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● Regulation & Policy

La SEC si ritira: chi riempie il vuoto dell’enforcement crypto

L'enforcement crypto della SEC è ai minimi da anni e Crenshaw parla di un vuoto normativo senza fine. Chi riempie quello spazio: CFTC, Stati, cause private e, in Europa, la MiCA.

Dall’inizio del 2025 la Securities and Exchange Commission ha smontato, pezzo per pezzo, la macchina che per quattro anni aveva trascinato in tribunale mezzo settore crypto. Cause ritirate contro Coinbase, Kraken, ConsenSys e Binance; decine di indagini chiuse senza incriminazione su Robinhood, Uniswap Labs, OpenSea, Gemini e altri; il numero di azioni annuali sui digital asset sceso di oltre il 60%. Con Bitcoin intorno ai 66.000 euro (circa 77.900 dollari) ed Ether sopra i 2.080 euro, la domanda che circola tra avvocati, exchange e investitori non è più «quando arriva la prossima causa», ma una molto più scomoda: se la SEC arretra, chi presidia il campo?

È la stessa domanda che si è posta Caroline Crenshaw, ultima commissaria democratica della SEC, quando ha parlato di un «vuoto normativo senza fine». La tesi di questo articolo è che quel vuoto sia reale ma parziale. Al posto delle cause di registrazione della SEC si sono affacciati altri attori: la CFTC come regolatore delle commodity, i regolatori dei singoli Stati, le cause private e, sullo sfondo, l’antifrode che non si è mai fermata. Ognuno con limiti evidenti. E la scena appare completamente diversa vista da Milano o da Roma, dove il vuoto semplicemente non esiste: la MiCA vincola i fornitori di servizi crypto per legge, non per la discrezione del presidente di turno.

La ritirata in cifre: quanto si è ridotto l’enforcement

Per misurare un vuoto serve prima misurare la ritirata. I numeri di Cornerstone Research sono la fonte più citata dagli operatori. Sotto Gary Gensler (aprile 2021 – gennaio 2025) la SEC ha portato 125 azioni legate alle crypto per circa 6,05 miliardi di dollari di sanzioni monetarie, contro le 70 azioni e 1,52 miliardi del predecessore Jay Clayton. Poi la frenata: nell’anno fiscale 2025 le azioni crypto sono state 13 contro le 33 del 2024, un calo del 60%, con sanzioni sui digital asset per circa 142 milioni di dollari, meno del 3% dell’anno prima. Un dettaglio conta più degli altri: 5 di quelle 13 azioni erano state depositate prima ancora che Gensler lasciasse, quindi la nuova dirigenza ne ha originate a malapena otto in dodici mesi, tutte a sfondo di frode.

Il quadro complessivo dell’agenzia aiuta a non farsi ingannare dai titoli. Nell’anno fiscale 2025 la SEC ha annunciato 456 azioni totali, in calo di circa il 22% sull’anno precedente, con un riscatto monetario record di 17,9 miliardi di dollari. Ma quasi 15 di quei 17,9 miliardi derivano da un’unica sentenza su uno schema Ponzi del 2009 (il caso Stanford), del tutto estranea alle crypto: al netto, il recupero reale si aggira sui 2,7 miliardi. La montagna, insomma, era fatta soprattutto di un vecchio giudizio incassato sulla carta. Sulle crypto, la contrazione è genuina.

PresidenzaPeriodoAzioni cryptoSanzioni
Jay Clayton2017 – 2021701,52 mld $
Gary Genslerapr 2021 – gen 20251256,05 mld $
Era Atkins (FY2025)ott 2024 – set 202513 (vs 33)circa 142 mln $
Fonte: Cornerstone Research, aggiornamento enforcement crypto 2025.

Accanto ai numeri, il gesto simbolico: la rinuncia in blocco alle cause di registrazione. Ecco la lista delle principali chiusure, tutte tra fine febbraio e agosto 2025.

