Tassi al 4%: come il rialzo cambia la politica cripto delle banche
Il 16 settembre Fed e BCE hanno alzato i tassi e il denaro è tornato a costare. Ecco come il nuovo regime riscrive la strategia cripto delle banche, dai depositi tokenizzati alle stablecoin.
By Liam Brennan· Sep 20, 2026· 11h ago~27 min read
Il 16 settembre 2026 due decisioni prese a poche ore di distanza hanno chiuso l’era del denaro gratis. La Federal Reserve guidata da Kevin Warsh ha alzato il tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo al 3,75-4,00%: è il primo rialzo dal luglio 2023, deciso con un voto unanime 12 a 0 e accompagnato da un dot plot in cui 16 membri su 18 si aspettano almeno un altro aumento entro fine anno (CNBC). Sull’altra sponda dell’Atlantico era appena entrata in vigore la stretta della Banca centrale europea decisa il 10 settembre: tasso sui depositi al 2,50%, tasso sulle operazioni di rifinanziamento al 2,65%, entrambi validi proprio dal 16 settembre (BCE).La reazione immediata del mercato cripto è già stata raccontata: Bitcoin ha assorbito il colpo, è scivolato sotto i 75.000 dollari e poi ha recuperato, tornando poco sopra i 70.000 euro il 20 settembre (CoinGecko), mentre Ethereum oscillava intorno ai 2.250 euro. Chi cerca la cronaca del prezzo la trova nel price action di settembre. C’è però una parte della storia che i grafici non mostrano, ed è quella che conta di più per chi tiene i risparmi in banca: il rialzo dei tassi non muove soltanto la quotazione di un asset speculativo, riscrive in silenzio ogni leva della politica cripto delle banche.Per capire perché, bisogna smettere di guardare Bitcoin e iniziare a guardare il denaro. Quando un euro fermo su un conto rendeva zero, la domanda «chi custodisce i tuoi soldi e ti paga qualcosa?» era quasi irrilevante. Con la BCE al 2,50% e la Fed vicina al 4%, quella stessa domanda vale miliardi. Ed è la domanda attorno a cui ruota, oggi, la strategia digitale di ogni banca europea.
Il regime dei tassi in una tabella
Banca centrale
Tasso chiave
Prima
Ora
Data
Segnale
Federal Reserve
Fed funds
3,50-3,75%
3,75-4,00%
16 set 2026
16 membri su 18 vedono altri rialzi
BCE
Tasso sui depositi
2,25%
2,50%
dal 16 set 2026
decisioni riunione per riunione
BCE
Operazioni di rifinanziamento
2,40%
2,65%
dal 16 set 2026
seconda stretta dell’anno
Il doppio rialzo del 16 settembre 2026, spinto dall’inflazione da guerra. Fonti: Federal Reserve, BCE.
Perché un punto di tasso cambia tutto per le banche
Per quindici anni le banche centrali hanno tenuto i tassi vicini allo zero. In quel mondo il denaro non aveva un costo opportunità visibile: lasciare liquidità ferma non costava quasi nulla, e chi la deteneva (una banca, un emittente di stablecoin, un risparmiatore) non rinunciava a granché. La conseguenza, poco notata, è che tutta l’infrastruttura del denaro digitale, dalle stablecoin ai depositi tokenizzati fino all’euro digitale, è nata e cresciuta in un ambiente in cui il rendimento era pari a zero per tutti.La stretta del 2026 rompe questa simmetria. Con la guerra tra Stati Uniti e Iran che ha riacceso l’inflazione da inizio anno, le due principali banche centrali hanno riportato il costo del denaro su livelli che non si vedevano da anni. Warsh lo ha detto senza giri di parole in conferenza stampa: «l’inflazione è troppo alta, e lo è da troppo tempo» (CNN). Christine Lagarde, presentando la mossa europea, ha spiegato che i rischi per la crescita restano orientati al ribasso e quelli per l’inflazione al rialzo, con decisioni prese riunione per riunione. Il messaggio combinato è che questo non è un episodio: è un regime, ed è lo stesso che le crypto stanno imparando a leggere nel nuovo contesto macro.Quando il denaro torna a rendere, cinque cose cambiano contemporaneamente per una banca che si affaccia sulle crypto:
l’emissione di stablecoin diventa un affare molto più ricco, e quindi una minaccia più concreta per i depositi;
il deposito tokenizzato che paga interessi guadagna un vantaggio competitivo che a tasso zero non aveva;
l’euro digitale, che per legge non rende nulla, diventa più difficile da far accettare a chi risparmia;
detenere Bitcoin in proprio costa di più, perché il tasso a cui si rinuncia sale;
la concorrenza per la raccolta si fa più aspra, perché il risparmiatore ha di nuovo alternative remunerate.
