Riserve stablecoin: lo scontro tra le regole MiCA e GENIUS Act
Il vero scontro sulle regole delle stablecoin non riguarda chi vigila, ma cosa c'è nelle riserve. MiCA le spinge in banca, il GENIUS Act nei Treasury a 93 giorni.
Ci sono due modi per giudicare una stablecoin. Il primo è guardare il prezzo: finché un token vale un dollaro o un euro, sembra che tutto funzioni. Il secondo, molto più rivelatore, è chiedersi cosa si trova dall’altra parte della promessa, cioè quali attività l’emittente detiene davvero perché quel token possa essere riconvertito in denaro. Nel 2026 la partita regolamentare sulle stablecoin si gioca quasi interamente su questo secondo punto, le riserve, e proprio in questi giorni la posta è alta.
Il calendario aiuta a capire perché. Negli Stati Uniti la finestra di consultazione sulla proposta congiunta delle agenzie federali che attua il GENIUS Act si chiude tra pochi giorni, il 21 agosto, mentre in Europa MiCA impone già da mesi un modello di riserva diverso e per molti versi opposto (tracker Chapman and Cutler). Le due grandi cornici occidentali concordano su un principio, una stablecoin va coperta uno a uno, ma litigano proprio sul punto che conta di più: dove deve stare quel denaro.
È una differenza tecnica solo in apparenza. Con un mercato delle stablecoin arrivato intorno ai 310 miliardi di dollari, dominato per oltre l’80% da USDT e USDC e denominato per circa il 99% in dollari (CoinGecko), la composizione delle riserve decide quali token restano legali in Europa, quali spariscono dagli exchange per la clientela al dettaglio e quanto è solida davvero la moneta che milioni di utenti trattano come contante digitale. Il quadro d’insieme delle giurisdizioni lo abbiamo già mappato nella panoramica su MiCA, GENIUS Act ed euro digitale; qui scendiamo di un livello, dentro le riserve, dove le regole smettono di somigliarsi.
Perché le riserve sono il vero campo di battaglia
Una stablecoin, ridotta all’osso, è una promessa: un token equivale a una unità di valuta e può essere rimborsato per quella unità. La promessa regge solo se chi la emette possiede attività sufficienti, liquide e sicure per onorarla anche quando molti detentori chiedono indietro i soldi nello stesso momento. Quelle attività sono le riserve, cioè la garanzia reale della moneta digitale. Tutto il resto, chi vigila, quali documenti pubblicare, quali sanzioni applicare, è importante ma viene dopo la domanda essenziale: cosa c’è nella cassa e quanto in fretta si può aprirla.
Su questo punto i vari regolatori si dividono in due filosofie. L’Europa, con MiCA, tratta una stablecoin ancorata a una singola valuta come una forma di moneta elettronica e vuole che una parte consistente della riserva resti sotto forma di depositi bancari, denaro richiamabile e custodito all’interno del sistema creditizio vigilato dall’Unione. Gli Stati Uniti, con il GENIUS Act, la trattano come uno strumento di pagamento coperto dal titolo di Stato più sicuro e liquido che esista, i buoni del Tesoro a brevissima scadenza. Concordano che serve una copertura piena; divergono su cosa quella copertura debba contenere. E siccome le riserve determinano rischi, rendimenti e persino la legalità del token, questa divergenza non è un dettaglio da giuristi, è la vera notizia del 2026.
Il modello europeo: MiCA e le riserve in banca
MiCA classifica le stablecoin ancorate a una sola valuta come EMT, e-money token (Titolo IV), e quelle ancorate a un paniere come ART, token collegati ad attività (Titolo III). Un EMT può essere emesso solo da una banca o da un istituto di moneta elettronica autorizzato. La riserva deve coprire integralmente i token in circolazione, deve essere segregata dal patrimonio dell’emittente, il rimborso deve avvenire alla pari in qualsiasi momento e, punto spesso trascurato, ai detentori non può essere corrisposto alcun interesse.