  • Coinbase: archiviazione congiunta depositata il 27 febbraio 2025, dopo il voto della Commissione.
  • Kraken, ConsenSys, Cumberland DRW: cause chiuse con pregiudizio (cioè non ripresentabili) tramite stipulazioni del 27 marzo 2025.
  • Binance e Changpeng Zhao: causa civile SEC archiviata con pregiudizio il 29 maggio 2025.
  • Ripple: entrambi gli appelli ritirati il 7 agosto 2025; resta in piedi la sanzione da 125 milioni per le vendite istituzionali.
  • Indagini chiuse senza accuse: Robinhood, Uniswap Labs, OpenSea, Gemini, Crypto.com, Yuga Labs, Immutable, PayPal, Aave, Ondo Finance.

«Un vuoto normativo senza fine»: l’allarme di Crenshaw

La frase che dà il titolo a questo pezzo non è di un critico esterno, ma dell’ultima voce di minoranza dentro la SEC. L’8 maggio 2025, mentre l’agenzia chiudeva la partita con Ripple restituendo oltre 75 milioni di dollari tenuti in deposito e chiedendo di annullare l’ingiunzione del giudice, la commissaria Caroline Crenshaw ha depositato un dissenso durissimo. Secondo Crenshaw quell’accordo, «insieme allo smontaggio programmatico del programma di enforcement crypto della SEC, rende un pessimo servizio al pubblico degli investitori e mina il ruolo della corte nell’interpretare le nostre leggi sui titoli». Nello stesso testo evoca un «vuoto normativo» destinato a durare, perché la ritirata poggia su un quadro sostitutivo che «potrebbe non materializzarsi mai».

Il peso di quelle parole si capisce guardando la composizione della Commissione. Crenshaw ha lasciato la SEC il 2 gennaio 2026, alla scadenza del mandato, consegnando per la prima volta nella storia moderna dell’agenzia un collegio interamente repubblicano. Oggi la SEC siede appena 3 dei suoi 5 posti (Paul Atkins, Mark Uyeda e Hester Peirce), con due seggi democratici vuoti e nessun voto dissenziente a bilanciare le decisioni. Non è un dettaglio da poco quando si discute se un cambio di rotta sia stabile o reversibile, tema che abbiamo affrontato in un’analisi dedicata alla durabilità della svolta di Atkins. Qui la domanda è un’altra e più orizzontale: non «quanto durerà», ma «chi occupa lo spazio adesso».

La replica di Atkins: non un vuoto, ma la fine dell’enforcement come regola

La presidenza ribalta la cornice. Per Atkins non c’è alcun vuoto: c’è la fine di una distorsione. Nelle sue parole all’Economic Club di New York, la Commissione «ha messo fine alla regolazione tramite enforcement e ha ricentrato il proprio programma sanzionatorio sulla missione fondamentale» dell’agenzia. Il messaggio è che per anni la SEC avrebbe scritto le regole attraverso le cause, invece di scriverle come regole. La cura, nella lettura di Atkins, è una: sostituire la causa con il regolamento.

Da qui i due passaggi del 2026. Prima l’interpretazione congiunta SEC-CFTC del 17 marzo, che chiarisce quando un asset è o non è un titolo e definisce una tassonomia in cinque categorie (commodity digitali, collezionabili, strumenti di utilità, stablecoin di pagamento, titoli tokenizzati). Poi, il 18 agosto, la proposta di «Regulation Crypto Assets», approvata con voto scritto 3-0 (comunicato 2026-76) e pubblicata in Federal Register il 21 agosto, con periodo di commento aperto fino a circa il 20 ottobre. Il nuovo direttore dell’Enforcement, David Woodcock, ha riassunto la filosofia con lo slogan «ritorno alle basi», qualità invece di quantità. Non tutti comprano la narrativa. Per Benjamin Schiffrin di Better Markets, «sotto il presidente Paul Atkins la SEC è diventata la Crypto Promotion Commission», che esenta il settore proprio dagli obblighi di registrazione pensati per proteggere gli investitori. Due letture opposte dello stesso spazio vuoto: per la SEC è ordine, per i critici è abdicazione.