In altre parole, lo stesso rialzo che fa tremare il grafico di Bitcoin ridisegna il tavolo su cui le banche giocano la loro partita cripto. La tabella che segue mostra chi vince e chi perde con i tassi più alti, modello per modello.
Modello o leva
Chi incassa il tasso
Effetto di tassi più alti
Emissione di stablecoin
L’emittente (tiene tutto)
Più profittevole e aggressivo: cresce la minaccia ai depositi
Deposito tokenizzato
Il correntista (può ricevere interessi)
Vantaggio più ampio: il deposito paga, la stablecoin no
Euro digitale
Nessuno (per legge non rende)
Meno attraente per chi risparmia, adozione più difficile
Bitcoin detenuto in proprio
Nessuno (non paga cedole)
Costo opportunità più alto, oltre alla regola del capitale
Custodia per conto terzi
La banca (commissioni)
Poco sensibile al tasso: resta la corsia a basso capitale
Regolamento all’ingrosso in moneta di banca centrale
Chi detiene le riserve
Il rendimento sull’attività di regolamento pesa di più
Come il costo del denaro ridistribuisce vantaggi e svantaggi nella politica cripto bancaria.
L’emittente di stablecoin è una banca stretta che tiene tutto il carry
Per capire la posta in gioco, conviene guardare a come un emittente di stablecoin fa i soldi. Il meccanismo è semplice e antico: quando comprate una stablecoin, l’emittente prende il vostro euro o dollaro e lo parcheggia in attività a brevissimo termine, soprattutto titoli di Stato a breve e pronti contro termine. Su quelle riserve incassa gli interessi. A voi, che detenete il token, non riconosce nulla. La differenza tra il rendimento che ottiene sulle riserve e lo zero che vi paga è il suo margine (Transak).È esattamente il modello di una banca stretta o di un fondo monetario, con una differenza cruciale: l’emittente si tiene tutto il carry. E qui entra in gioco il tasso. A rendimento zero questo business valeva poco; con i titoli a breve che rendono intorno al 4% negli Stati Uniti, diventa una macchina da profitti. Tether ha dichiarato circa 13 miliardi di dollari di utile nel 2024 e oltre 10 miliardi nel 2025, quasi interamente da interessi sulle riserve, e per il secondo trimestre 2026 ha riportato circa 1,5 miliardi di dollari di utile operativo netto a fronte di quasi 185 miliardi di USDT in circolazione (coinpaper). Circle, che emette USDC, vive quasi interamente degli stessi interessi, con USDC intorno ai 74 miliardi di dollari.Il mercato complessivo delle stablecoin valeva circa 302,8 miliardi di dollari a metà settembre 2026, con USDT al 60% e USDC che insieme coprono quasi il 90% del totale; oltre il 99% è ancorato al dollaro (Reap). Su una base del genere, con i tassi attuali, il flusso di interessi che finisce nelle casse degli emittenti supera i 15 miliardi di dollari l’anno. Ogni punto di tasso in più è denaro che gli emittenti guadagnano senza girarlo ai possessori. Per una banca commerciale, questo significa una cosa sola: un concorrente sempre più ricco che si nutre di soldi che, in un altro mondo, sarebbero stati depositi. Le regole che disciplinano questi token, dal tetto europeo ai limiti d’uso, sono raccontate nel dettaglio nell’analisi sulle stablecoin nei pagamenti.Questa dinamica spiega anche il comportamento degli emittenti. Poiché il profitto cresce con la massa di token in circolazione, l’incentivo è far crescere il più possibile quella massa: accordi di distribuzione con gli exchange, integrazioni nei portafogli, campagne per spingere l’uso nei pagamenti. Con i tassi alti, ogni nuovo dollaro di stablecoin emesso è un piccolo flusso di interessi aggiuntivo per l’emittente, e nessun centesimo di quel flusso arriva a chi detiene il token. È il motivo per cui il 2026 ha visto una corsa a distribuire stablecoin ovunque, dai circuiti di pagamento alle piattaforme di trading.
