requisito patrimoniale rafforzato al 3%. Finora nessun EMT è stato designato significativo, ma la sola esistenza di queste soglie condiziona le scelte degli emittenti. La tabella che segue riassume come i due regimi trattano i punti chiave.

TemaMiCA (Unione europea)GENIUS Act (Stati Uniti)
Interesse al detentoreVietato (art. 40 e 50); vale anche per i fornitori di serviziVietato per gli emittenti; non per exchange e distributori
Riserve100% segregate; 30-60% in depositi bancari UE, resto in attività liquide; no criptoContante, depositi assicurati, Treasury entro 93 giorni, repo, fondi monetari governativi
Rimborso alla pariSì, in qualsiasi momento
VigilanzaAutorità nazionali (in Italia Consob e Banca d’Italia); EBA se significativoOCC federale sopra i 10 mld $; regimi statali sotto
Portata extraterritorialeTetto ai token non-euro usati per pagamenti (1 mln tx/giorno e 200 mln di euro/giorno)NPRM del Tesoro estende gli obblighi a emittenti esteri e distributori
Entrata in vigoreApplicato; transitorio chiuso il 1° luglio 2026Efficace dal 18 gennaio 2027; divieto DASP dal 18 luglio 2028

Le global stablecoin e la parola che pesa: fungibile

C’è un secondo tema che la revisione MiCA porta in primo piano, ed è forse il più complesso dal punto di vista tecnico: le cosiddette global stablecoin e i modelli di multi-emissione. Il meccanismo è questo: lo stesso token viene emesso da entità diverse in giurisdizioni diverse, ma resta fungibile, cioè un detentore europeo e uno americano lo trattano come identico. Ogni entità detiene le riserve a copertura dei propri token e, se una riceve richieste di rimborso superiori alle proprie disponibilità, scatta un meccanismo di riequilibrio tra co-emittenti. Circle applica già un modello di doppia emissione per USDC, con lo stesso token emesso sia negli Stati Uniti sia sotto licenza di istituto di moneta elettronica in Francia, mantenendo la fungibilità globale ma allocando ai clienti europei riserve conformi a MiCA.

Come ha titolato Forbes, la partita europea si gioca su una sola parola: fungibile. Se Bruxelles considera un token globale un’unica cosa, allora una corsa ai rimborsi in Asia potrebbe prosciugare le riserve europee; se lo considera separato per giurisdizione, la fungibilità si rompe e il token diventa due monete diverse con lo stesso nome. La revisione, come spiega lo studio Skadden, valuta se introdurre un regime di equivalenza per gli emittenti di Paesi terzi con quadri comparabili. L’esito più probabile è la sopravvivenza della multi-emissione, ma con nuove salvaguardie: riequilibrio delle riserve, cancelli sui rimborsi e requisiti di equivalenza. Più tutele, ma anche più interdipendenza tra sistemi.

Dietro il tecnicismo si nasconde una vera prova di credibilità per MiCA. Se un token globale può essere prosciugato da una corsa ai rimborsi che parte da un’altra giurisdizione, allora la protezione promessa ai detentori europei dipende da regole scritte altrove; se invece l’Europa isola le riserve nazionali, rischia di rompere la fungibilità che rende utile una stablecoin. È lo stesso dilemma che i regolatori hanno affrontato con le banche internazionali, riproposto su una tecnologia che si muove in tempo reale e senza confini. La scelta che uscirà dalla revisione dirà molto su quanto l’Unione è disposta a fidarsi dei regimi altrui.

Dove migra il rendimento: DeFi e fondi tokenizzati

Vietare l’interesse non fa sparire la domanda di rendimento: la sposta. Se né gli emittenti né gli exchange regolati possono pagare, il rendimento migra verso strumenti che stanno fuori dal perimetro delle stablecoin di pagamento. I dollari sintetici come USDe di Ethena, che generano yield tramite strategie sui derivati, non sono EMT e restano fuori da MiCA; i protocolli di finanza decentralizzata continuano a offrire interessi a chi deposita liquidità; e crescono i fondi monetari tokenizzati, che sono a tutti gli effetti prodotti di investimento e come tali remunerati. Il rischio è che la regola spinga i risparmiatori verso prodotti meno tutelati, con la promessa di un rendimento che le stablecoin classiche non possono dare.

La sponda più regolare di questa migrazione sono i fondi monetari tokenizzati, cioè quote di fondi che investono in titoli di Stato a breve e distribuiscono il rendimento, messe su blockchain. A differenza di una stablecoin, sono a tutti gli effetti prodotti di investimento: pagano interessi proprio perché accettano di essere trattati come tali, con le tutele e gli obblighi che ne derivano. È la conferma di una regola semplice: il rendimento non è vietato in assoluto, è vietato al mezzo di pagamento. Chi vuole guadagnare sul proprio denaro digitale deve accettare di uscire dalla categoria stablecoin ed entrare in quella degli investimenti.