Primo riempitore: la frode non si è mai fermata

Il primo e più solido riempitore del vuoto è interno alla SEC stessa. La ritirata ha riguardato le cause di registrazione (l’idea che un token sia un titolo non registrato), non la frode. Nel febbraio 2025 la Commissione ha rifondato la sua unità tecnologica creando la Cyber and Emerging Technologies Unit (CETU), guidata da Laura D’Allaird, con una trentina di specialisti concentrati sulle frodi che sfruttano le nuove tecnologie. Il perimetro si è spostato dalla domanda «ti sei registrato?» alla domanda «hai mentito?».

I casi lo confermano. Il gigante resta Terraform Labs e Do Kwon: dopo il verdetto di frode del 2024, un accordo complessivo da 4,47 miliardi di dollari per il crollo di UST che aveva bruciato circa 40 miliardi di capitalizzazione. Nel 2026 la docket antifrode è tutt’altro che vuota: la rassegna semestrale di Gibson Dunn segnala schemi con bot di trading «a intelligenza artificiale» inesistenti (il caso Nathan Fuller, circa 12,3 milioni sottratti a 150 investitori) e Ponzi mascherati da piattaforme automatizzate. E Ramil Palafox, dietro lo schema PGI Global da 198 milioni, è stato condannato a vent’anni di carcere. Il pavimento antifrode, insomma, tiene. Ma è un pavimento, non un tetto: intercetta i truffatori conclamati, non le zone grigie della classificazione che le cause di registrazione presidiavano.

Secondo riempitore: la CFTC e le commodity spot

Il secondo attore che avanza nello spazio lasciato dalla SEC è la Commodity Futures Trading Commission. L’interpretazione congiunta del marzo 2026 stabilisce che qualsiasi crypto asset non-titolo (esclusa una stablecoin di pagamento ai sensi del GENIUS Act) può rientrare nella definizione di «commodity» del Commodity Exchange Act, e conferma la giurisdizione della CFTC sulle transazioni spot di Bitcoin ed Ether. Il nuovo presidente Michael Selig, sedicesimo alla guida dell’agenzia dal dicembre 2025 ed ex capo consulente della Crypto Task Force della SEC, ha spiegato che la CFTC amministrerà la legge in coerenza con l’interpretazione della SEC, e ha lanciato un’agenda ampia: regole su quando i fornitori di software DeFi debbano registrarsi, sul trading spot a leva e a margine, sullo status dei derivati perpetui e persino sui sistemi di trading guidati dall’AI.

Sulla carta è la promozione di un regolatore a supervisore principale del mercato a pronti. Nella pratica ci sono due contrappesi. Il primo è di risorse: la CFTC è storicamente un’agenzia più piccola e meno finanziata della SEC, con una tradizione da regolatore di mercato più che da cacciatore di frodi al dettaglio. Il secondo è di natura: la CFTC pensa in termini di struttura del mercato e integrità dei contratti, non di tutela dell’investitore-consumatore. Ottima per disciplinare gli exchange di derivati, meno attrezzata per il risparmiatore che compra un token su un’app. La CFTC riempie il vuoto sul lato delle infrastrutture, molto meno su quello della protezione individuale.

Terzo riempitore: i regolatori statali e la battaglia federalista

Qui arriva il pezzo che il dibattito europeo tende a ignorare. Negli Stati Uniti la vigilanza sui titoli è a doppio binario: accanto alla SEC federale ci sono le authority dei singoli Stati, coordinate dalla NASAA. E questi regolatori non hanno arretrato di un centimetro. Dal 2017, quando partì la campagna Operation Cryptosweep, gli Stati hanno avviato 334 azioni di enforcement legate alle crypto, un dossier di oltre trecento casi che la NASAA ha depositato al Congresso proprio per dimostrare la propria rilevanza.

Il volume complessivo è imponente. Secondo il rapporto annuale NASAA, nel 2024 le authority statali hanno gestito 8.833 indagini attive e avviato 1.183 azioni, di cui 463 nuove indagini e 122 azioni riguardanti specificamente i digital asset; hanno ottenuto oltre 190 milioni di dollari di restituzioni e più di 69 milioni di multe. In un solo anno, gli Stati hanno mosso su singoli asset digitali un numero di procedimenti superiore all’intera annata crypto della SEC federale. La battaglia vera, però, è politica: la NASAA teme che la legislazione federale in discussione restringa il classico test di Howey e prevalga sulle autorità statali, e ha proposto un «Support Anti-Fraud Enforcement Act» per blindare i propri poteri antifrode. La Camera, per ora, non ha recepito nessuno dei suoi emendamenti. Se il Congresso deciderà la prevalenza federale, questo riempitore rischia di rimpicciolirsi proprio mentre lo spazio da coprire si allarga.