Il divieto di rendimento: la regola che sembra colpire le stablecoin regala un fossato alle banche
Qui arriva il passaggio meno intuitivo e più importante di tutta la vicenda. Sia il regolamento europeo MiCA sia il GENIUS Act americano vietano agli emittenti di stablecoin di pagare interessi o rendimenti ai possessori. MiCA lo fa in modo categorico per gli e-money token; il GENIUS Act lo scrive nero su bianco nella sezione che proibisce all’emittente di corrispondere interessi, dividendi o qualsiasi altro rendimento legato al semplice detenere il token (Oxford Business Law Blog).A prima vista sembra una regola contro le stablecoin. In un mondo a tassi alti è invece un regalo alle banche. Il motivo è che un deposito, anche tokenizzato, può pagare interessi; una stablecoin no. A tasso zero questa asimmetria non contava nulla, perché nessuno pagava comunque. Con la BCE al 2,50% e la Fed al 4%, la distanza tra «il nostro token ti riconosce il 3%» e «il loro non ti dà niente» diventa enorme. Il divieto di rendimento, in pratica, ha consegnato alle banche un fossato strutturale: più i tassi salgono, più largo diventa il fossato (Forkast).Non è un caso. L’industria bancaria ha spinto con forza per questo divieto proprio perché le stablecoin remunerate sarebbero sostituti quasi perfetti del deposito, capaci di drenare raccolta senza garanzia sui depositi, senza riserve obbligatorie, senza gli obblighi che gravano su una banca. La battaglia non è finita: negli Stati Uniti alcune piattaforme, come Coinbase, distribuiscono comunque «premi» ai possessori di USDC sostenendo che si tratta di incentivi di terzi e non di interessi pagati dall’emittente, e le lobby bancarie hanno passato il 2026 a chiedere di chiudere questa scappatoia (Bank Policy Institute). La stessa Casa Bianca ha pubblicato una ricerca sugli effetti del divieto di rendimento sul credito bancario, segno di quanto il tema sia diventato politico.C’è però una via di fuga che il tasso alto rende sempre più attraente: i fondi tokenizzati che investono in titoli di Stato. Non sono stablecoin, sono quote di fondo, e in quanto tali possono distribuire rendimento. Con i titoli a breve che rendono il 4%, il denaro che non può guadagnare nulla dentro una stablecoin migra verso questi strumenti tokenizzati, in quello che i giuristi chiamano arbitraggio regolamentare per forma legale (Oxford Business Law Blog). Il risultato è un mercato a tre corsie che la tabella seguente prova a mettere in ordine.
Strumento
Può pagare interessi?
Base normativa
Tutela del capitale
Deposito bancario
Sì
CRR/CRD (vigilanza bancaria)
Garanzia depositi fino a 100.000 euro
Deposito tokenizzato
Sì
CRR/CRD, resta un deposito
Garanzia depositi (è pur sempre un deposito)
Stablecoin (e-money token)
No (vietato)
MiCA / GENIUS Act
Riserve segregate, nessuna garanzia depositi
Euro digitale
No (per legge)
Regolamento in negoziazione
Moneta di banca centrale, con limiti di detenzione
Fondo tokenizzato in titoli di Stato
Sì (distribuisce rendimento)
Disciplina dei fondi/valori mobiliari
Rischio di mercato, nessuna garanzia depositi
Chi può pagare interessi a chi detiene il token, e con quale tutela. È il cuore del vantaggio competitivo bancario a tassi alti.