Questa migrazione ha implicazioni concrete anche in Italia. Un conto è detenere USDC su un exchange autorizzato, un altro è inseguire rendimenti a doppia cifra su protocolli automatizzati, magari gestiti da agenti di intelligenza artificiale che operano nella DeFi senza intervento umano. Il perimetro regolatorio si assottiglia man mano che ci si allontana dagli emittenti vigilati, e con esso le tutele in caso di insolvenza o di errore del codice. La lezione delle stablecoin che promettevano rendimenti insostenibili, con gli epiloghi che conosciamo, dovrebbe restare impressa.

L’euro digitale: la risposta pubblica al rendimento privato

Il divieto di interesse non riguarda solo la moneta privata. Anche l’euro digitale, la valuta della banca centrale su cui l’Eurosistema lavora da anni, nasce senza remunerazione e con un tetto di detenzione, proprio per non diventare un salvadanaio che svuota i conti bancari. Il negoziato interistituzionale (il cosiddetto trilogo) è entrato nella fase decisiva dopo la prima seduta del 13 luglio 2026, con nuove sessioni dopo la pausa estiva e l’obiettivo di un accordo politico entro fine anno, come riportato da Euronews. Il lancio operativo, se tutto procede, non arriverebbe prima del 2029.

Il nodo più spinoso è proprio il tetto di detenzione, la cifra massima che un cittadino potrà tenere in euro digitali: si discute di un valore intorno ai 3.000 euro, ma il Consiglio vorrebbe lasciare aperta perfino l’ipotesi di un limite pari a zero in certe condizioni. Come abbiamo spiegato nell’analisi su perché le banche temono e allo stesso tempo hanno bisogno dell’euro digitale, la logica è speculare a quella delle stablecoin: la moneta pubblica offre un’alternativa al dollaro privato, ma per non destabilizzare le banche deve rinunciare al rendimento e accettare un limite. Interesse zero e tetto di detenzione sono le due leve con cui i regolatori tengono la moneta digitale nel recinto dei pagamenti.

Cosa cambia per l’utente italiano

Per chi opera dall’Italia, gli effetti pratici sono già visibili. USDT, la stablecoin più diffusa al mondo, non è conforme a MiCA e dal 1° luglio 2026 è sparita dalle sedi regolate dello Spazio economico europeo per la clientela al dettaglio; gli standard conformi sono diventati USDC ed EURC. Detenere USDT in un wallet personale non è vietato, ma gli exchange autorizzati in Italia non lo offrono più in coppia con l’euro. Chi usa piattaforme abilitate si trova quindi indirizzato verso i token che rispettano le regole, con maggiore trasparenza sulle riserve ma anche con la fine di alcune scorciatoie a cui il mercato era abituato.

In pratica, per un utente italiano la verifica è più semplice di quanto sembri. Un emittente conforme pubblica un whitepaper approvato e figura, direttamente o tramite l’exchange che lo distribuisce, nei registri pubblici tenuti dall’ESMA e dalle autorità nazionali. Vale la pena controllare che la piattaforma usata sia effettivamente autorizzata come fornitore di servizi cripto e che la stablecoin scelta sia un EMT regolato: sono i due filtri che separano un prodotto vigilato da uno che opera ai margini. La comodità di un rendimento in più non compensa quasi mai la perdita di queste garanzie.

C’è poi il capitolo fiscale, che pesa più di quanto sembri. In Italia i reward e le plusvalenze in cripto sono redditi imponibili, e dal 1° gennaio 2026 l’aliquota sulle plusvalenze è salita al 33%, con l’eliminazione della vecchia soglia di esenzione: chi incassa un rendimento in stablecoin deve dichiararlo. Vale la pena ragionare sulle minusvalenze e sulle mosse di fine anno e tenere d’occhio la manovra 2027 e cosa potrebbe cambiare sull’aliquota. Un rendimento del 3,5% che si assottiglia di un terzo per il fisco cambia radicalmente il calcolo di convenienza rispetto a un semplice conto deposito.

La posizione italiana e i peccati originali delle stablecoin

Sul piano istituzionale, l’Italia guarda alle stablecoin con diffidenza dichiarata. La vigilanza è ripartita tra Consob, per la trasparenza e la tutela degli investitori, e Banca d’Italia, per gli aspetti prudenziali e proprio per le stablecoin (EMT e ART), secondo il decreto legislativo 129 del 2024 che ha recepito MiCA; il quadro è riassunto sul sito della Consob. Ma è dal vertice di Via Nazionale che arrivano gli avvertimenti più netti. Il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha ripetuto che le stablecoin portano «rischi e debolezze non eliminabili» dalla sola regolamentazione, perché intaccano l’unicità della moneta e restano intrinsecamente vulnerabili a vendite incontrollate, come riportato dall’ANSA.