Quarto riempitore: le cause private (e perché deludono)

La teoria del mercato dice che dove il regolatore pubblico si ritira, subentrano gli avvocati privati: le class action come sistema immunitario decentralizzato. La realtà del 2026 racconta l’opposto. Nella prima metà dell’anno i ricorsi collettivi legati alle crypto sono scesi al minimo da cinque anni, ai livelli più bassi dal 2019, con appena due o tre nuovi depositi contro i quattordici dell’intero 2025. E questo mentre il totale delle securities class action americane saliva (118 casi nel semestre) e le cause legate all’AI toccavano un massimo quinquennale. La crypto, in controtendenza, si svuotava.

Le ragioni sono strutturali. Una class action da titoli ha bisogno di un acquirente con legittimazione ad agire, di un danno quantificabile e, spesso, di una condotta fraudolenta o di dichiarazioni ingannevoli: non è uno strumento pensato per stabilire, in astratto, se un token sia un titolo. Alcune certificazioni di classe sono arrivate nel 2025 e nel 2026, come documentano gli osservatori del settore (Norton Rose Fulbright), ma restano eccezioni. Il contenzioso privato può punire l’inganno, non svolgere la funzione di ordinamento del mercato che la SEC esercitava con le sue cause pilota. Come riempitore, è più promessa che sostanza.

RiempitoreCosa copreDato chiave 2024-2026Limite
Antifrode SEC (CETU)Truffe e inganni conclamatiTerraform 4,47 mld $; Palafox 20 anniNon tocca la classificazione dei token
CFTCCommodity spot, derivati, DeFiGiurisdizione su BTC/ETH spotAgenzia piccola, poco orientata al retail
Regolatori statali (NASAA)Frode e tutela locale334 azioni dal 2017; 122 su digital asset nel 2024Minacciati dalla prevalenza federale
Cause privateRisarcimento del dannoDepositi ai minimi da 5 anniServono danno e legittimazione, non ordinano il mercato
I quattro attori che occupano lo spazio lasciato dalle cause di registrazione della SEC.

Il paradosso: meno SEC, ma anche meno cause private

Messi in fila, i dati raccontano un paradosso scomodo per entrambe le narrative. Non è vero che la SEC ha semplicemente traslocato il lavoro altrove: l’enforcement complessivo sulle crypto negli Stati Uniti è calato, non ridistribuito. Le azioni federali crollano del 60%, i depositi di class action toccano il minimo da cinque anni, e persino la CFTC ragiona ancora in gran parte per proposte di regola più che per casi conclusi. Chi tiene sono la frode conclamata (SEC e DOJ) e gli Stati, cioè la parte «penale» e locale del sistema. Il grande spazio grigio, quello delle emissioni e delle piattaforme al confine tra titolo e non-titolo, è oggettivamente meno presidiato di due anni fa.

Ecco perché la parola «vuoto» resta appropriata, ma va calibrata. Non è il vuoto assoluto del far west: i truffatori finiscono ancora in tribunale, spesso con condanne pesanti. È un vuoto selettivo, che colpisce esattamente la zona che la SEC di Gensler occupava con più aggressività e più contestazioni. Per chi vede in quelle cause un eccesso, è aria pulita. Per chi ci vedeva una rete di sicurezza, è un buco. La verità utile all’investitore è che quella rete, per ora, non è stata rimpiazzata da nessuno degli altri quattro attori.