La guerra dei depositi si fa sul serio
Il timore che tiene sveglie le banche centrali ha un nome tecnico, disintermediazione, e una traduzione semplice: se i risparmiatori spostano soldi dai conti bancari alle stablecoin, le banche perdono la materia prima con cui finanziano i prestiti. Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, lo ha messo in chiaro: «Se in futuro l’uso delle stablecoin aumenterà, le banche perderanno anche i depositi al dettaglio», ricordando che quei depositi sono una fonte di finanziamento centrale per sostenere il credito nell’area euro (Crypto Briefing).La meccanica è quella descritta più volte dalla BCE nei suoi interventi sul confine tra fondi monetari e stablecoin: quando un cliente compra una stablecoin, i fondi lasciano il sistema bancario e passano all’emittente (BCE). Su scala ridotta è irrilevante; su scala grande alza il costo della raccolta e riduce la base stabile su cui una banca costruisce i prestiti a famiglie e imprese. Con i tassi alti il rischio si amplifica, perché il risparmiatore ha di nuovo un motivo concreto per cercare rendimento altrove.Gli economisti chiamano questo fenomeno deposit beta: la quota di un rialzo dei tassi che una banca è costretta a girare ai correntisti per non perderli. Finché l’unica alternativa era un altro conto altrettanto avaro, quella quota poteva restare bassa. Ma se il risparmiatore può spostare i soldi in pochi secondi verso uno strumento digitale che rende, la banca deve alzare la remunerazione o vedere fuggire la raccolta. In entrambi i casi il suo margine si assottiglia. Non a caso il think tank Bruegel ha proposto una strategia europea proprio per contenere i rischi delle stablecoin senza soffocare l’innovazione (Bruegel).L’Italia offre l’esempio perfetto di questa dinamica, e precede le crypto di anni. Nel 2025, mentre i tassi restavano elevati, la remunerazione media dei conti correnti italiani era scesa intorno allo 0,27%, quasi zero, ben sotto il costo del denaro fissato dalla BCE (MilanoFinanza). Il risultato è stato una fuga verso il rendimento: le famiglie hanno spostato risparmio dai conti verso i titoli di Stato, e le emissioni di BTP dedicati al retail hanno raccolto miliardi di euro (FABI). Una stablecoin che non rende nulla non è granché peggio di un conto che rende 0,27%; ma un fondo tokenizzato in titoli di Stato che paga il 3% è la versione digitale, e istantanea, dello stesso BTP che gli italiani hanno già comprato a valanga. Ecco perché la guerra dei depositi, a tassi alti, smette di essere teorica.
Il contrattacco: depositi tokenizzati che pagano gli interessi
La risposta delle banche a questa minaccia non è combattere le stablecoin sul loro terreno, ma battere il colpo dove le regole danno un vantaggio: il deposito tokenizzato. Si tratta di moneta di banca commerciale messa su blockchain che resta, giuridicamente, un deposito. Vive nel bilancio della banca, può pagare interessi, è coperta dalla garanzia dei depositi e circola su registro distribuito dentro una rete chiusa di intermediari regolati. Non è un token al portatore come una stablecoin: quando due banche si scambiano depositi tokenizzati, la gamba interbancaria si regola in moneta di banca centrale, preservando quella che gli economisti chiamano unicità della moneta, cioè il fatto che un euro vale un euro chiunque lo emetta.Il caso più avanzato è JPMorgan, che ha portato il suo deposit token in dollari, JPMD, su una blockchain pubblica alla fine del 2025 attraverso la piattaforma Kinexys, movimentando volumi cumulati nell’ordine dei mille miliardi di dollari (JPMorgan). In Europa il progetto Qivalis riunisce trentasette banche, tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo, attorno all’obiettivo di una moneta digitale bancaria in euro. La logica è sempre la stessa: dare al cliente un token che si muove alla velocità della blockchain ma che, a differenza della stablecoin, gli riconosce gli interessi. E qui il regime dei tassi diventa alleato della banca: a tasso zero la promessa «il nostro token ti paga» era vuota, a tasso alto è un argomento di vendita concreto.Dietro questi progetti c’è una visione più ampia, quella del registro unificato a cui lavorano le banche centrali. La Banca dei regolamenti internazionali, con il progetto Agora, sta sperimentando un’infrastruttura in cui depositi tokenizzati e riserve di banca centrale convivono sullo stesso registro, con regolamento atomico e transfrontaliero. Per una banca la differenza rispetto a una stablecoin è tutta qui: mantiene il controllo del rapporto con il cliente, resta dentro il perimetro della vigilanza e degli obblighi antiriciclaggio, e non cede quel rapporto a un emittente terzo. Il deposito tokenizzato, insomma, è il modo con cui il sistema bancario prova a stare sulla blockchain senza smettere di essere una banca.