La regola che distingue davvero il modello europeo riguarda però la composizione. Una quota minima della riserva deve essere detenuta come depositi presso enti creditizi dell’Unione: almeno il 30% per un EMT ordinario e fino al 60% per un EMT considerato significativo, cioè quando supera determinate soglie di dimensione e utilizzo e passa alla vigilanza diretta dell’Autorità bancaria europea (EBA). Il resto può essere investito in strumenti finanziari altamente liquidi e a basso rischio di mercato e di credito. La logica dichiarata è tenere il denaro vicino, richiamabile e all’interno del perimetro bancario vigilato dall’Unione. Un dettaglio ulteriore chiude il cerchio: le riserve di un EMT non possono contenere attività volatili come criptovalute, azioni o materie prime, perché devono restare a basso rischio. Basta questo per capire perché alcune stablecoin non potranno mai diventare EMT conformi senza cambiare pelle.
Il modello americano: il GENIUS Act e i Treasury a 93 giorni
Dall’altra parte dell’Atlantico, il GENIUS Act (firmato il 18 luglio 2025) costruisce un modello quasi speculare. Anche qui la copertura è uno a uno, ma l’elenco delle attività ammesse è ristretto e diverso. La legge consente sei tipi di riserva: contante fisico, depositi a vista presso enti assicurati, buoni del Tesoro statunitensi con vita residua pari o inferiore a 93 giorni, pronti contro termine garantiti da quegli stessi titoli, fondi monetari investiti unicamente in tali strumenti e riserve presso la banca centrale (testo del GENIUS Act, congress.gov). Il reimpiego delle riserve, la cosiddetta rehypothecation, è vietato salvo eccezioni limitate legate alla liquidità dei rimborsi.
Il tetto dei 93 giorni non è un capriccio: è un preciso strumento di controllo del rischio. Un titolo a lunga scadenza porta con sé il rischio di duration, cioè il pericolo che una variazione dei tassi ne riduca il valore di mercato e faccia saltare l’ancoraggio proprio quando serve vendere. Restare sul brevissimo termine riduce quel rischio quasi a zero, un principio che vale per le riserve delle stablecoin esattamente come per la duration dei titoli di Stato in generale. C’è poi un effetto collaterale che a Washington è visto come un vantaggio strategico. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent lo ha detto senza giri di parole: le stablecoin regolamentate genereranno «un aumento della domanda di Treasury statunitensi, che garantiscono le stablecoin», e potrebbero far crescere il settore fino a diverse migliaia di miliardi di dollari entro fine decennio (U.S. Department of the Treasury). In altre parole, il modello americano trasforma ogni token emesso in un piccolo acquirente forzato di debito pubblico americano.
La contraddizione: banche o titoli di Stato?
Messe una accanto all’altra, le due regole rivelano una contraddizione netta. MiCA spinge le riserve dentro i depositi bancari dell’Unione, imponendo dal 30% al 60% in banca. Il GENIUS Act spinge le riserve fuori dai depositi non assicurati e dentro i titoli di Stato a breve, ammettendo il denaro in banca solo come deposito a vista assicurato. Alla stessa domanda, dove deve stare il denaro che garantisce una moneta digitale, le due cornici rispondono in modo opposto. La tabella che segue riassume dove passano le linee.
| Aspetto | MiCA (Unione europea) | GENIUS Act (Stati Uniti) |
|---|---|---|
| Classificazione del token | EMT / ART (moneta elettronica / token collegato ad attività) | Payment stablecoin (strumento di pagamento) |
| Chi può emettere | Banca o istituto di moneta elettronica (EMI) | Emittente autorizzato: banche, filiali vigilate dall’OCC, emittenti statali |
| Copertura | 1:1, riserve segregate | 1:1, riserve segregate |
| Depositi bancari | Obbligatori: min. 30%, fino al 60% per i token significativi | Ammessi solo come depositi a vista assicurati |
| Titoli di Stato | Ammessi fra gli strumenti liquidi a basso rischio | Treasury con vita residua pari o inferiore a 93 giorni |
| Reimpiego (rehypothecation) | Vietato, riserve segregate | Vietato, salvo eccezioni limitate |
| Interessi ai detentori | Vietati | Vietati |
| Rimborso | Alla pari, in qualsiasi momento | Alla pari, in tempi rapidi |
| Vigilanza | Autorità nazionale più EBA per i token significativi | OCC oltre i 10 mld $, regimi statali sotto la soglia |
Perché due sistemi che vogliono lo stesso obiettivo, una moneta stabile e rimborsabile, arrivano a soluzioni opposte? L’Europa preferisce tenere la liquidità dentro le proprie banche vigilate e limitare la penetrazione delle stablecoin in dollari come mezzo di pagamento. Gli Stati Uniti preferiscono la sicurezza e la liquidità del titolo sovrano a breve e, non per caso, un acquirente stabile del proprio debito: con oltre 115 miliardi di dollari già investiti in Treasury, il solo Tether figura fra i maggiori detentori privati di debito americano, e ogni stablecoin costruita sul modello statunitense rafforza il legame fra moneta digitale e conti pubblici di Washington. Ognuno ha una sua coerenza interna. Il problema è che la regola europea, quella che a prima vista suona più prudente perché tiene i soldi in banca, è esattamente il disegno che nel 2023 ha fatto saltare la seconda stablecoin del mondo.