La leva del 15 settembre: il voto sulla CLARITY Act

La variabile che può ridisegnare tutto ha una data. Il 15 settembre 2026, alle 14:15 ora di Washington, il Senato voterà la cloture sulla mozione per procedere alla CLARITY Act, il disegno di legge sulla struttura del mercato che assegnerebbe in modo statutario i confini tra SEC e CFTC. Il leader della maggioranza John Thune ha depositato la mozione l’8 agosto, ma servono 60 voti e almeno sette adesioni non repubblicane; in commissione Banking, a maggio, i democratici favorevoli erano soltanto due. I nodi restano gli stessi da mesi: tutela contro la finanza illecita, disciplina delle stablecoin e clausole etiche sui conflitti d’interesse.

Perché conta per il nostro vuoto? Perché una legge sostituirebbe la discrezione con una regola stabile, e perché il testo tocca direttamente il terzo riempitore: la prevalenza federale sui regolatori statali. Se passasse nella forma temuta dalla NASAA, il pilastro degli Stati (oggi il più attivo in assoluto) verrebbe indebolito. Se invece dovesse fallire, come segnala il pessimismo dei mercati predittivi dopo che il Senato non è riuscito a votare prima della pausa estiva, l’enforcement resterebbe l’unica regola disponibile e il vuoto continuerebbe a essere riempito, alla meglio, dai quattro attori descritti sopra. Il 15 settembre non risolverà la domanda, ma dirà da che parte pende.

E in Europa? Perché la UE non ha un vuoto

Adesso il cambio di prospettiva che rende questa storia rilevante per chi legge da Milano. In Europa la domanda «chi riempie il vuoto» semplicemente non si pone, perché non c’è alcun vuoto da riempire. La differenza è strutturale: negli Stati Uniti l’enforcement crypto nasceva da un test giurisprudenziale del 1946 (Howey) applicato caso per caso, quindi dipendente da chi porta le cause e da come le decide un giudice. Nell’Unione europea la disciplina nasce da una legge, il Regolamento (UE) 2023/1114 (MiCA), che entra in vigore su un calendario e vincola i fornitori di servizi a prescindere da chi presieda l’autorità di vigilanza.

In Italia l’architettura è definita dal D.lgs. 5 settembre 2024, n. 129, che designa Consob per la tutela del mercato e degli investitori e Banca d’Italia per gli aspetti prudenziali e per le stablecoin (i token di moneta elettronica e collegati ad attività). Il periodo transitorio italiano si è chiuso il 1 luglio 2026: da allora chi offre servizi crypto in Italia deve essere autorizzato come CASP, non «registrato» in via provvisoria. Nessun presidente può spegnere questo regime con un voto interno, perché non è enforcement discrezionale: è un obbligo di legge. È la stessa logica che regge la disciplina europea delle stablecoin, di cui abbiamo scritto raccontando la guerra sul rendimento tra MiCA e GENIUS Act, e che sul piano fiscale spiega perché le stablecoin in euro pagano un’aliquota diversa. Dove gli Stati Uniti litigano su chi debba fare la regola, l’Europa la regola ce l’ha già.

Consob, market abuse e SupTech: il presidio europeo

Il presidio europeo non è solo carta. Il Titolo VI della MiCA (articoli da 86 a 92) codifica gli abusi di mercato sui crypto asset (abuso di informazioni privilegiate, comunicazione illecita, manipolazione), materia che negli Stati Uniti resta affidata all’interpretazione dei giudici. Consob, dal canto suo, non aspetta le segnalazioni: applica tecniche di machine learning non supervisionato (come il clustering k-means e gli autoencoder) per la sorveglianza sugli abusi di mercato, mantenendo il principio dell’intervento umano nella decisione finale. E, insieme all’AMF francese e alla FMA austriaca, ha proposto una vigilanza più uniforme, fino alla supervisione diretta dei grandi CASP da parte dell’ESMA.

Sul fronte del riciclaggio, l’analogo europeo del FinCEN americano esiste ed è a pieno regime: in Italia opera l’Unità di Informazione Finanziaria presso Banca d’Italia, mentre gli accertamenti penali passano alla Guardia di Finanza. Ogni CASP autorizzato è un soggetto obbligato in materia antiriciclaggio, senza soglie minime di esenzione, e la nuova autorità europea AMLA, con sede a Francoforte, sta accentrando la vigilanza sui casi transfrontalieri ad alto rischio. È un ecosistema di controllo che, a differenza di quello americano, non ha appena perso il suo attore principale: lo ha, semmai, appena costruito. Il contrasto vale anche per i verticali più «da gaming» del settore, come mostra il diverso approccio a NFT e skin tra SEC ed Europa.