Il ragionamento di Panetta ruota attorno a due debolezze di fondo: la promessa di essere sempre convertibili alla pari, che regge solo finché nessuno la mette alla prova tutti insieme, e la dipendenza da attività, per lo più titoli americani, che non sono la moneta della banca centrale. Da qui la preferenza della Banca d’Italia e della Banca centrale europea per soluzioni ancorate alla moneta pubblica, come l’euro digitale e i depositi tokenizzati emessi dalle banche. Non è un caso che l’Italia sia tra i sostenitori più convinti del progetto europeo: vede nelle stablecoin in dollari non solo un rischio finanziario, ma una questione di sovranità monetaria.

Il calendario che conta

Le prossime settimane concentrano un numero insolito di scadenze. Chi vuole capire in che direzione andranno le regole sulle stablecoin, e con esse il destino del rendimento, deve tenere gli occhi su poche date chiave, riassunte nella tabella qui sotto. Sono i punti in cui le decisioni prendono forma, tra Bruxelles e Washington.

DataEventoGiurisdizione
31 ago 2026Chiusura della consultazione sulla revisione MiCA (capitolo stablecoin riaperto)UE
15 set 2026Voto procedurale al Senato sul CLARITY Act; nodo dei rewardUSA
19 ott 2026Chiusura dei commenti sul NPRM del Tesoro (GENIUS, sezione 3)USA
Fine 2026Obiettivo di accordo politico nel trilogo sull’euro digitaleUE
18 gen 2027Data di efficacia del GENIUS ActUSA
30 giu 2027Relazione della Commissione sulla revisione MiCA (possibile MiCA 2.0)UE
18 lug 2028Divieto per i DASP di offrire stablecoin non ammesseUSA

Rischi e cose da monitorare

Il primo rischio è quello di sempre, cioè il distacco dalla parità. Una stablecoin regge finché le sue riserve sono liquide e di qualità e finché il rimborso alla pari è credibile; quando una parte delle riserve resta bloccata, come accadde nel 2023 con la quota di USDC parcheggiata in una banca californiana fallita, il prezzo scivola sotto il dollaro nel giro di ore. Le regole su riserve e rimborso servono proprio a ridurre questa probabilità, ma non la azzerano: il rischio, per usare le parole del Governatore, si mitiga ma non si elimina.

Il secondo rischio è regolatorio e ha due facce. Da un lato la frammentazione: se Europa e Stati Uniti tratteranno interesse, riserve ed equivalenza in modo divergente, gli emittenti globali dovranno spezzare i loro modelli e i costi ricadranno sugli utenti. Dall’altro l’arbitraggio: il rendimento che non può essere pagato dagli emittenti regolati continuerà a spuntare fuori dal perimetro, in prodotti meno vigilati, dove la promessa è più alta e la tutela più bassa. Per l’investitore italiano il consiglio pratico è leggere sempre chi emette, dove stanno le riserve e chi vigila, e ricordare che una stablecoin resta un mezzo di pagamento, non un investimento a rendimento garantito. Chi la usa come parcheggio della liquidità, tra un’operazione e l’altra o in attesa di ricomporre un portafoglio, farebbe bene a valutarne il ruolo anche alla luce della correlazione tra azioni e cripto, che negli ultimi mesi ha reso meno scontata l’idea delle cripto come bene rifugio.

Domande frequenti

Le stablecoin possono pagare interessi in Europa?

No. MiCA vieta agli emittenti di stablecoin (articoli 40 e 50) di corrispondere interessi ai detentori, e il divieto si estende ai fornitori di servizi cripto. Alcuni exchange pagano reward sui saldi in USDC, ma la revisione MiCA, aperta fino al 31 agosto 2026, sta valutando se mantenere o modificare il divieto.

USDT è ancora utilizzabile in Italia?

USDT non è conforme a MiCA e dal 1° luglio 2026 è stato tolto dalle sedi regolate dello Spazio economico europeo per i clienti al dettaglio; USDC ed EURC restano gli standard conformi. Detenerlo in un wallet personale non è vietato, ma gli exchange autorizzati non lo offrono più in coppia con l’euro.

Che cos’è la falla a forma di Coinbase?

Il GENIUS Act vieta agli emittenti di pagare rendimenti, ma non dice nulla su exchange e piattaforme. Così Coinbase paga circa il 3,5% di reward sui saldi in USDC, finanziati da una condivisione dei proventi delle riserve con Circle. Il CLARITY Act punta a chiudere questa falla, con un voto al Senato atteso a settembre 2026.

Come sono tassati in Italia i rendimenti in stablecoin?

I proventi e le plusvalenze in cripto sono imponibili. Dal 1° gennaio 2026 l’aliquota sulle plusvalenze è salita al 33% ed è stata rimossa la soglia di esenzione. Anche i reward ricevuti in stablecoin vanno dichiarati secondo le regole in vigore.

L’euro digitale pagherà interessi?

No. Come le stablecoin regolate, l’euro digitale non prevede remunerazione ed è pensato come mezzo di pagamento. È in discussione un tetto di detenzione, indicato intorno ai 3.000 euro, per evitare che i cittadini spostino grandi somme dai depositi bancari.

Di Anneke de Vries, HOGE Wire

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