La lezione di Silicon Valley Bank
Vale la pena ricostruire l’episodio, perché è il contro-esempio che rende concreta tutta la discussione. Nel marzo 2023 Circle rivelò che 3,3 miliardi di dollari della riserva di USDC, allora intorno ai 40 miliardi, erano depositati come contante presso Silicon Valley Bank, circa l’8% del totale. Quando la banca fallì, USDC perse l’ancoraggio quasi immediatamente: nella notte dell’11 marzo il token scese fino a circa 0,87 dollari e restò sotto il valore obiettivo per l’intero fine settimana, tornando alla pari solo dopo circa tre giorni, quando l’amministratore delegato Jeremy Allaire confermò di poter accedere alla quasi totalità della somma grazie all’intervento delle autorità americane (CoinDesk).
Il dettaglio che conta è quale parte della riserva ruppe l’ancoraggio. Non i buoni del Tesoro, che restarono perfettamente liquidi e sicuri, ma il deposito bancario, la componente in contante lasciata su un conto non assicurato oltre la soglia di garanzia. Ora si tenga questo accanto a MiCA, che obbliga a detenere dal 30% al 60% della riserva proprio in depositi bancari. È esattamente l’argomento di Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether: «Non voglio mettere a rischio quei 300 milioni di persone che detengono USDT tenendo il 60% in depositi di cassa non assicurati in una banca europea», ha dichiarato, sostenendo che la regola introduce rischio sistemico invece di ridurlo (crypto.news). Il suo esempio numerico è illustrativo: se una stablecoin da 10 miliardi deve tenerne 6 in depositi bancari, e la banca ne presta il 90%, sul bilancio dell’istituto restano solo 600 milioni; una richiesta di rimborso da 2 miliardi, simile alle pressioni viste nel 2022, metterebbe in ginocchio prima la banca e poi la moneta.
Va detto con onestà che questa critica non rende automaticamente sicuro il modello alternativo di Tether, che come vedremo tiene in riserva anche Bitcoin e oro. È però un colpo preciso al punto debole della regola europea: obbligare a parcheggiare miliardi in depositi bancari non elimina il rischio, lo sposta dentro il sistema creditizio, dove una singola banca fragile può bastare a trascinare giù una moneta.
Dentro le riserve di USDC e USDT
Dalla teoria alla pratica: cosa c’è davvero nella cassa delle due stablecoin dominanti. Le differenze spiegano quasi tutto il resto, comprese le sorti opposte dei due token in Europa.
USDC di Circle tiene circa l’80% delle riserve in buoni del Tesoro a breve tramite il Circle Reserve Fund, un fondo monetario governativo registrato presso la SEC e gestito da BlackRock, con custodia presso BNY Mellon e scadenza media ponderata sotto i 60 giorni; il restante 20% circa è contante presso banche regolamentate. Circle pubblica attestazioni mensili firmate da Deloitte and Touche, oltre a rendicontazioni settimanali con dettaglio dei singoli titoli, e ha riportato circa 77 miliardi di dollari di USDC in circolazione nell’attestazione di marzo 2026 (Circle). Questa struttura è al tempo stesso conforme a MiCA (Circle è stato il primo emittente globale a ottenere l’autorizzazione, come EMI tramite l’ACPR francese) e già naturalmente aderente alla filosofia del GENIUS Act. Ecco perché USDC è legale su entrambe le sponde.