Fair Funds contro azione di classe: due modi di risarcire

C’è una differenza pratica che spiega perché il «vuoto» americano pesa di più sul risparmiatore. Negli Stati Uniti il sistema di enforcement include un meccanismo di restituzione integrato: il disgorgement (la confisca dei profitti illeciti, limitata al profitto netto dopo la sentenza Liu v. SEC del 2020) e i Fair Funds, introdotti dal Sarbanes-Oxley Act, che permettono di girare le somme incassate direttamente alle vittime dentro la stessa azione. Quando la SEC arretra, arretra anche questa via di risarcimento; e persino nei casi vinti la strada è tortuosa, come per il conto da 4,47 miliardi di Terraform, subordinato alla procedura fallimentare in Chapter 11 (i creditori della società vengono prima).

In Italia il risarcimento segue un’altra filosofia. Le sanzioni Consob sono amministrative e affluiscono all’Erario, non alle vittime; il ristoro individuale passa dall’azione di classe prevista dall’articolo 840-bis del codice di procedura civile, uno strumento autonomo rispetto alla vigilanza. I due sistemi non sono meglio o peggio in assoluto: il modello americano lega il risarcimento all’attività del regolatore (potente quando il regolatore agisce, fragile quando si ritira), quello europeo separa le due funzioni, così che la tutela civilistica resta in piedi anche se l’authority cambia priorità. Ecco la tabella di sintesi.

AspettoStati Uniti (post-2025)UE / Italia (MiCA)
Fonte della regolaTest giurisprudenziale (Howey), caso per casoLegge (Reg. UE 2023/1114), calendario fisso
Chi vigilaSEC, CFTC, Stati, DOJ (frammentato)Consob e Banca d’Italia, ESMA (coordinato)
Abusi di mercatoInterpretazione dei giudiciCodificati (MiCA Titolo VI, art. 86-92)
RisarcimentoDisgorgement + Fair Funds, dentro l’azioneAzione di classe (art. 840-bis c.p.c.), separata
ReversibilitàAlta (guidance e cause revocabili)Bassa (serve modificare un regolamento UE)
Perché lo stesso «vuoto» ha effetti diversi sulle due sponde dell’Atlantico.

Cosa cambia per l’investitore italiano

Tradotto in pratica, la lezione per chi investe da qui è a due facce. Prima faccia: sui servizi offerti da CASP autorizzati in UE le tutele reggono a prescindere da cosa faccia Washington. Un exchange con passaporto MiCA deve rispettare requisiti di capitale, custodia, informativa e antiriciclaggio, e Consob può intervenire senza dover «vincere una causa» per stabilire una regola. Chi opera dentro il perimetro europeo è, semplicemente, in un sistema più prevedibile.

Seconda faccia: il vuoto americano diventa il tuo problema nel momento in cui esci dal perimetro. Chi compra token emessi negli Stati Uniti, usa piattaforme non autorizzate in UE o partecipa a offerte che sfruttano i nuovi safe harbor statunitensi (peraltro riservati a entità americane) si ritrova in una zona dove la SEC non arbitra più molte dispute e le class action sono ai minimi storici. In quel territorio vale il vecchio caveat emptor. E attenzione a non confondere «nessun vuoto in Europa» con «nessun rischio»: la MiCA non copre gli NFT unici, lascia fuori pezzi importanti della DeFi e i derivati restano sotto la MiFID II. Il contesto macro, poi, incide sul sentiment tanto quanto le regole, come si è visto quando le parole di Warsh hanno raffreddato il rally di agosto. La regola c’è: la prudenza serve lo stesso.