L’euro digitale, senza interessi, in un mondo a tasso alto
C’è una terza forma di denaro digitale che i tassi alti mettono in difficoltà, ed è quella pubblica: l’euro digitale. Per disegno, la moneta digitale della BCE non paga interessi e avrà un limite di detenzione, discusso intorno ai 3.000 euro per persona, pensato apposta per evitare che i risparmiatori svuotino i conti bancari riversandosi sulla moneta di banca centrale. In un mondo a tasso zero rinunciare agli interessi non era un sacrificio; con la BCE al 2,50% tenere fermi soldi in euro digitale significa lasciare sul tavolo un rendimento reale. Il paradosso è evidente: la regola che protegge le banche dalla disintermediazione rende anche l’euro digitale meno appetibile per chi dovrebbe usarlo.La partita è ancora aperta sul piano legislativo. Il negoziato a tre tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione è entrato nel vivo con una seconda tornata il 10 settembre e ulteriori riunioni previste a fine mese, con la presidenza irlandese che punta a un accordo politico entro fine anno; i due nodi principali restano proprio il limite di detenzione e il compenso ai commercianti (OMFIF). Le simulazioni della stessa BCE hanno stimato che, con un limite a 3.000 euro e in uno scenario di fuga verso la sicurezza, potrebbero uscire dai depositi fino a circa 700 miliardi di euro. Sono numeri che spiegano perché le banche vedono l’euro digitale come una minaccia e insieme come uno scudo: minaccia perché sposta raccolta, scudo perché è la risposta pubblica europea alle stablecoin in dollari che rischiano di dollarizzare i pagamenti del continente.Per le banche italiane la posta è doppia. Da un lato temono che l’euro digitale sposti raccolta proprio mentre i tassi rendono ogni euro di deposito prezioso; dall’altro sanno che senza una risposta pubblica europea il vuoto verrebbe riempito da stablecoin in dollari, con un problema di sovranità monetaria che va oltre il singolo bilancio. È la ragione per cui l’associazione bancaria italiana si è mostrata più aperta di altre verso il progetto, pur chiedendo garanzie sui limiti di detenzione e sui costi. Il compromesso che uscirà dal negoziato europeo dirà quanto quel timore sia fondato.
Bitcoin: il costo di non rendere nulla e la regola del capitale
E Bitcoin? Qui il rialzo agisce su due fronti, entrambi sfavorevoli a una banca che pensasse di tenerlo in bilancio. Il primo è il costo opportunità. Bitcoin non paga cedole né dividendi: il suo rendimento atteso è tutto nel prezzo. Quando il tasso privo di rischio era zero, rinunciare a quel rendimento per detenere un asset che non rende nulla non costava niente. Con il tasso al 4%, la soglia di convenienza sale: ogni euro fermo in un asset non remunerato è un euro che avrebbe potuto guadagnare il 4% altrove. È la stessa logica che pesa sull’oro, e che HOGE Wire ha analizzato nel confronto su oro e Bitcoin e il costo di non rendere nulla.Il secondo fronte è regolamentare, ed è ancora più duro. Lo standard di Basilea SCO60, in vigore dal primo gennaio 2026, assegna alle esposizioni in cripto non garantite come Bitcoin un fattore di ponderazione del rischio del 1.250%, che equivale a chiedere alla banca di coprire con capitale proprio, euro per euro, ogni euro investito (BIS). Detenere Bitcoin in proprio è, per una banca, proibitivo. Ecco perché quasi tutte scelgono corsie diverse: intermediazione (vendere l’accesso tramite certificati o ETP), custodia per conto terzi, emissione di moneta tokenizzata. Il rialzo dei tassi non cambia questa regola, ma la rafforza: al costo di capitale si somma ora un costo opportunità più alto. Doppio disincentivo. Non stupisce che le banche preferiscano vendere l’accesso a Bitcoin, o custodirlo per i clienti, piuttosto che possederlo.Per il risparmiatore la conseguenza è indiretta ma concreta: se la banca non può detenere Bitcoin, lo impacchetta. UniCredit, per esempio, ha venduto ai clienti professionali certificati legati a Bitcoin senza mai iscrivere un solo satoshi in bilancio, perché un certificato è uno strumento finanziario sotto la disciplina dei mercati, non una esposizione cripto sotto Basilea. È la stessa logica del costo del capitale applicata al prodotto: la banca vende il rendimento di Bitcoin, non Bitcoin. E in un mondo a tassi alti anche questi involucri competono con un titolo di Stato che ora rende davvero qualcosa.