USDT di Tether racconta un’altra storia. L’attestazione del secondo trimestre 2026, verificata da BDO al 30 giugno, indicava 187,75 miliardi di dollari di attività totali contro 183,64 miliardi di passività, con un cuscinetto in eccesso di 4,11 miliardi, dimezzato rispetto al trimestre precedente. Le riserve comprendevano circa 115 miliardi in Treasury statunitensi, ma anche 98.933 Bitcoin (valutati circa 5,80 miliardi) e oltre 146 tonnellate d’oro (circa 18,83 miliardi), con un utile operativo netto trimestrale di 1,5 miliardi (CoinDesk). Proprio Bitcoin e oro, insieme al rifiuto di applicare la regola sui depositi bancari, rendono USDT incompatibile con lo status di EMT: Tether ha scelto di non chiedere l’autorizzazione MiCA e il token è stato progressivamente rimosso dagli exchange per la clientela al dettaglio dello Spazio economico europeo (Cryptopolitan). Chi in Italia deteneva USDT si è così trovato a dover valutare la migrazione verso USDC o verso le stablecoin in euro.
| Voce | USDC (Circle) | USDT (Tether) |
|---|---|---|
| Capitalizzazione | ~72 mld $ | ~183 mld $ |
| Treasury USA a breve | ~80% delle riserve | ~115 mld $ |
| Liquidità e depositi | ~20% in banche regolamentate | Quota minore |
| Altri attivi | Nessuno rilevante | 98.933 BTC, oltre 146 t d’oro |
| Cuscinetto in eccesso | Copertura piena | ~4,11 mld $ |
| Attestazione | Mensile, Deloitte and Touche | Trimestrale, BDO |
| Stato MiCA | Conforme (EMI tramite ACPR) | Non conforme, delistata per il retail SEE |
| Stato USA | Allineata al GENIUS Act | Fuori dal perimetro nazionale statunitense |
Attestazioni e audit: come si legge una riserva
Le regole sulle riserve valgono poco se nessuno può verificarle, ed è qui che entrano in gioco trasparenza e controllo. Va chiarita subito una differenza che molti confondono: un’attestazione non è un audit. L’attestazione è una fotografia, di norma mensile o trimestrale, in cui una società di revisione certifica che a una certa data le attività dichiarate esistevano ed erano sufficienti a coprire i token in circolazione; un audit completo è invece un esame più profondo e continuativo dei processi, dei controlli interni e della loro tenuta nel tempo. La maggior parte degli emittenti pubblica attestazioni, non audit veri e propri, e questa distinzione conta parecchio quando si valuta di quanto ci si può fidare.
Le due cornici provano a irrigidire proprio questo aspetto. Il GENIUS Act prevede la pubblicazione mensile della composizione delle riserve e obblighi di revisione più stringenti per gli emittenti di dimensioni maggiori, con responsabilità dirette dei vertici aziendali sulla veridicità dei dati. MiCA, dal canto suo, impone all’emittente di un EMT un white paper, una segregazione verificabile delle riserve e obblighi informativi verso l’autorità competente, con la vigilanza rafforzata dell’EBA per i token significativi. In entrambi i casi la logica è identica: rendere la riserva controllabile da un terzo indipendente, non semplicemente dichiarata da chi la detiene.
Per chi legge un report di riserva, tre elementi separano la trasparenza reale dalla facciata. Il primo è la granularità: Circle arriva a indicare i singoli titoli in portafoglio con la relativa scadenza, mentre rendiconti più vaghi si fermano a categorie generiche. Il secondo è la frequenza, perché una fotografia mensile invecchia meno di una trimestrale. Il terzo è il cuscinetto, cioè l’eccedenza fra attività e passività: i 4,11 miliardi di dollari dichiarati da Tether al 30 giugno indicano quanto margine esiste prima che un calo di valore intacchi la copertura, e il fatto che quel cuscinetto si sia dimezzato in un solo trimestre è esattamente il tipo di segnale che un lettore attento non dovrebbe ignorare.