Il quadro 2026: la SEC che verrà

Resta da chiedersi come sarà la SEC che occupa (o lascia scoperto) questo spazio nei prossimi mesi. Il direttore dell’Enforcement Woodcock ha promesso una macchina più selettiva, orientata alle frodi con numeri pesanti piuttosto che alle teorie di registrazione. Hester Peirce, l’artefice della Crypto Task Force, lascerà la Commissione a novembre 2026 per un incarico accademico, restringendo ulteriormente un collegio già ridotto a tre membri su cinque. E resta sullo sfondo la questione della permanenza: la sentenza della Corte Suprema Trump v. Slaughter del giugno 2026, che ha rimosso le vecchie tutele contro la rimozione dei vertici delle agenzie indipendenti, rende l’intero assetto più esposto alla politica. Su questo abbiamo scritto a parte, perché è un tema di durabilità nel tempo più che di occupazione dello spazio oggi.

La sintesi è questa. Nel 2026 la SEC non ha creato un far west, ma ha aperto un vuoto selettivo che nessun singolo attore ha riempito per intero: la frode resta punita, la CFTC avanza sulle infrastrutture, gli Stati tengono la trincea locale, le cause private latitano. Il voto del 15 settembre e la sorte della Regulation Crypto Assets diranno se quel vuoto verrà colmato da una legge o resterà affidato all’enforcement residuo. Per l’investitore europeo, la notizia migliore è di non doversi porre la stessa domanda: la sua rete di protezione non dipende da chi vince le elezioni a Washington, ma da un regolamento che è già in vigore.

Domande frequenti

La SEC ha smesso di fare enforcement sulle crypto?

No, ma ha cambiato bersaglio. Le cause di registrazione (l’idea che un token sia un titolo non registrato) sono state in gran parte ritirate e le azioni annuali sui digital asset sono calate di oltre il 60% nell’anno fiscale 2025. L’antifrode, però, non si è fermata: la nuova unità CETU e il DOJ continuano a perseguire truffe conclamate, da Terraform (4,47 miliardi di dollari) alla condanna a vent’anni di Ramil Palafox.

Che cos’è il «vuoto normativo» di cui parla Crenshaw?

È l’espressione usata dalla commissaria democratica Caroline Crenshaw nel suo dissenso sull’accordo con Ripple dell’8 maggio 2025. Secondo Crenshaw, ritirare le cause senza aver prima costruito un quadro sostitutivo lascia un «vuoto normativo senza fine» e rende un pessimo servizio agli investitori. Crenshaw ha poi lasciato la SEC il 2 gennaio 2026, consegnando un collegio interamente repubblicano.

Chi controlla le crypto negli Stati Uniti se la SEC arretra?

Quattro attori si dividono lo spazio: la CFTC come regolatore delle commodity spot (Bitcoin ed Ether inclusi), i regolatori dei singoli Stati coordinati dalla NASAA (334 azioni crypto dal 2017), le cause private e il DOJ insieme alla SEC per le frodi. Nessuno di essi, però, replica per portata e risorse la SEC di un tempo, per cui il presidio complessivo resta più debole rispetto al 2023-2024.

L’Unione europea ha lo stesso vuoto di enforcement?

No. Nella UE la disciplina nasce da una legge, il Regolamento MiCA, non da cause interpretate caso per caso. In Italia vigilano Consob (mercato e investitori) e Banca d’Italia (aspetti prudenziali e stablecoin) sulla base del D.lgs. 129/2024, con periodo transitorio chiuso il 1 luglio 2026. Essendo un obbligo di legge, non può essere spento dalla discrezione di un presidente, quindi non esiste un vuoto paragonabile a quello americano.

Cosa rischia un investitore italiano che compra token statunitensi?

Fuori dal perimetro MiCA le tutele si riducono. Sui servizi di CASP autorizzati in UE valgono requisiti di capitale, custodia e antiriciclaggio verificati da Consob; ma chi usa piattaforme non autorizzate o partecipa a offerte statunitensi si muove in un’area dove la SEC non arbitra più molte dispute e le class action sono ai minimi da cinque anni. Conviene privilegiare fornitori autorizzati in Europa e ricordare che «nessun vuoto» non significa «nessun rischio».

Di Anneke de Vries, redazione Regulation di HOGE Wire.

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