Dove finiscono le riserve (e chi incassa il tasso)
Un aspetto spesso trascurato è che le riserve delle stablecoin non spariscono nel nulla: finiscono in gran parte nel sistema che dovrebbero minacciare. MiCA impone agli emittenti di e-money token di tenere almeno il 30% delle riserve in depositi bancari, quota che sale al 60% per i token considerati significativi. Il GENIUS Act, invece, spinge le riserve americane verso i titoli di Stato a breve, con scadenze non superiori a circa 93 giorni. In entrambi i casi, a incassare il tasso è chi detiene le riserve, e quel tasso oggi è alto.Ne discendono due conseguenze. In Europa, parte del denaro che esce dai depositi come stablecoin rientra come deposito dell’emittente presso una banca, un giro che sposta il rapporto con il cliente ma non necessariamente l’intera raccolta. Negli Stati Uniti, invece, le riserve alimentano la domanda di titoli del Tesoro: il segretario Bessent ha più volte indicato le stablecoin come una nuova, grande fonte di domanda per il debito americano. Per il risparmiatore la morale è chiara, ed è la stessa che vale per l’intero mercato: il rendimento dei titoli di Stato è la bussola macro delle crypto, come raccontano le analisi sui rendimenti obbligazionari. Chi tiene una stablecoin regala all’emittente quel rendimento; chi compra un fondo tokenizzato in titoli di Stato se lo tiene. A tassi alti, la differenza non è più trascurabile.C’è anche un risvolto sistemico. Quando una stablecoin diventa molto grande, le sue riserve pesano sul mercato dei titoli di Stato a breve: acquisti e vendite massicci possono muovere i tassi a breve, e un’ondata di rimborsi costringerebbe l’emittente a liquidare titoli in fretta, con effetti che ricadono sull’intero mercato monetario. È il motivo per cui le autorità guardano alle stablecoin non solo come concorrenti delle banche, ma come nodi che, a tassi alti e su scala grande, iniziano a contare per la stabilità finanziaria.
Pontes: mentre i tassi salgono, la moneta di banca centrale va on-chain
Nella stessa settimana in cui Fed e BCE stringevano, l’Eurosistema faceva un passo che sembra tecnico ma cambia le fondamenta del sistema. Il 21 settembre 2026 la BCE attiva Pontes, un ponte tra le piattaforme che tokenizzano titoli e l’infrastruttura di regolamento TARGET, che consente di regolare le transazioni su registro distribuito in moneta di banca centrale invece che in stablecoin o depositi commerciali. È il primo dispiegamento in produzione di regolamento all’ingrosso in moneta di banca centrale su blockchain da parte di una banca centrale del G7 (Ledger Insights). Al debutto partecipano Clearstream e Axiology, e circa cento istituzioni hanno chiesto di entrare nel gruppo di contatto di mercato, contro i 64 partecipanti delle prove del 2024; la versione iniziale avrà orari limitati, quella pienamente operativa 24 ore su 24 è attesa per il 2028.Il legame con i tassi è più stretto di quanto sembri. Quando si regola una transazione, l’attività usata per la gamba in contanti frutta un rendimento, e a tasso alto quel rendimento conta. Regolare in moneta di banca centrale significa usare l’attività di regolamento più sicura che esista, senza rischio di controparte. È il punto che Isabel Schnabel, del Comitato esecutivo BCE, ha ribadito a Jackson Hole: «le stablecoin non possono sostituire le riserve di banca centrale come attività di regolamento ultima dell’economia» (BCE). Per l’Italia c’è un motivo d’orgoglio: il meccanismo di sincronizzazione dietro Pontes deriva dalla soluzione TIPS Hash Link costruita dalla Banca d’Italia, già usata per regolare in moneta di banca centrale le prime obbligazioni tokenizzate italiane. Le banche non possono tenere Bitcoin, ma possono regolare titoli tokenizzati in moneta pubblica: una corsia a basso capitale che non è mai una esposizione cripto.Vale la pena chiarire un equivoco frequente: Pontes non è l’euro digitale. L’euro digitale è moneta pubblica al dettaglio, pensata per i cittadini; Pontes è un’infrastruttura all’ingrosso, riservata alle transazioni tra istituzioni finanziarie. Sono due facce dello stesso disegno, portare la moneta di banca centrale sulla blockchain, ma servono mondi diversi. Nel lungo periodo l’Eurosistema immagina un registro condiviso, chiamato Appia, capace di far convivere moneta di banca centrale, moneta commerciale e asset tokenizzati anche oltre confine, con orizzonte il 2028.