Resta però un limite di fondo che nessuna attestazione elimina del tutto. Una fotografia certifica il passato, non garantisce il presente: fra due report la composizione può cambiare, e strumenti come le dashboard in tempo reale o le prove di riserva crittografiche mostrano le attività ma non sempre le passività, cioè quanti token esistono davvero e quali obblighi gravano sull’emittente. Per questo la trasparenza sulle riserve è una condizione necessaria ma non sufficiente, da leggere sempre insieme alla qualità degli attivi, alla solidità dei depositari e al regime di vigilanza sotto cui opera l’emittente. È la somma di questi fattori, non un singolo numero, a dire se una stablecoin merita fiducia.
Il divieto di interessi e le sue scappatoie
C’è un punto su cui MiCA e GENIUS Act, per una volta, sono perfettamente d’accordo: nessun interesse ai detentori. Una stablecoin conforme non può pagare un rendimento a chi la possiede. La ragione non è tecnica ma di politica finanziaria: se una moneta digitale pagasse interessi, diventerebbe di fatto un conto di deposito o un fondo monetario non regolamentato, prosciugando i depositi bancari e aggirando le tutele che circondano risparmio e credito. Vietare gli interessi serve a tenere le stablecoin nel recinto dei pagamenti, lontano da quello del risparmio.
La conseguenza è che il rendimento delle riserve resta all’emittente. Non è un caso che Tether abbia dichiarato 1,5 miliardi di utile trimestrale: è, in gran parte, l’interesse sui Treasury che il detentore del token non riceve. Il mercato, però, tende ad aggirare i divieti. Attorno alle stablecoin sono fioriti programmi di rewards degli exchange, protocolli di prestito nella finanza decentralizzata e fondi monetari tokenizzati che, essendo classificati come strumenti finanziari, un rendimento lo pagano eccome. Sono scatole legali diverse, con rischi diversi, e ogni volta che qualcuno prova a restituire il rendimento direttamente al detentore rischia di sconfinare nella normativa sui titoli o sui depositi. È una partita a rincorrersi che i regolatori conoscono bene, e che continua a riaffiorare anche dentro la scrittura delle regole americane.
Rimborso alla pari e il rischio di corsa
L’altra metà della promessa è il rimborso alla pari. MiCA lo impone in qualsiasi momento e senza commissioni punitive; il GENIUS Act richiede un rimborso tempestivo, con le proposte attuative che discutono finestre brevi. In condizioni normali funziona. Il problema nasce nella corsa: se molti detentori chiedono il rimborso insieme, l’emittente deve vendere in fretta le riserve. I Treasury a breve sono liquidissimi, ma una vendita forzata muove comunque i prezzi; i depositi bancari, che MiCA impone in quota rilevante, potrebbero non essere richiamabili all’istante in una crisi. La composizione delle riserve e la meccanica del rimborso sono quindi due facce dello stesso rischio.
Su questo il monito più netto arriva da Roma. Fabio Panetta, Governatore della Banca d’Italia, ha spiegato che in un episodio di stress le richieste di rimborso su larga scala possono costringere gli emittenti a vendite forzate, e che con regolamento istantaneo, accesso globale e coordinamento amplificato dai social media queste dinamiche possono svilupparsi molto più rapidamente che nella finanza tradizionale; per questo, ha ricordato, la moneta di banca centrale deve restare l’attività di regolamento ultima, il punto fermo su cui poggiano le soluzioni private (Banca d’Italia). Una corsa su una stablecoin, in altre parole, potrebbe essere più veloce e più contagiosa di qualsiasi corsa agli sportelli del Novecento.
La settimana che conta: il calendario delle regole
Il motivo per cui questa discussione è viva proprio adesso è che le regole sulle riserve si stanno chiudendo su entrambe le sponde nello stesso periodo. Negli Stati Uniti la scadenza del 18 luglio 2026 per le regole finali del GENIUS Act è stata mancata: le agenzie hanno pubblicato circa dieci proposte invece dei testi definitivi, e una delle consultazioni congiunte, dedicata all’identificazione della clientela e all’antiriciclaggio, chiude proprio il 21 agosto. L’entrata in vigore effettiva slitta di conseguenza, probabilmente verso gennaio 2027. In Europa il periodo transitorio di MiCA si è chiuso il 1 luglio 2026, mentre resta in negoziazione la riforma della vigilanza che affiderebbe all’ESMA il controllo diretto dei grandi CASP, e nel Regno Unito la Bank of England attende commenti sul proprio codice di condotta entro il 22 settembre. La tabella riassume le date da segnare.