Il fronte americano: GENIUS verso le regole finali, e CLARITY che non c’è
Oltre l’Atlantico il quadro procede su due binari opposti. Da un lato, il GENIUS Act si avvia alle regole attuative: il Comptroller of the Currency, Jonathan Gould, ha dichiarato che l’OCC punta a pubblicare la regola principale entro novembre 2026, per iniziare a processare le domande di licenza degli emittenti nei primi mesi del 2027 (PYMNTS). La legge diventa efficace al più presto tra il 18 gennaio 2027 e i 120 giorni dopo le regole finali, e il divieto di pagare interessi sulle stablecoin è scritto proprio dentro la bozza dell’OCC. Sul divieto di rendimento, dunque, Stati Uniti ed Europa convergono: entrambi separano nettamente la funzione di pagamento dalla generazione di rendimento a livello di emittente.C’è però una divergenza di fondo con l’Europa, ed è strategica. Un ordine esecutivo della Casa Bianca vieta agli Stati Uniti di sviluppare una moneta digitale di banca centrale al dettaglio: Washington scommette che siano le stablecoin private in dollari a fare il lavoro, esportando il dollaro on-chain in tutto il mondo. Bruxelles fa l’opposto, costruendo binari pubblici (l’euro digitale al dettaglio, Pontes all’ingrosso) per non dipendere da moneta privata e straniera. Due modelli opposti che convergono su un solo punto: nessuno dei due vuole stablecoin che paghino interessi.Dall’altro lato, il tentativo americano di scrivere una legge organica sulla struttura del mercato cripto, il CLARITY Act, si è arenato: il voto per chiudere il dibattito è fallito il 15 settembre, lasciando irrisolto il confine tra i poteri della SEC e della CFTC. Il paradosso è che la politica prudenziale sulle banche procede comunque, per via amministrativa (ordini esecutivi, Tesoro, OCC, FDIC), mentre la legge di sistema resta ferma. Chi vuole capire come, senza una legge, siano i tribunali a scrivere le regole, trova il quadro nell’analisi su SEC, CLARITY e i giudici.
Cosa cambia per chi ha un conto in banca in Italia
Per il risparmiatore italiano, il combinato di tassi alti e nuove forme di denaro digitale ha effetti concreti. Il primo è che la vecchia inerzia costa. Tenere liquidità su un conto che rende lo 0,27% mentre la BCE è al 2,50% significa regalare rendimento, esattamente come accade con una stablecoin. La differenza è che la stablecoin è più facile da spostare, e i fondi tokenizzati in titoli di Stato offrono un rendimento simile a quello di un BTP con la comodità di un token. La concorrenza per i vostri euro, insomma, non arriva più solo dalla banca dell’altro sportello, ma da un intero ecosistema digitale.In Italia la cornice è chiara: sotto MiCA la vigilanza è divisa tra Consob, che presidia condotta di mercato e tutela dell’investitore, e Banca d’Italia, competente per gli aspetti prudenziali e per le stablecoin, in base al decreto legislativo 129/2024. Le banche italiane si stanno posizionando su corsie diverse: Banca Sella è stata la prima banca italiana autorizzata da Banca d’Italia a offrire servizi cripto sotto MiCA, mentre Intesa Sanpaolo e UniCredit si muovono rispettivamente sul fronte della detenzione in proprio (tramite ETF ed equity quotati) e su quello dell’intermediazione tramite certificati. Il consiglio pratico non cambia con i tassi, ma diventa più remunerativo seguirlo: distinguere sempre tra un deposito (tutelato dalla garanzia fino a 100.000 euro), una stablecoin (riserve segregate ma nessuna garanzia depositi) e un fondo tokenizzato (rischio di mercato), perché a parità di comodità le tutele sono molto diverse.In concreto, chi ha liquidità ferma oggi ha più opzioni che in passato. Un conto deposito vincolato di una banca vigilata offre un rendimento e resta coperto dalla garanzia fino a 100.000 euro; un BTP paga spesso di più ma espone al rischio di prezzo se venduto prima della scadenza; una stablecoin offre comodità ma nessun interesse e nessuna garanzia sui depositi. La regola d’oro, con i tassi tornati positivi, è non confondere la comodità di uno strumento digitale con la sua sicurezza: sono due cose diverse e vanno valutate separatamente.