| Data | Evento | Giurisdizione |
|---|---|---|
| 18 lug 2025 | Firma del GENIUS Act | Stati Uniti |
| 1 lug 2026 | Fine del periodo transitorio MiCA | Unione europea |
| 18 lug 2026 | Scadenza (mancata) per le regole finali del GENIUS Act | Stati Uniti |
| 4 ago 2026 | Chiusura della consultazione FDIC su antiriciclaggio e sanzioni | Stati Uniti |
| 21 ago 2026 | Chiusura della consultazione sulla proposta congiunta (identificazione clientela) | Stati Uniti |
| 22 set 2026 | Feedback sul codice di condotta della Bank of England | Regno Unito |
| fine 2026 | Obiettivo di accordo nel trilogo sull’euro digitale | Unione europea |
| ~gen 2027 | Possibile entrata in vigore effettiva del GENIUS Act | Stati Uniti |
L’euro digitale e la sovranità monetaria
Sopra tutta questa architettura di riserve private si muove un progetto di natura diversa: l’euro digitale. Non è una stablecoin privata ma una valuta digitale di banca centrale, cioè moneta pubblica in forma elettronica, che per definizione non ha bisogno di riserve nel senso privato del termine perché è una passività diretta della banca centrale. La commissione ECON del Parlamento europeo ne ha approvato il quadro il 23 giugno 2026 con ampia maggioranza, i triloghi sono cominciati con l’obiettivo di chiudere la legislazione entro fine anno, e la BCE punta a un lancio intorno al 2029, con limiti di detenzione pensati per non svuotare i depositi bancari e una fase pilota con decine di prestatori di servizi di pagamento (CoinDesk).
Il sottotesto è la sovranità monetaria. Se circa il 99% delle stablecoin è denominato in dollari, un’opzione pubblica in euro serve anche a non lasciare i pagamenti digitali europei ostaggio di una moneta straniera, un timore che la BCE ha più volte sintetizzato nel rischio di dollarizzazione digitale e che si intreccia con il dominio del dollaro nei mercati globali. È lo stesso motivo per cui l’Europa, con la regola sui depositi bancari e con i tetti alle stablecoin non in euro, cerca di limitare la penetrazione dei token in dollari come strumento di pagamento quotidiano. L’euro digitale, in questa lettura, è l’estremo opposto della stablecoin privata: nessuna riserva da vigilare perché è già la forma più sicura di denaro, ma anche un potenziale concorrente per le stablecoin in euro che stanno appena nascendo.
Cosa cambia per Consob, Banca d’Italia e l’investitore italiano
In Italia il quadro è stato definito dal D.lgs. 129/2024, che ha diviso i compiti: Consob vigila su condotta e tutela degli investitori, Banca d’Italia sui profili prudenziali e, per quanto qui più conta, sulle stablecoin come EMT e ART. Dopo la fine del periodo transitorio i soggetti abilitati a operare come CASP in Italia sono nove, otto operatori più una banca, come illustrato nel dettaglio nell’analisi sull’attuazione di MiCA in Italia. Per chi non ottiene l’autorizzazione resta solo la liquidazione ordinata dei rapporti con la clientela.
Per l’investitore che detiene stablecoin, tutto questo si traduce in scelte pratiche. La rimozione di USDT dalle piattaforme retail dello Spazio economico europeo ha spinto verso token conformi come USDC e le stablecoin in euro. Prima di trattare una stablecoin come contante digitale conviene verificare tre cose: chi è l’emittente e se è una banca o un istituto di moneta elettronica autorizzato, se il token è iscritto come EMT conforme e presente nel registro ESMA, e quali riserve dichiara nelle attestazioni periodiche. Le regole sulle riserve non sono un tecnicismo lontano: decidono se il token nel portafoglio del proprio exchange italiano è una moneta elettronica vigilata o uno strumento in via di dismissione.
I rischi che restano
Nemmeno le regole più severe azzerano il rischio; al massimo lo spostano. Vale la pena elencare i punti che restano aperti anche con riserve conformi.