I rischi: trasmissione monetaria, corse digitali, frammentazione
Il regime dei tassi alti porta con sé rischi che vanno oltre la concorrenza commerciale. Il primo è la trasmissione della politica monetaria: se una fetta crescente del denaro si sposta in stablecoin o fondi tokenizzati fuori dal perimetro bancario, il canale attraverso cui i rialzi della BCE arrivano all’economia reale si fa meno prevedibile. Il secondo è la velocità delle corse. Un deposito tradizionale si ritira allo sportello o con un bonifico; una stablecoin o un deposito tokenizzato si muovono in secondi, 24 ore su 24. In uno scenario di stress, la moneta programmabile può fuggire più in fretta di quanto qualsiasi banca sia mai stata attrezzata a gestire, come hanno insegnato i dissesti del 2022 e 2023 nel mondo cripto.Il terzo rischio è la frammentazione. Con tre monete digitali che competono (stablecoin private, depositi tokenizzati, euro digitale pubblico) e regole che divergono tra Europa e Stati Uniti, il rischio è un sistema in cui un euro non vale sempre un euro a seconda di dove è custodito. È la ragione per cui le banche centrali insistono tanto sull’unicità della moneta e sul ruolo della moneta pubblica come ancora ultima del sistema. In un mondo a tasso zero questi dibattiti sembravano accademici. A tasso alto, con miliardi di interessi in palio e infrastrutture come Pontes che vanno in produzione, sono diventati la vera posta della politica cripto delle banche.La conclusione è che il 16 settembre 2026 non ha soltanto rialzato il costo del denaro, ha riacceso una gara che a tasso zero non esisteva. Le banche, per una volta, partono con un vantaggio scritto nelle regole: possono pagare interessi dove le stablecoin non possono. Sta a loro trasformarlo in prodotti che il risparmiatore scelga davvero, prima che lo faccia qualcun altro.
Domande frequenti
Perché il rialzo dei tassi conta per la politica cripto delle banche?
Perché i tassi alti restituiscono un prezzo al denaro. Rendono più profittevole emettere stablecoin, più prezioso il deposito tokenizzato che paga interessi, più costoso detenere Bitcoin che non rende nulla e più aspra la concorrenza per la raccolta bancaria. A tasso zero queste differenze erano quasi invisibili; con la BCE al 2,50% e la Fed al 4% diventano decisive.
Le stablecoin possono pagare interessi ai possessori?
No. Sia MiCA in Europa sia il GENIUS Act negli Stati Uniti vietano agli emittenti di stablecoin di corrispondere interessi o rendimenti a chi detiene il token. L’emittente incassa il rendimento delle riserve e lo tiene per sé. Un deposito tokenizzato, invece, resta un deposito e può pagare interessi: è il vantaggio strutturale che le regole regalano alle banche a tassi alti.
Che cos’è un deposito tokenizzato e come si differenzia da una stablecoin?
Un deposito tokenizzato è moneta di banca commerciale rappresentata su blockchain che resta giuridicamente un deposito: vive nel bilancio della banca, può pagare interessi ed è coperto dalla garanzia dei depositi. Una stablecoin è invece moneta elettronica al portatore, con riserve segregate ma senza garanzia depositi e senza interessi. La prima è pensata per reti chiuse di intermediari regolati, la seconda circola liberamente.
Perché le banche non tengono Bitcoin in bilancio?
Per due motivi che i tassi alti aggravano. Lo standard di Basilea SCO60 impone un fattore di rischio del 1.250% sulle cripto non garantite, che equivale a coprire con capitale proprio l’intera somma investita. A questo si aggiunge il costo opportunità: con il tasso privo di rischio vicino al 4%, detenere un asset che non paga cedole significa rinunciare a un rendimento sicuro. Le banche preferiscono quindi intermediare o custodire cripto, non possederle.
Che cos’è Pontes e perché è importante?
Pontes è il ponte dell’Eurosistema, attivo dal 21 settembre 2026, che consente di regolare in moneta di banca centrale le transazioni su registro distribuito, collegando le piattaforme di titoli tokenizzati all’infrastruttura TARGET. È il primo dispiegamento in produzione di regolamento all’ingrosso in moneta di banca centrale su blockchain da parte di una banca centrale del G7, e offre alle banche una corsia a basso assorbimento di capitale che non è mai una esposizione cripto.Di Liam Brennan, redazione macro e finanza tradizionale di HOGE Wire.