- Concentrazione sui Treasury: ciò che Bessent celebra come motore di domanda lega una quota crescente del denaro digitale sicuro al debito a breve di un solo Stato, creando un circuito di dipendenza fra offerta di titoli, tassi e meccanica dei fondi monetari.
- Fragilità dei depositi bancari: la regola MiCA sul 30-60% in banca ripropone, come nel caso di Silicon Valley Bank, il rischio che un singolo istituto in difficoltà contagi la moneta.
- Rischio di disancoraggio sul mercato secondario: il rimborso alla pari vale verso l’emittente e i clienti diretti, non è una garanzia di prezzo per chi compra e vende il token su un exchange, dove la quotazione può discostarsi in momenti di panico.
- Tetto alle stablecoin non in euro: quando un EMT in valuta estera supera determinate soglie giornaliere di utilizzo come mezzo di scambio, MiCA può imporne il blocco di nuove emissioni nell’Unione, con effetti sulla liquidità.
- Rischi operativi e di custodia: la resilienza informatica (DORA) e la gestione della liquidazione dei token non conformi restano nodi concreti.
- Caccia al rendimento: il divieto di interessi spinge gli utenti verso involucri più rischiosi, dai programmi di rewards alla finanza decentralizzata, pur di ottenere quel rendimento che la stablecoin non può pagare.
Il messaggio di fondo è che la domanda sulle riserve non viene mai davvero risolta, viene solo ricollocata. L’Europa la mette in banca, l’America nei titoli di Stato, e ciascuna scelta chiude alcuni rischi e ne concentra altri. Capire dove è finito il rischio, più che leggere il prezzo sullo schermo, è ciò che distingue chi usa una stablecoin con consapevolezza da chi si fida soltanto della cifra dopo la virgola.
Domande frequenti
Cosa garantisce davvero una stablecoin?
Le riserve, cioè le attività che l’emittente detiene uno a uno a copertura dei token. MiCA impone una quota in depositi bancari dell’Unione più strumenti liquidi a basso rischio; il GENIUS Act richiede contante e buoni del Tesoro statunitensi con vita residua fino a 93 giorni. La solidità reale dipende dalla composizione, dalla custodia e dalla trasparenza di quelle riserve, non dal prezzo momentaneo del token.
Perché USDT è stata delistata dagli exchange europei e USDC no?
Perché le riserve di USDT comprendono Bitcoin e oro e la struttura di Tether non rispetta i requisiti MiCA per gli EMT (riserve a basso rischio, quota in depositi bancari UE, emittente banca o istituto di moneta elettronica), e Tether ha scelto di non chiedere l’autorizzazione. Circle, con USDC coperto quasi interamente da Treasury a breve e contante, ha invece ottenuto la conformità ed è rimasta legale in Europa.
Le stablecoin pagano interessi ai detentori?
No. Sia MiCA sia il GENIUS Act vietano di corrispondere interessi a chi detiene una stablecoin conforme: il rendimento delle riserve resta all’emittente. I programmi di rewards degli exchange, il prestito nella finanza decentralizzata e i fondi monetari tokenizzati sono prodotti distinti, con una classificazione legale e un profilo di rischio diversi.
Che differenza c’è tra le riserve richieste da MiCA e dal GENIUS Act?
MiCA obbliga a tenere dal 30% al 60% della riserva in depositi presso banche dell’Unione, con il resto in strumenti liquidi a basso rischio. Il GENIUS Act punta quasi tutto sui buoni del Tesoro a 93 giorni, oltre a contante e depositi assicurati, vietando il reimpiego. In pratica l’Europa spinge il denaro dentro le banche, gli Stati Uniti dentro i titoli di Stato a breve.
Le stablecoin sono sicure per un investitore italiano?
Dipende dal token e dalla piattaforma. Una EMT conforme come USDC o EURC offre rimborso alla pari e riserve vigilate, con Consob e Banca d’Italia a controllare condotta e profili prudenziali. Tuttavia il rimborso alla pari vale verso l’emittente e non è una garanzia di prezzo sul mercato secondario, e i token non conformi come USDT sono in dismissione per la clientela al dettaglio nello Spazio economico europeo.
Di Marco Bellini, redazione regolamentazione di HOGE Wire.